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Creato da HansSchnier il 28/10/2009

PEZZI, pezzotti

(le Opinioni tarocche)

 

 

Capozzi

Post n°202 pubblicato il 22 Maggio 2013 da HansSchnier

Questa piccola storia da libro Cuore è vera, e vorrei raccontarla con semplicità, se ci riesco.

Marco Capozzi era un mio coetaneo. Alle elementari del mio paese eravamo entrambi considerati esemplari: lui era il modello negativo, il disordinato fino alla sciatteria, il piccolo perdente; io ero troppo bravo, parlavo bene l'italiano, la maestra mi esaltava. Preciso che non stavamo nella stessa classe. La cattiva fama di Capozzi era internazionale.

Anche alle scuole medie, non è che facesse grandi progressi, Capozzi, col suo cognome un po' goffo, però era un cognome da grande giurista, l'avesse saputo si sarebbe iscritto a giurisprudenza! Se solo si fosse diplomato.

Lo persi di vista. Passarono gli anni.

Ed eravamo ormai sulla trentina.

Io mi ero ormai sposato, mia madre era ancora viva? Non ricordo, forse sì. Avevo le mie piccole certezze economiche: un ottimo posto di lavoro, non dovevo pagare l'affitto, per giunta quel giorno ero in ferie.

Anzi, quella notte ero in ferie. Mio figlio, il delinquente, era già nato o ancora non delinqueva? Non riesco a ricordare. Quella notte mia moglie stava dormendo e io prendevo un po' d'aria al balcone.

Devo fare una descrizione, non posso proprio farne a meno. Sotto casa mi ritrovo un piazzale dalla forma oblunga, con la pavimentazione antica (i bàsoli di pietra lavica), forse un po' leziosa, bruscamente compensata dal condominio anni '60 in orrido stile funzionale che mi toglie il sole ad est. A monte del piazzale c'è una strada stretta, i SUV riescono a intrufolarvisi con qualche difficoltà. E alla sommità della strettoia c'è una chiesetta, intitolata agli Angeli custodi.

Di solito c'è traffico. E anche di notte passano motorini rombanti, specialmente ad agosto. Quella notte non passava nessuno. Gli Angeli avevano frapposto uno sbarramento invisibile. Dalla strettoia doveva scendere Capozzi, con suo figlio a cavalcioni sulle spalle.

Io guardavo, ero l'unico spettatore. Capozzi all'epoca lavorava in un cantiere edile, credo si fosse sposato anche lui. (Se mi leggesse un parente: mi dispiace per eventuali inesattezze.)

In questo silenzio non dico surreale, ma certamente insolito, Capozzi e il figlio scherzavano tra loro. Doveva essere un ottimo padre. Il bambino annuiva, sorrideva, parlottava. Erano belli, non smettevo di guardarli. Ovviamente stavo zitto. Non guardavano verso i balconi, non mi vedevano. Io non volevo mica che mi vedessero. E mi sentivo libero: Capozzi non era più il perdente, io non ero l'odioso modello positivo, ero solo uno spettatore, in una notte estiva. In un curioso silenzio. Quel genitore e quel bambino si volevano bene visibilmente, perfettamente.

Erano perfetti come un gol di Maradona, ma senza competizione. Erano esemplari, ecco la parola. Esemplari. In un modo completamente diverso dal passato.

Pochi giorni dopo gli Angeli ritennero che Capozzi fosse decisamente troppo bello per stare a questo mondo, e - a costo di dare un dispiacere al figlioletto, ma si vede che la cosa era urgente - se lo pigliarono, con un blocco di lapilcemento dall'altezza giusta, proprio sulla scatola cranica. Mentre stava lavorando. Ciao ciao.

Quando si dice la perfezione.

 

 
 
 

domanda semplice x la Gabanelli

Post n°201 pubblicato il 21 Maggio 2013 da HansSchnier

La domanda semplice che il miserabile Hans si permette di porre all'eccelsa Gabanelli è la seguente: ma questa è informazione? Mi sembra una predica. Mi sembra un "severo monito" in stile Napolitano!!!

