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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Le decorazioni al valore militare per gli indigeni delle Colonie italiane.

Post n°176 pubblicato il 10 Novembre 2008 da wrnzla

Tratto da: itcleopardi.scuolaer.it

Le decorazioni al valore militare per gli indigeni delle Colonie italiane
Il presente articolo è stato pubblicato su I BERSAGLIERI, Periodico trimestrale della Associazione Bersaglieri della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, n. 1 (gennaio-marzo 2002).
di Alessandro Ferioli

Premesse Storiche

Già poco tempo dopo lo sbarco degli italiani a Massaua, sul principio del 1885, il tenente colonnello Tancredi Saletta provvedeva ad arruolare truppe indigene al fine di rinvigorire la inadeguata consistenza dei suoi organici. Verso la metà del 1890, alla vigilia di quei memorabili scontri con gli abissini che avrebbero segnato indelebilmente l’immaginario collettivo, il nostro Paese aveva stanziati in Africa quattro battaglioni di fanteria, due squadroni di cavalleria e due batterie d’artiglieria, oltre ai necessari servizi logistici. Nel giugno del 1891 il Corpo delle truppe nazionali si fuse con quello degli indigeni nel Corpo Regie Truppe d’Africa, e il dicembre dell’anno successivo le truppe indigene entrarono a far parte del Regio Esercito Italiano a tutti gli effetti (1).

A quella data innumerevoli servigi erano ormai stati resi all’Italia da parte dei militari coloniali, ed il nostro governo si trovò di fronte alla necessità di ricompensare quegli elementi più meritevoli che si erano particolarmente distinti nell’opera di consolidamento dell’autorità politica e militare italiana nei possedimenti africani, riuniti il 1° gennaio 1890 in un’unica colonia con il nome di Eritrea. Era inoltre evidente l’utilità di stimolare in essi lo spirito di emulazione, lusingando l’orgoglio personale, e di rafforzare per mezzo di ambiti segni distintivi il loro legame con l’Italia; non di meno era opportuno sancire, con un prestigioso riconoscimento, l’appoggio politico dei capi faticosamente guadagnati alla causa italiana.

A tal fine, dunque, vennero istituite decorazioni come la Croce al merito (la cui concessione era subordinata agli anni di anzianità e alle benemerenze acquisite individualmente) e la Croce per anzianità di servizio per gli appartenenti al Corpo di Polizia Africa Italiana. A molti notabili inoltre veniva conferito, anche nei gradi più elevati, l’Ordine Coloniale della Stella d’Italia, istituito il 18 gennaio 1814. Le decorazioni che ci interessano in questa sede, quelle al valore militare, venivano concesse in seguito ad un atto eroico, ed erano sempre accompagnate dalla relativa motivazione.

L’istituzione della medaglia ed il suo significato morale

È noto – ed è argomento sul quale non ci soffermeremo in questa sede – che le prime medaglie al valore militare italiane furono istituite dal Re Vittorio Amedeo II nel 1793 e, dopo alterne vicende, furono reistituite da Carlo Alberto con Regio Viglietto del 26 marzo 1933. I princìpi che regolano l’assegnazione di ricompense al valore militare mirano a premiare quegli uomini in armi coscientemente protagonisti di rilevanti ed onorevoli azioni militari, in guerra o in pace, che avrebbero potuto omettersi senza che si venisse meno al dovere e all’onore militare (ed è un concetto, quest’ultimo, sul quale vale bene la pena di riflettere, dal momento che al giorno d’oggi si è spesso propensi a confondere l’abnegazione con il semplice espletamento del dovere, soprattutto quando questo richieda un qualche incomodo, anche minimo).

Il comandante di un reparto militare, di qualunque livello, che assista ad un atto di valore ad opera di un suo subalterno (o che ne venga a conoscenza ed abbia la possibilità di accertarlo), avanza al suo superiore diretto una proposta motivata di concessione di ricompensa al valore; tale proposta giunge per via gerarchica sino ad una commissione ministeriale, che può dare luogo alla concessione della ricompensa o meno, decidendone il grado e formulando definitivamente la relativa motivazione, che viene presentata al ministro competente per la firma e poi registrata alla Corte dei Conti. Nella valutazione del grado della ricompensa si tiene conto, oltre al fatto d’arme in sé, anche dello spirito di iniziativa dimostrato e del rischio personale corso dal militare; quest’ultimo elemento si può quantificare eventualmente anche in base alle ferite riportate e alla loro gravità (la perdita della vita, in tal senso, può essere giudicata inoppugnabile testimonianza del supremo sacrificio per la Patria). La consegna dell’insegna al decorato dovrebbe avvenire sempre in forma solenne, alla presenza di reparti in armi, al fine di stimolare l’emulazione dell’atto eroico.

