Le torture in Cecenia e la Storia che si ripete

Spesso mi sono chiesto che cosa spinga tante persone ad assumere atteggiamenti discriminatori e intolleranti verso coloro che sono ritenuti “diversi”. Tante le risposte che mi sono venute in mente e che si adattano a varie tipologie di persone: ignoranza, ottusità, pregiudizi derivanti da condizionamenti religiosi. E tutto questo è accompagnato in diversi casi, più che dalla semplice “paura del diverso”, da una ferrea convinzione di trovarsi in una posizione di superiorità nei confronti di coloro che non rispondono a presunti canoni di perfezione, una posizione da difendere a tutti i costi contro ogni attacco esterno, contro ogni possibile contaminazione. A quel punto discriminazione e intolleranza finiscono per sfociare nell’annientamento della dignità umana.

Nel corso della Storia abbiamo avuto diversi esempi di persone convinte di tale superiorità. Nel tentativo di difendere la purezza della propria razza, non hanno esitato ad annientare chiunque venisse bollato come diverso: ebrei, zingari, omosessuali. E la Storia sembra tristemente ripetersi.

In Cecenia sono in corso da diverso tempo numerosi arresti, che hanno coinvolto centinaia di persone la cui colpa è quella di avere un orientamento sessuale non tradizionale e che, dunque, non si adattano al canone di riferimento di cui sopra.

Putin

Il portavoce del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, smentisce tali notizie, che parlano di torture e violenze ai danni delle persone arrestate. Questo tentativo di smentita (contraddetto dalle numerose testimonianze) per assurdo, fa quasi più paura della notizia in sé, tanto è sconvolgente la naturalezza con cui il Presidente Kadyrov svela la condizione degli omosessuali in Cecenia e la diffusa omofobia: gli omosessuali in pratica non esistono in tale Paese, perché se ci fossero, i loro parenti li manderebbero via in luoghi da cui non si può far ritorno. In altre parole, devono nascondersi continuamente, perché altrimenti verrebbero esiliati oppure arrestati e torturati, come sta accadendo in questi giorni.

Può forse stupirci una situazione del genere? Il leader ceceno è noto per il suo governo dittatoriale, per la violazione dei più elementari diritti civili, per il suo esercito privato che continua a commettere assassinii, stupri, rapimenti e torture. Ha, ovviamente, l’appoggio di Putin, famoso per la sua campagna omofoba e per la legge volta a vietare qualsiasi propaganda in favore dei diritti degli omosessuali.

Organizzazioni come Amnesty International, nel frattempo, si stanno muovendo tramite appelli, nella speranza che questo ennesimo brutale attacco ai diritti umani possa essere fermato.

Intanto, in Italia c’è chi continua a sostenere Putin, considerato come un potente e lungimirante leader, e magari starà affermando in queste ore che tutto ciò che sta accadendo in Cecenia è una bufala. Perché spesso anche l’evidenza viene negata.

Proprio ieri, ricorreva l’anniversario della morte dello scrittore Primo Levi che affermava “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?“. Parole che dovrebbero farci riflettere.

amnesty

Un mondo sotto scacco

In poche settimane, tre sanguinosi attacchi terroristici cui abbiamo assistito impotenti: Londra, San Pietroburgo, Stoccolma, che si vanno ad aggiungere a Istanbul, Berlino, Nizza e tante altre. L’altro ieri, eravamo tutti sinceramente speranzosi di avere un po’ di pace, ma la Domenica delle Palme è stata lo stesso insanguinata dalla strage avvenuta nelle due chiese copte in Egitto. Tutto ciò, accompagnato da quanto sta avvenendo in Siria.

Questo catastrofico quadro non può non indurci a pensare che l’intera umanità sia ormai sotto scacco, preda di una diffusa fanatica follia. I folli fanatici sono certamente quei terroristi che, in nome dei loro presunti ideali religiosi e di una ventilata salvezza eterna, sembrano a tutti i costi voler annientare l’infedele Occidente, in quello che ormai è stato definito un “terrorismo improvvisato”, non più basato su progetti definiti, ma affidato al caso, all’insano gesto del singolo.

