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HansSchnier
   
 
Creato da HansSchnier il 28/10/2009

PEZZI, pezzotti

(le Opinioni tarocche)

 

 

Un haiku pezzotto

Post n°214 pubblicato il 17 Aprile 2014 da HansSchnier

Il plenilunio

sovrasta il vecchio noce

che non ha foglie.

 
 
 

Torta incresciosa

Post n°213 pubblicato il 06 Aprile 2014 da HansSchnier

L'essenziale, in questa ricetta, è l'incoerenza.

La prima parte della ricetta necessita di pazienza, precisione, equilibrio e serietà.

La seconda parte della ricetta è anarchica.

Comprate uno yogurt greco, di quelli molto densi, fatti con il latte intero. Praticamente, quelli che somigliano a un formaggio, più che a uno yogurt.

Procuratevi cinque uova fresche, 350 grammi di farina, 25 centilitri di latte e un panetto di burro da 125 grammi nonché sei cucchiai di zucchero. Si presuppone, altresì, che nella dispensa abbiate un barattolo di nutella, marchio registrato! Sennò la Ferrero ci fa causa! Si richiedono, ancora, un limone non trattato, due pizzichi di sale, una bustina di lievito  "Pane degli Angeli" (la cui funzione vanificherete, ma questo ve lo spiego più avanti) e due bustine di vanillina.

Rompete le uova e dividete il rosso dall'albume. In quest'ultimo mettete il primo pizzico di sale e montate a neve. Riponete in frigo l'albume montato.

Nei rossi d'uovo grattugiate finemente la scorza del limone (ho detto la scorza, quindi si intende solo la parte gialla; chi non capisce, è colpa sua). Aggiungete indi la vanillina, il secondo pizzico di sale e lo zucchero. Con una spatola di legno sbattete questo composto fino ad ottenere una soffice spuma biancastra.

Nel frattempo mi pare abbastanza scontato che abbiate fuso (non il cervello ma) il burro nei 25 cl di latte. Questo latte con rinforzino al colesterolo deve essere aggiunto all'impasto di uova, scorza di limone ecc.; il colpo di grazia alle vostre coronarie lo darete con lo yogurt greco simile a mascarpone, da amalgamare attentamente all'impasto medesimo. Lo yogurt all'uopo richiesto si distingue da tutti gli altri, nel banco frigo della salumeria, perché sul bordo i simpatici autori del packaging hanno delineato un cerchio nero, luttuoso quanto voluttuoso.

Setacciate la farina a poco a poco, unendola al composto senza fare grumi. Fate altrettanto con il lievito angelico. Prendete la chiara dal frigo, riversatela delicatamente nell'impasto avendo cura di non smontarla. Con la spatola incorporate la chiara nel composto sullodato, con movimenti lenti ... sinuosi ... sensuali ... Dall'alto verso il basso, piccoli, circolari. Non vi dico altro.

La teglia da forno precedentemente burrata e infarinata, dal diametro di 28 centimetri, accoglierà il vostro generoso sforzo e lo tradurrà nel forno preriscaldato a 180° celsius.

Dopo circa un'ora e un quarto, la componente anarchica della vostra personalità avrà, finalmente, la meglio.

Spegnete il forno.

Fate decrescere ciò che era lievitato.

Estraete il frutto del peccato dalla teglia.

Con il coltello tipo "Siffredi" (lama di almeno 21 centimetri) incidete il perimetro dell'afflosciato prodotto da forno.

A questo punto siate sporchi e prendete il filo interdentale. Quello dell'igiene orale, proprio quello lì.

Insinuate il filo nell'incisione poc'anzi effettuata in nome di Siffredi. Tagliate. Dimezzate la torta già di per sé abbastanza bassa. Ripeto, siate sporchi, sino in fondo.

Con lo stesso coltello inverecondo di cui sopra, spargete un'appropriata ed equa dose di nutella sulle rovine fumanti. Mi raccomando, solo su una delle due facciate. Non serve il raddoppio, non è il "panino imburrato sopra e sotto" di collodiana memoria.

