Music box- Il pescatore di asterischi

“C’è un quaderno che nascondo, ma non ho mai scritto cosa sei per me

perché è facile, tu mi leggi dentro io no

se gli errori li cancello, resta la peggior calligrafia

che ho avuto in vita mia, nuda lì sul foglio

io sono un pescatore di asterischi, sotto un’onda a forma di parentesi rotonda che mi porta via

non si può partecipare subito a un concorso di poesia

che idea intitolarlo apnea, vale un primo posto

in questo gioco di pensieri sporchi, sopra un letto prima di abbracciarti

mi connetto e penso insieme a te

i tuoi capelli neri a punta d’inchiostro si aggrovigliano ai miei

io polipo tu seppia

non vuoi farti mangiare però, nella vita c’è sempre un però

un cielo che si appoggia sul mare e tu impari chi sei

come giocolieri esperti, tutto il tempo a cercare il senso gravitazionale che non c’è”

                                                                                 Samuele Bersani

Il pescatore di asterischi” è un brano scritto e cantato da Samuele Bersani, pubblicato nel 2000 come secondo singolo tratto dall’album “L’oroscopo speciale”.

A mio avviso, è una delle canzoni migliori di Samuele, un cantautore particolare e, a volte, un po’ ermetico.

Inizialmente, ho avuto come la sensazione di ascoltare una favola, accompagnata da una musica delicata e piacevole, ma, poi, ho potuto apprezzare la profondità di un testo caratterizzato da numerose metafore.

Il quaderno rappresenta la vita, in cui ci sono tanti errori che non possono essere cancellati, in quanto rappresentano esperienze importanti per poter andar avanti. Senza questi errori, infatti, rimane “la peggior calligrafia” mai avuta, una perfezione ideale e irraggiungibile,  in quanto non ci si può illudere di arrivare subito alla propria meta, “non si può partecipare subito a un concorso di poesia”. Siamo, infatti, come giocolieri che possono cadere ogni tanto, ma imparano dalle proprie cadute.

Il brano è, quindi, un invito a vivere in piena libertà, a godere della vita, senza cercare di dare un senso ad ogni cosa e sprecare il tempo a cercare “il senso gravitazionale che non c’è“. Un invito che, personalmente, mi riprometto sempre di seguire, anche se a volte le mie paure e paranoie hanno il sopravvento.

Vita di metropolitana

Incominciata quasi dieci anni fa, la mia “vita di metropolitana” nella Capitale mi ha sempre offerto interessanti spunti di riflessione.

Il mio ingresso in banchina già suscita una prima domanda cruciale: ma quanto dura un minuto? Almeno quello indicato sul tabellone luminoso sembra protrarsi per un’eternità!

Sempre che io riesca ad arrivare in banchina. A volte, arrivo davanti al cancello e trovo un interessante avviso di chiusura per sciopero. Consapevole che avrei dovuto informarmi prima (ma gli avvisi spesso mi sfuggono), mi affido alla sorte e alla trafila degli autobus immersi nel traffico impazzito, sempre che alcuni autisti abbiano avuto la bontà di non scioperare.

Ma poniamo il caso (fortunatamente abbastanza frequente) che io riesca a giungere in banchina. Non appena il tabellone miracolosamente segnala l’arrivo del treno, ecco che il mezzo comincia a fare capolino …. certo, a volte sfreccia via senza fermarsi, con l’autista che fa “ciaone” con la manina, ma quello successivo si ferma.

A quel punto inizia l’attento studio della varia umanità che popola la metropolitana. Ormai, comunque, si incontrano le stesse tipologie di persone che possono essere tranquillamente divise in categorie.

Anziutto, ci sono gli “Eterni Frettolosi” che temono che il treno sfugga loro di mano ed entrano con furia senza aspettare che gli altri escano dal vagone, travolgendo tutti, con inevitabili improperi.

Poi, arrivano puntualmente gli “Urlatori” che hanno come obiettivo principale quello di fare conoscere a tutti ogni intimo dettaglio della loro vita, tenendo al cellulare lunghi ed enfatici monologhi. In questa categoria, emergono chiaramente il “Professionista” che elargisce con grande cura e meticolosità aspetti della propria professione (inclusi quelli un po’ più riservati!!) e l'”Arrabbiata” che è appena uscita da una non meglio identificata delusione.

