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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Un'Italia senza memoria storica. Articoli

Post n°373 pubblicato il 23 Giugno 2010 da wrnzla

Un'Italia senza memoria storica

Articolo tratto da: www.ordinefuturo.info
Autore: Sig.Mario Montano

Per puro caso sono venuto a conoscenza nell’anno 2010, a 85 anni di età, dell’ennesima ingiustizia fatta dall’Italia nei confronti di combattenti che, in un passato lontano, ebbero il coraggio di servire con eroico coraggio una Madre Patria, oggi matrigna e volutamente smemorata.
Queste mie modeste parole vogliono ricordare il signor Ghebreslasie Beraki, ex ascaro eritreo di 96 anni, che attualmente mi risulta trovarsi in una casa di riposo a Roma. Combattente nel 1935-36 nella guerra e conquista dell’Etiopia; prigioniero, nella seconda guerra mondiale, degli inglesi.
Questi miei appunti non possono iniziare senza ricordare chi erano gli Ascari, le nostre truppe coloniali.

“L’Ascaro eritreo ha un profondo senso e culto della giustizia. Disciplinato nel più rigoroso senso della parola, ma che si ribella di fronte a quello che egli ritiene ingiusto. Per lui l’arruolamento è un contratto bilaterale con il Governo, le due parti perciò devono  mantenere i patti. Niente transazioni, e sui diritti e doveri, non accettano imposizioni, e ancor meno discussioni.”
Così il Maresciallo d’Italia Emilio De Bono, nel 1935, descrive il soldato indigeno arruolato nelle truppe italiane.

Sessanta anni dopo. Casa di riposo Comunale “Roma 1”, periferia nord della Capitale, quartiere della Giustiniana. In questa struttura, da 20 anni, un uomo dimenticato: Ghebreslasie Beraki, nato ad Adinabri, il 15 aprile del 1914, a circa 80 km. da Asmara. A 96 anni attende ancora una giustizia che sicuramente non arriverà mai. Il signor Beraki è ipovedente, oltre ad avere problemi alle corde vocali che gli creano serie difficoltà nell’emissione della voce. Si dice che, con il suo inseparabile bastone, la sua persona emana ancora fierezza e dignità: il suo volto, i lineamenti e i solchi delle sue rughe, sembrano scolpite.
La sua giovinezza è trascorsa in Eritrea, nella casa dei suoi genitori, contadini. Nel posto dove vivevano l’aria era buona, non faceva caldo come nel Sudan o in Kenia. Il grano veniva raccolto due volte l’anno e la terra dava tanti tipi di verdura e di frutta e una delle migliori qualità di caffè. A 17 anni, ad Asmara, passa le molte visite militari che duravano vari giorni e dopo le quali venivano fatte prove fisiche come marciare per 60 chilometri con zaino e armi. Poi, nuovi controlli medici: cuore, polmoni, pressione, ecc. Ma tutto bene, nonostante la morte del padre avvenuta da pochi anni. “La scelta del mio arruolamento non dispiaceva a mia madre, la paga era buona e inoltre mi piaceva l’eleganza e il prestigio che dava la divisa. Militare in tempo di pace era bello. Sono stato un fedele soldato italiano, in quanto sin da bambino ho sempre visto sventolare il tricolore italiano. Questa bandiera l’ho sempre rispettata e servita, con fedeltà, in tempo di pace e in tempo di guerra”.
La prima guerra che Ghebreslasie Beraki è chiamato a combattere è quella di Etiopia nel 1935. Lui ricorda: “ero nel 1. Battaglione, III.a Compagnia. Abbiamo attraversato il confine conquistando Adua. Il mio battaglione era mobilissimo, proseguimmo  alla volta di Macallè, Axum, Adigrat, Dessiè fino ad Addis Abeba dove issammo la bandiera italiana. Venni poi trasferito alla 1.a Brigata del generale. Gallina, impiegato in azioni di pattugliamento e polizia nella boscaglia, contro la resistenza etiope. Quando il generale. Graziani fu sostituito dal Duca Amedeo d’Aosta, fui scelto come suo capocameriere per due anni. Venni trasferito al palazzo governativo di Addis Abeba. Il Duca Amedeo era bravo, coraggioso, sempre disponibile con noi soldati; con lui eravamo tutti contenti, tutto funzionava.”