 
 
 

Quarantaquattro anni, in fila x 3, col resto di

Post n°200 pubblicato il 20 Maggio 2013 da HansSchnier

2 (di picche)

se non si vede, vogliate per piacere cliccare sulla soprastante scritta youtube

 
 
 

Post rubacchiato da un profilo di Libero...

Post n°199 pubblicato il 07 Maggio 2013 da HansSchnier

Mi permetto di fare il copia&incolla di questo apologo che ho trovato su un profilo di Libero, qualche tempo fa. Non ricordo più il nick e me ne rammarico. (Non mi pare di aver visto, in calce al testo o nei box a margine, i soliti avvisi-diffide del tipo RIPRODUZIONE RISERVATA oppure MATERIALE PROTETTO DA COPYRIGHT.)

«Un anziano nonno indiano disse a suo nipote, giunto da lui arrabbiato con un amico, poiché questo gli aveva fatto un torto: -Lascia che ti racconti una storia. Anch'io, a volte, ho provato un grande odio per coloro che pretendono così tanto, senza preoccuparsi per ciò che fanno. Ma l’odio ti distrugge, e non nuoce al tuo nemico. È come avvelenarsi e desiderare che il tuo nemico muoia. Ho combattuto molte volte contro questi sentimenti. È come se in me ci fossero due lupi; uno è buono, e non fa male a nessuno. Vive in armonia con tutto ciò che c’è intorno a lui e non si offende, quando gli si rivolge un’offesa. Egli combatterà soltanto quando sarà giusto farlo, e nel modo giusto. Risparmia tutte le sue energie per la giusta lotta. Ma l’altro lupo… È pieno di odio. La minima cosa lo fa impazzire. Combatte contro chiunque, ogni momento, per nessun motivo. Non riesce a pensare, perché la sua rabbia e il suo odio sono smisurati. La sua è una rabbia disperata, perché non è in grado di cambiare nulla. A volte è difficile vivere con questi due lupi dentro di me, perché entrambi cercano di dominare il mio spirito.

Il ragazzo guardò intensamente negli occhi suo nonno, e chiese: -Quale dei due vince, nonno? Il nonno sorrise, e disse: -Quello a cui do da mangiare.»

 
 
 

Commento al post precedente

Post n°198 pubblicato il 30 Aprile 2013 da HansSchnier

Optimi culpa pessima: il forte sentire di Antonio Gramsci è stato speso per una causa sbagliata. E spietata.

Si può essere "differenti" senza essere spietati: vedi madre Teresa di Calcutta, tanto per indicare un nome esemplare.

Certo, non sono madre Teresa. Non amo "fino a farmi male", come esigeva la Santa, e quindi potrei essere giudicato indifferente, indolente, buono a nulla.

Sconto il mio limite. Non mi dichiaro innocente. So di dover pagare. Però al cazziatone di Antonio Gramsci mi sento di replicare: dovessi scegliere tra l'empietà di chi, col suo forte sentire, ha ritenuto suo dovere ammazzare Aldo Moro e la pietà di un Alberto Sordi qualsiasi che davanti al plotone di esecuzione piagnucola inebetito "e che si ammazzano così, i cristiani?" (cfr. il finale del film La grande guerra), preferirei essere quello che piagnucola e muore, anziché quello che fa il partigiano e uccide.

Questione di gusti personali...

 
 
 

virgolettato di Antonio Gramsci

Post n°197 pubblicato il 30 Aprile 2013 da HansSchnier

«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.»

 
 
 

Pensierino per Beppe Grillo (sapendo che non leggerą mai...)

Post n°196 pubblicato il 26 Aprile 2013 da HansSchnier

Dici che alle prossime elezioni prenderai più seggi? Dopo aver congelato milioni di voti e scongelato dalla cella frigorifera i morti viventi? (E non mi riferisco al Quirinale! Napolitano non ha colpa né dell'età che ha né dell'altrui inconcludenza.)

