Fotografarti

A te piaceva farti fotografare, erano pomeriggi d’estate di un caldo boccheggiante.
Ti vestivi poco, abitini a fiori, trasparenze di luce lasciavano percepire la pelle, barlumi sui capelli rame e riverberi di chiaro sul tuo volto sereno.

Ti piaceva metterti in posa per gioco ed io che incalzavo per vederti più naturale. Per questo, in alcuni istanti, fingevi di non osservarmi ed io che t’impressionavo su pellicola, allegra nella tua finzione alla spontaneità, istantanee di menage fermate velocemente – negativi in bianco e nero… dove saranno? Fotografie sviluppate e adesso disperse in scatole chiuse del tuo ultimo trasloco.

– Stai fermo e fotografami senza toccarmi, fai il professionista e guardami.. sono impalpabile, scrutami.. cercami… ed amami con gli occhi… cambiami, fammi bella, fammi diventare un frammento della tua espressione, fammi essere leggera, fammi essere vanitosa, fammi essere tua… –

Ed io scattavo, ansimando scattavo, afferravo la tua luce e mi pulsavano le vene… sentivo qualcosa di estraneo fluire nei capillari…

…forse era così… forse nel mio sangue, in quel momento, scorreva tutta la tua irrefrenabile tentazione. Era il desiderio, principio di ogni compiacimento.

self

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Pensieri

E’ solitudine quando abbiamo bisogno degli altri,
ma gli altri non hanno bisogno di noi.

Oppure è solitudine quando sappiamo essere soli con noi stessi al punto tale che non riusciamo più a destabilizzare il nostro equilibrio interiore;
…è solitudine quando non vogliamo accettare che necessitiamo degli altri;

Lo è quando quella necessità, quel “bisogno desiderato” è sempre più singolare ed esclusivo…

così impossibile da trovare nell’ordinario vivere…
in quel tempo di tutti i giorni, nella gente qualunque.

lo straniero

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Nettuno

Ho ripreso a radermi tutti i giorni, merito dei ritmi sicuramente più blandi qui in campagna.
Ho tempo persino di preparare la schiuma dal sapone solido, frizionando la pelle del viso con il pennello; consuetudini che ho visto fare a mio padre per anni, lui non è di questo tempo insensato, una generazione mi divide da lui.

Stranamente qui in campagna si è tutto fermato. E’ la vacanza che prediligo, penso mentre mi guardo allo specchio e inizio a limare verso il basso per passare poi al contropelo.

Tempo senza programmi, senza mete, all’insegna del caso. D’altra parte non è forse tutto l’anno che mi occupo di progettare e pianificare? Questo tempo invece no, è il mio tempo e lascio regia alla sorte, nel mistero dell’imprevedibilità… inoltre sostengo che l’attrazione sia proprio in tutto ciò che non risulta scontato, così sempre prevedibile…

C’è silenzio, la strada statale è troppo lontana per trasportare i rumori fin qui. Gli unici suoni sono quelli dell’estate, fatta dei canti di uccelli, delle foglie degli alberi e delle orchestre di cicale che iniziano ad intonare già nelle prime ore pomeridiane, quando la pace si fa ancora più forte.

Proprio a quell’ora inizia la sosta e sempre più forte arriva il vento dal mare.

Allora prendo un libro e io guido fino a Nettuno che dista pressappoco dieci chilometri.

Il borgo medievale è deserto; ritorno sugli stessi luoghi come tutti gli anni, passando dal cavone verso la balconata sul porto turistico. Scendo le scale dalla piazza, quelle che costeggiano la vecchia fonte per intenderci.

La quiete si sparge in superficie, lasciando intendere al rumore dell’acqua che si infrange sulle barche a vela. Attraverso i moli fino ad arrivare al faro. Si sente la sigla del telegiornale delle due provenire da un’imbarcazione e successivamente, verso la banchina, solo lo spaccarsi del mare sugli scogli.

Siedo qui, sulla punta della serenità e dell’isolamento.

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La ragazza dei crediti

Dall’inizio di quel timido capolino attraverso la porta, sei entrata ed uscita dalla nostra stanza non ricordo più quante volte, una decina? Non le ho contate ad essere sincero ed ero anche un po’ perso o più opportunamente concentrato sui tanti ragionamenti all’ordine del giorno.

La riunione era iniziata alle 9:30; c’era ancora molto da discutere malgrado le prime due ore già trascorse. Lo startup della nuova banca ci impegnava su troppe criticità ancora da smarcare, quale sarebbe stato il target dei clienti campione? Quali i criteri per la generazione dei portafogli?

Sei entrata per utilizzare la fotocopiatrice, la più vicina al tuo ufficio, ed è stato in quel momento che la cravatta mi stringeva al collo più del normale e l’ambiente mi sembrava chiuso di un’aria troppo pesante.

