Green House Hotel

Ancora una volta ti ritrovo di fronte, non è un incrocio andante come tanti altri, non stai attraversando sulle strisce pedonali. Davanti a me, si ripresenta un’insegna dopo venti anni; Green House Hotel.

Non mi sono mai documentato in che parte di Milano si localizzasse, eccolo… è li, ci capito per caso andando in tutt’altra direzione. Mi ritornano in mente quei tre giorni. C’erano scie lucenti di automobili dietro gli alberi. Ricordo che poggiavo i gomiti sulla ringhiera di ferro, poco piegato, passavo una mano sul viso stanco, dopo ore che facevamo l’amore. Ricordo le scarpe slacciate, i pantaloni neri con la cinta allentata. Ricordo le ombre dei tuoi movimenti su di me… quanto mi hai amato, quanto ti ho amata.

Ricordo che avevi tolto le lenti e che per la prima volta ti vedevo portare gli occhiali. Ricordo il ciondolo che mi avevi regalato… non ti ho mai raccontato che me lo rubò una sconosciuta in un locale a Roma; si abbracciò con insistenza a me, la musica era alta ed io ero ubriaco. Mi penetrò con le mani sul collo parlandomi in un orecchio. Che stupido, me ne accorsi il giorno dopo facendo la doccia. Ti ho invece detto che era caduto nel sifone del lavandino… e ho mentito…

mentito stupidamente.

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Il tempo si è fermato

Il tempo si è nuovamente fermato.

Tra un respiro di primavera e il freddo della sera.
Si è fermato alle quattro del mattino, tra tutte le parole raccontate e tutte le assonanze trovate.
Si è fermato sulle musiche di Montand ed il tavolino di liquori aperti e carte di cioccolatini scartati.
Si è fermato sugli sguardi di tua figlia Elisa, che ricordavano i tuoi stessi sguardi; sui suoi piatti cucinati e la sua cordialità.
Si è fermato sul sorriso di Federica; era quasi un anno che non la rivedevo… è cresciuta, anche rispetto alla sua consapevolezza di essere più adulta… è cresciuta.
Sì è fermato sui favole di Alessia, i suoi furbi capricci e i compiti da svolgere…

Il mio tempo si è fermato lì, al mattino che eravate tutte nella stanza raccolte su un solo letto, tra le fessure della persiana ed i cuscini caduti in terra. E’ rimasto li, tra l’odore di caffè e la stanza in libero disordine.
E’ rimasto proprio li e l’osservavo quel tempo fermo, ogni volta che mi avvicinavo alla tenda scostandola per vedere l’esterno; l’immobilità della realtà, finalmente resa lontana nella sua inutile variabilità, ma soprattutto lontano dagli obblighi e dall’assuefazione di un ritmo quotidiano dove mi trovo ogni giorno coinvolto; ma il tempo ora si era fermato.

Sì, si era fermato su quella mano poggiata sulla spalla e il tuo accostarti premurosamente alle mie spalle.

– Cosa stai guardando? –
– La fine di un tempo, l’inizio di un nuovo, è tempo di… isolamento. –

L

 

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Icaro Club

Un piano bar che ricordi qualcosa della mitologia greca, un’entrata annessa ad un supermercato, carrelli della spesa vuoti, serrande abbassate e giornali promozionali pestati dai clienti.

Il locale è piccolo, dovrei recitare quanto pianificato: avvicinarmi al tuo tavolo, far finta che ci conosciamo e che non ci siamo più rivisti da quando lavoravamo a Piazza Lima… così tu riusciresti ad alzarti lasciando la comitiva di cui fa parte anche tuo marito.

Malgrado il nostro piano complice e ben studiato, non riesco, sono più inibito che audace, così mi avvicino al bancone e chiedo un Ballantine.
Mi domando se questo posto ci appartenga, appartenga al nostro mondo a quello che siamo io e te.

Ti vedo da lontano, tu non mi riconosci. C’è un ragazzo con una maglietta con su scritto Carlsberg che si agita e grida insieme alla musica di cantautore italiano, di quelli dei tempi attuali, che io non conosco. Mi giro verso il palco e poi verso te a cercare il tuo sguardo che non trovo.

I minuti passano, il mio whisky raggiunge il fondo, non sono mai stato bravo a scrivere racconti noir.