Richiudete il frutto del peccato. Fate raffreddare. Nell'offrire una fetta di dolce agli ospiti, sottacete il riferimento all'igiene orale. Fine.

 
 
 

Dedicato alla "psi" della mia ex amica e ad altri bravi professionisti

Post n°212 pubblicato il 26 Marzo 2014 da HansSchnier

"Lei è uno shrink?".

"Sì".

"Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d'accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto più Shakespeare, Tolstoj e perfino Dickens di chiunque di voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che le ho nominato badano all'essenza. E non mi piacciono le etichette vacue che appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le consulenze di parte; e non mi piacete in Tribunale, uno per la difesa, l'altro per l'accusa, due cosiddetti esperti, l'un contro l'altro armati, ma entrambi col portafoglio gonfio. Voi giocate con la testa delle persone, e siete inutili, se non dannosi. Inoltre, stando a quanto ho letto di recente, avete abbandonato il lettino per i farmaci [...]. Paranoia? Prenda questo due volte al dì. Schizofrenia? Sciolga questo in bocca prima dei pasti. Io prendo un whisky al malto e un Montecristo per tutto, e le consiglio di fare altrettanto. Fanno duecento dollari, grazie."

Mordecai Richler, La versione di Barney
(trad. Matteo Codignola), Adelphi, p. 459

 
 
 

è love, è love, è love!

Post n°211 pubblicato il 09 Marzo 2014 da HansSchnier

http://youtu.be/v8ph38D3P_8

 
 
 

La grande bellezza

Post n°209 pubblicato il 05 Marzo 2014 da HansSchnier

Paolo Sorrentino è un uomo capace e intelligente. Sono contento che La grande bellezza abbia vinto l'Oscar. Ma avrebbe meritato di vincerlo con Il divo, anziché con questo confuso remake de La dolce vita. Gli americani si sentono in soggezione quando un europeo - con dispendio di risorse - gioca a fare l'esistenzialista, il dissoluto-disperato, il visionario, l'intellettuale. La frase di Céline in epigrafe... Il nome di Proust tirato in ballo tanto per sfottere, e così via. Le belle immagini della città eterna. La morte che troneggia e nobilita il tutto. Un po' di preti e suore, più o meno esenti dal peccato, comunque affascinanti nella loro stranezza. Esotismo della Chiesa cattolica nella città delle feste felliniane! Sono trucchi del mestiere. E così Natalia Aspesi e Curzio Maltese possono scrivere che Sorrentino è un uomo colto, e siamo tutti più felici.

 
 
 

Appunti su Agostino (il clown Hans Schnier ne aveva un singolare concetto)

Post n°208 pubblicato il 03 Febbraio 2014 da HansSchnier

Uno dei passaggi più comici e sconcertanti del romanzo di Heinrich Böll è la conversazione di Hans con il vecchio telefonista del seminario.

Il vegliardo che, nonostante la sordità, risponde al telefono della casa religiosa consiglia a Hans di dare alle fiamme l'opera di sant'Agostino, trattandosi, a suo dire, di soggettivismo tenuto in piedi da un'abile dialettica, e nulla più.

Dopo un centinaio di pagine Hans telefona di nuovo per parlare con il fratello seminarista, e il centralinista strampalato lo riconosce. Hans gli conferma di avere incendiato il suo Agostino. Il vecchio ci rimane un po' male, ma tant'è.

Forse si dovrà aprire, un bel giorno, una riflessione sui danni che sant'Agostino ha fatto alla cristianità mitizzando le proprie esperienze sentimentali. Tutta quell'enfasi sulla Grazia, che poi ha determinato tanti sconquassi tra Lutero, Calvino, Giansenio eccetera, non risente forse della storia personale dell'uomo Agostino? Sì, io avevo "PECCATO" (la carne della donna è peccaminosa), però la Grazia mi ha illuminato e adesso niente più donne, amavo l'amore ma non avevo capito ancora dove sta il vero Amore, quindi il sesso è una schifezza, il cui tumulto rende peccaminosa la procreazione, l'unica "vera" via di salvezza è la perfetta continenza.