Venendo alle decorazioni per gli indigeni, dunque, con Disposizione Ministeriale del 20 novembre 1893 il Ministro della Guerra Luigi Pelloux approvava il Regolamento di disciplina per le truppe indigene d’Africa, che all’Articolo 48 prescriveva:

« § 190. Il militare che ferito in combattimento continua a combattere, che sia di esempio ai compagni per coraggio, costanza ed energia in mezzo al pericolo, che si slanci primo all’assalto di una posizione e compia atti memorandi, può venir premiato secondo i suoi meriti con le ricompense seguenti:

a) Avanzamento a scelta per merito di guerra;

b) Medaglia d’argento al valor militare;

c) Medaglia di bronzo al valor militare.

§ 191. Alla concessione della medaglia d’argento al valor militare è unito, per una volta solo, un premio di 300 lire; a quella di bronzo un premio di 100 lire. » (2)

Nella Nota al § 190 vi è un elenco delle azioni in base alle quali un militare indigeno poteva venire proposto per una ricompensa al valore; detto elenco è peraltro analogo a quello per l’assegnazione di decorazioni al Valore Militare ai soldati italiani.

« Per la medaglia d’argento:

1. Essere il primo sul ciglio di un trinceramento nell’atto in cui viene espugnato.

2. Difendere un posto contro forze superiori, in modo che ne risulti un importante vantaggio alle truppe operanti.

3. Comandando un posto avanzato, in caso di improvviso attacco, col mezzo di ostinata difesa contro forze superiori dare al grosso il tempo di ordinarsi.

4. Avendo il comando di un distaccamento, in caso di ritirata, arrestare o rallentare con vigore e ben intesa resistenza l’inseguimento del nemico e salvare così il grosso.

5. Salvare un ufficiale dall’esser prigione.

6. Far prigione un capo nemico.

7. Salvare la vita ad un ufficiale, esponendo la propria a manifesto pericolo.

8. Radunare, fermare e ricondurre al combattimento gente dispersa e fuggiasca.

9. Ricondurre al grosso una frazione tagliata fuori durante la ritirata.

10. Salvare la cassa o le artiglierie specialmente se già si tenevano per abbandonate.

Per la medaglia di bronzo:

1. Non abbandonare il combattimento, benchè ferito, e ritornarvi subito dopo essere stato bendato.

2. Come capo di pattuglia, scoprire l’approssimarsi del nemico che tenta una sorpresa e, dandone avviso in tempo a chi di ragione, mandarla a vuoto.

3. Qualunque fatto personale, anche in piena pace, in cui un militare indigeno trovisi comandato di servizio purchè venga giudicato importante, coraggioso e prudente e tale da destare l’emulazione del valore fra i compagni d’armi. »

Nella realtà, però, per la concessione avevano un discreto peso anche altri fattori meno palesi, come è logico se si tiene conto che la proposta che giungeva alla commissione competente era soltanto l’ultima di una serie di istanze avanzate per via gerarchica a tutti i livelli di comando; e dunque, oltre alla buona sorte avuta nell’essere notati da qualche testimone, occorreva per di più imbattersi in un superiore disposto ad inoltrare la pratica, il che poteva anche non avvenire per motivi di cattivo rapporto personale, oppure semplicemente perchè, dopo il felice esito di una battaglia combattuta strenuamente da tanti soldati, non si era materialmente in grado di ricompensare in forma adeguata ogni meritevole. Si annoverano poi casi del tutto singolari, come quello di ras Hailù, il grande intermediario fra italiani ed abissini, di cui si servì Rodolfo Graziani per attirare nella tenda del generale Tracchia i due figli di ras Cassa (Aberra e Asfauossen), i quali poi, nonostante la speciale garanzia di incolumità concessa loro per parlamentare, vennero arrestati e trucidati; per tacitare le rimostranze dell’ignaro ras Hailù, preoccupato che la sua parola d’onore fosse ormai screditata fra la sua gente, il Vicerè gli conferì la quinta medaglia d’argento al valore militare “sul campo” (dizione supplementare che normalmente precisa la concessione nell’immediata contingenza del fatto d’arme).