Eppure, i folli non sono solo loro. Ammetto di provare una certa invidia nei confronti di coloro che hanno ben chiare in mente le strategie internazionali e i retroscena politici, anche meglio dei servizi segreti. Io percepisco soltanto questo: che i diritti umani vengono continuamente calpestati, come l’erba in una lotta tra elefanti (parafrasando un proverbio africano), dagli spregiudicati interessi politici ed economici, che non hanno alcun riguardo per le emergenze umanitarie.

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Il più folle di tutti, a prescindere da qualunque strategia sia celata dietro i suoi gesti, se ne sta seduto nel suo resort americano, mentre impassibile osserva i suoi missili partire, diretti verso i loro obiettivi, pronti a colpire e sterminare il nemico. Anche se ciò potrebbe significare distruggere ospedali, uccidere civili, seminare altre vittime.

Nel frattempo in Italia, ci scanniamo l’uno con l’altro sui social rimproverandoci di aver esposto la bandiera di un Paese invece che di un altro. Mentre certi nostri politici continuano a dare il peggio di sé. Come acutamente sottolineato da Michele Serra, lo sciacallo (non voglio nemmeno nominarlo) si starà chiedendo con chi potrà farsi i selfie per non offendere nessuno dei due attuali litiganti, a capo delle principali potenze mondiali. Salvo, poi, risvegliarsi dal suo sogno trumpiano e commentare la scelta di attaccare la Siria come inopportuna perché poi “verranno tutti da noi” .

Certamente, tale soggetto non viene sfiorato minimamente dalla preoccupazione che tante persone in quei luoghi possano rischiare di essere uccisi. Anche perché secondo lui, insieme ad altri giornalisti e blogger, la faccenda dei gas chimici è tutta una bufala. Ecco, di fronte a queste esternazioni non posso che condividere quanto affermato dal titolare di un famoso sito antibufale “butac.it”: “qualsiasi sia la vostra fede politica al momento l’unica cosa sensata è avere rispetto per chi è morto nell’ennesima guerra che fa vittime quasi ed esclusivamente tra i civili. Magari fermarsi un minuto, riflettere ed evitare di commentare con la schiuma alla bocca”.

Ovviamente, è vero che la democrazia non si esporta con le armi e che le guerre passate dovrebbero avercelo dimostrato, ma è alquanto singolare che queste parole vengano pronunciate anche dal capo di un partito che faceva parte della maggioranza di governo negli anni (soprattutto dal 2009) in cui è aumentata, con il beneplacito del Parlamento, la vendita di armi nei Paesi con conflitti armati in corso, soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica. Purtroppo, la capacità di riflettere prima di parlare è una dote di non ampissima diffusione.

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La corrida: tradizioni secolari e fanatismi

Credo di esprimere un sentimento abbastanza diffuso (non solo tra gli animalisti), affermando che la corrida, che mette contro toreri e tori per puro divertimento, è uno spettacolo esecrabile, crudele, di cattivo gusto.

Certamente, si tratta di una tradizione secolare, accompagnata da rievocazioni poetiche e letterarie (mi viene in mente Hemingway), ma ciò non implica che una crudeltà efferata debba continuare a esistere.

Leggo che il toro è un animale mansueto per natura, ma che in occasione della corrida viene rinchiuso per ore e poi, una volta liberato per il combattimento, si ritrova disorientato in mezzo alla confusione. E viene, quindi, torturato e ucciso per il macabro divertimento del pubblico che assiste e decide alla fine delle sorti dell’animale.

Tuttavia, in alcuni casi la sorte si capovolge, il toro reagisce e il torero finisce per avere la peggio; come accaduto pochi giorni fa, in cui un giovane torero è stato colpito alla gola dal toro e ridotto in fin di vita.

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In tali occasioni, che si stanno ripetendo abbastanza frequentemente, io non condivido, in ogni caso, il comportamento di chi alla notizia gioisce, esulta, festeggia e dice “per una volta ha vinto il toro”. In questa manifestazione, a mio avviso, non ci sono mai vincitori. Tori e toreri sono strumenti all’interno di un bieco sistema in cui prevalgono interessi di tipo economico, politico e turistico.