Sono bastati venti metri al massimo di quel tuo passo deciso, quei movimenti perfetti, stretti in un tailleur blu, le gambe nude – alte – che laceravano l’aria con un fruscio di pelle… ed un sorriso di padronanza che mi ha lasciato disorientato.
Roberto e Mario che analizzavamo gli ultimi flussi di dati, si sono arrestati per fissarmi attendendo una risposta ad una domanda posta che non avevo udito in alcun modo.

– ma sta seguendo Ingegner Penna? –
– no, scusate, ma oggi il condizionatore è rotto vero? –

Loro non mi hanno di certo capito, ma il tuo accenno di sorriso mentre eri di spalle a loro, ha segnato un sottile traguardo di complicità.

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Alberto

Poteva essere solo questione di qualche anno e dunque lo avrei conosciuto.
Cosi come è stato per Bevilacqua, per la Maraini alla presentazione di ‘voci’ nel ’93; era allora che frequentavo quel salotto culturale a Casalotti, un quartiere di Roma. E’ stato proprio all’incontro con la Maraini che ho iniziato ad appassionarmi così per lui, nelle narrazioni di lei e per come le brillavano gli occhi parlando del compagno ormai scomparso da qualche anno.

Cosa ha di particolare Moravia? Sinceramente non lo so.

Forse un po’ tutto il neorealismo italiano mi appassiona; c’è qualcosa di assolutamente semplice in quei racconti e allo stesso tempo una ricerca di profondità di pensiero che non è propriamente ovvia. Mai nulla di scontato e mai nulla di troppo fantasticato, tipo quelle storie inverosimili da improbabili colpi di scena che alla fine ti distaccano dal poter prestarci fede.

C’è la realtà di tutti i giorni e di tutti noi.

C’è l’esposizione di una verità attraverso il susseguirsi di situazioni. Ciò che difatti assume valore è proprio questa verità e non tanto la ricerca di stile; oggi mi sembra che la ricerca d’espressione sia in primo piano rispetto al pensiero… comprendi quello che voglio dire? Pagine di metafore e giri pindarici ma per arrivare a cosa? E il concetto?

E poi amo la scrittura in prima persona dove la narrazione è condotta esclusivamente dallo scrittore stesso e non da un terzo individuo che somiglia ad un suggeritore di teatro nascosto nella buca; senza dimenticare poi che Moravia è un Voyeur e che io sono un fotografo.
Le sue sono descrizioni visive che riconducono sempre a qualcosa di fotografico, inquadrature, particolari messi a fuoco, tagli.. luci, ombre.
Non è un caso che più registi abbiano usato i suoi libri come sceneggiature: la ciociara, la noia, l’uomo che guarda, ieri, oggi… domani – Sì, ieri, oggi.. domani, hai presente il secondo episodio della snob Milanese? Ebbene si, è un racconto moraviano…. si potrà dire moraviano?

Lo so…

…sono in conclusione… lo so, mi rimane poco altro da leggere di lui… cosa farò quando avrò finito di leggerli tutti? Non lo so… forse farò come i film di Truffaut, andrò a riprenderli uno ad uno, alla ricerca di nuove angolature, per scavare in profondità ancora qualche nuovo significato non compreso precedentemente, sì perché, tutto sommato, ciò che osserviamo risulta sempre essere differente nel tempo, rispetto alle nostre consapevolezze del momento, ma soprattutto anche rispetto al nostro stato d’animo transitorio.

self

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Ancora su Mara

Il disegno di Laliberte poteva essere presagio su una scena futura, ma io non potevo immaginarlo…
Ora che da giorni ormai sono partito, lontano dai binari di Milano, allora ripenso su quanto accaduto.

Ripenso a quell’ultima scena veduta: il buio dell’ora solare, le lancette che segnano le nove e la pioggia battente.
Il mio indugio al riparo del porticato della stazione ed il vederla in attesa della ripartenza del treno appena fermatosi al nostro comune arrivo. Il suo allontanamento nello svincolo di un sovrappasso prudente, oltre i binari, verso il vecchio passaggio dismesso che porta in via Antonio Gramsci.
L’ombrello spiegato ed i suoi passi incerti tra una pozza d’acqua ed uno snodo di metallo.

Avrei voluto seguirla, avrei dovuto seguirla?

Il desiderio di riuscire a trovare un punto, un percorso comune, uno spunto di recapito per una lettera.
Un foglio di carta scritto, un pensiero tra un viaggio, tra un ritardo, tra uno scambio di rotaie ed una coincidenza… una coincidenza di incroci tra treni…
…e sguardi… tra noi.

Mara

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Licia Maglietta

Tappa a Roma.

Non posso mancare all’annuale appuntamento in piazza Argentina – Feltrinelli.
Ho finito il libro e devo farne nuova provvista, poi è questione anche di orario, sono le quattordici, una giornata di canicola, dall’asfalto c’è un esalazione di calore percepibile dalla nebbia di smog che si forma attraverso il passaggio delle automobili.
Ho fame; adoro sostare qui nel caffè del secondo piano, appartato, mentre migliaia di turisti affollano i bar romani, a questo punto anch’essi organizzati a preparare bucatini all’amatriciana imbustati alla quattro salti in padella.