Ma ecco che a deliziare il viaggio, spunta all’orizzonte l'”Uomo puzzola” che ha, evidentemente, deciso di scioperare contro ogni forma di modernità e artificiosità, inclusi saponi e deodoranti, per poter serenamente abbracciare in modo autentico Madre Natura (che forse potrebbe decidere di fuggire!).

Intanto, lo “Stanco morto” che non ha trovato un posto a sedere, decide di abbarbicarsi al palo cui dovrebbero reggersi anche altri avventori, schiacciando e scacciando altre manine, mentre la “Mamma Rampante” munita di passeggino con a bordo l’erede ha deciso di puntare qualche piede.

Ecco, però, la mia fermata… alla prossima!

Metro

La vergogna di chi dice “se l’è cercata”

“Se l’è cercata”. Per quanto tempo ancora dovremmo sentire questa frase assurda, che come un marchio infuocato, si imprime nell’anima di una vittima innocente, facendola sentire ancora più sporca e ferita dopo una violenza?

L’episodio accaduto di recente in un paese in provincia di Reggio Calabria ci fa precipitare nuovamente in una situazione tristemente familiare: violenze sessuali perpetrate per anni vengono riportate alla luce, ma i compaesani, chiusi nella loro retrograda mentalità, invece che solidarizzare e sostenere la vittima, la accusano di essersela cercata, di non saper stare al suo posto, disertando, addirittura, la fiaccolata organizzata per lei. Tutto questo, a mio avviso, perché i colpevoli sono persone “rispettabili”, figli di marescialli, fratelli di poliziotti, persone da difendere nonostante tutto.

Mi viene sempre in mente un episodio accaduto più di un anno fa a Roma. Una ragazzina venne violentata in un quartiere “per bene” romano in tarda serata. Inizialmente, si pensava fosse stato un immigrato, con gli inevitabili commenti razzisti. Poi si scoprì che era stato, invece, un militare italiano in libera uscita, che evidentemente aveva bisogno di un diversivo. Ovviamente, l’opinione pubblica non poté fare a meno di cambiare il proprio punto di vista sui fatti accaduti, per cui ogni colpa venne addossata alla ragazza.

E così passano gli anni, ma il pensiero rimane lo stesso: la colpa è sempre della vittima, che con il suo comportamento inadeguato, attira solo guai. Almeno, secondo quella mentalità retrograda maschilista e – io aggiungerei – omofoba, che purtroppo è molto diffusa nel nostro Paese.

In fondo, la situazione di una vittima di stupro, per certi aspetti, non è così lontana da quella di una donna che subisce violenza fisica o psicologica da parte del proprio compagno e che, magari, viene convinta di essere l’unica colpevole e di meritarselo. Oppure, di ragazzi gay vittime di atti di bullismo o di omofobia, magari per colpa di un bacio innocente che viene considerato inadeguato. All’indomani della strage di Orlando, molti “opinionisti” la pensavano così.

Di fronte ad una mentalità che colpevolizza la vittima sempre e comunque, a cosa servono le norme per contrastare la violenza, il femminicidio, l’omofobia? Sicuramente, se non accompagnate da una certa sensibilizzazione, rischiano di diventare atti privi di valenza pratica, vuoti e inutili.

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Aforismi – Ricchezza e salute

“La ricchezza non è tutto, ma è molto meglio della salute. Dopo tutto, non è che si possa andare dal macellaio e dire: “Guardi che bell’abbronzatura che ho, e non solo, ma non prendo mai un raffreddore”,  e aspettarsi che vi incarti un filetto (a meno che il macellaio non sia completamente idiota)”

                                                                                                               Woody Allen

L’ironia di Woody Allen è sempre superlativa, oltre che fonte di interessanti riflessioni. In particolare, questa sua battuta si adatta agevolmente a vicende italiane, anche recenti.

Che la ricchezza non sia tutto è un luogo comune, ma di sicuro sta diventando sempre più una condizione necessaria per la salute. Come dice Allen, la ricchezza è molto meglio della salute, ma proprio perché la seconda sembra non poter più prescindere dalla prima.

Il sistema sanitario pubblico italiano, in molte Regioni, nel corso degli anni ha visto contrarre notevolmente la tutela dei livelli essenziali di assistenza. Se lasciamo da parte alcune Regioni del Nord (Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Province di Trento e Bolzano) che garantiscono cure decisamente maggiori, nelle altre realtà regionali le prestazioni mediche garantite dal sistema sanitario sono molto ridotte. Con ospedali affollati e fatiscenti, lunghe liste di attesa per esami e visite di controllo, coloro che hanno buone disponibilità economiche decidono di rivolgersi a strutture private, gli altri non possono che affidarsi alla buona sorte.

