Creato da caterina.x il 23/03/2008

...Caterina...

condividiamo parole ed emozioni

 

Riflessione serale

Post n°379 pubblicato il 24 Agosto 2016 da caterina.x

"Non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d'un sogno" Cit.Jorge Luis Borge
Eppure continuiamo a custodirli nei nostri armadi; spettri, espressione delle nostre paure interiori.
Foto © C. Niutta

 
 
 
 

Se qualcuno....

Post n°378 pubblicato il 22 Agosto 2016 da caterina.x

"Se qualcuno ruba un fiore per te, sotto c'è..." . Una pubblicità di tanti anni fa. Un uomo coglieva un fiore e lo regalava a una bella sconosciuta; un gesto audace, a detta dei pubblicitari, segno di capacità di compiere qualsiasi gesto, pur di conquistare l'amata! Ieri, invece ho appreso che: "Se qualcuno percorre la SA-RC per te..." . Certo, questa seconda impresa è molto più difficoltosa della prima, e imbarcarsi in una bega del genere, di questi tempi, si, decisamente c'è sotto qualcosa, ma mi sorge comunque un dubbio : L'amore ha bisogno di audacia?

 
 
 

Riflessione serale

Post n°377 pubblicato il 27 Luglio 2016 da caterina.x

"A volte succede che i nostri impulsi peggiori ci si presentino mascherati dietro un manto di preghiera. Quando è il momento adatto per gioire, una voce ci dice che dovremmo sentire rimorso per i nostri peccati. Quando qualcuno ha un bisogno disperato di noi, decidiamo che è il momento per meditare. Quando finalmente abbiamo capito qualche concetto elevato, o pregato con grande fervore, o compiuto una buona azione, una voce dentro ci dice: "sei grande!". C'è solo una cosa che quella voce non ci dirà mai e farà di tutto per ostacolare. Non ci dirà mai di rompere le catene che ci imprigionano e di cambiare noi stessi".

(Rabbi Menachem Mendel Schneerson)

 

 
 
 

Affittasi!

Post n°374 pubblicato il 03 Marzo 2016 da caterina.x

 

Ricordo, cheda piccola, vivevamo stipati in una casa di quasi ottanta metri  quadrati, quello che oggi definiremmo trefamiglie. In realtà era la mia famiglia, leggermente estesa, poiché con noi stavano sia i nonni paterni sia quelli materni. Per me era normale, nessuno dei miei amici aveva la “sua cameretta”, per sala giochi avevamo la strada. I miei vicini di casa, non avevano nonni al seguito, però potevano concedersi il lusso d’affittare una stanza.

Ci misi un po’ di tempo a capire che la signorina Maria non faceva parte della famiglia dei miei vicini, ma aveva preso in locazione quella stanza, cioè dava un compenso a proprietari della casa, per avere il diritto d’occuparla, dunque viveva in affitto. I grandi avevano uno strano modo di ragionare, la loro logica talvolta mi sfuggiva.

 Oggi,apprendo che si può affittare, oserei dire noleggiare trattandosi di un bene mobile, anche un utero! “Una cosa produttiva”, e l’affittuario dietro pagamento di un canone ha il diritto di curare, o forse il dovere, la gestione della cosa in conformità alla sua destinazione economica e all'interesse della produzione (art. 1615 c.c.).

 Pare brutto buttarla così, ma com’altro si potrebbe definirla una situazione del genere?

 Pare male parlarne adesso che l’ha fatto Nichi,rischiamo d’essere tacciati d’omofobia!

 Una parte del nostro corpo, può essere affittata? Oggi, un corpo, il nostro, quello di noi donne, può essere considerato “cosa produttiva”, affittato, ceduto a chi ha più di noi in termini economici, ma è tanto misero da volerci usare come incubatrice di quello che questa vile vita non gli ha voluto concedere!