A chi dice che il torero se l’è cercata, che nella sua vita poteva fare altro e dedicarsi a diversi mestieri, io oppongo alcuni dubbi. Sto leggendo, infatti, da più parti che i toreri tramandano in genere la propria attività di padre in figlio e che i ragazzini vengono addestrati fin dall’età di sette anni, nell’ambito di ineludibili tradizioni familiari. Coloro che crescono in tale clima di fanatica ed esasperata esaltazione di forza, coraggio ed eroismo, riescono difficilmente a intravedere una prospettiva diversa e a ribellarsi, a non farsi travolgere da una tradizione pericolosa per la propria incolumità, oltre che crudele verso un animale che, senza alcuna effettiva esigenza, viene privato della propria dignità e diviene oggetto di pubblica derisione.

Magari, chi si ribella lo fa quando è troppo tardi, come il torero colombiano Alvaro Munera (conosciuto come “El Pilarico”) che, incornato da un toro durante una corrida nel 1984, riportò lesioni alla spina dorsale che lo resero paraplegico. Munera è diventato da allora un membro del consiglio della sua città natale Medellin, sostiene i diritti dei disabili e promuove le campagne anti-corrida.

Per concludere, mi auguro che le morti dei toreri non siano più momenti di gioia per qualcuno (considerato che anche per me questo è fanatismo), ma un’occasione di riflessione che possa portare ad abolire definitivamente tale crudele e pericolosa tradizione, che in alcune regioni spagnole sembra già essere stata messa al bando. Nella speranza che gli interessi politici ed economici non ostacolino il raggiungimento di tale risultato.

Spanish Bullfighter Julio Aparicio is gored by a bull during a bulfight of the San Isidro Feria at the Las Ventas bullring in Madrid, on may 21, 2010

Divenire consapevoli tutto l’anno

Oggi ricorre la decima Giornata della consapevolezza dell’autismo indetta dall’Onu, dedicata quest’anno alla tema dell’autonomia e dell’autodeterminazione.

L’anno scorso nel mio “vecchio” blog ho parlato diverse volte del problema dell’autismo. In occasione della precedente giornata, richiamando un episodio che mi aveva colpito molto da vicino, avevo riflettuto su come lo Stato italiano sia spesso assente per le famiglie con ragazzi autistici, che giunti alla maggiore età non hanno più alcuna struttura specifica che li possa aiutare o validi strumenti per l’inserimento nella società. Avevo, poi, letto un episodio accaduto all’estero, con un giovane cameriere autistico di Manchester, che aveva trovato lavoro in un ristorante in cui svolgeva la sua attività con passione, dedizione e professionalità. Fino a quando alcuni clienti non si sono lamentati, infastiditi all’idea di farsi servire da lui, arrivando addirittura ad invitarlo a indossare una maglietta per segnalare la sua disabilità. Per fortuna, il proprietario è intervenuto in favore del ragazzo, invitando i clienti che non volessero farsi servire da lui a cambiare ristorante.

La mancanza di sensibilità, la paura del diverso, la stupidità e l’ignoranza sono purtroppo elementi fin troppo diffusi. Penso alla ragazzina che ha dovuto rinunciare a una gita perché discriminata dai suoi compagni e dai loro genitori. Oppure a un padre che su Tripadvisor si è lamentato che nel villaggio turistico vi erano troppo ragazzi disabili che avrebbero procurato sofferenza ai suoi figli.

Oggi le cose non sono cambiate molto, ovviamente. Sono stati fatti, certamente, passi avanti nella diagnosi precoce, nella definizione di livelli essenziali di assistenza e di leggi specifiche che impongono alle Regioni di intervenire. Tuttavia, ci sono molte testimonianze che ci fanno capire quanti problemi ancora ci siano, come quella di una madre che parla della sua vita con un figlio autistico, dell’assenza di terapie domiciliari e di aiuti finanziari, con l’unica possibilità di mandare il figlio in una comunità priva di cure specifiche.

L’obiettivo di una vera integrazione sociale appare molto lontano, con i bambini che spesso non ricevono quelle cure che consentirebbero loro di migliorare. Nonostante la diagnosi precoce possa essere effettuata tra i 18 e i 24 mesi, generalmente si procede con la diagnosi intorno ai cinque anni e solo anni dopo si effettuano i primi interventi riabilitativi e terapeutici.