 
 
 

se non si vede, cliccate sulla scritta youtube

Post n°195 pubblicato il 25 Aprile 2013 da HansSchnier

 
 
 

Dialetto torrese

Post n°193 pubblicato il 23 Aprile 2013 da HansSchnier

Ogni tanto un mio amico mi illustra curiosi lemmi del dialetto di Torre Annunziata.

Premetto che Torre Annunziata ha dato i natali a persone importanti: il linguista Tullio De Mauro, il narratore Michele Prisco, il fondatore della dinastia De Laurentiis... Lungi da me ogni accusa di campanilismo. A Torre ci sono persone splendide. Se mi diverto a riferire qualche curiosità dialettale, spero di non essere frainteso: il mio mood è quello del sorriso venato di ammirazione per la creatività popolare.

E insomma: pare che una volta a Torre l'ascensore si chiamasse TRAM A MURO.

Pare che dalla bocca del popolo torrese il mondo abbia appreso il vero nome dell'Ape Piaggio: 'o 3 rrote.

Pare che lo specchio e la fotografia (nel senso di fotogramma) siano stati ivi definiti, rispettivamente, 'o taleqquale e 'a taleqquale (o forse vale anche in napoletano la regoletta che vieta il raddoppiamento della "q"? devo confessare la mia ignoranza).

Ma la vera perla è il vocabolo che designa l'ozioso, il fannullone, l'inconcludente: LISCIAPELUSCIA. Bersani, tu non puoi vantare nessun copyright sulla metafora del pettinare le bambole...

P.S.

A leggere i profili di Libero, sembra che tra gli utenti, e le utenti, di questa community non ci sia nessun lisciapeluscia. Tutti bravi, laboriosi, realizzatori. Uomini che non devono chiedere mai e donne che già sanno benissimo dove abita mr Right (peccato che gli uni e le altre stanno in questo carrozzone, chissà chi li ha costretti ad aprire profili e a perdere tempo qua dentro...). Ciao!

 
 
 

Le conseguenze

Post n°191 pubblicato il 20 Aprile 2013 da HansSchnier
 
Tag: SATIRA

Tra le opere di Keynes ce n'era una dal titolo enigmatico (...ma non troppo): Le conseguenze economiche di mr Winston Churchill. Ci vorrebbe uno, anche meno bravo di Keynes, che oggi scrivesse un libro intitolato Le conseguenze istituzionali del Massimo on. D'Alema.

 
 
 

don Tonino

Post n°190 pubblicato il 20 Aprile 2013 da HansSchnier

Oggi sono venti anni che don Tonino Bello ha "traslocato". Parlano di beatificarlo. Occorrerebbe, per l'Italia, uno che facesse il Presidente della Repubblica come lui ha fatto il Vescovo, con lo stesso disinteresse, con la stessa umiltà e praticità, con la stessa fedeltà ai giuramenti prestati. Speriamo che il futuro Santo ci faccia in giornata un generoso anticipo (nel suo stile) sulle grazie da elargirci in futuro!

 
 
 

UNA SERATA DA RICORDARE

Post n°189 pubblicato il 13 Marzo 2013 da HansSchnier

Questo il discorso integrale di papa Francesco ai fedeli raccolti in piazza San Pietro.

«Fratelli e sorelle - buonasera. Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo! Ma siamo qui... Vi ringrazio dell'accoglienza, alla comunità diocesana di Roma, al suo Vescovo, grazie. E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perchè il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca".

Quindi ha pregato: Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre.

«E adesso incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo - mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente - sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa sempre bella città... Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perchè mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.»


[Silenzio in tutta Piazza San Pietro]

«Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e donne di buona volontà», ha proseguito, impartendo la benedizione in latino e concedendo l'indulgenza plenaria.

«Grazie tante dell'accoglienza. Pregate per me e a presto, ci vediamo presto. Domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo.»

CHE DIO LO SOSTENGA E LO PROTEGGA!

 
 
 

Stavolta ci sono le prove!