E fin qui, parliamo di vicende tristemente note. Poi, però, le notizie diffuse in questi giorni sulla condanna per frode della casa farmaceutica italiana, la Menarini di Firenze, ci fanno capire che la realtà è di gran lunga peggiore.

La Menarini per quasi trent’anni avrebbe perpetrato una colossale frode ai danni del sistema sanitario nazionale, usando società estere fittizie per l’acquisto dei principi attivi dei farmaci, per poi aumentarne il prezzo finale grazie a una serie di false fatturazioni. Lo Stato avrebbe, quindi, rimborsato in questi anni medicinali con prezzi gonfiati con un danno di 860 milioni di euro. In poche parole, i vertici della Menarini hanno sottratto risorse al Sistema sanitario pubblico, che sarebbero state utilizzate altrimenti per assistere pazienti gravemente malati, condurre ricerche scientifiche per la scoperta di nuove cure o ristrutturare ospedali.

Quindi, parafrasando Woody Allen, questi soggetti hanno certamente ritenuto che la loro ricchezza fosse molto meglio della nostra salute. Pagheranno davvero per tutto ciò?

STAINO-SANITA

Il discorso del Re

Nell’immaginario collettivo, i monarchici sono spesso raffigurati come personaggi autoritari e conservatori, incapaci di comprendere le reali esigenze della popolazione, ancorati al passato.

Non a caso il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica in molti Paesi è stato considerato come il momento cruciale di apertura verso forme di tutela dei diritti civili e di partecipazione democratica alle decisioni collettive.

Ma poi arriva il Re di Norvegia che con il suo discorso spiazza tutti. Non un monologo compassato e formale, ma un discorso appassionato e autentico, rivolto ai diritti gay, al rispetto delle diverse religioni e dell’ateismo, agli immigrati. Il nucleo essenziale del discorso del Re è “siamo tutti Norvegesi”.

Il video ha avuto tantissime condivisioni e qualche critica da parte di chi parla di populismo, ma, in fondo, parole così belle e sentite, pronunciate da un monarca evidentemente illuminato (a capo, ricordiamolo, di una monarchia parlamentare), dovrebbero far riflettere tanti altri leader “democratici”.

Donald Trump, in corsa per le elezioni presidenziali in America, parla di espellere tutti gli islamici e mostra di non avere alcun interesse a tutelare i diritti gay.

Matteo Salvini, leader leghista, oltre ad avere la ferma intenzione di affondare i barconi degli immigrati e di travolgere chiunque con la sua ruspa, vorrebbe far abrogare la legge sulle unioni civili, che da poco ha portato un piccolo barlume di civiltà nel nostro Paese.

Tutto questo in un clima di intolleranza e di fanatismo, in cui il riconoscimento dei diritti in favore di qualcuno sembra costituire pregiudizio per altri e le unioni civili sono addirittura accusate di essere causa di punizioni divine e terremoti.

Invece, Re Harald, con le sue parole, ha semplicemente mostrato di amare il suo popolo, a prescindere dalla religione, dalla razza, dall’orientamento sessuale e, soprattutto, a prescindere dai consensi.

Harald-GardenParty-2016

Music box – Il negozio di antiquariato

Non si può cercare un negozio di antiquariato

in via del Corso,

ogni acquisto ha il suo luogo giusto

e non tutte le strade sono un percorso.

Raro è trovare una cosa speciale

nelle vetrine di una strada centrale,

per ogni cosa c’è un posto

ma quello della meraviglia

è solo un po’ più nascosto.

Il tesoro è alla fine dell’arcobaleno

e trovarlo vicino, nel proprio letto

piace molto di meno.

                                                                                                                                     Niccolò Fabi

Inauguro questa rubrica dedicata ai miei brani musicali preferiti con una splendida canzone di Niccolò Fabi, “Il negozio di antiquariato“, tratta dall’album “La cura del tempo” del 2003.

Nel brano viene citata la famosa Via del Corso, una strada romana dedicata allo shopping e alle passeggiate durante il tempo libero, piena di negozi in cui poter acquistare abbigliamento o profumi di marche famose. Di certo non oggetti rari o speciali come quelli che, invece, potremmo trovare in un negozio di antiquariato, magari in una strada più nascosta e meno affollata.