Leggo che, in assenza di insegnanti con una preparazione specifica, i genitori spesso devono risolvere tanti problemi da soli, anche quelli di cui in realtà non dovrebbero farsi carico. E quando i ragazzi compiono diciotto anni, l’unica possibilità per uscire dall’isolamento, per loro assai nocivo, è quella di recarsi nei centri diurni, in compagnia di disabili con sindromi assai diverse.

Leggo anche gli odierni post di politici che si stanno ricordando di questi ragazzi e delle loro famiglie e stanno mandando loro un pensiero affettuoso, pensando a cosa fare nel prossimo futuro. Reali impegni di uno Stato che dovrebbe intervenire per garantire una vera integrazione sociale o solo promesse elettorali?

Autismo

Lavoro, follie e calcetto

La settimana appena conclusa si è distinta, tra i vari avvenimenti, per le polemiche sul solito Ministro Poletti che colpisce ancora con la sua inadeguatezza. E più che un politico, mi sembra di avere dinnanzi un comico che si avvale di pessimi autori, tanto le sue espressioni sono fuori luogo e in grado di generare estenuanti infiniti dibattiti. Perché, ovviamente, non contento della prima gaffe, ha continuato a parlare, oltre che di calcetto, anche di relazioni sociali e volontariato.

Forse è il caso di cominciare a chiarirsi un po’ le idee. A mio avviso, il concetto espresso da Poletti è abbastanza banale e, in un certo senso, fa breccia in un punto nevralgico del mondo lavorativo.

Che i rapporti di fiducia (se così vogliamo chiamarli) siano spesso necessari per poter avviare un’attività lavorativa è un qualcosa di cui, ormai, siamo purtroppo tutti convinti. Si sente spesso dire, infatti, che per trovare lavoro bisogna conoscere qualcuno, che senza le opportune relazioni non si va da nessuna parte.

Dunque, il diffuso convincimento che il mondo del lavoro si basi fin troppo sul cosiddetto “familismo” di certo non aveva bisogno di un Ministro che, invece di sottolineare l’importanza del curriculum, ha finito per degradarlo parlando di occasioni di lavoro nate durante una partita di calcetto. Soprattutto, alla presenza di tanti giovani che iniziano a prendere confidenza con il mondo del lavoro, anche se con un progetto scolastico, quale l’alternanza scuola – lavoro, di cui spesso gli stessi ragazzi lamentano il malfunzionamento.

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Un’azienda privata non è un ente di beneficienza, questo è abbastanza ovvio. Il nostro ordinamento costituzionale sancisce espressamente che l’iniziativa economica privata è libera, pur nei limiti del rispetto dell’utilità sociale, della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Dunque, in un’ottica liberale, tale attività è preordinata al raggiungimento del profitto e, a tal fine, l’azienda ha bisogno di figure professionali adeguate, magari da formare, ma che rispondano alle esigenze produttive.

In tale contesto, il curriculum non può perdere la sua importanza e dovrebbe svolgere il suo ruolo primario di suscitare l’attenzione di un direttore delle risorse umane che dietro quel foglio cartaceo o elettronico potrebbe non vedere soltanto un anonimo bisognoso di assunzione, ma una personalità ricca di sfumature con il suo complesso bagaglio di studi, interessi, esperienze. La convinzione che le persone più adatte possano essere rintracciate nelle cosiddette “relazioni sociali” può far perdere di vista le professionalità migliori.

Lo Stato, invece che favorire le realtà lavorative basate sul familismo, dovrebbe ricordarsi un po’ più spesso del suo ruolo costituzionale (tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni) e favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, sostenere i giovani nei loro spostamenti sul territorio nazionale alla ricerca di opportunità, convincere e incentivare le aziende a rischiare nel selezionare le professionalità di cui hanno bisogno, andando al di là della cerchia dei “soliti noti”.

Tutto questo nel cosiddetto “libro dei sogni”. Nella realtà, continuiamo ad avere un Ministro che, invece, si ostina a dire che per lavorare bisogna giocare a calcetto, fare volontariato e diventare amici di qualcuno. Intanto le professionalità migliori continuano ad andare all’estero lasciando che il nostro Paese affoghi completamente.