Pago il conto e vado via.

caffé

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Tangenziale

novanta centesimi
novanta per andare
e novanta per tornare

sono rimasti novanta centesimi nel cruscotto

novanta centesimi
senza più un’andata

novanta centesimi
senza più un ritorno.

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Le onde

– Cosa ha permesso che tutto funzionasse in quel tempo? Te lo sei mai chiesta? –

– Sì e spesso.. e forse sono riuscita a darmi anche delle risposte – mi passi la crema solare? –

– Quali risposte? –

– Prima di tutto, non ci siamo mai fatti urtare dalla vita, siamo stati come quei surfisti che cavalcano le onde; guardali, osserva, attraversano le fluttuazioni con stile per arrivare in riva incolumi e sempre in piedi, rispetto ai tanti che si fanno travolgere come scemi dai cavalloni… –

– Non ho ben capito cosa c’entrano le onde con la nostra storia… –

– Le onde sono le emozioni e per emozioni intendo le paure, le gioie, i risentimenti… direi che proprio non ci è mancato nulla no? –

– Direi proprio di no. Quindi vorresti dire che le emozioni non ci hanno travolto, che non ci siamo emozionati? –

– No, voglio dire che le emozioni non ci hanno mai urtato, non ci hanno mai ferito… le abbiamo colte tutte e le abbiamo vissute sempre nella maniera più produttiva. –

– Si…. ….è vero… –

– Bene, andiamo a farci il bagno? –

– Si, ho voglia di onde. –

 

Nizza Promenade

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Agosto

Sfilate di femminilità e virilità maschile, costumi sempre più stretti difendono l’intimità delle donne; segmenti sottili uniscono i tre triangoli sintetici.

E ragazzi dalla pelle di cuoio che covano con gli occhi, repressi da tempeste ormonali.

Il vento fa volare una settimana enigmistica; la sabbia inghiotte senza avidità alcuna la mia noia.

E poi la notte… silenzio esteso e stelle in picchiata per desideri sempre più serrati.
E tra il rumore di foglie, tra scricchiolii notturni c’è un canto di civetta che risveglia i passi di un geco emigrante sui muri.

E tra le parole sussurrate sottovoce, tra quelle trattenute, tra quelle mai dette… ti penso:

– Come mai questa notte non ho preso sonno? – Il pensiero mi ha unito alla tua insonnia.

mare la promenade di Nizza

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Fotografarti

A te piaceva farti fotografare, erano pomeriggi d’estate di un caldo boccheggiante.
Ti vestivi poco, abitini a fiori, trasparenze di luce lasciavano percepire la pelle, barlumi sui capelli rame e riverberi di chiaro sul tuo volto sereno.

Ti piaceva metterti in posa per gioco ed io che incalzavo per vederti più naturale. Per questo, in alcuni istanti, fingevi di non osservarmi ed io che t’impressionavo su pellicola, allegra nella tua finzione alla spontaneità, istantanee di menage fermate velocemente – negativi in bianco e nero… dove saranno? Fotografie sviluppate e adesso disperse in scatole chiuse del tuo ultimo trasloco.

– Stai fermo e fotografami senza toccarmi, fai il professionista e guardami.. sono impalpabile, scrutami.. cercami… ed amami con gli occhi… cambiami, fammi bella, fammi diventare un frammento della tua espressione, fammi essere leggera, fammi essere vanitosa, fammi essere tua… –

Ed io scattavo, ansimando scattavo, afferravo la tua luce e mi pulsavano le vene… sentivo qualcosa di estraneo fluire nei capillari…

…forse era così… forse nel mio sangue, in quel momento, scorreva tutta la tua irrefrenabile tentazione. Era il desiderio, principio di ogni compiacimento.

self

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Pensieri

E’ solitudine quando abbiamo bisogno degli altri,
ma gli altri non hanno bisogno di noi.

Oppure è solitudine quando sappiamo essere soli con noi stessi al punto tale che non riusciamo più a destabilizzare il nostro equilibrio interiore;
…è solitudine quando non vogliamo accettare che necessitiamo degli altri;

Lo è quando quella necessità, quel “bisogno desiderato” è sempre più singolare ed esclusivo…

così impossibile da trovare nell’ordinario vivere…
in quel tempo di tutti i giorni, nella gente qualunque.

lo straniero

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