Poi scoppiò la seconda guerra mondiale. Lasciamo la parola a Beraki: “Gli inglesi occuparono tutta l’Etiopia, cadde Addis Abeba. Io mi trovavo nel XX Battaglione e fui fatto con altri prigioniero. Fummo condotti in un campo di concentramento, non lontano da Addis Abeba.
Circa un mese dopo, insieme ad altri due amici soldati, riuscimmo a scappare; ci muovevamo la notte, nella boscaglia, di giorno stavamo immobili nella macchia, all’ombra. E’ durato così 15 giorni fino a che, arrivati in prima linea, nel caposaldo Culquaber, nei pressi di Gondar, ci siamo presentati al Colonnello Angelini. Venni incorporato nel II Battaglione Amhara dove restai due mesi.
Chiesi poi di essere trasferito nel XXX Battaglione a Gondar, ove avevo parenti e amici. Il Colonnello mi accontentò e andai a Gondar, al comando del Gen. Guglielmo Nasi. Qui abbiamo combattuto l’ultima battaglia restando assediati per nove mesi, sotto un continuo bombardamento di artiglieria. Noi eravamo numericamente molto inferiori e qui morirono molti miei amici.
Senza mangiare e senza dormire quasi, per molti giorni, ma combattendo come leoni. Il Generale Nasi con tutti noi alla fine si arrese. Nuovamente fatto prigioniero. I nazionali vennero mandati in Kenia; noi coloniali fummo più fortunati, perché ci lasciarono liberi di tornare a casa.
Nel 1947 tutti i nazionali furono liberati e io venni congedato. Subito dopo la battaglia il mio Comandante di Compagnia, capitano Riccardo Fanelli, mi propose, insieme ad altri, per una medaglia, su richiesta del Gen. Nasi che firmò le concessioni.
Ma le medaglie non furono mai consegnate; probabilmente, subito dopo la resa, gli inglesi sequestrarono tutto il materiale cartaceo del Comando italiano per cui, non trovandosi quei documenti, non vi fu nessuna possibilità di ricevere la medaglia. Chissà dove i documenti sono finiti. Io ho solo la testimonianza scritta del mio capitano Riccardo Fanelli, ottimo e valoroso soldato; quel documento dice di ricordare bene il giorno in cui Nasi mi conferì quella medaglia.
Quando venni in Italia, incontrai il Capitano Fanelli. Era l’anno 1972.
Ritengo che la medaglia mi spetti di diritto, per giustizia, ma adesso l’Italia non è più come prima, dove è la giustizia?

Con la legge del 22 luglio 2004 veniva previsto attraverso l’Ambasciata italiana in Etiopia, un assegno mensile di 16 euro e 60 centesimi agli Ascari. Personalmente, in tutti questi anni, io non ho mai ricevuto nessun sussidio.
Dopo il congedo sono ritornato a casa e ho ripreso a fare l’agricoltore. Adesso ho presentato la domanda, richiedendo questo lauto assegno e la pensione di servizio effettivo che non ho mai ricevuto, a differenza dei soldati nazionali che la percepiscono.
So per certo che a Milano c’è un altro ascaro. Nei nostri confronti ci sono sempre state delle ingiustizie, noi coloniali eravamo comandati a cose che il nazionale non poteva fare, noi ascari non conoscevamo fame sete, freddo caldo.
Dovere di noi soldati coloniali era il rispetto verso i superiori. Quando andavo a rapporto lasciando i sandali fuori dall’ufficio comando, in quanto era vietato per noi entrare con le scarpe.
L’ascaro combatteva con sandali o scalzo, le scarpe dell’esercito non andavano bene, l’ascaro doveva muoversi veloce, marciare molto, con zaino e armi.

Anche noi avevamo i momenti di paura, ma ci facevamo coraggio e andavamo avanti.
Perché sono in Italia?...sono scappato dalla dittatura di Menghitzu. Voleva uccidermi,come ha ucciso decine di persone, suoi oppositori.
In tempo di guerra necessitavano graduati per nuovi battaglioni, per cui a 26 anni ho raggiunto il massimo grado, quello di sciumbasci, dopo un corso di circa un anno. Quando divenni sciumbasci (1) mi venne dato il mulo.
Oggi, a 96 anni, chiedo all’Italia che mi sia fatta giustizia, riconoscendomi quello che ritengo un mio diritto… il sussidio, la pensione, la medaglia”.
Questo è tutto quello che ho potuto riassumere della vita di questo eccezionale personaggio, più italiano di tanti: il mio augurio è che possa raggiungere di ottenere quanto, per giustizia, chiede, ma mi permetto di dubitare di questa Italia smemorata.
Mario Montano


(1) si tratta del più alto grado raggiungibile dagli ascari del Regio esercito.

Mario Montano, ora residente a Genova, è professore di Storia dell’arte, Disegno, Architettura e ha combattuto a suo tempo nell’Aeronautica della Repubblica Sociale Italiana, sottotenente pilota nella specialità Caccia Terrestre.

Questo articolo è apparso sul quotidiano “Rinascita” il 4 marzo 2010

 
 
 
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   Agli Ascari d'Eritrea 

- Perchè viva il ricordo degli Ascari d'Eritrea caduti per l'Italia in terra d'Africa.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare alla bandiera al corpo Truppe Indigene d'Eritrea.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare al gagliardetto dei IV Battaglione Eritreo Toselli.

 

 

Mohammed Ibrahim Farag

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

Unatù Endisciau 

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

 

QUESTA LA MIA STORIA

.... Racconterà di un tempo.... forse per pochi anni, forse per pochi mesi o pochi giorni, fosse stato anche per pochi istanti in cui noi, italiani ed eritrei, fummo fratelli. .....perchè CORAGGIO, FEDELTA' e ONORE più dei legami di sangue affratellano.....
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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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ASCARI A ROMA 1937

 

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