Infatti, il posto della meraviglia “è solo un po’ più nascosto“, perché se si trovasse in un posto più affollato e visibile a tutti non sarebbe più tale, non riuscirebbe più a stupirci. Le cose migliori, in grado di procurarci stupore e meraviglia, vanno, quindi, cercate lontano, senza fretta, come cercare l’ombra in un deserto. Perché, come conclude Fabi, “l’argento sai si beve ma l’oro si aspetta“.

Oggi siamo ancora in grado di meravigliarci, di rifugiarci in posti lontani per cercare qualcosa di speciale? Ci dovremmo provare ogni tanto, anche se forse  siamo troppo abituati a tutte quelle cose che abbiamo a portata di mano  e da cui non riusciamo a separarci, perché ci fanno sentire più sicuri.

Il diritto a riappropriarsi della propria vita

Una massima che tutti conosciamo molto bene è “si lavora per vivere, non si vive per lavorare“. Potrebbe apparire scontata ai più, forse, ma di fatto viene molto spesso disapplicata.

Ci lasciamo prendere dalle incombenze lavorative, prolunghiamo l’orario di ufficio oltre l’umana sopportazione, magari ci portiamo il lavoro a casa. Tutto questo, per tentare di raggiungere i nostri obiettivi, ottenere un avanzamento di carriera o semplicemente fare bella figura con il capo che conta su una squadra efficiente, più che altro per alimentare il proprio prestigio. La continua disponibilità genera maggiori aspettative con un aumento delle pressioni e dei carichi di lavoro, il classico serpente che si morde la coda.

A prescindere dalla capacità di raggiungere i nostri obiettivi, il nostro tempo libero diventa inesistente, diviene impossibile dedicarsi ai propri affetti e ai propri interessi.

Ho sempre detestato l’idea di poter essere reperibile al di fuori dell’orario di lavoro: la possibilità che qualcuno possa chiamarmi, mandarmi messaggi o e-mail anche nel fine settimana e che io debba essere costretto a rispondere mi pone in uno stato di continua angoscia, come se mi sentissi perseguitato.

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Tuttavia, poche ore fa ho letto una notizia davvero interessante, secondo cui la Francia sarebbe uno dei primi Paesi ad aver varato una legge che fissa un nuovo principio per tutti i dipendenti: staccare telefono e computer, non rendersi sempre reperibili. In pratica, la legislazione francese avrebbe sancito il “diritto alla disconnessione“, da applicare concretamente mediante accordi tra imprese e sindacati. Principio che dovrebbe essere adottato anche in Italia, sebbene tempi di approvazione del disegno di legge e criteri applicativi non mi siano noti.

La notizia mi consola, ma nello stesso tempo suscita in me alcune perplessità. Il diritto ad essere disconnessi fuori dell’orario di lavoro, anche senza norme specifiche, doveva essere il risultato di una scelta di buon senso di aziende e lavoratori. Questi, invece, sono i primi a “trasgredire“, a quanto pare.

Dunque, siamo al paradosso di uno Stato che deve stabilire per legge cosa non deve fare un lavoratore nel tempo libero. D’altronde, se noi siamo i primi a non pensare a noi stessi.

In ogni caso, mi chiedo cosa accadrà alla resa dei conti: aziende e sindacati riusciranno a trovare un accordo su come i dipendenti devono gestire il proprio tempo libero?

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I dolori della giovane Virginia

L’analisi di Michele Serra  sulle vicende romane degli ultimi giorni è abbastanza condivisibile: davvero la radicalità dei propositi aumenta il clamore di un eventuale insuccesso.

Bisogna ricordare, che l’elezione della “sindaca” Raggi è avvenuta in forza di un voto di protesta verso il vecchio regime, a seguito delle tante lamentele verso i disservizi e gli scandali dell’Amministrazione capitolina, di fronte ad un Movimento che garantiva l’assoluta rottura con il passato.

Ricordo ancora una frase che mi è capitato di ascoltare ai seggi, nel corso delle ultime elezioni: “votiamo la Raggi, non vedete quanta spazzatura c’è in giro?”. Quindi, le aspettative erano tali che dopo poche settimane ci si stupiva che la spazzatura, il leitmotiv di questa sorprendente elezione, fosse ancora al suo posto. Non a caso, circolava su Facebook una vignetta, “La Raggi non ha ancora risolto la fame nel mondo”.