Ma scusa, fammi un po' il piacere, tu e cotesta enfasi sulla Grazia che ti ha santificato "a prescindere"; tu e il tuo disprezzo per le tue compagne, e per tuo figlio Adeodato, cento volte più santo di te; tu e il tuo paradigma clericale e maschilista.

Hai cagionato un disastro, nella coscienza di sé che ha la Chiesa cattolica.

La Chiesa è una grande agenzia educativa. Oggi, la Chiesa ha il dovere, dico il dovere, di appaltare l'educazione sentimentale alle DONNE. Alle donne sposate, alle donne nubili, alle donne separate perché emarginate dai loro mariti.

Forse le donne hanno una visione della sessualità meno caotica della nostra. Forse non vivono l'atto sessuale come un trionfo dell'io.

Chi ha orecchie per intendere, santa benedizione, che intendesse!

 
 
 

Epicuro

Post n°207 pubblicato il 12 Novembre 2013 da HansSchnier
 
Tag: delirio

In edicola con il Sole 24 Ore, ecco a voi Epicuro, Lettera sulla felicità e altri scritti. Euro 6,90.

Ed ecco a voi alcune perle del grande filosofo:

La morte non è niente per noi. Ciò che si dissolve non ha più sensibilità, e ciò che non ha sensibilità non è niente per noi (Massime capitali, II; pag. 57 della pubblicazione sopra indicata).

Il più terribile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c'è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e, quanto agli altri, essi non sono più (Epistola a Meneceo, n. 125; pag. 50).

Non dura ininterrottamente il dolore della carne; il suo culmine dura anzi un tempo brevissimo; e ciò che di esso appena oltrepassa il piacere non si protrae molti giorni nella nostra carne. Le lunghe malattie poi arrecano alla carne più piacere che dolore (Massime capitali, IV; pag. 57).

Io non so se ridere o piangere di fronte a questi scioglilingua insensati, che offendono l'umanità e il suo dolore. Mi astengo dall'ironizzare, ma sarebbe facile farlo.

A queste vetuste insulsaggini che ancora oggi usurpano il nome di filosofia, preferisco l'onesto pessimismo del Qohèlet.

Preferisco, addirittura, la minacciosa tetraggine di santa Teresa d'Avila, con il suo aut pati aut mori.

Preferisco Gesù Cristo, che con la morte fece i conti seriamente, che pianse, e sudò sangue, per la paura e l'angoscia, e che non si sognò mai di dire - né ai discepoli né ai farisei né ai sadducei né ai centurioni romani né alla samaritana né agli indemoniati - simili stolte fandonie.

 
 
 

Lamento del rabbino Sussja

Post n°206 pubblicato il 25 Ottobre 2013 da HansSchnier

Prima della sua fine, Rabbi Sussja disse: «Nel mondo a venire non mi si chiederà: “Perché non sei stato Mosè?”. Mi si chiederà: “Perché non sei stato Sussja?”» (M. Buber)

 
 
 

Un post che è la fine del mondo!

Post n°205 pubblicato il 21 Agosto 2013 da HansSchnier

Siamo prossimi alla fine del mondo? Non possiamo saperlo (Mc 13,32; Mt 24,36; At 1,7), però siamo stati esortati a vigilare e a tener presenti i segni dei tempi. Quali segni dell’imminente parusia dobbiamo tenere in speciale considerazione “fatti terrificanti” e “segni grandi dal cielo” (Lc 21,11).

