La storia di Tatiana

 

La ginnasta Tatiana Gutsu ha appena denunciato una violenza subita a 15 anni da un altro atleta, Vitalj Sherbo, all’epoca diciannovenne e icona della ginnastica artistica. Ha atteso 25 anni per rompere il silenzio. Lo ha fatto solo adesso, perché solo adesso ha trovato la forza di denunciare.

Non voglio fare paragoni con le vicende hollywoodiane sulle quali si è detto fin troppo creando (almeno in me) tanta confusione.

Le parole di Tatiana, invece, mi hanno acceso una luce. Lei si è sentita “rinchiusa nella prigione del silenzio per tutti questi anni”. E anche se qualcuno potrebbe dirle che ha aspettato troppo, alla fine lo ha fatto, ha denunciato ed è uscita da quella prigione. Ciò che lei spera adesso è che grazie alle sue parole anche altre vittime riescano a uscire dal silenzio. Grazie a un sostegno che lei non ha avuto, considerato che le persone che allora avrebbero potuto aiutarla le hanno voltato le spalle.

Tatiana

Premi Nobel e lotta al nucleare

 

Questa settimana si è caratterizzata per l’assegnazione dei Premi Nobel. Tra i più discussi e attesi c’è¨ sicuramente quello dedicato alla letteratura che è andato a Kazuo Ishiguro, autore, fra l’altro, di “Quel che resta del giorno” (1989), da cui è stato tratto il film omonimo, con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Dunque, un autore ben noto e premiato in tutto il mondo, al di là delle polemiche, e che sicuramente inserirò tra le mie letture.

Il Premio Nobel per la Pace, invece, è stato assegnato alla Campagna Internazionale contro le Armi Nucleari (ICAN) per “il suo lavoro nel portare l’attenzione sulle conseguenze umanitarie catastrofiche di qualsiasi uso delle armi nucleari”. L’ICAN ha infatti cercato di colmare il vuoto giuridico favorendo l’introduzione di divieti di approvvigionamento di armi nucleari.

Un lavoro molto importante, quindi, che si auspica continui favorendo la sensibilizzazione contro il nucleare, nella speranza, pur debole, che certe potenze mondiali inizino a ragionare seriamente su tutti i pericoli che ne derivano. Anche se credo che Mafalda abbia fin troppo ragione.

mafalda mondo

Umanità e onestà intellettuale

 

Gli ultimi episodi di cronaca (Rimini e Firenze) dovrebbero farci riflettere in qualche modo. Un comportamento adeguato, sintomo di onestà  intellettuale, sarebbe quello di non approfittare di ogni episodio di violenza per scatenare rivalse di ogni tipo. Si vomita il proprio odio generalizzato verso la categoria, il gruppo, il popolo cui l’autore del gesto appartiene per propria scelta o per destino, finendo per dimenticarsi delle vittime o addirittura colpevolizzandole, a seconda del casi.

Eppure, ci sono professionisti che svolgono indagini, che cercano di capire come sono andati i fatti, che si occupano delle vittime attenuando i loro traumi. Tutti i colpevoli, terminate le indagini e accertati i fatti, devono pagare e assumersi le proprie responsabilità  personali.

Tutto il restante clamore a cosa serve, se non a chi lo sfrutta per migliorare la propria posizione di vantaggio? Il giustizialismo da quattro soldi, i vari “se l’è cercata”, “sono tutti così”, i giudizi sparati a caso, le bufale diffuse a piene mani ci rendono indegni di essere chiamati “esseri umani”.keep-calm-and-stay-human-10

La spaventosa idea dell’orrore

Domenica mattina. Mi alzo dal letto per fare colazione e il mio sguardo, a un certo punto, cade distrattamente su uno stralcio di notizia che mi fa allarmare. Comincio a pensare, illudendomi, che possa trattarsi di un errore o di uno scherzo di chi ha voluto riproporre una vecchia notizia. Ma, poi, capisco che è tutto reale, che l’orrore ha di nuovo travolto altre vittime.

Tragicamente, ancora vittime a Londra, tre attentati nel Regno unito nel giro di poche settimane. I nervi sono ormai allo stremo, al punto che quasi contemporaneamente a Torino un falso allarme procura un migliaio di feriti.