Il bancone è vuoto e il barista è distratto da un sudoku.

Ordino un tramezzino, un bicchiere d’acqua e un caffè chiedendo di prepararlo più tardi.
Mi guardo attorno per cercare posizione e non posso fare a meno di notare il tavolino dove ero seduto a Natale con Stefania. E’ dove scartammo i regali, ricordo.
Il mio lo avevo acquistato un minuto prima proprio allo scaffale della narrativa – nulla di più banale ora che ci penso – regalare dei libri incontrandosi in una libreria; non so neppure se può confortarmi il fatto che fossero due libri scelti alla lettera R: Henri-Pierre Roché, gli unici due romanzi che ha scritto nella sua vita l’autore.

Il suo regalo, un orologio, quello che ora tengo nel taschino da portare in riparazione, caduto un mese fa rovinosamente da uno scatolone del trasloco. Lo guardo, ha il vetrino scheggiato, il numero otto sta per staccarsi e non posso più sistemare l’ora; qualche volta aspetto che sia l’attimo giusto per rimetterlo al polso e far riprendere la carica dal movimento del braccio, ma l’intoppo si ripete ogni qual volta lo dimentico sul comodino, verso il mattino si ferma più o meno allo stesso orario, otto e venti, e devo aspettare il giorno dopo per rimetterlo al polso. Stranamente mi viene da pensare ad un’analogia di quello che è stato il rapporto con Stefania.

Il cartellino della garanzia indica: Viale Adriatico, 25 – deve essere dalla parte di Monte Sacro.

Non portavo orologi prima ed ora non è neppure solo questione d’abitudine – è l’unica cosa che posso ancora riparare di noi.

Il caffè mi è stato servito.

Ho scelto uno strapuntino alto sulla piana d’appoggio che affaccia verso lo spazio inferiore, reparto arte. Faccio mente locale per pensare a qualche autore italiano del novecento su cui investire il tempo di quest’estate solitaria: Tozzi, Vassalli, Soldati… Sì poiché amo la letteratura italiana e leggo solo letteratura italiana; un motivo è che sono insofferente alle traduzioni, l’altra spiegazione e che mi sto appassionando di tutto quello che è il neorealismo dei primi del novecento.
Il tavolino di Natale sta per essere occupato da una donna.

La osservo con la coda dell’occhio. Ha un vestito chiaro, estivo, che le scende fino a poco sotto il ginocchio, un sandalo bianco che fa pensare che sia appena uscita da un matrimonio, forse ha un incontro?

E’ sinuosa, cammina con i fianchi protesi mettendo un piede avanti l’altro, con ordine, con un’accuratezza in ogni gesto, persino mentre sposta la sedia dal tavolino lo fa con leggerezza senza che nessun rumore risuoni sul parquet. Mentre si siede le cade una spallina che sistema prontamente. Somiglia all’attrice di pane e tulipani, come si chiamava? Non mi viene il nome… Anche un po’ alla Binoche in Chocolat… Laura Morante? No…. Non era lei…

Guardo il fondo del caffè riflettendo. Licia Maglietta ecco! Sì Licia Maglietta. Il Bar si è popolato, sono le quindici e quindici.
Licia Maglietta è sempre li, La borsetta è sul tavolo assieme al suo caffè. Non ha un appuntamento; è passato troppo tempo.
Ha dei libri con se, immagino appena acquistati o per presa consultazione, difatti è di abitudine qui prendere dei libri e leggerne alcune pagine nei salottini prima di dirigersi in cassa.

Licia Maglietta ne esamina il primo, lo ruota scrutando il disegno in copertina, poi lascia scorrere le pagine… comprendo che lo fa per fermarsi su una scelta per sorte… e così inizia a leggere.
Dalla lettura di quella pagina casuale, deciderà se acquistare o meno il libro – da qui non riesco a leggerne il titolo – mi sto incuriosendo.
Mi piace come ha il viso assorto, come con una mano tiene il libro sul tavolo e come con l’altra gioca con la bretella sulla spalla.. E’ indubbio, acquisterà quel libro misterioso – mi dico, ne comprendo l’incantesimo che quella pagina trasmette sul suo viso rapito ed anche un po’ sorridente – deve essere una persona serena Licia Maglietta… sì… serena ed introversa, penso.

roma

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Silenzi

Ricerco la comunicazione o l’allontano troppo spesso in relazione dei miei stati d’animo…
L’aspetto nei momenti di nostalgia e la evito per colpa delle diffidenza e della delusione.
Altre volte rimpatria anche contro la mia volontà, pazienta alla porta con tutta calma e nel primo spiraglio, si riaccomoda in qualche maniera… mi ritrovo rilassato.. e in perfetta sintonia in un canale comunicativo ‘esclusivo’ e ‘spensierato’.

Il senso di leggerezza allontana i timori e scioglie la diffidenza…

La comunicazione è ovunque, attorno a noi.. nelle persone, nelle cose che curiamo… tutto ciò che è tangibile, che in qualche modo entra in relazione con il nostro animo…

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