Effettivamente gli ultimi cento anni sono stati segnati da due guerre mondiali, dal genocidio degli Ebrei e di altri popoli (si pensi ai massacri perpetrati in Ruanda, che erano stati profetizzati nell’apparizione mariana di Kibeho), dalla minaccia atomica, dal preoccupante rinfocolarsi del radicalismo islamico. “Segni grandi dal cielo” si sono manifestati in particolare a Fatima, nel 1917 (l’apparizione di Fatima è, in sostanza, riconosciuta come attendibile dalla Chiesa cattolica, specie dopo l’attentato a Giovanni Paolo II).

Al contempo possiamo dire che il Vangelo è stato finalmente annunciato a tutti i popoli del pianeta Terra (cfr. Mt 24,14; Mc 13,10); la famosa “globalizzazione” ha comportato, difatti, anche questo effetto collaterale; del resto è notorio che tra gli anni ’80 e il Duemila i missionari cattolici o evangelici hanno raggiunto anche le più remote tribù amazzoniche, della Nuova Guinea, delle zone artiche ecc. Né possiamo tralasciare di considerare che la Palestina è ormai da quasi settant’anni ritornata agli Ebrei (sembrerebbero finiti, in questo senso, i “tempi dei gentili”: cfr. Lc 21,24).

Forse ci stiamo avviando all’epilogo della Storia? Non possiamo escluderlo, ma certamente non è consentito avanzare predizioni catastrofiche per il tale anno o decennio, né abbandonarsi a uno stile di vita confusamente “escatologico” come quello che san Paolo stigmatizzava in 2Ts 3,6-15. Dobbiamo farci trovare intenti al servizio, come servi fidati (Mt 24,45-46).

Da questo punto di vista, sembra di poter dire che il messaggio di Medjugorje sia stato talora divulgato con accenti inopportuni, oscillanti tra il catastrofismo e il devozionismo, non senza qualche fuga in un’irresponsabile insofferenza verso l’istituzione ecclesiastica. Una parola saggia, riguardo a Medjugorje, fu pronunciata da Natuzza Evolo: in Erzegovina la Madonna è apparsa e appare ancora, ma i veggenti, per una serie di circostanze (a cominciare dalla loro giovane età ai tempi delle prime apparizioni), non sempre hanno compreso fino in fondo la grandezza e la delicatezza del dono ricevuto.

La conseguenza, a sommesso avviso di chi scrive, è quella di un certo “divismo”, forse anche involontario ma incongruente con il fine specifico dei carismi, cioè con l’edificazione della generalità dei fedeli (1Cor 12,4-7).

Insomma, non è sbagliato prestare accolto, umilmente e attentamente, alla rivelazione privata di Medjugorje. È sbagliato, invece, diventare dei “fanatici medjugorjani” che sotto sotto vorrebbero dettare l’agenda alla Chiesa universale e che, senza volerlo, finiscono per far concorrenza ai Testimoni di Geova nello stilare il repertorio delle varie catastrofi, monotonamente classificate quali “sintomi” dell’imminenza del cd. tempo dei segreti.

 
 
 

Sto bene (è solo la fine del mondo) - di Ignazio TARANTINO, ed. Longanesi

Post n°204 pubblicato il 19 Luglio 2013 da HansSchnier
 

Romanzo di un esordiente, ex testimone di Geova, attualmente "apostata".

L'autore ha reso straordinariamente bene il senso di soffocamento di una famiglia numerosa (sei figli) racchiusa nei pochi metri quadri di un appartamentino al settimo piano di un malconcio caseggiato. Quando non ci sono i soldini, ci si aggrappa a qualunque cosa, anche a un'interpretazione iperletterale della Bibbia...

Allo scellerato e squattrinato Hans piace darsi un tono, segnalando che le citazioni bibliche incastonate nel romanzo sono desunte (et pour cause) dalla Traduzione del Nuovo Mondo: l'aspide di Isaia 11 diventa un più esotico cobra, e così via. C'è anche il lattante, da quelle parti. Sembra il mercante in fiera. Bellissimo!