 Sì, proviamo a buttarla così, in prima persona, perché l’America, l’India o altri paesi, dove questa pratica è diffusa, son troppo distanti. Quelle donne non hanno volto, non c’è familiare il battito del loro cuore, pur essendo simile al nostro, il loro utero è grande e generoso, tanto da poter accogliere i figli altrui, mentre il nostro utero è “nostro”e lo gestiamo ciascuna a proprio piacimento, perché noi non siamo macchine per sfornare figli, ben altra cosa è la donna!

 E’ diritto di tutti, essere genitori, va dase, è inutile discuterne con chi pur avendo tutto, mendica la gioia di tenere stretto tra le braccia un pargolo, magari alto, bello, potenzialmente intelligente,di razza pura da poter esibire con orgoglio e soprattutto capace di sopperire all’onere dell’ingente eredità, che altrimenti rischierebbe d’andare persa. Perché mi pare chiaro che chi si può permettere d’affittare un utero, e tutto quello che vi è intorno, non ha una coscienza ma un conto in banca, anche se pare che si stiano attivando alla rateizzazione dei costi, elevati ma giustificabili.

 Suvvia, perdonatemi se vi ho tediato, ma vorrei tanto ritornare nella mia casetta, al tempo in cui l’arrivo del mio secondo fratello, fu un evento felice, non pianificato, anzi a detta dei miei genitori, del tutto inatteso!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Un piccolo fiore

Post n°373 pubblicato il 01 Marzo 2016 da caterina.x

Il piccolo principe traversò il deserto e non incontrò che un fiore.
Un fiore a tre petali, un piccolo fiore da niente...
"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il fiore.
"Dove sono gli uomini?" domandò gentilmente il piccolo principe....
Un giorno il fiore aveva visto passare una carovana:
"Gli uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qua e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto".
"Addio", disse il piccolo principe.
"Addio", disse il fiore.
Foto © C. Niutta

 
 
 

E poi...

Post n°372 pubblicato il 28 Ottobre 2015 da caterina.x

 Le amicizie non si scelgono a caso ma secondo le passioni che ci dominano.

(Alberto Moravia)

 
 
 

Selfie

Post n°371 pubblicato il 14 Ottobre 2015 da caterina.x


E fu così che tra una bega e l’altra, pur avendo cose di maggiore importanza cui pensare, non puoi fare a meno di domandarti, come mai non hai mai ceduto alla tentazione di lasciarti andare a un selfie. Sarà che alla tua età, la “duck face” o “kissy face”, che dir si voglia, potrebbe farti apparire più scema di quanto sei, sarà che a causa dell’artrosi non riesci a trovare la prospettiva giusta, ...ma il selfie no, non è nelle tue corde!
Poi, pensi che potresti fartelo uno, alla maniera di Van Gogh, dopo tutto anche un genio come lui, non ha resistito e più di una volta si è immortalato!
Potresti sì, ma se cerchi di capire, apprendi che c’è una sostanziale differenza tra un selfie e un autoritratto. Mentre il primo, non rivendica nessuna intenzione artistica, ricerca, introspezione, approfondimento, conoscenza di sé ecc.. l’autoritratto porta con se questo carico di peculiarità importanti. Vincent cercava di compiere un’indagine su se stesso, dunque? Con grande sforzo ha lasciato ai posteri un: “Questo sono”!
Se avesse avuto in dotazione uno smartphone, come sisarebbe comportato? Il selfie, che non è arte, che non ha alcuna intenzione di conservare, non ha memoria, ma la sola pretesa di condividere un istante con centinaia di amici su un social, lo avrebbe conquistato? E’ una domanda sciocca la mia, quasi quanto farsi un selfie, erano altri tempi quelli di Van Gogh, e il nostro è contraddistinto da altri valori.
Questa è l’epoca della ricerca di conferma, e più like colleziona un selfie, più ci si sente appagati, pare, ma non è certo! Tuttavia, senza demonizzare, questa simpatica abitudine, nuova, tanto da non poterla ancora chiaramente classificare, mi domando, che fine ha fatto il genio, quel guizzo di follia che intravedo nei “selfie di Van Gogh”, quella luce che mi riporta all’anima dell’autore?