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Trasmissioni inopportune e messaggi fuori luogo

Accade spesso che durante il sabato pomeriggio (e non solo) il palinsesto televisivo sia invaso da insulse trasmissioni che, pur di guadagnare una piccola fetta di ascolti, cercano di proporre servizi di basso livello, ma in grado di attrarre la curiosità di chi distrattamente e pigramente salta da un canale all’altro.

Fin quando si tratta di una pruriginosa analisi di retroscena della vita privata di presunti VIP appena usciti da un reality, tra tradimenti, matrimoni e gravidanze, si può anche chiudere un occhio o entrambi, o pestare il telecomando per cambiare celermente canale. Ma se si scende ancora più in basso, specialmente sulle reti RAI, allora, forse, bisognerebbe iniziare a porsi qualche domanda sulle modalità di utilizzo del nostro canone.

Andiamo al punto. Stamane la giornalista Flavia Perina ha attirato la mia attenzione con una foto pubblicata sul suo profilo e per la quale esprimeva profonda indignazione. Riguardava un servizio andato in onda sabato scorso nel programma condotto da Paola Perego, programma di cui ignoravo l’esistenza (e avrei preferito continuare a farlo): si indagava sul fascino delle ragazze dell’est e sui motivi che dovrebbero spingere un uomo a fidanzarsi con una di loro: partorisce, ma poi torna subito in forma, non frigna, svolge bene i lavori di casa, non indossa tute o pigiamoni, sopporta tradimenti.

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Dunque, l’azienda che si occupa di gestire un servizio pubblico sponsorizza ed esalta un presunto modello di femminilità secondo un’ottica prettamente e vergognosamente maschilista, in cui la donna ideale è quella da trattare come un oggetto di cui si può disporre a piacimento, sottomessa e dedita solo al lavoro di casa. Tutto questo, mentre tante altre donne sono scese o continuano a scendere in piazza per manifestare, chiedere diritti e pari dignità, difendersi da soprusi, contrastare la violenza dilagante.

Il colmo è che a fare tutto questo è un’azienda che, in altre occasioni, ha mandato in onda programmi di denuncia contro il femminicidio e la violenza sulle donne (mi vengono in mente “Amore criminale” o varie fiction, come quella su Lucia Annibali). In preda a una schizofrenia incontrollabile, autori e dirigenti evidentemente non sanno più che pesci prendere.

La trasmissione della Perego è stata interrotta. Mi chiedo, tuttavia, con quale credibilità da ora in poi, dopo questa squallida figura, la RAI potrà trattare i delicati temi di cui sopra, celebrare l’otto marzo, parlare di diritti. Nel precedente post ero consapevole del fatto che la strada per la pari dignità fosse lunga, ma non immaginavo così tanto!

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Una ricorrenza per fare il punto della situazione

Qualcuno in queste ore starà ripetendo che la donna andrebbe festeggiata ogni giorno. Sicuramente, questo qualcuno ha ragione, ma io credo che la “giornata internazionale della donna”, che ricorre domani, lungi dall’essere un mero simbolo, si possa considerare un momento per fare il punto della situazione, per poter poi andare avanti nella realizzazione di una definitiva parità di genere.

I numerosi e puntuali articoli di varie testate, infatti, stanno cercando di elencare il più minuziosamente possibile le varie conquiste realizzate dalle donne italiane in vari campi: dal diritto di voto alla possibilità di accedere a determinate carriere come quella militare o la magistratura, per poi proseguire con la tutela del lavoro femminile, la chiusura delle case di tolleranza e via di seguito.

Stavo rileggendo, in proposito, quanto scritto l’anno scorso in questa occasione: avevo espresso un desiderio, che forse qualcuno potrebbe considerare scontato, ovvero che un giorno questa festa diventi realmente solo un simbolo, semplicemente la celebrazione di ciò che si è riusciti definitivamente a conquistare. Tuttavia, gli ultimi accadimenti mi fanno pensare che questo desiderio sia ben lontano dall’essere esaudito.

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Penso a Laura Boldrini, ricoverata per un malore e operata di urgenza, che è stata sommersa di insulti dagli haters che sui social le augurano una morte atroce o una lunga e terribile malattia. Gente frustrata che prende di mira una donna, oltretutto in una situazione difficile, per sfogare il proprio odio.