Memorabile il personaggio della madre, "baccante" mancata - vedi la scena del dono degli ori ai santi Cosma e Damiano - che ha sublimato nel bigottismo tutte le sue pulsioni, dapprima in chiave cattolica e poi nell'ambiente ipersorvegliato della Sala del Regno. Ma anche il padre è ben tratteggiato, quantunque con scarsissima empatia.

Altri personaggi sono meno riusciti (esempio: la sorella Maria è una macchietta che non fa nemmeno ridere).

Alla fine l'autore si complimenta con sé stesso ("sto bene") e con chi gli ha insegnato a prendere la vita con leggerezza.

Hans non è mai stato nelle grazie dei tdG e non apprezza particolarmente la loro Bibbia (sul tema, si potrà leggere con profitto il documentato saggio di Valerio Polidori, pubblicato un anno fa da EDB), però gli è venuto il magone al pensiero che il giovane Giuliano (l'apostata, appunto!) era un missionario ed è diventato un "uomo nel mondo e del mondo" che come tanti altri si gode una facile libertà e non si pone più il problema di Dio, credendo solo alla scienza al pari di un Odifreddi.

Certo, c'è stato il trauma dell'ostracismo e della perdita dei contatti con la famiglia e con tanti ex correligionari; innegabile il diritto di riprendersi dallo shock. Ma la leggerezza non è questa gran cosa che può sembrare, caro Ignazio-Giuliano. Lo scoprirai anche tu, cammin facendo; nessuno è esonerato da certe scoperte. C'est la vie.

 
 
 

Telefono a gettoni

Post n°203 pubblicato il 02 Giugno 2013 da HansSchnier

Per quali eccentriche ragioni

qualcuno si spinge così oltre,

                              da ridursi a piangere

in morte del telefono a gettoni?

 

Quali saranno state le fascinazioni

dell’oggetto metallico desueto,

quale il segreto delle obsolete telecomunicazioni;

 

quale labirintite dell’anima,

quale insipiente perdita di tempo

è risalire la corrente del tempo

in un tempo che non si àncora a niente…

 

(E tanto meno a un rottame di passato,

a un pezzo insulso di modernariato.)

 
 
 

Capozzi

Post n°202 pubblicato il 22 Maggio 2013 da HansSchnier

Questa piccola storia da libro Cuore è vera, e vorrei raccontarla con semplicità, se ci riesco.

Marco Capozzi era un mio coetaneo. Alle elementari del mio paese eravamo entrambi considerati esemplari: lui era il modello negativo, il disordinato fino alla sciatteria, il piccolo perdente; io ero troppo bravo, parlavo bene l'italiano, la maestra mi esaltava. Preciso che non stavamo nella stessa classe. La cattiva fama di Capozzi era internazionale.

Anche alle scuole medie, non è che facesse grandi progressi, Capozzi, col suo cognome un po' goffo, però era un cognome da grande giurista, l'avesse saputo si sarebbe iscritto a giurisprudenza! Se solo si fosse diplomato.

Lo persi di vista. Passarono gli anni.

Ed eravamo ormai sulla trentina.

Io mi ero ormai sposato, mia madre era ancora viva? Non ricordo, forse sì. Avevo le mie piccole certezze economiche: un ottimo posto di lavoro, non dovevo pagare l'affitto, per giunta quel giorno ero in ferie.

Anzi, quella notte ero in ferie. Mio figlio, il delinquente, era già nato o ancora non delinqueva? Non riesco a ricordare. Quella notte mia moglie stava dormendo e io prendevo un po' d'aria al balcone.

Devo fare una descrizione, non posso proprio farne a meno. Sotto casa mi ritrovo un piazzale dalla forma oblunga, con la pavimentazione antica (i bàsoli di pietra lavica), forse un po' leziosa, bruscamente compensata dal condominio anni '60 in orrido stile funzionale che mi toglie il sole ad est. A monte del piazzale c'è una strada stretta, i SUV riescono a intrufolarvisi con qualche difficoltà. E alla sommità della strettoia c'è una chiesetta, intitolata agli Angeli custodi.