 
 
 

Penelope...e altre storie...

Post n°370 pubblicato il 11 Ottobre 2015 da caterina.x

Foto © C. Niutta

Dal  23° canto  dell’Odissea:

 E giubilante la vecchia balia di Ulisse salì alle stanze di sopra, ad avvertire la padrona Penelope che il caro marito era tornato; veloce muoveva le ginocchia, le si intoppavano i piedi.

E sul suo capo curva, a lei così si rivolse:

« Destati, su, Penelope, figlia mia, che tu veda coi tuoi occhi quello che tutti i giorni tu sogni.

Venne Ulisse, ed è giunto a casa, per quanto venuto tardi: ed i proci arroganti egli sterminò, che la casa gli guastavano, i beni, e gli maltrattavano il figlio».

Omero fa, a quanto sembra, trionfare l'amore. Ulisse dopo venti anni ritorna a casa, dove ad aspettarlo c'è la fedele moglie, il figlio ormai uomo, il cane fedelissimo, forse anche più della moglie! Ma ritornò realmente da loro il nostro eroe, dopo tanto navigare? Anche se Omero stabilisce una gerarchia morale e pone Penelope in cima, noi potremo mai esser sicuri, che i sette anni passati insieme alla bella Calypso non segnarono la mente e il cuore d'Ulisse? E Nausicaa, la dimenetichiamo? Bella e leggiadra, non ancora dedita alla tessitura, ma validissimo mezzo per aggraziarsi il Re suo padre! Per Omero, conquistare donne bellissime o lasciarsi astutamente, all'apparenza sedurre da loro, è normale quasi come conquistare nuove terre, a Itaca ritornò Ulisse, pechè di lei aveva nostalgia. 

Perdonatemi, se, il dolore di Penelope e la sua fedeltà oltre misura celebrati, talvolta mi paion poca cosa se messi a confronto con le lacrime di Calypso, la discrezione e signorilità di Nausicaa!

Sul perchè Circe trasformò i compagni di Odisseo in porci non mi dilungo!

 
 
 

U cucuzzaru

Post n°369 pubblicato il 10 Ottobre 2015 da caterina.x

“ Jivi sutta all’ortu e trovai tri cucuzzi”

“E pecchì  tri cucuzzi ?”

“ E quantu sinnò ? “

“ Cincu cucuzzi”

“E pecchì  cincu cucuzzi? “

“ E quantu sinnò  ?

“Sei cucuzzi.”

 “E pecchì  sei cucuzzi ?”

“ E quantu sinnò ? “

“  U cuczzaru !”

Giocavamo, seduti in cerchio davanti casa mia, nelle sere d’estate, mio fratello e i figli dei vicini di casa. A me toccava di solito il ruolo dell’ultima cucuzza, mai del cuccuzzaro, essendo la più piccola e non riuscendo a tenere il ritmo del gioco, non vincevo mai! Così andavano le cose,le regole del gioco erano chiare,  chi si distraeva e non rispondeva a tono: “ E pecchì x cucuzza ?” era eliminato e scontava una penitenza. L’ultimo rimasto in gioco, diventava il cuccuzzaro e si passava al turno successivo. Il gioco era istruttivo oltre che divertente, ci insegnava a dialogare correttamente rispettando ognuno il proprio ruolo in un’alternanza quasi ritmica. Parlavamo tutti in dialetto e nemmeno ci ponevamo il problema di farlo in italiano. I miei non se ne crucciavano, d’altro canto, non che non conoscessero “l’altra lingua”, semplicemente pensavano fosse compito della scuola metterci a conoscenza del fatto.                       Il primo ottobre 1969, strappata ai miei giochi e alla mia strada, che per la prima volta percorsi fino in fondo tenendo stretta la mano di mia madre, mi avviai verso la scuola. Distava solo qualche centinaio di metri da casa mia, ma io fin lì non ci ero mai arrivata. Non si addiceva alle donne andarsene in giro da sole, lo sosteneva a spada tratta mia nonna, dalla quale ho ereditato  il nome,  ogni qualvolta cercavo di allontanarmi. Io non mi sentivo una donna, in realtà ero solo una bambina, ma quanto me lo facevano pesare!