L’orrore del reale è nulla contro l’idea dell’orrore”. Questa frase del Macbeth di Shakespeare continua a risuonarmi in testa. Nella tragedia shakespeariana è pronunciata in un contesto diverso (I miei pensieri, solo virtuali omicidi, scuotono la mia natura di uomo; funzione e immaginazione si mescolano; e nulla è, se non ciò che non è), eppure rende l’idea di ciò che siamo diventati, talmente condizionati dalla paura che finiamo per creare l’orrore anche quando non esiste. E, magari, finendo per dare luogo a estenuanti dibattiti con insulti connessi.

Strage

L’orrore degli attacchi terroristici e delle stragi ce lo portiamo dentro da sempre, purtroppo abituati ormai ad avere nella nostra patria capi spietati che hanno stabilito di avere diritto di vita e di morte su chiunque rappresenti un ostacolo.

Eppure, siamo in uno Stato di diritto che deve far rispettare le regole e applicarle a tutti nella loro interezza. Di conseguenza, se il supremo organo giurisdizionale, competente nell’applicazione uniforme del diritto, sancisce che una decisione di diniego di differimento della pena debba essere motivata in modo più adeguato (che non implica che sia stata decisa alcuna scarcerazione, come molti giornali vogliono lasciare intendere), quelle motivazioni andranno integrate e riviste.

Anche se fa male anche solo pensare di poter parlare di diritti e dignità nei confronti di chi il rispetto della dignità altrui non lo ha mai avuto – con negli occhi le immagini delle stragi, l’orrore straziante di vite stroncate – bisogna ricordarsi che uno Stato di diritto rispetta le regole, quelle stesse regole che un’associazione mafiosa calpesta inesorabilmente.

Poi, si possono aprire infiniti dibattiti sulle profonde disuguaglianze nell’applicazione dei diritti, sulla indegna situazione delle carceri, dibattiti che si auspica siano costruttivi e non solo basati su insulti reciproci. Ma, in assenza di uno Stato che applichi il diritto, c’è solo giustizialismo, fondato sulla quella spaventosa idea dell’orrore.

L’addio in lacrime del capitano e un po’ di retorica

Premetto che non sono romanista, anzi in realtà non sono neanche un gran tifoso di calcio, per cui difficilmente mi faccio coinvolgere. Eppure, quando ho assistito al commiato in lacrime di Francesco Totti, circondato dall’affetto evidente dei tifosi, non solo non mi sono affatto stupito, ben conoscendo la grande passione dei romani per il loro capitano, ma mi sono anche un po’ intenerito.

Più che Totti, mi hanno fatto tenerezza i tifosi, mi hanno indotto a pensare che esiste ancora tanta gente che ha i propri miti, punti di riferimento in cui credere (al di là delle mode passeggere) e, fortunatamente, non è ancora completamente disillusa da tutto ciò che la circonda.

Guardando Totti, mi è venuto, poi, in mente un altro capitano, Paolo Maldini, che anni fa si licenziò dalla sua carriera di calciatore (anche lui fedele alla stessa maglia per tanti anni) in un’atmosfera non del tutto serena, con alcune contestazioni e fischi. Una situazione abbastanza triste per un ragazzo che, a dispetto di tutto ciò che si può pensare di un calciatore, ha dato molto ai suoi tifosi e ha ricevuto in cambio poca gratitudine. In fondo, Totti può considerarsi davvero fortunato ad avere avuto cotanta tifoseria che lo ha riempito di affetto fino alla fine.

Per il resto, ci può stare un po’ di ironia da parte di coloro che hanno ritenuto tali manifestazioni leggermente esagerate. Tuttavia, le persone che indulgono continuamente nell’indignazione, fissano priorità e si lasciano andare ad affermazioni del tipo “invece di pensare alle cose serie, ai poveri, ai disoccupati!” mi lasciano sempre un po’ perplesso perché non riesco a capire bene il nesso. Più che altro, mi ricordano, per un certo verso, quelli che dicono “invece di pensare agli animali, pensate alla fame nel mondo”. E, magari, loro non pensano né agli animali, né alla fame nel mondo.