Mi viene in mente quella donna che aveva cercato di denunciare il proprio violento marito senza essere ascoltata; quel marito che, poi, nella sua follia distruttrice, è arrivato a uccidere il figlio di diciannove anni. Ora, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per l’inerzia delle sue istituzioni, anche se nessuno potrà mai ridare a quella donna tutto ciò che ha perso.

E per non farsi mancare niente, non posso non pensare all’eurodeputato polacco che, forse per sfogare i propri complessi, ha affermato che le donne devono essere pagate meno perché più deboli e meno intelligenti. Una mentalità arcaica che si credeva ormai superata.

Con la consapevolezza che ci sia ancora molto da fare nella conquista dei diritti, vorrei semplicemente concludere questo post con i miei auguri a tutte le donne e con questi meravigliosi versi di Alda Merini:

“Sorridi donna

sorridi sempre alla vita

anche se lei non ti sorride.

Sorridi agli amori finiti

sorridi ai tuoi dolori

sorridi comunque.

Il tuo sorriso sarà

luce per il tuo cammino

faro per naviganti sperduti.

Il tuo sorriso sarà:

un bacio di mamma

un battito d’ali

un raggio di sole per tutti”.

Merini

La vergogna dei silenzi mancati

Nel momento in cui una persona, perduta ogni speranza, decide di porre fine alle proprie sofferenze, di fronte all’inoperosità delle istituzioni, esiste un unico modo di rispettare tale decisione, almeno da parte di certi soggetti abituati a blaterare invano: un dignitoso silenzio.

Invece, di fronte alla scelta di DJ Fabo di recarsi in Svizzera per porre fine ad una vita non più degna di essere considerata tale, siamo stati costretti ad assistere ad una vergogna continua da parte di questi personaggi.

Francesca Immacolata Chaouqui – coinvolta nello scandalo Vatileaks e denominata la “papessa” – si permette di affermare che DJ Fabo è un vigliacco che non ha avuto il coraggio di lottare, al contrario della sua maestra che, a letto per venti anni, diffondeva speranza. Tutto questo con la sfacciataggine di chi lancia giudizi come fossero coltellate, incapace di immedesimarsi nel dolore altrui e di comprenderne le scelte. Come se si potesse davvero lottare di fronte ad una sofferenza immane che ti priva di qualsiasi speranza.

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Mario Adinolfi – che divorziato e giocatore di poker si è attribuito il ruolo di estremo difensore della famiglia tradizionale e dei valori cristiani non si sa bene sulla base di quali meriti – arriva a sostenere che “Hitler almeno i disabili li eliminava gratis”, come se le persone sofferenti fossero semplici ingombri da buttare via. Il suo account Facebook è stato sospeso, ma solo per un mese. Un mese di silenzio e poi, viscido come sempre, tornerà a disgustarci.

Matteo Salvini – di cui ormai parlo fin troppo spesso (forse dovrei iniziare ad ignorarlo) – si commuove per la sorte di Fabo, per guadagnare ulteriori favori popolari, mentre il suo partito blocca in Parlamento il disegno di legge sul testamento biologico con ostruzionismo e oltre 3.000 emendamenti.

La vergogna senza fine continua ad accompagnarsi, invece, al silenzio di chi dovrebbe, piuttosto intervenire, ma forse è bloccato anche da coloro che parlano di misericordia, ma nei fatti non mostrano alcun rispetto per la dignità della vita.

Fabo

Alla disperata ricerca di un eroe

Negli ultimi tempi ho avuto modo di riflettere spesso sulla strana tendenza italiana a ricercare affannosamente eroi e modelli di vita in qualunque settore (anche grazie agli spunti forniti da un articolo dell’Huffington Post di qualche tempo fa, di Riccardo Brizzi – 27 dicembre 2016).

Se, come affermava Bertold Brecht, è “sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi”, allora il nostro Paese può considerarsi assai sventurato. Ci sono, infatti, vari elementi che ci inducono a cercare un eroe.

La sensazione di vivere in una società priva di valori, in preda alla malvagità e alla corruzione, ci spinge a cercare persone che incarnino gli ideali che riteniamo perduti. Inoltre, la paura di cui ormai siamo circondati a causa dei continui attacchi terroristici ci induce ad individuare chi possa in qualche modo proteggerci dandoci una sensazione di sicurezza.