Post n°188 pubblicato il 26 Febbraio 2013 da HansSchnier

 
 
 

L'Italia di quelli «giusti»

Post n°187 pubblicato il 26 Febbraio 2013 da HansSchnier

Nel lontano 2009, quando i mulini erano bianchi, la Berta filava e Berlusconi sgovernava, Piero Fassino non ammise Beppe Grillo alle primarie del Partito Democratico e gli rivolse questa profetica esortazione: «Ma se Grillo vuol fare politica, perché non crea il suo partito? Perché non si presenta direttamente alle elezioni con una propria lista? Voglio proprio vedere se lo fa».

Bravo Fassino, una mossa giusta per l'Italia giusta!

 
 
 

Opinione di uno spettatore.

Post n°186 pubblicato il 11 Gennaio 2013 da HansSchnier

Eduardo scrisse Filumena Marturano per sua sorella Titina, che gli aveva chiesto - per una volta - una parte da protagonista.

Ricordo bene la Filumena di Titina De Filippo e anche quella di Pupella Maggio, per averle viste in televisione. Della Filumena Marturano recitata da Titina avevo persino il 33 giri.

Non voglio mancare di rispetto a nessuno, e tanto meno alla grandissima Titina. Però lasciatemelo dire: la Filumena più originale, più febbrile, più sorprendente si chiamava Mariangela Melato.

 
 
 

"Don" Domenico Soriano e don Domenico di Moiano (NA). Un augurio a tutti noi maschi.

Post n°184 pubblicato il 29 Dicembre 2012 da HansSchnier

A) Monologo di Filumena Marturano (Eduardo De Filippo).

Erano 'e tre dopo mezanotte. P' 'a strada cammenavo io sola. D' 'a casa mia già me n'ero iuta 'a sei mise. (Alludendo alla sua prima sensazione di maternità) Era 'a primma vota! E che ffaccio? A chi 'o ddico? Sentevo ncapo a me 'e voce d' 'e ccumpagne meie: «A che aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo..». Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint' o vico mio, nnanz' all'altarino d' 'a Madonna d' 'e rrose. L'affruntaie accussì (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna): «C'aggi' 'a fa'? Tu saie tutto... Saie pure pecchè me trovo int' 'o peccato. C'aggi' 'a fa'? » Ma essa zitto, nun rispunneva. (Eccitata) «E accussì ffaie, è ove'? Cchiù nun parle e cchiù 'a gente te crede?... Sto parlanno cu' te! (Con arroganza vibrante) Rispunne!». (Rifacendo macchinalmente il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto che, in quel momento, parlò da ignota provenienza) «'E figlie so' ffiglie!». Me gelaie. Rummanette accussì, ferma. (S'irrigidisce fissando l'effige immaginaria) Forse si m'avutavo avarria visto o capito 'a do' veneva 'a voce: 'a dint' a na casa c' 'o balcone apierto, d' 'o vico appriesso, 'a copp' a na fenesta... Ma penzaie: «E pecchè proprio a chistu mumento? Che ne sape 'a ggente d' 'e fatte mieie? E' stata Essa, allora... È stata 'a Madonna! S'è vista affrontata a tu per tu, e ha vuluto parlà... Ma, allora, 'a Madonna pe' parlà se serve 'e nuie... E quanno m'hanno ditto: "Ti togli il pensiero!", è stata pur'essa ca m' 'ha ditto, pe' me mettere 'a prova!... E nun saccio si fuie io o 'a Madonna d' 'e rrose ca facette c' 'a capa accussì! (Fa un cenno col capo come dire: "Si, hai compreso") 'E figlie so' ffiglie!» E giuraie. Ca perciò so' rimasta tant'anne vicino a te... Pe' lloro aggio suppurtato tutto chello ca m' he fatto e comme m'he trattato! E quanno chillu giovane se nnammuraie 'e me, ca me vuleva spusà, te ricuorde? Stevemo già nzieme 'a cinc'anne: tu, ammogliato, 'a casa toia, e io a San Putito, dint' a chelli tre cammere e cucina... 'a primma casarella ca me mettiste quanno, doppo quatt'anne ca ce cunuscévamo, finalmente, me levaste 'a llà ncoppo! (Allude al lupanare) E mme vuleva spusà, 'o povero giovane...Ma tu faciste 'o geluso. Te tengo dint' 'e rrecchie: «Io so' ammogliato, nun te pozzo spusà. Si chisto te sposa...» E te mettiste a. chiagnere. Pecché saie chiagnere, tu... Tutt' 'o cuntrano 'e me: tu, saie chiagnere! E lo dicette: «Va buo', chisto è 'o destino mio! Dummineco me vo' bbene, cu tutt' 'a bbona voluntà nun me pò spusà; è ammogliato... E ghiammo nnanze a San Putito dint' 'e tre cammere! » Ma, po', doppo duie anne, tua moglie murette. 'O tiempo passava... e io sempre a San Putito. E penzavo: «È giovane, nun se vo' attaccà pe' tutt' 'a vita cu n'ata femmena. Venarrà 'o mumento ca se calma, e cunsidera 'e sacrificie c'aggiu fatto!» E aspettavo. E quann'io, 'e vvote, dicevo: «Dummi', saie chi s'è spusato? ...Chella figliola ca steva 'e rimpetto a me dint' 'e fenestelle... », tu redive, te mettive a ridere, tale e quale comm' a quanno saglive, cull'amice tuoie, ncopp' addò stevo io, primma 'e San Putito. Chella resata ca nun è overa. Chella resata c'accumencia 'a miez' 'e scale... Chella resata ca è sempe 'a stessa, chiunque 'a fa! T'avarria acciso, quanno redive accussì! (Paziente) E aspettammo. E aggio aspettato vinticinc'anne! E aspettammo 'e grazie 'e don Dummineco! Oramaie tene cinquantaduie anne: è viecchio! Addò? Ca pozza iettà 'o sango, chillo se crede sempe nu giuvinuttiello! Corre appriesso 'e nennelle, se nfessisce, porta 'e fazzulette spuorche 'e russetto, m' 'a mette dint' 'a casa! (Minacciosa) Miettammélla mo dint' 'a casa, mo ca te so' mugliera. Te ne caccio a te e a essa. Ce simmo spusate. 'O prèvete ce ha spusate. Chesta è casa mia!