TOTTI

La lotta contro l’omofobia tra pregiudizi e leggi dimenticate

Mercoledì si è celebrata la giornata mondiale contro l’omotransfobia, ricorrenza promossa dall’Unione europea nel 2004. Una giornata interamente dedicata alla sensibilizzazione, un momento importante per puntare l’attenzione contro pregiudizi e stereotipi, contro chi ancora crede che esista un “diverso” di cui aver paura o nei cui confronti sentirsi superiori, un “diverso” che si vorrebbe osteggiare in ogni modo. E il mio pensiero è rivolto, in particolare, a una piccola parola, a una semplice congiunzione, quel “ma” di chi nega per sé la condizione di omofobo, ma poi spalanca la porta verso un sconfinato mare di avversione, ignoranza, pregiudizio. Un “ma” che dovrebbe iniziare a sparire.

Giornata mondiale omofobia

Sul tema dell’omofobia, ho letto qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal giornalista Giovanni Fontana nel suo blog “Distanti saluti”, in cui affermava che l’omofobia è una parola non corretta, che lascerebbe intendere che l’unica fonte di odio verso gli omosessuali sia la paura, mentre “il disprezzo per gli omosessuali ha molte forme: la repulsione, l’odio diretto, l’ignoranza schietta, il conformismo che ride del diverso, e in generale un approccio acritico, che non si domanda davvero che bene o male possa fare un omosessuale, ma si affida a quello che ne pensa l’ambiente che si ha attorno. E l’ambiente è spesso maschilista, banale, ferocemente canonico“. Nel post si racconta la storia, poco nota in Italia, di Graeme LeSaux, calciatore inglese oggetto di una vera e propria persecuzione da parte dei suoi compagni di squadra, convinti che fosse gay, e, subito dopo, da parte delle tifoserie. Che il ragazzo non fosse realmente gay era solo un dettaglio, tutti avevano deciso, in base ai giornali che leggeva, alla musica che ascoltata, agli amici con cui andava in vacanza, che era omosessuale e che per questo doveva diventare oggetto di continuo dileggio e disprezzo.

Sappiamo bene che episodi simili di persecuzione ve ne sono tanti in Italia e finiscono sui giornali soltanto quando la vittima oggetto di tali vessazioni decide di togliersi la vita. Per non parlare degli episodi di pestaggio (a Roma intorno alla zona del Colosseo erano molto frequenti in un certo periodo) da parte dei cosiddetti “uomini veri“, che di umano non hanno nulla.

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E, accanto a tali episodi di violenza, non possiamo dimenticare quell’omofobia strisciante propria dei moralisti e perbenisti che, nella loro intolleranza, organizzano manifestazioni incentrate sull’odio, volte a negare diritti. Ricordo ancora che l’organizzatore principale di tale manifestazione (Gandolfini), di fronte ai suicidi di giovani omosessuali, suggerì di “spingerli verso l’eterosessualità”.

La lotta contro l’omotransfobia non può quindi concludersi in una sola giornata, ma continuare giorno dopo giorno. Per questi motivi, c’è bisogno in Italia di una legge che contrasti tali fenomeni, punendoli severamente, oltre a una campagna di sensibilizzazione.

Attualmente, vi è un disegno di legge che giace in Parlamento, un testo presentato dall’Onorevole Scalfarotto del PD approvato dalla Camera dei Deputati nel settembre del 2013, poi trasmesso al Senato: la discussione in Commissione Giustizia è, tuttavia, ferma dal mese di luglio del 2014.

Il testo prevede reclusione e multe per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull’omofobia o transfobia, per chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i medesimi motivi, per chi partecipa ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza basata sull’orientamento sessuale. Viene, in ogni caso, fatta salva la libertà di opinione ed espressione (tutelata, comunque, dalla Costituzione), purché non si istighi all’odio o alla violenza.

La discussione è ferma in Senato a causa dell’ostruzionismo, neanche a dirlo, dei partiti di destra (soprattutto la Lega) che temono che venga lesa la libertà di opinione, nonostante le salvaguardie stabilite dalla legge stessa. In sintesi, i politici hanno paura che, andando in giro a dire che i gay sono malati e che le unioni civili sono contro natura, qualcuno possa fargli causa. Tuttavia, non si preoccupano minimamente che tanti ragazzi possano essere picchiati o indotti al suicidio, non è quella la loro priorità.