Gestire una città come Roma non è certamente una passeggiata, per cui l’inesperienza, unita alla volontà di andare avanti senza cedere a compromessi, sta dando luogo ad una situazione di stallo, con le numerose dimissioni cui stiamo assistendo in questi giorni. La vignetta di Altan arriva davvero a proposito.

Raggi Altan

In questa sede, non intendo esprimere le mie opinioni sulla politica grillina, anche perché sono abbastanza variabili. Tuttavia, vorrei essere più ottimista di Michele Serra. Roma Capitale ha bisogno di una svolta, ma anche di un governo stabile che garantisca l’adozione di tutte le misure necessarie per il superamento delle tante criticità. Per questo mi auguro che Virginia ce la faccia a superare la situazione di stallo e vada avanti, consentendoci di valutarla esclusivamente in base al suo operato e ai risultati raggiunti. L’elezione del nuovo Assessore al Bilancio, figura fondamentale nella gestione del Campidoglio, potrebbe essere un buon inizio.

MIchele Serra

La vignetta di Charlie Hebdo: è giusto indignarsi?

La vignetta di Charlie Hebdo sulle vittime italiane del sisma sta suscitando inevitabili polemiche e discussioni.

Certamente, si può discutere sulla non appropriatezza, sul pessimo gusto, sull’offesa arrecata alle vittime del terremoto. Si può affermare che si tratta di una vignetta priva di senso con oggetto un argomento su cui non c’è nulla da ironizzare o si può ipotizzare che i veri destinatari siano ben altri, coloro che in qualche modo hanno causato il disastro o vi speculeranno sopra, come si può ben intuire anche dalla “vignetta rettificata”.

COMBO CHARLIE HEBDO PER SITO

Io propendo per questa ipotesi. La satira, violenta, sfacciata, crudele, raramente ha come obiettivo principale dei poveri innocenti, ma intende mancare di rispetto a chi quel rispetto non lo merita. Allora, se all’apparenza la vignetta sembra sbeffeggiare i morti, destando un giusto sconcerto iniziale, alla fine il messaggio deve arrivare forte e chiaro alle orecchie di chi dovrebbe avere il compito di agire o ha avuto responsabilità nel disastro. Questa, è ovviamente la mia opinione.

In questo dibattito, non riesco a capire, in ogni caso, perché bisogna richiamare con insistenza l’attentato terroristico di alcuni mesi fa e la solidarietà espressa allora. Continuo a leggere vignette con un messaggio molto simile: “Adesso non siete più Charlie!” e mi chiedo: l’aver manifestato la propria vicinanza alle vittime di un folle gesto sanguinario (che di certo non può essere giustificato da una vignetta irriverente), perché mai dovrebbe escludere la possibilità di criticare quanto realizzato poi dalla rivista satirica?

É inutile discutere in questo momento se il messaggio “Je suis Charlie” fosse vera solidarietà o solo un gesto compiuto per seguire la massa (spetta alla coscienza di ognuno stabilirlo).

Si può tranquillamente esprimere la propria opinione su quanto rappresentato dai vignettisti, a prescindere dal fatto che ciascuno di noi sia stato o meno Charlie, purché la critica stessa non si trasformi in odio e in tentativi censori, che ci farebbero pericolosamente assomigliare a quei soggetti che hanno armato la strage di mesi fa.

E ovviamente si può discutere, ma fino ad un certo punto e con intelligenza. In queste ore, sto notando, più che altro, un proliferare di indignazioni: accanto all’indignazione verso la vignetta, vi è l’indignazione verso chi non è più “Je suis Charlie” o l’indignazione per l’indignazione. Ecco, magari potremmo smetterla di urlare allo scandalo e cercare di reagire smentendo nei fatti i vignettisti, costruendo case che non crollino al primo soffio di vento e adottando misure antisismiche. Ma siamo in Italia, ci riusciremo mai?

Introduzione

L’idea del titolo di questo nuovo blog trae spunto dall’omonimo bellissimo libro di Ennio Flaiano, che spero possa darmi diversi spunti di riflessione.

Il mio obiettivo è parlare di temi di attualità, commentare aforismi e citazioni che mi hanno particolarmente colpito o semplicemente esprimere le mie libere riflessioni. Ci saranno, inoltre, spazi dedicati alla musica, con una rubrica sui miei brani preferiti, e rinvii al mio primo blog “Un faro nella nebbia”, dedicato ad approfondimenti di cultura e dintorni.

Benvenuti!

Lorenzo

MONDO

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