Varcai il cancello, serrandomi sempre di più a mia madre. Il maestro ci aspettava sulla soglia. Impettito come un gallo da combattimento, pronto a saltarci addosso al primo sussurro fuori luogo. Parlava, anzi urlava in dialetto, pace all’anima sua! Guardai mia madre, e vidi  nei suoi occhi una nota di sconforto. “Non piangere” mi disse, e distolse lo sguardo. A me sembrò di scorgere una lacrima, nei suoi occhi, ma di sicuro sarà stata una mia impressione. Mi lasciò lì, ed io non ebbi il tempo di domandarmi come mai, perché non mi riportava indietro, a quell’orco avrei preferito sicuramente le suore, che fino a qualche mese prima avevo frequentato. Qualcuno mi afferrò per il braccio e m’indicò la porta…

 Erano altri tempi, altri giochi, un altro mondo.  In quella scuola, seduta tra quei banchi, imparai a leggere (a scrivere ci sto ancora provando). Da quei banchi guardavo la mia terra e presto seppi, era molto più grande di quel che pensavo. Avevamo una sua  fotografia appesa in classe. Uno stivale, ed io la guardavo dal basso e mi sembrava la più bella, perché presto appresi che più in là, c’erano altre terre, altre lingue, altre persone, sicuramente altri giochi.  Il mondo era grande e tutto da scoprire.  

“ E pecchì tri cucuzzi? “

“ E quantu sinnò?”

 
 
 

San Pietro, le zucche, la pazienza...

Post n°368 pubblicato il 06 Ottobre 2015 da caterina.x

Si racconta, o meglio mio nonno mi narrava, quand’ero bambina, periodo molto remoto in cui ancora profondamente affascinata dagli uomini che “raccontano storie”, pendevo dalle sue labbra; che un giorno mentre nostro Signore si aggirava per la Palestina insieme ai suoi discepoli, uno di loro, Pietro, che dai racconti di mio nonno, non era di certo tra i più scaltri, lo apostrofò, dicendogli: - Maestro, tu che sostieni di aver fatto ogni cosa giusta, come mai, hai disposto che un’umile pianta, quale la zucca che vediamo in quell’orto, che a pena sostiene il peso delle sue stesse foglie, produca frutti, così belli e grandi? Nel bosco che abbiamo attraversato stamattina, non ho potuto fare a meno di notare, come un albero maestoso e secolare quale la quercia, produca delle piccolissime ghiande!

 

Nostro Signore, lo guardò con aria benevola e proseguì il cammino. E’ risaputo che Egli, pur nella sua infinita misericordia, non risponde mai repentinamente, anche ai più frettolosi, al contrario ci intima di aspettare.

 

A sera, ormai stanchi dopo una giornata di cammino, si sedettero all’ombra di fronzuti alberi, a riposare e consumare una frugale cena.

Pietro, chissà come mai, si sedette sotto una quercia. L’aria era serena, soffiava una lieve brezza, che solleticando i rami fece cader qualche foglia e una ghianda. Chissà come mai andò a finire in capo a Pietro? Dal canto suo, nostro Signore non disse nulla, si limitò a sorridere e guardare dritto negli occhi il discepolo, che stavolta non replicò com’era abituato a fare, ma sorrise a sua volta, un po’ stizzito a dire il vero, però con l’aria sorniona di chi aveva compreso il messaggio.

Ora, voi che siete gente da bene, e sicuramente lo siete se mi state ancora leggendo, non farete mai e poi mai parola a Pietro, che nel mio orto un gelso s’è messo a fare zucche! Non gli direte nemmeno, che la “zucca d’acqua” in mia assenza e soprattutto per penuria d’acqua, s’è presa la licenza d’arrampicarsi sul gelso, ma soprattutto eviterete di sedervi sotto!

 

 

 

 
 
 
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