L’aspetto esteriore

Il recto della decorazione (di mm 33 di diametro) presentava il busto coronato di Re Umberto I, in uniforme militare e rivolto a destra; circolarmente, la dicitura «AL VALORE MILITARE». Al verso, identico a quello della medaglia per i soldati italiani, un campo per incidervi il nome del decorato, contornato da una corona costituita da due rami d’alloro uniti alle estremità inferiori; intorno ad essa era possibile iscrivere il luogo e la data dell’azione. Il nastro era di colore turchino, il medesimo prescritto già nel 1793 da Vittorio Amedeo III per le prime decorazioni al valore militare, simbolo al contempo della fedeltà alla Casa Savoia e dell’ardimento in guerra.

La variazione del recto rispetto alle medaglie per le truppe nazionali, sulle quali fin dal 1833 era raffigurato lo stemma sabaudo, parve opportuna al fine di non contrastare la sensibilità religiosa degli ascari di fede musulmana; infatti, se pure la tradizionale bicromia dell’emblema savoiardo ricordava il legame con il partito imperiale (e perciò antipapale), restava il fatto che la croce d’argento in campo rosso era stata adottata per la prima volta da Pietro II all’epoca delle crociate in difesa della religione cristiana, ed aveva pertanto assunto nel corso del tempo un’inequivocabile valenza religiosa.

Il Regolamento di disciplina per i militari indigeni del Regio Corpo di Truppe coloniali, approvato dal Ministro Giuseppe Ottolenghi con Disp. Min. del 12 ottobre 1903, modificò il diritto della medaglia, sul quale apparve l’effige del nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III.

Con R.D. 7 gennaio 1922 venne istituita per i militari italiani la Croce di Guerra al Valore Militare (di grado immediatamente inferiore a quello della medaglia di bronzo), la cui concessione fu poi estesa anche ai coloniali che ne fossero meritevoli. L’edizione del maggio 1936 del Regolamento di disciplina per i militari indigeni dei Regi Corpi di Truppe Coloniali precisa al § 266 che le ricompense al valore militare consistono: a) nella croce di guerra al valore militare; b) nella medaglia di bronzo o d’argento al valore militare; c) nella promozione per merito di guerra. Il premio in denaro per la Croce di Guerra al V.M. veniva fissato in Lire 75 una tantum, mentre alle medaglie veniva annesso, per la prima volta, un soprassoldo mensile di Lire 20,80 per la medaglia d’argento e di Lire 8,30 per quella di bronzo (inutile calcolare mentalmente la sperequazione rispetto all’odierno soprassoldo annuo dei decorati al valore). Si trattava comunque di una innovazione importante per le Truppe Coloniali, anche sotto il profilo morale, poichè il carattere continuativo del soprassoldo contribuiva a rafforzare, nella forma più ufficiale, il rapporto degli ascari con il governo italiano.

La questione della medaglia d’oro

Vale a questo punto la pena di soffermarsi sulla dedizione e la fedeltà alla nostra causa dimostrate dagli ascari, il cui eroismo, per un certo tempo dimenticato dai libri di storia ed oggi oggetto di ripensamento, fu al contrario assai celebrato in tempi passati. Bernardo Valentino Vecchi, nel suo saggio Dell’arte militare coloniale, elogiava «il profondo spirito guerriero» degli eritrei e la salda tenacia dei somali; e ancora un decennio dopo la fine della guerra, Siro Persichelli dava alle stampe un libro significativamente intitolato Eroismo eritreo nella storia d’Italia.

Il coloniale colpiva indubbiamente l’immaginazione degli italiani, soprattutto dei metropolitani: lo si pensava (come del resto era, nonostante la retorica) prode e infaticabile, devoto al suo ufficiale come un figlio al padre e come un buon schiavo al padrone; ma anche feroce e sanguinario, più propenso a finire l’avversario ferito sul campo che a farlo prigioniero (3). In riferimento alla situazione della metà di maggio 1941 in A.O.I., il generale Guglielmo Nasi ebbe a scrivere: «Famosi gli eritrei, ma per me buoni anche gli etiopici. Queste truppe indigene, impegnate in una guerra senza speranza e che non sentivano, mal nutriti, vestiti a brandelli, pagati con moneta che perdeva giornalmente di valore, mi hanno dato tanto sangue quanto ne ho chiesto» (4).