Erano le tre dopo mezzanotte. Camminavo da sola per la strada. Ero già andata via da casa da sei mesi. (Alludendo alla sua prima sensazione di maternità) Era la prima volta. E che faccio? A chi chiedo un consiglio? Mi tornavano in mente i consigli delle mie amiche: "Cosa aspetti! Ti togli il pensiero! Io conosco uno molto bravo..." Per combinazione, camminando camminando, mi ritrovai nel mio vicolo, davanti all'altarino della Madonna delle rose. L'affrontai così (Punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna): "Cosa devo fare? Tu sai tutto...Sai pure perchè ho peccato. Cosa devo fare?". Ma Lei zitta, non rispondeva. (Eccitata) "Tu fai così, è vero? Più non parli e più la gente ti crede?...Sto parlando con te! (Con arroganza vibrante) Rispondi!". (Rifacendo macchinalmente il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto che, in quel momento, parlò da ignota provenienza) «I figli sono figli!». Mi bloccai. Rimasi così, ferma. (S'irrigidisce fissando l'effige immaginaria) Forse se mi giravo avrei visto o capito da dove veniva la voce: da una casa con un balcone lasciato aperto, dal vicolo vicino, da una finestra...Ma pensai: "E perchè proprio in questo momento? Che ne sa la gente dei miei problemi? E'stata Lei, allora...E'stata la Madonna! Si è vista affrontata faccia a faccia e ha voluto parlare...Ma, allora, la Madonna per parlare si serve di noi...E quando qualcuno mi ha detto: "Ti togli il pensiero!", era sempre lei a parlare, per mettermi alla prova! ...E non so se fui io o la Madonna delle rose a fare così con la testa! (Fa un cenno col capo come dire: "Si, hai compreso") «I figli sono figli!» E giurai solennemente. Ed è per questo che sono rimasta per tanti anni accanto a te... Per loro ho sopportato tutto quello che mi hai fatto e come mi hai trattata! E quando quel giovane si innamorò di me e voleva sposarmi, ricordi? Tu ed io avevamo una storia già da cinque anni: tu, sposato, a casa tua, e io a San Potito, in quell'appartamentino... la prima casetta che mi desti quando, dopo cinque anni che ci conoscevamo, finalmente mi togliesti da quel posto! (Allude al lupanare). Mi voleva sposare, povero ragazzo... Ma tu facesti il geloso. Mi sembra ancora di sentirti: "Io sono ammogliato, non posso sposarti. Se questo qui ti sposa..." E ti mettesti a piangere. Perché sai piangere, tu! Non come me, anzi, proprio il contrario! Tu sai piangere. E io dissi: "Va bene, è questo il mio destino. Domenico mi vuol bene, con tutta la buona volontà non può sposarmi; è ammogliato... Tiriamo avanti qui a San Potito, in queste tre stanzette!". Ma poi, dopo due anni, tua moglie morì. Il tempo passava... e io sempre a San Potito. E pensavo: "Giovane com'è, ancora non gli va di legarsi per tutta la vita con un'altra donna. Verrà il momento in cui si calmerà e vorrà tener conto dei sacrifici che ho fatto!" E aspettavo. E quando mi capitava di dirgli: "Domenico, lo sai chi si è sposata? Quella ragazzina che abitava qui di fronte, al pianterreno...", allora ti mettevi a ridere, sì, ridevi, proprio come quando coi tuoi amici venivi a trovarmi... dove stavo io, prima di trasferirmi a San Potito. Quella risata incredibile. Quella risata che comincia mentre si salgono le scale. Quella risata che è sempre la stessa, chiunque la faccia! Ti avrei ucciso, quando ridevi in quel modo! (Paziente) E aspettiamo. E ho aspettato venticinque anni! E aspettiamo che il signor Domenico si decida a farci la grazia! Ormai ha cinquantadue anni: è vecchio! Macché! Che possa morire ammazzato, lui crede di essere ancora un giovanotto! Corre dietro alle ragazzine, si rincoglionisce, i suoi fazzoletti sono sporchi di rossetto, e me la porta fin dentro casa! (Minacciosa). Falla entrare adesso a casa mia, adesso che sono tua moglie. Vi butto fuori tutti e due. Ci siamo sposati. Il prete ci ha sposati. Questa è casa mia!