Sappiamo bene, purtroppo, che le discussioni parlamentari somigliano sempre più a un poco edificante teatrino di manovre politiche, dettate da squallidi interessi di parte, in cui i diritti ed i sentimenti di persone vere passano in secondo piano. La speranza è che le parole pronunciate dal Presidente Mattarella possano smuovere tale situazione di stallo.

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Se la diffamazione corre sul web

La storia di Alfredo Mascheroni fa davvero rabbia per tanti motivi. Qualcuno arriva di punto in bianco e, per uno stupido scherzo, per idiozia, per cattiveria, decide di infangare la reputazione di questo ragazzo diffondendo una falsa notizia e dicendo in giro (mediante la condivisione di una sua foto su Facebook e su Whatsapp) che si tratta di un pedofilo. La gente, come spesso accade, non si pone troppi interrogativi, abbocca e continua a condividere la foto di Alfredo, contribuendo a diffondere questa diffamazione.

Quindi, il gesto perfido ed estremamente stupido di un singolo si diffonde senza misura attraverso la rete che ne amplifica la portata passando attraverso tutti coloro che, come spesso accade, senza alcuna prova e senza riflettere neanche un attimo, tendono a farsi giustizia da soli, a ergersi a giudice, giuria e boia, insultando il povero Alfredo, lanciando parole come fossero sassi e continuando a diffondere tale falsità.

Alfredo gestisce un bar che, come si può vedere dalla foto, in queste ore è stato colpito dai vandali che ancora continuano a spargere infami bugie. Purtroppo dallo spazio virtuale i problemi si sono spostati alla realtà materiale.

Alfredo

In tali occasioni, si è portati a inveire contro Internet e i social, demonizzandoli e considerandoli causa di ogni male. Tuttavia, occorre riflettere sul fatto che si tratta soltanto di strumenti che, se ottimamente impiegati, possono essere estremamente utili, agevolando la nostra vita, favorendo la diffusione di nozioni e testi culturali, consentendoci di girare per il mondo senza muoverci dalla nostra stanza.

Chiaramente, dietro tale realtà virtuale possono esserci persone profondamente cattive, stupide o ignoranti, che sono comunque le stesse che agiscono nella vita reale, fanno del male agli altri, diffondono fandonie, insultano o adescano soggetti deboli e facilmente influenzabili.

Se ci pensiamo, la diffamazione via social non è molto diversa dalle false voci o dai pettegolezzi che venivano diffusi di bocca in bocca, specialmente nei piccoli paesi, anche prima dell’avvento di Internet. Forse, la differenza sta nella rapidità con cui si raggiunge l’obiettivo, ma il loro effetto finale è identico: distruggere l’immagine e la reputazione di una persona impedendogli di vivere serenamente. In sintesi, non sono gli strumenti a creare i problemi, ma le persone che compiono il male nella realtà, sia essa materiale o virtuale.

Tramite la polizia e il blogger David Puente, Alfredo sta cercando di risolvere l’assurda situazione in cui si è trovato. E la speranza è che si arrivi presto a una soluzione.

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Finalmente giustizia per Sara

È trascorso quasi un anno dal brutale assassinio di Sara di Pietrantonio, quel terribile episodio che ha profondamente scosso l’opinione pubblica. Sara si era innamorata, aveva provato brividi e sentimenti tipici di una storia appena sbocciata. Poi, però, le cose erano andate diversamente. Lei aveva capito che i sentimenti possono finire e le storie avere un termine, ma il suo ex fidanzato Vincenzo non aveva alcuna intenzione di farsene una ragione. Pensava che lei fosse di sua proprietà e che nessuno avrebbe mai potuto prendere il suo posto o avvicinarla. E così, una terribile sera di giugno, Sara è stata uccisa e il suo corpo è stato dato alle fiamme. Una morte crudele procurata da un essere privo di coscienza.

