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Matteo 25, 24-30 (applicazione)

Post n°175 pubblicato il 19 Maggio 2012 da HansSchnier
 

Propongo un'applicazione della parte finale della parabola dei talenti (Mt 25, 24-30). Riporto il passo del Vangelo:

«Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.»

Sottolineo due cose:

1) gli aggettivi e pronomi possessivi. Il denaro non è del servo ma del padrone. Il servo ha un compito e deve adempierlo con lealtà e non in funzione della propria tranquillità. Non può bastare la restituzione del capitale: in fondo, (limitarsi a) salvaguardare l'integrità del capitale significa voler tutelare sé stessi e cercare una rassicurazione per la propria paura.

2) i banchieri. Si tratta dell'impiego ordinario, cioè dell'investimento più ovvio e doveroso del denaro ricevuto. Ogni investimento comporta un minimo di rischio e un minimo di sforzo. Anche per portare il denaro in banca bisogna informarsi, individuare l'istituto che pratica il tasso d'interesse meno insoddisfacente e le commissioni meno onerose, uscire di casa, parlare con il direttore e, poi, leggere gli estratti conto, passare allo sportello di tanto in tanto per chiedere chiarimenti su questo o quell'addebito... Ed è innegabile che anche la banca apparentemente più solida può fallire! Tutte queste cose, se non proprio ansiogene, sono comunque incompatibili con l'atarassia a cui aspira il servo fannullone.

In via applicativa, l'impiego ordinario dell'unico talento ricevuto, in vista di una remunerazione seppur modesta, può essere inteso come l'adempimento dei doveri ordinari del cristiano, nel suo stato di vita (sposato o single, figlio o genitore, lavoratore o studente, ecc.). L'impegno da profondere in tale adempimento dev'essere leale e vigilante. Vale a dire: esso dev'essere intelligentemente finalizzato - con l'aiuto del Signore Gesù - a un progresso e non alla "tranquillizzante" salvaguardia del proprio piccolo capitale di perbenismo.

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