Questa continua ricerca dell’eroe si rivela spesso errata e fallimentare, soprattutto perché l’eccessiva idealizzazione porta ad aspettative elevate che il più delle volte rimangono disattese. E l’errore si rivela fatale quando si scambia per l’eroe perfetto e irraggiungibile colui che nella sua limitata umanità ha semplicemente compiuto il suo dovere e, magari, non è alla ricerca di gloriosi fasti.

Eroi

Pensiamo all’episodio dei due poliziotti che hanno ucciso il terrorista di Berlino (citato anche nell’articolo di cui sopra). Due ragazzi di turno si imbattono casualmente in un pericoloso terrorista senza immaginare neanche lontanamente chi sia veramente. Cercano di trattenerlo per i controlli di rito, ma finiscono per ingaggiare con lui uno scontro a fuoco in cui il terrorista rimane ucciso e uno dei due poliziotti viene ferito.

Da qui partono gli sperticati elogi verso i due agenti, che insieme ad altri svolgono quelle operazioni tutti i giorni, con la pericolosa decisione di diffondere i loro nomi e il tentativo di dar loro onore e gloria imperitura. Anche per avere qualcosa di cui essere orgogliosi nei confronti della Germania, che si ritiene in dovere di concedere un’onorificenza tanto da noi agognata.

Poi, all’improvviso, dagli altari si ripiomba nella polvere. Gli eroi non sono così perfetti come si credeva, nelle loro pagine Facebook si mostrano come razzisti e dediti all’adorazione della mussoliniana figura. Dunque, niente onori e nessuna gloria.

Certamente tali convinzioni politiche non incontrano affatto il mio gradimento, ma non posso fare a meno di pensare che, se i social non fossero esistiti o se i due ragazzi non avessero avuto una pagina Facebook visibile al pubblico, nessuno avrebbe saputo nulla di tali “ideali”. In effetti, quando abbiamo bisogno di soccorso, non chiediamo a poliziotti, vigili del fuoco, carabinieri se per caso hanno tendenze razziste o fasciste, accettiamo il loro aiuto e basta e li ringraziamo per questo.

A parte ciò, credo che il tentativo di eroizzazione e personalizzazione sia stato fallimentare in sé. Piuttosto che concentrarsi sugli onori e sull’orgoglio italico con la diffusione di nomi e l’invocazione di onorificenze, si poteva semplicemente pensare ad un modo per ringraziare (materialmente) le Forze dell’Ordine nel loro complesso, sia per il lavoro svolto che per i pericoli quotidianamente affrontati. Invece, l’ostinata ricerca degli eroi ha finito per calpestare quanto di buono fatto.

Poliziotti Berlino

Tuttavia tale ricerca, nonostante i fallimenti, non conosce sosta e continua tramite i media indagando in altri settori, tra cui il pubblico impiego, con esiti ancor più disastrosi. Certamente, l’opinione pubblica è scossa dalle notizie dei cosiddetti “furbetti del cartellino”, che figurano al proprio posto di lavoro, ma poi sono in giro a fare gli affari propri con la complicità di colleghi.

Nel tentativo di convincere il popolo che non tutti i pubblici impiegati sono fannulloni, televisioni e giornali vanno alla ricerca del lavoratore modello, non semplicemente colui che fa il suo dovere tutti i giorni, ma lo stakanovista che non prende mai un giorno di ferie (come il dipendente siculo salito sul palco di Sanremo che, secondo ultime indiscrezioni, sarebbe un alto dirigente!!!) o che non si ammala mai o non fa nemmeno una pausa pranzo (come il dipendente parmense). I giornali elogiano tali “modelli” senza considerare che ferie, malattie e pausa pranzo sono diritti costituzionalmente e statutariamente garantiti, frutto di decennali lotte sindacali (gli stessi giornali che giorni prima si erano giustamente scandalizzati per l’operaio costretto a farsi addosso, non avendo nemmeno la possibilità di andare in bagno).