 

B) Testamento spirituale di don Domenico (dal bollettino parrocchiale)

Da quel 29 ottobre 2010 sono cambiate tante cose nella mia vita di giovane prete. Sapere di essere malato, vuol dire cominciare a vivere da malato, essere considerato da chi ti sta intorno un malato. [...] Mi sono imbattuto in quel mondo terribile delle cure chemioterapiche. [...] Sono stato un paziente pazientissimo. A distanza di poco più di un anno su consiglio dei dottori ho lasciato le chemio perché portavano solo effetti collaterali importanti senza dare alcun beneficio in termini di guarigione dalla malattia. [...] Sto sperimentando sulla mia pelle ciò che per fede ho sempre saputo. Che non è nelle capacità dell'uomo aggiungere giorni alla propria vita, e questo è vero per tutti, non solo per un ammalato di cancro. Ma posso in tanti modi, e mi sto impegnando a farlo dal primo istante, aggiungere vita ai miei giorni. Posso riempire ogni singolo istante del tempo che trascorro di sentimenti, di giorni e di dolore, di entusiasmo e di compassione. Cerco di affinare i sensi per non perdere neanche una goccia di vita che intorno a me scorre abbondante dalle mani di Dio. Parlare con la gente, preparare un'omelia, cercare i giovani che scappano dallo sguardo del Padre e quindi da quello di Dio, raccogliere lacrime, programmare e sognare un viaggio con gli amici preti... questo e tant'altro perché i giorni che vivo siano pieni di vita. Sono sempre stato un vulcano di entusiasmo e di attività, ma ciò che sto provando in questo periodo è la bellezza di una vita nascosta dietro ogni singolo e semplice giorno. E come è vero che si può vivere una vita intera in un solo istante di amore vissuto a pieno! Oppure, al contrario, si può sprecare una serie sterminata di giorni se si lascia fuori dalla porta della vita l'amore e la passione per tutto ciò che ci sta intorno. Tante delle persone che ho incontrato in questi mesi si sono preoccupate di aggiungere giorni alla mia vita: compito ingrato e fallimentare. Io, forse oggi con un po' di autorevolezza in più, posso suggerire a chi incontro di provare ad aggiungere vita ai giorni... più vita, più vita, più vita, grida la mia anima. Così si può portare anche il peso del cancro senza rinunciare alla gioia e alla bellezza della vita, che generosa trova vie per rivelarsi ai cuori di quanti la cercano. Non mi servono giorni... solo più vita.