Della morte di Sara avevo parlato l’anno scorso, soffermandomi sull’indifferenza di coloro che quella sera non si erano fermati ad aiutarla e sui problemi di una società che spesso non riesce a provare empatia per il prossimo. Tuttavia, adesso il tema è un altro.

L’assassino di Sara è stato condannato all’ergastolo e, salvo successivi sconti, pagherà la giusta pena per ciò che ha commesso. Molte persone, a tale annuncio, hanno reclamato l’introduzione della pena di morte per un reato del genere, ma io non sono assolutamente d’accordo. E non lo dico semplicemente per un motivo religioso, pur essendo convinto che nessuno abbia il diritto di provocare la morte di un altro, qualunque cosa abbia fatto, salvo rari casi. Sono contrario alla pena di morte perché credo che la detenzione in carcere debba servire al condannato a ripensare spesso a ciò che ha commesso, al dolore che ha provocato ai familiari della propria vittima, alla crudeltà con cui ha annientato una vita.

Sara Di Pietrantonio

Sono pienamente d’accordo, poi, con coloro che affermano che il carcere non debba in generale avere una funzione meramente punitiva, quasi fosse una vendetta o una rivalsa della società nei confronti del condannato, considerato che, come recita l’articolo 27 della nostra Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Una rieducazione necessaria ai fini della futura reintroduzione dei carcerati nella società.

Mi chiedo, comunque, se il carcere potrà riuscire davvero a svolgere questa funzione rieducativa nei confronti di Vincenzo. Di fronte a un ragazzo che ha agito con tanta crudeltà e che non ha mostrato alcun segno di pentimento, mi riesce davvero difficile pensare ad un suo futuro reinserimento nella società. Di certo, dovrà ripensare al male compiuto, anche se questo non consentirà ai genitori di Sara di riavere indietro la loro ragazza.

Ospitalità e intolleranze quotidiane

Le recenti parole pronunciate da Debora Serracchiani sono ormai abbastanza note. Praticamente, a suo avviso, uno stupro è sempre un atto odioso, ma, se commesso da un rifugiato, è moralmente e socialmente più inaccettabile.

Io credo che queste parole, più che razziste, debbano considerarsi inopportune. Si tratterebbe, infatti, di un ragionamento basato su una certa filosofia secondo cui il sentire comune avvertirebbe come particolarmente fastidiosa l’ingratitudine di un ospite. E, a mio avviso, questo ragionamento è connotato da una certa ipocrisia.

Se, per un atto spontaneo di generosità o in forza di eventi contingenti, dovessi decidere di ospitare un forestiero nella mia casa, sarei ben consapevole di non potermi davvero fidare a occhi chiusi di lui, non avendolo mai visto prima, a meno che io non sia completamente ingenuo o fuori dal mondo. In tal caso, cercherei di stare attento, adotterei le mie precauzioni e, qualora il mio ospite dovesse rivelarsi davvero un delinquente e dovesse, comunque, commettere un reato a mio danno, lo denuncerei in modo che paghi per il male commesso. Di certo, non cadrei dalle nuvole urlandogli scandalizzato “che ingrato!”, considerato che, nel momento in cui ho deciso di dargli ospitalità, ero consapevole del rischio che potevo correre. Oltretutto, saprei bene che un criminale non ha certamente a cuore il valore della gratitudine.

Allo stesso modo, uno Stato che apre i propri confini e fa entrare persone provenienti da Paesi in guerra, disperati che fuggono dalla povertà oppure immigrati in cerca di lavoro, dovrebbe sapere bene che non tutti sono brave persone, che tra di loro vi saranno alcuni delinquenti come accade in tutte le popolazioni. Il rischio esiste, per cui quando un rifugiato o un immigrato commette un crimine, è abbastanza ipocrita e inutile parlare di “rottura di un patto di accoglienza” o di violazione di valori, considerato che, come ho detto prima, nessun criminale, italiano o straniero, ha davvero desiderio di rispettare quei valori. L’ipocrisia è ancora più evidente se si pensa che chi fugge spesso lo fa perché nel suo Paese c’è una guerra che le stesse forze occidentali hanno contribuito a fomentare. E di certo l’Italia non è esente da colpe.