In questo modo, l’opinione pubblica potrebbe per assurdo convincersi che esistono solo i due estremi, i fannulloni e gli stakanovisti, ignorando tutti coloro che svolgono il proprio lavoro con dedizione, ma che, in quanto esseri umani, hanno bisogno di riposo e pause, si ammalano ogni tanto e usufruiscono, quindi, dei propri diritti. Quei diritti che i giovani precari vedono con il binocolo, ma che hanno tutte le ragioni di pretendere, senza subire i ricatti morali di chi spaccia per modelli coloro che tali non sono. Allora smettiamo di cercare gli eroi e pensiamo alle persone normali, anche se fanno meno notizia!

Furbetti

Le inutili catene di Sanremo

Il Festival di Sanremo, la manifestazione canora più longeva d’Italia, sta per avere inizio, accompagnata come sempre da strascichi infiniti di polemiche. Anzi, quest’anno in fatto di polemiche si stanno battendo tutti i record.

In particolare, a destare scandalo è il compenso che Carlo Conti percepirà per condurre il Festival per il terzo anno consecutivo. Ovviamente, sono pienamente d’accordo sul fatto che 650.000 euro (non solo per condurre le cinque serate, ma anche per tutta l’attività di direzione artistica, occorre precisarlo) rappresentano una cifra che probabilmente un operaio non riuscirebbe a guadagnare nemmeno lavorando tutta una vita. Purtroppo, comunque, le profonde disuguaglianze di reddito sono un fenomeno diffuso in tutti i settori, che non scopriamo soltanto alla vigilia di una rassegna canora. E, a dire il vero, alcuni conduttori in passato hanno percepito compensi molto più alti a fronte di un’attività meno impegnativa senza tutte queste polemiche.

Sanremo 2017

Tuttavia, in queste occasioni, ciò che mi fa innervosire davvero molto è l’indignazione sterile e senza alcuna logica, strillata ai quattro venti e finalizzata soltanto a demolire senza portare vantaggio ad alcuno. Soprattutto, quando chi solleva tale indignazione cerca soltanto di strumentalizzare la sensibilità popolare per acquisire visibilità (la famosa demagogia).

Di fronte alla notizia del ricco cachet e alle relative polemiche, quale brillante idea hanno avuto i sobillatori di popoli che imperversano sui social? Creiamo una catena e convinciamo tutti che bisogna boicottare il Festival e spegnere la televisione. Anzi, bisognerebbe proprio annullarlo e dare i soldi ai terremotati! Peccato che la geniale idea non prenda in considerazione alcuni fattori.

Il boicottaggio ha un senso quando, ad esempio, è rivolto ad aziende che danneggiano l’ambiente, utilizzano manodopera in nero, per evitare che si svolgano attività illegali.

Ma nel caso in esame, il boicottaggio che vantaggi porta? Se davvero si riuscisse a boicottare il Festival, ottenendo per assurdo il suo annullamento, tutti i proventi pubblicitari derivanti dalla manifestazione, erogati dagli sponsor, che in genere coprono le spese (incluso il cachet di Conti), sparirebbero in un soffio. Senza il Festival e senza i relativi proventi non c’è niente per nessuno, né per Conti, né tantomeno per i terremotati.

Ci sono certamente stati alcuni Festival che negli ultimi anni, specialmente per i bassi ascolti, hanno chiuso in perdita. Tuttavia, le ultime due edizioni hanno ottenuto guadagni per circa 6 milioni di euro, secondo gli ultimi dati diffusi dalla direzione di Rai1, e di questo bisogna dare atto al lavoro di Carlo Conti.

Dunque, il tanto ventilato annullamento o boicottaggio del Festival danneggia l’azienda, senza portare vantaggi a nessuno. Anzi, occorre considerare che l’appuntamento annuale attira numerosi turisti, per cui il mancato Festival recherebbe danni a tutte le attività della zona sanremese.

Che Sanremo sia un gran carrozzone, a volte noioso, che punta più sui grandi effetti speciali che sulla vera musica, è un altro discorso. E ognuno è libero di usare il telecomando a proprio piacimento e cambiare canale. Ma far leva sulla coscienza e sulla indignazione popolare con inutili e illogiche catene è solo una mancanza di rispetto verso i terremotati, che avrebbero bisogno, piuttosto, di aiuti concreti e non di un vano ciarlare.

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