L'augurio di Hans per il 2013, a sé stesso e a tutti quelli come lui, è quello di non far aspettare più nessuno e di non sprecare più una serie interminabile di giorni. Un augurio di vita.

 
 
 

Natuzza

Post n°182 pubblicato il 06 Novembre 2012 da HansSchnier

Sabato l'altro - quello prima del ponte dei morti - sono stato giù in Calabria, a pregare sulla tomba di Natuzza Evolo.

Questa ragazzina, cresciuta in un ambiente degradato, che a nove anni supplicava la Madonna e la affrontava quasi con disperazione, per chiederle di essere liberata dalle strettoie della sua situazione familiare.

Questa "pazza" che conobbe il manicomio - un'altra cosa in comune con Alda Merini, oltre all'essere mancate ai vivi il 1° novembre 2009 - e che vedeva i defunti come noi vediamo i vivi. Fino a dover chiedere a uno che era entrato in casa sua: Scusate, ma siete vivo o siete morto? Il che mi fa pensare ad Antonio de Curtis.

Eppure il fatto è serio.

Nuje simme serie, appartenimmo 'a morte (de Curtis).

Natuzza, semianalfabeta, riceveva in casa persone semplici e complicate, istruite e incolte, con o senza appartamenti intestati, con o senza precedenti penali.

Con o senza problemi di tossicodipendenza o di alcolismo, per esempio.

Ed atei.

Che redarguiva con ironica, femminile spietatezza. "Qui c'è tuo nonno, quello di cui ti sei portato la fotografia, lì nella tasca della giacca. Mi sta dicendo che sei nato il 16 aprile 1967, che lui è morto il 9 novembre 1983, che non ti ha mai visto sulla sua tomba, che stai pensando di lasciare la fidanzata ma che non sai cosa vuoi dalla vita, perché l'hai confusa con un divertimento".

Questa "strega" dalla quale scappare a gambe levate, perché davanti al suo candore di persona ignara dell'alta finanza e del diritto romano, della sintassi tedesca e del numero di Avogadro, ci si ritrovava messi a nudo.

O con una corona del Rosario in mano, per poter chiedere perdono.

Natuzza organizzava pellegrinaggi a San Giovanni Rotondo. Giovani calabresi affollavano i suoi pullman e si sfottevano pesantemente, ragazzi e ragazze, con allusioni sessuali.

"Dite pure le fetenzie, io le accetto, ma prima dobbiamo dire il Rosario".

L'amore di Natuzza - a parte il sig. Nicolace e un altro bell'uomo di duemila anni fa, alto quasi due metri, la barba castana, i capelli non troppo lunghi e la tunica bianca inconsutile - erano i giovani sbandati. Per esempio, i drogati.

Ai quali diceva: "Mi fate pena, siete sull'orlo del precipizio, avete buoni sentimenti ma vi fate turlupinare da persone senza scrupoli".

Tutto questo in calabrese stretto!

Io non ho avuto l'umiltà di andare lì, a Paravati, quando Natuzza era tra noi (e fino a qualche anno fa abitavo in Calabria: aggravante specifica). E adesso parlo di lei, così, come se fossi stato pappa e ciccia con lei una vita intera. Pazienza. Devolverò alla sua Fondazione il 5 per mille... Ma è ovvio che non può bastare.