Soprattutto negli ultimi mesi di guerra, per certi versi l’ascaro somigliava al soldato italiano: la sua era la gagliardia del povero, mirabile e degna di un posto di riguardo nella storia, ma vana ed inefficace di fronte alla superiorità dei mezzi di un nemico validamente armato e bene supportato logisticamente. Quelli che disertarono nel corso dell’impossibile difesa dell’impero, specialmente tigrini ed amhara, lo fecero soprattutto perchè sopraffatti da armi alle quali non potevano opporsi in modo diretto, faccia a faccia, come i proiettili dell’artiglieria pesante e i bombardamenti aerei; oppure di fronte a generi di lotta che non conoscevano e ai quali erano impreparati a far fronte, come la pressante propaganda psicologica condotta dagli inglesi. Tuttavia, ancora negli ultimi giorni di battaglia nel Galla e Sidama (3 luglio 1941), gli ascari rimasti fedeli piansero alla notizia della disfatta e baciarono il fucile dato loro dal governo italiano all’atto dell’arruolamento (5).

Particolarmente cari agli italiani erano gli eritrei e i somali, che militavano da più lungo tempo nelle truppe coloniali e avevano dato un forte apporto, in termini militari e di lavoro, alla conquista delle altre colonie (Libia ed Etiopia), alle impegnative operazioni di polizia coloniale, e successivamente alla seconda guerra mondiale. Essi, in base alla Disposizione del Vicerè in A.O.I. n° 227307 del 29/11/1937, godettero perciò del diritto di conservare negli atti ufficiali la loro denominazione etnica – mentre tutti gli altri venivano qualificati come “sudditi” – e potevano fregiarsi delle qualifiche di “combattente” e di “orfano di guerra”, che peraltro valevano quali titoli preferenziali per l’accesso a cariche ed impieghi locali. Nonostante tutto, le leggi razziali giunsero a colpire anche gli ascari – e proprio nella loro terra – degradandoli al livello di una pretesa razza inferiore; e non poterono sfuggire a questa condizione neppure i meticci, che ai sensi della Legge n° 822 del 13 maggio 1940 dovettero assumere lo statuto del genitore indigeno, sebbene anche fra loro spiccassero figure insigni, come l’ingegner Adolfo Prasso, morto nell’eccidio di Lechemti. In favore dei libici, invece, Italo Balbo era riuscito ad ottenere, come è noto, la speciale cittadinanza italiana.

Tenuto dunque nel debito conto il sostegno dato dagli ascari a tutte le operazioni degli italiani in Africa, viene spontaneo di rilevare la palese iniquità del «Regolamento» del 1893 nel non prevedere quale massima ricompensa la medaglia d’oro (come invece contemplato per i nazionali); e viene altrettanto naturale stupirsi di come detta norma che non abbia mai subito, nelle successive edizioni, modifiche atte a rimuovere il divario.

Lasciando da parte l’ideologia ispiratrice del nostro primo colonialismo, la condizione dell’ascaro – sentimentalismi a parte – era in effetti quella del mercenario, dell’uomo d’armi prezzolato per servire un esercito che non era il suo e sotto una bandiera a lui estranea. Non v’è quindi francamente da stupirsi che il legislatore, giudicando serenamente le cose da questo punto di vista, abbia ritenuto che assai difficilmente l’ascaro avrebbe potuto rendersi protagonista di azioni talmente eroiche, e così superiori al suo semplice dovere di soldato, da meritare una medaglia d’oro, la cui concessione rappresenta il massimo riconoscimento non soltanto di tutte le virtù militari, ma anche dei più alti valori patriottici, ovvero di quei sentimenti suscitati e animati dall’amor di patria. Occorre inoltre rammentare che ad un decorato di medaglia d’oro spettano gli onori militari (squillo di tromba all’entrata in caserma e presentat-arm), onori che, se fossero stati resi ad un coloniale, avrebbero notevolmente contribuito ad incrinare il prestigio personale dei nostri quadri, sul quale si fondava il rapporto con gli ascari. Resta tuttavia ingiustificato il fatto che dopo molte e positive esperienze mai si sia provveduto a rendere giustizia (6).