Rifugiati

Certamente, lo stupro è sempre un crimine odioso e, dovendo operare una differenziazione, io direi che è moralmente e socialmente più inaccettabile (e in alcuni casi penalmente più grave) una violenza perpetrata da chi ha la piena fiducia della vittima (un parente, un amico, un insegnante, un prete), a prescindere dalla sua nazionalità.

In ogni caso, si deve pretendere da tutti, in maniera indistinta, il rispetto delle regole giuridiche e morali, per cui non è accettabile l’affermazione secondo cui “ho accolto il rifugiato, mi aspetto quindi da lui il massimo rispetto delle regole”, perché potrebbe lasciare intendere che non si pretende lo stesso rispetto delle regole dagli altri, dando adito alla becera mentalità secondo cui, se stupra l’immigrato deve essere linciato, se stupra l’italiano figlio di buona famiglia, è solo una ragazzata.

Le frasi della Serracchiani sono inopportune anche perché, se un politico lancia un proclama “lo stupro è più grave se lo commette un rifugiato”, finisce per assecondare i pregiudizi di tutti coloro che cercano di utilizzare gli immigrati come capro espiatorio per ogni problema al fine di ottenere consenso, che pensano che siano gli unici a delinquere o che vengano in Italia per rubarci il lavoro.

Infatti, se l’immigrato che sta nel mio quartiere cerca di integrarsi pulendo le strade, mentre la giunta comunale latita, allora tutti si precipitano a dire che c’è un racket dietro; se un immigrato ha un lavoro e un reddito, allora secondo qualche quotidiano, certamente troverà il trucchetto per pagare un centinaio di euro di tasse in meno. Tutto questo, mentre diversi italiani evadono per miliardi ed esportano capitali all’estero.

Nessuno nega che esista un problema di gestione dei flussi immigratori, ma i problemi di certo non si risolvono con i proclami inutili e dannosi che fomentano i pregiudizi e agevolano i procacciatori di voti.

Debora Serracchiani

Presunti flop e numeri a caso per le unioni civili

È in vigore da circa un anno una legge che disciplina le unioni civili, approvata in Italia dopo un’attesa di tanti anni, con grave ritardo rispetto ad altri Paesi considerati civili, in un contesto di pressioni, ingerenze esterne e compromessi. La legge presenta parecchi limiti e talune discriminazioni, ma alla fine è stata emanata e garantisce determinati diritti.

Ci sono, dunque, tutte quelle persone che hanno atteso a lungo che quella legge fosse approvata. Alcuni di loro hanno deciso di usufruire subito di quei diritti faticosamente (e parzialmente) acquisiti. Altri magari decideranno di aspettare ancora. E, considerato che il diritto implica anche libertà, c’è chi deciderà di non usufruirne affatto.

Ma il diritto esiste, è concreto e attuale e tutti devono avere la possibilità di goderne o meno. Non è certo un fondo che viene stanziato nel bilancio dello Stato e deve essere utilizzato subito altrimenti va “in economia“.

Si tratta di ragionamenti forse scontati, ma, a quanto pare, non chiari a tutti. A iniziare dal quotidiano “La Repubblica” che, evidentemente a caccia di nuovi lettori, pochi giorni fa ha deciso di fare i conti della serva, indicando quante coppie hanno deciso di unirsi civilmente in un anno, per far uscire poi un articolo con un titolo abbastanza imbarazzante “Flop delle unioni civili“. In pratica, numeri che presi in assoluto non indicano nulla sono serviti per stabilire arbitrariamente che le unioni civili sono state un flop, neanche stessimo parlando di offerte al supermercato.

I diritti vengono, quindi, ridotti a mere cifre da offrire in pasto a soggetti come Adinolfi o Salvini che, con la bava alla bocca, si staranno fregando le mani e non vedranno l’ora di strumentalizzare questa notizia per la loro campagna denigratoria e distruttiva. Bisogna ricordare sempre che il leader leghista, qualora al Governo, non si farà molti scrupoli ad abrogare tale legge, convinto che i diritti garantiti a qualcuno possano danneggiare altri.

È vero che la libertà di stampa è un diritto costituzionale, ma a volte usare il cervello quando si scrive non sarebbe male.

unioni-civili

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