(N.B.: La Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime sta costruendo un'imponente opera assistenziale nel sopra menzionato paesino del vibonese: ospizio per anziani, chiesa grande e bella, sala polifunzionale, comunità di recupero.)

Passate parola.

 
 
 

Piccola e povera...

Post n°179 pubblicato il 11 Ottobre 2012 da HansSchnier

... è Firenze, secondo Marchionne.

Che acume.

Che amor di patria.

Che cultura.

Hans è piccolo e povero, e chiede asilo a Firenze.

 
 
 

Sempre sul tema religioso: le astuzie del diavolo e l'ora di religione.

Post n°178 pubblicato il 05 Ottobre 2012 da HansSchnier

 

Si dice sempre che la più grande astuzia del diavolo è stata quella di essersi fatto dimenticare dagli uomini, anzi, quella di averli indotti a credere che egli non esista (Baudelaire).

Un’astuzia non inferiore è quella di aver relegato Dio nell’ora di religione.

Un’ora alla settimana, puramente ornamentale; intanto la vita deve continuare, indipendentemente dalla religione; ti confessi, ma devi peccare; la vita te lo impone. Così come la vita ti impone i suoi castighi, indipendentemente dal perdono di Dio; il perdono di Dio è un ornamento, una consolazione di cortesia, un contentino. La materia “religione” è la meno importante di tutto l’orario scolastico.

I sacramenti sono cerimonie, o talvolta passatempi spirituali; in quest’Italia ex D.C. (alquanto cattolica e non molto cristiana né democratica), più uomini e donne di quel che si possa immaginare si concedono questi piccoli lussi; la vita però è tutta un’altra cosa.

E quindi tu puoi e “devi” essere contemporaneamente uno che va in Chiesa e uno che nella vita campa come se Dio non esistesse, combinando sfracelli e venendo sfracellato. Appunto, c’est la vie.

Il punto di vista di un credente è completamente diverso, nelle due dimensioni: verticale e orizzontale.

1)    Il sacro è sacro se sta al primo posto. Ognuno inevitabilmente, voglia o non voglia, deve mettere qualcosa al primo posto, nella sua interiorità; a chi sull’altare interiore mette gli idoli – ma fosse pure l’idolatria del puro niente – peggio per lui. Ha creduto nel niente, nel successo, nella comodità, nell’eterna giovinezza e così via.

2)    Quanto detto vale sull’asse verticale, nell’interiorità dell’individuo. Però la sfera individuale interagisce con la realtà sociale; se tutta una società (o una buona parte di essa) devitalizza il sacro riducendolo a una Messa cantata e a una … messa in scena nel confessionale, questo deprezzamento (disprezzo) del divino si ripercuote sulla sensibilità dei singoli. La parola “sacro” perde significato; si sa che i significati delle parole dipendono dall’uso comune.

***

L’astuzia del diavolo è anche quella di farci credere la volontà di Dio lontana, impraticabile, fondamentalmente avulsa dalla realtà. Ci crogioliamo, a volte, nell'illusione di un Dio contento degli onori formali e che si lasci rabbonire da un po’ di pratica religiosa, come un gerarca che tenga all’ossequio anziché al bene dei suoi sottoposti.

E se scoprissimo che la vera volontà di Dio coincide (coincideva) con ciò che è (era, sarebbe stato) meglio per noi?

 

 
 
 

Carofiglio vs. Ostuni

Post n°176 pubblicato il 29 Settembre 2012 da HansSchnier

Ostuni Vincenzo ha offeso Carofiglio Gianrico col pretesto di criticarlo?

Carofiglio Gianrico ha diritto a un risarcimento perché il critico letterario ha abusato del diritto di critica?

Non spetta a me pronunciarmi su questa res iudicanda, e meno male! :-)

Ma la posso dire una cosa, a bassa voce? Carofiglio gioca bene le sue carte, perché è un ex P.M. e conosce la giurisprudenza. Non è un duello ad armi pari. Ostuni chieda scusa pubblicamente, è meglio per tutti quanti... Anche per la giustizia italiana.

 
 
 
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