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LE INDAGINI DI UN MAGISTRATO DRAMMATURGO E L’ITALIA D’OGGI

Una ventina di anni fa comperai, nella edizione TASCABILI ECONOMICI NEWTON, “Corruzione al Palazzo di Giustizia” l’opera più famosa di Ugo Betti, magistrato e drammaturgo morto a Roma il 9 giugno 1953.

Lo ricordo perchè, al di di là dell’importanza del dramma, ritengo assolutamente appropriato ai nostri giorni    il breve commento riportato nella quarta di copertina, che di seguito integralmente trascrivo:

“Rappresentato per la prima volta nel 1949 e presto diventato un successo mondiale, Corruzione al Palazzo di Giustizia é oggi una lettura di straordinaria attualità nell’Italia della mafia, della camorra e di Tangentopoli, il dramma di Ugo Betti indaga nei rapporti fra magistratura e politica, fra diritto e dignità umana, fra giustizia e potere. Ma soprattutto si pone l’interrogativo: chi sono i giudici? Sono esseri superiori e migliori di quelli che devono giudicare? Sanno realmente che cos’é il bene e il male? Betti, che fu per gran parte della sua vita un magistrato, risponde non con astratte formulazioni, ma con un dramma avvincente che affonda nei meandri della giustizia umana, nei suoi intrighi e nelle sue miserie.”

Oggi, a sessantasette anni di distanza, con la continua osmosi fra magistrati e politici e  la latente contrapposizione tra le due funzioni, che finisce per renderle partecipi del medesimo potere, con la facilità di diffusione delle notizie,vere e false, filtrate per interessi insondabili e spesso inconfessabili, l’indagine su quei rapporti e la loro corretta definizione appare e sarebbe ancora più necessaria, specialmente a tutela di quella maggioranza silenziosa, immiserita ed insicura, che porta il peso dell’esistenza di tutti.

 

 

LE INDAGINI DI UN MAGISTRATO DRAMMATURGO E L’ITALIA D’OGGIultima modifica: 2016-12-17T18:00:21+00:00da Quivisunusdepopulo

5 comments:

  1. Strana coincidenza. Anch’io,alcuni anni addietro (per l’esattezza circa trenta, ormai) fui interessato dall’opera di Ugo Betti. L’avevo ormai archiviata, e non sarei più riuscito a riportarla alla luce dai meandri della mia memoria. Grazie, perciò, per lo stimolo che mi rinverdisce anche un po’ gli anni. Ritengo doveroso, però, segnalare anche un altro Giudice di successo, che fu molto critico e inflessibile verso il suo ambiente di lavoro: Dante Troisi. L’opera aveva come titolo “Diario di un giudice”. Ebbe, per quanto ricordi, un grande successo, sia di critica che letterario. Ovviamente non mancarono gli ostacoli, soprattutto da parte della sua stessa categoria. Ho avuto il piacere di conoscere un suo diretto nipote, che gli ha dedicato anche un saggio, nel quale ricorda il periodo di prigionia in Texas dello zio. Si, proprio di prigionia, perchè Dante Troisi era stato soldato (credo ufficiale) durante la seconda guerra mondiale. Dopo, però, tutto questo prologo non posso sottrarmi anche al dovere di lasciare una modesta riflessione sul tema del post. Quella che si definisce “osmosi tra la magistratura e la politica” è, in realtà, una grave malattia endemica del sistema. Purtroppo non è un male solo di questi tempi. “Mani pulite” ha portato per un breve periodo una speranza di cambiamento, ma poi tutto è ritornato come prima. Anzi, a dire il vero molti protagonisti di quella fase storica hanno tratto ottimi benefici personali, anche in termini di carriera, e qualcuno ha scalato (?) anche il mondo della politica. Credo che l’errore più grave finora commesso sia stato quello di non ascoltare i buoni suggerimenti degli antichi, che avevano riflettuto a lungo sui vizi degli esseri umani. Socrate consigliava di educare l’uomo; di farlo crescere col culto delle virtù, e di apprezzare la conoscenza. Possiamo, perciò, creare le migliori forme costituzionali, ma senza educare il buon cittadino all’eguaglianza, alla solidarietà, alla giustizia, al vincolo sociale, sarà sempre del tutto inutile.

    1. Egregio signore la ringrazio per la visita e per il commento, come sempre interessante per le considerazioni che aggiunge al primo scritto; al riguardo mi consento anch’io una digressione ricordando di essere proprio figlio di un ufficiale non di carriera della seconda guerra mondiale, fatto prigioniero alla fine della campagna d’Africa e deportato a Dallas ed in altre località del Texas: del periodo di cattività egli poco parlava, ma io, da un ex sottufficiale mio collaboratore detenuto in zone separate nei medesimi campi di concentramento, ne conobbi tutte le sofferenze e le brutalità alle quali fu sottoposto per non aver accettato, come altri prigionieri non informati dell’intervenuto armistizio (leggasi resa incondizionata)e degli eventi storici successivi, di collaborare.
      Del resto che gli statunitensi non siano diversi dagli altri popoli lo si può capire da quanto scrive Malaparte nel suo romanzo del 1949,”La pelle”, in cui, se mal non ricordo, si legge “arrivarono gli americani con le loro mani pulite e sporcarono tutto”.
      Quanto al corretto funzionamento della magistratura ricordo che un personaggio ben più recente di Socrate, Montesqieu, nella sua opera “Lo spirito delle leggi”,costata ben 13 anni di osservazioni e lavoro, afferma che perchè uno Stato possa ben funzionare occorre che i suoi tre poteri (meglio sarebbe dire le sue tre funzioni) rimangano sempre ben distinte.
      Certamente senza l’educazione dell’uomo all’eguaglianza, alla solidarietà, alla giustizia e soprattutto all’onestà le nostre saranno sempre e soltanto astratte elucubrazioni.
      Come qualcuno ironicamente ha affermato: il sole dell’avvenire lo stanno ancora aspettando!