Di solito c'è traffico. E anche di notte passano motorini rombanti, specialmente ad agosto. Quella notte non passava nessuno. Gli Angeli avevano frapposto uno sbarramento invisibile. Dalla strettoia doveva scendere Capozzi, con suo figlio a cavalcioni sulle spalle.

Io guardavo, ero l'unico spettatore. Capozzi all'epoca lavorava in un cantiere edile, credo si fosse sposato anche lui. (Se mi leggesse un parente: mi dispiace per eventuali inesattezze.)

In questo silenzio non dico surreale, ma certamente insolito, Capozzi e il figlio scherzavano tra loro. Doveva essere un ottimo padre. Il bambino annuiva, sorrideva, parlottava. Erano belli, non smettevo di guardarli. Ovviamente stavo zitto. Non guardavano verso i balconi, non mi vedevano. Io non volevo mica che mi vedessero. E mi sentivo libero: Capozzi non era più il perdente, io non ero l'odioso modello positivo, ero solo uno spettatore, in una notte estiva. In un curioso silenzio. Quel genitore e quel bambino si volevano bene visibilmente, perfettamente.

Erano perfetti come un gol di Maradona, ma senza competizione. Erano esemplari, ecco la parola. Esemplari. In un modo completamente diverso dal passato.

Pochi giorni dopo gli Angeli ritennero che Capozzi fosse decisamente troppo bello per stare a questo mondo, e - a costo di dare un dispiacere al figlioletto, ma si vede che la cosa era urgente - se lo pigliarono, con un blocco di lapilcemento dall'altezza giusta, proprio sulla scatola cranica. Mentre stava lavorando. Ciao ciao.

Quando si dice la perfezione.

 

 
 
 

domanda semplice x la Gabanelli

Post n°201 pubblicato il 21 Maggio 2013 da HansSchnier

La domanda semplice che il miserabile Hans si permette di porre all'eccelsa Gabanelli è la seguente: ma questa è informazione? Mi sembra una predica. Mi sembra un "severo monito" in stile Napolitano!!!

 
 
 

Quarantaquattro anni, in fila x 3, col resto di

Post n°200 pubblicato il 20 Maggio 2013 da HansSchnier

2 (di picche)

se non si vede, vogliate per piacere cliccare sulla soprastante scritta youtube

 
 
 

Post rubacchiato da un profilo di Libero...

Post n°199 pubblicato il 07 Maggio 2013 da HansSchnier

Mi permetto di fare il copia&incolla di questo apologo che ho trovato su un profilo di Libero, qualche tempo fa. Non ricordo più il nick e me ne rammarico. (Non mi pare di aver visto, in calce al testo o nei box a margine, i soliti avvisi-diffide del tipo RIPRODUZIONE RISERVATA oppure MATERIALE PROTETTO DA COPYRIGHT.)

«Un anziano nonno indiano disse a suo nipote, giunto da lui arrabbiato con un amico, poiché questo gli aveva fatto un torto: -Lascia che ti racconti una storia. Anch'io, a volte, ho provato un grande odio per coloro che pretendono così tanto, senza preoccuparsi per ciò che fanno. Ma l’odio ti distrugge, e non nuoce al tuo nemico. È come avvelenarsi e desiderare che il tuo nemico muoia. Ho combattuto molte volte contro questi sentimenti. È come se in me ci fossero due lupi; uno è buono, e non fa male a nessuno. Vive in armonia con tutto ciò che c’è intorno a lui e non si offende, quando gli si rivolge un’offesa. Egli combatterà soltanto quando sarà giusto farlo, e nel modo giusto. Risparmia tutte le sue energie per la giusta lotta. Ma l’altro lupo… È pieno di odio. La minima cosa lo fa impazzire. Combatte contro chiunque, ogni momento, per nessun motivo. Non riesce a pensare, perché la sua rabbia e il suo odio sono smisurati. La sua è una rabbia disperata, perché non è in grado di cambiare nulla. A volte è difficile vivere con questi due lupi dentro di me, perché entrambi cercano di dominare il mio spirito.