E veniamo all’albo d’oro. Fra le ricompense collettive, sulle quali non ci soffermeremo per limiti di spazio, è doveroso ricordare almeno le due medaglie d’oro al valore militare concesse al Regio Corpo Truppe Coloniali dell’Eritrea, la prima per il periodo 1889-1929, la seconda per le operazioni in Etiopia; le medaglie d’oro al R. Corpo Truppe Coloniali della Somalia e al R. Corpo Truppe Coloniali della Libia, entrambe per il contributo dato all’occupazione dell’Etiopia; ed infine le due medaglie d’oro al gagliardetto del IV Battaglione Eritreo “Toselli” (una concessa per il contegno tenuto durante la campagna etiopica, la seconda per la strenua difesa dell’A.O.I.), che si aggiunsero alla Croce di Guerra al Valore Militare già riportata per il periodo 1922-1923.

Per quanto riguarda le ricompense individuali, bisogna purtroppo dire che solamente in due occasioni (e quando all’Italia rimanevano ormai pochi giorni di permanenza in Africa) venne concessa la medaglia d’oro al valore militare ad altrettanti caduti, infrangendo peraltro il Regolamento. Li ricordiamo, per onorarli doverosamente, cominciando da Unetù Endisciau, nato nel 1917 a Teruboccò Delontà, di razza amhara, il quale dopo aver servito nel XXXV Battaglione coloniale di stanza a Debrà Tabor, con il grado di muntaz venne assegnato al LXXIX Battaglione all’inizio delle ostilità in A.O.I.; morì dopo essere riuscito fortunosamente a portare in salvo, entro le linee italiane, il gagliardetto del suo reparto: un gesto che ci ricorda da vicino il sacrificio di tanti nostri ufficiali e soldati che dettero la vita per non fare cadere la bandiera di guerra del reggimento nelle mani del nemico. Questa la motivazione della ricompensa:

« Fedelissimo e valoroso graduato amara, dopo essersi rifiutato fieramente di arrendersi al nemico, in seguito alla capitolazione del ridotto avversario di Debra Tabor, per esaurimento viveri, con pochi ascari animosi si assumeva l’incarico di raggiungere le retrostanti nostre linee di difesa di Culqualber (Km. 106) per portare in salvo il gagliardetto del proprio reparto. Superate le difficoltà e i pericoli dell’insidia ribelle, fatto successivamente prigioniero da un capo dissidente, riusciva a sfuggire alla cattura, portandosi in prossimità delle nostre posizioni. Gravemente ferito in seguito allo scoppio di un ordigno esplosivo, mentre attraversava una nostra zona minata, invocava l’intervento dei compagni per avere l’onore di consegnare in mani italiane la gloriosa insegna del battaglione. Trasportato all’infermeria, in condizioni gravissime, si dichiarava contento di morire entro le nostre linee. Con fierissime parole esortava i compagni a non desistere dalla lotta, esprimendo il proprio convincimento nell’immancabile vittoria degli italiani, data la superiorità di valore in confronto dell’avversario. Fulgido esempio di fedeltà, fierezza, illuminato spirito di sacrificio, profondo e nobile sentimento del dovere. - Debra Tabor - Sella Culqualber, luglio 1941. » (7)

Il secondo è Mohammed Ibrahim Farag, nato a Massaua nel 1919, buluc-basci di coperta dei reparti indigeni della Marina Militare, che venne imbarcato nel marzo 1941 sul cacciatorpediniere Manin. La mattina del 3 aprile l’unità fu attaccata da velivoli nemici e affondata; egli rinunciò a salire sulla scialuppa di salvataggio per lasciare posto agli altri, sino a quando, senza nulla aver chiesto per sé, dovette abbandonarsi esausto alle onde. Anche la motivazione di questa medaglia merita di essere trascritta integralmente:

« Imbarcato da pochi giorni su Cacciatorpediniere, prendeva parte, distinguendosi per bravura, al disperato tentativo di attacco a base navale avversaria, durante il quale l’unità veniva sottoposta ad incessanti attacchi aerei che ne causavano l’affondamento. Trovatosi naufrago su imbarcazione a remi con oltre sessanta superstiti, rinunziava al proprio posto per assicurare l’altrui salvezza, restando per l’intera notte aggrappato fuori bordo. Esaurito dallo sforzo, anzichè chiedere il cambio, si allontanava dall’imbarcazione dopo aver ringraziato il comandante ed affrontava sicura morte, dando luminoso esempio di virtù militare, di spirito di sacrificio e di abnegazione.- Mar Rosso, 4 aprile 1941. » (8)

Conclusioni

Come abbiamo cercato di rammentare, i militari indigeni dei Corpi di Truppe Coloniali offrirono e spesso versarono una notevole quantità di sangue, dimostrando così nei riguardi dell’Italia una devozione non comune a riscontrarsi anche fra i nazionali. Taluni storici e intellettuali si sono a più riprese domandati, e continuano a chiedersi, che cosa abbiamo fatto noi in favore dei nostri ex ascari dopo la guerra: interrogativo inutile, dal momento che chi si occupa di storia è un giudice che non deve emettere sentenze, ma soltanto cercare di comprendere gli eventi. È un dato di fatto, tuttavia, che dopo la fine della guerra le sorti delle nostre ex colonie siano state abbandonate alla prepotenza dei più forti; ed è altrettanto evidente che, anche durante la missione militare di pace in Somalia di dieci anni orsono, la maggioranza degli italiani (mediaticamente assuefatti e del tutto apatici alle disgrazie altrui) siano rimasti generalmente indifferenti di fronte alle crude immagini televisive di quei luoghi che invece tanto colpirono la fantasia dei nostri padri e dei nostri nonni, e per il possesso dei quali un così gran numero di soldati, italiani e coloniali, si battè e morì.

NOTE

(1) Per una panoramica sulle origini delle truppe indigene e gli ordinamenti che si sono succeduti nel corso del tempo, citiamo soltanto alcuni titoli: S.M.E. - Ufficio Storico, L’Esercito Italiano dal 1° tricolore al 1° centenario, Roma 1962, spec. i capitoli 7 e 8; E. Faldella, Storia degli eserciti italiani, Bramante 1976, spec. pp. 141 sgg.; G. Cucchi, Storia delle truppe indigene delle colonie: gli Ascari, in “Rivista Militare”, n. 4/90 e n. 5/90; A. Giachi, Truppe coloniali italiane: Tradizioni colori medaglie, Firenze 1977. Sulla storia delle nostre ex colonie, ci limitiamo a segnalare: A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, 4 voll., Roma-Bari 1976-1984; id., La guerra d’Abissinia 1935-1941, Milano 1965; L. Goglia, Il colonialismo italiano da Adua all’impero, Roma-Bari 1981; Spedizioni e campagne in Africa, in “Studi militari”, Quaderno della Rivista Militare (1988), pp. 88-103.

(2) Regolamento di disciplina per le truppe indigene d’Africa, ed.1893. Un estratto del Regolamento si trova in C. Scarpa - P. Sézanne, Le decorazioni al valore dei Regni di Sardegna e d’Italia (1793-1946), ed. Uffici Storici Esercito-Marina-Aeronautica, Roma 1976, p. 290 sgg.. Per le decorazioni in questione, cfr. anche P. Sézanne, Prontuario di faleristica ufficiale italiana. Insegne al valore, Parma 1993.

(3) B.V. Vecchi, Dell’arte militare coloniale, Milano 1937; S. Persichelli, Eroismo eritreo nella storia d’Italia, Milano 1955.

(4) G. Nasi, 25 anni di Africa, p. 92 (cit. in A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell’impero, Roma-Bari 1982, p. 508).

(5) Paolo Gazzera, Guerra senza speranza. Galla e Sidama (1940-41), Roma 1952, p. 213.

(6) P. Sézanne, in Prontuario di faleristica cit., p. 20, ha calcolato i conferimenti delle medaglie al valore istituite nel 1893 in 201 med. d’argento e 531 med. di bronzo. Non sono state invece ancora condotte ricerche sul numero dei decorati della medagli al valore mod. 1903.

(7) Le medaglie d’oro al valore militare, Roma 1965, vol. I, p.711.

(8) Ivi, p. 633.

 
 
 
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...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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