  2. Strana coincidenza. Forse Suo padre conobbe Dante Troisi. Spero di recuperare il libro del nipote (ormai quasi ottantenne)per rilevare ulteriori dati sulla prigionia. In ordine a Montesquieu, che costituisce certamente un “pilastro”, e sono in molti ad averlo letto (me compreso), debbo dire, per mio dovere, che egli non disse nulla di nuovo. Ahimè ! è proprio così. Già Aristotele nel suo libro sulla Politica raccomandava di tenere separati i tre poteri: il deliberante, il governo e la magistratura giudicante. Stamattina, peraltro, recuperando per puro caso il suo saggio sulla Metafisica mi è capitato di aprire a caso una pagina e così ho letto (ma forse riletto, perchè l’avevo sottolineato)che riportava, tra le altre, la teoria di alcuni filosofi secondo i quali in “natura nulla si crea nè si distrugge ma tutto si trasforma”. E così mi sono detto: caspita, ma questa teoria la conosciamo come la “teoria di Lavoiseur”, e, analoga a questa, la prima legge della termodinamica. Egregio Signore, La prego di smentirmi, ma sono ormai giunto alla conclusione che tutto quello che noi crediamo di aver “scoperto” era già stato intuito nei millenni passati, ed è soltanto per ignoranza (parlo per me, ovviamente)che crediamo di essere stati noi a capirlo per primi.

  3. Buongiorno caro amico virtuale,
    come si può constatare il mondo é piccolo e probabilmente, se troverà quel suo vecchio libro (di cui vorrà comunicarmi titolo ed edizione), scoprirà anche con quale stratagemma quei prigionieri riuscirono a trasmettere alla Croce Rossa notizie sulle loro molto dure condizioni. Montesquieu, noto e studiato per la sua tripartizione dei poteri dello Stato, forse dovrebbe più giustamente essere conosciuto per aver capito ed enunciato il concetto che il Diritto non esiste in natura, ma é essenzialmente un prodotto dell’aggregazione sociale.
    Per quanto riguarda, poi, le intuizioni, o meglio le conoscenze dei popoli antichi, il mio pensiero le sarebbe stato chiaramente manifesto se avesse letto il mio post “Problemi di spazio: l’atomo, il cosmo e le migrazioni”, del resto é noto che il bibliotecario di Alessandria (Aristarco, se non sbaglio) aveva già calcolato la circonferenza della terra con una approssimazione di 40 Km, senza neppure voler scomodare le grandi opere d’ingegneria che ancora oggi possiamo ammirare in tutto il mondo e non solo in Europa. Quello che gli antichi non avevano capito o non destava il loro interesse é lo sfruttamento commerciale delle loro conoscenze, visto che dai reperti pervenutici si può dedurre che in caso di necessità sapevano ben utilizzarle.
    Del resto ricordo di aver letto molti anni fa questo aforisma:” chi crede che non si possa modificare il passato non ha mai scritto le proprie memorie”, figurarsi quello remoto di intere popolazioni sconosciute!
    Cordiali saluti e buon Natale.

  4. M’impegnerò a ritrovarlo, e credo che farà molto piacere al mio amico (Avv. Gaetano Troisi) sapere che forse potrà acquisire ulteriori fonti sul periodo di prigionia di suo zio. Posso dirLe, comunque, che se ben ricordo anche nel saggio di Troisi non si desse una giudizio positivo sui metodi degli americani nei confronti dei prigionieri. D’altronde non vedo perchè ci si debba stupire. La loro storia di colonizzatori dell’America del nord è arcinota (anche se, Le confesso, personalmente ho sempre “valorizzato” la loro rivolta contro l’imperialismo inglese e la Dichiarazione d’indipendenza. E’, questo, un mio difetto da giovane!). Circa, invece, il post richiamato posso dirLe che l’ho letto e condiviso (in verità negli ultimi tempi sono stato stranamente attratto proprio da tali argomenti). Sulla Biblioteca di Alessandria, patrimonio del mondo antico, ma anche moderno, grazie ai numerosi testi pervenutici, come non dichiarare tutta la nostra gratitudine a quegli amanti del sapere. Per Montesquieu sono d’accordo che andrebbe letto, ma mi sento ancora di ribadire che le sue “teorie” non erano del tutto una novità. Il problema della Tripartizione dei poteri (e della loro separazione in genere, a causa del grave “difetto di origine” del genere umano) era già ben noto ai filosofi della politica. Le voglio confidare che qualche anno addietro, in un mio saggio, di poco successo editoriale, misi in evidenza “l’importanza sociale del delinquente” grazie al quale (si fa per dire, ovviamente) si è strutturata la società moderna (basti pensare a quanti funzioni e attività orbitano intorno al delinquente: giudici, avvocati, cancellieri,polizia, carceri,…). Successivamente, leggendo un saggio di Mandeville, La favola delle api, scoprii che lui intorno al 1600 aveva già detto le stesse cose ! Da allora ho sempre preferito coltivare i miei dubbi anziché le mie certezze. Sul fatto, poi, che gli antichi non “sfruttassero” economicamente la loro conoscenza è certamente vero, se ci si riferisce a Socrate, ma non vale certo per gli altri sofisti (gli antenati di tutti i moderni legulei). La ringrazio per gli Auguri di Natale, che ricambio con grande piacere, aggiungendovi anche quelli di un nuovo anno all’insegna della serenità.

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