Il ragazzo guardò intensamente negli occhi suo nonno, e chiese: -Quale dei due vince, nonno? Il nonno sorrise, e disse: -Quello a cui do da mangiare.»

 
 
 

Commento al post precedente

Post n°198 pubblicato il 30 Aprile 2013 da HansSchnier

Optimi culpa pessima: il forte sentire di Antonio Gramsci è stato speso per una causa sbagliata. E spietata.

Si può essere "differenti" senza essere spietati: vedi madre Teresa di Calcutta, tanto per indicare un nome esemplare.

Certo, non sono madre Teresa. Non amo "fino a farmi male", come esigeva la Santa, e quindi potrei essere giudicato indifferente, indolente, buono a nulla.

Sconto il mio limite. Non mi dichiaro innocente. So di dover pagare. Però al cazziatone di Antonio Gramsci mi sento di replicare: dovessi scegliere tra l'empietà di chi, col suo forte sentire, ha ritenuto suo dovere ammazzare Aldo Moro e la pietà di un Alberto Sordi qualsiasi che davanti al plotone di esecuzione piagnucola inebetito "e che si ammazzano così, i cristiani?" (cfr. il finale del film La grande guerra), preferirei essere quello che piagnucola e muore, anziché quello che fa il partigiano e uccide.

Questione di gusti personali...

 
 
 

virgolettato di Antonio Gramsci

Post n°197 pubblicato il 30 Aprile 2013 da HansSchnier

«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.»

 
 
 

Pensierino per Beppe Grillo (sapendo che non leggerà mai...)

Post n°196 pubblicato il 26 Aprile 2013 da HansSchnier

Dici che alle prossime elezioni prenderai più seggi? Dopo aver congelato milioni di voti e scongelato dalla cella frigorifera i morti viventi? (E non mi riferisco al Quirinale! Napolitano non ha colpa né dell'età che ha né dell'altrui inconcludenza.)

 
 
 

se non si vede, cliccate sulla scritta youtube

Post n°195 pubblicato il 25 Aprile 2013 da HansSchnier

 
 
 

Dialetto torrese

Post n°193 pubblicato il 23 Aprile 2013 da HansSchnier

Ogni tanto un mio amico mi illustra curiosi lemmi del dialetto di Torre Annunziata.

Premetto che Torre Annunziata ha dato i natali a persone importanti: il linguista Tullio De Mauro, il narratore Michele Prisco, il fondatore della dinastia De Laurentiis... Lungi da me ogni accusa di campanilismo. A Torre ci sono persone splendide. Se mi diverto a riferire qualche curiosità dialettale, spero di non essere frainteso: il mio mood è quello del sorriso venato di ammirazione per la creatività popolare.

E insomma: pare che una volta a Torre l'ascensore si chiamasse TRAM A MURO.

Pare che dalla bocca del popolo torrese il mondo abbia appreso il vero nome dell'Ape Piaggio: 'o 3 rrote.

Pare che lo specchio e la fotografia (nel senso di fotogramma) siano stati ivi definiti, rispettivamente, 'o taleqquale e 'a taleqquale (o forse vale anche in napoletano la regoletta che vieta il raddoppiamento della "q"? devo confessare la mia ignoranza).

Ma la vera perla è il vocabolo che designa l'ozioso, il fannullone, l'inconcludente: LISCIAPELUSCIA. Bersani, tu non puoi vantare nessun copyright sulla metafora del pettinare le bambole...

P.S.

A leggere i profili di Libero, sembra che tra gli utenti, e le utenti, di questa community non ci sia nessun lisciapeluscia. Tutti bravi, laboriosi, realizzatori. Uomini che non devono chiedere mai e donne che già sanno benissimo dove abita mr Right (peccato che gli uni e le altre stanno in questo carrozzone, chissà chi li ha costretti ad aprire profili e a perdere tempo qua dentro...). Ciao!

 
 
 
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