SPERANZE

Da "L'aggressività femminile" , di Marina Valcarenghi - pag 138


Il complesso di potereIl complesso di potere non è la conquista di un territorio su cui esercitare un dominio, quale che sia, un negozio di alimentari o la Presidenza della Repubblica.Qualunque situazione, qualunque professione, qualunque rapporto contengono ovviamente del potere in un'alchimia complessa della quale dovremmo sempre cercare di essere consapevoli. Ma è attraversato quella situazione, quel lavoro e quel rapporto che noi proviamo a vivere. Diverso è quando il potere ci serve per assoggettare , per esercitare un illecito dominio sulla vita degli altri, per entrare nel loro territorio; in questo caso parliamo di complesso di potere. Quando ero bambina , qualcuno un giorno mi disse:" La tua libertà finisce dove comincia quella di un altro". Confine incerto, ho scoperto nel tempo, ma confine, tuttavia. Lo stesso si potrebbe dire del potere:" Il tuo potere finisce dove comincia quello di un altro". A Napoli uno strano proverbio dichiara:" Comandare è meglio che fottere", un modo rustico di affermare che il gioco del potere è più appagante del gioco del desiderio. Io non condivido questa opinione e tuttavia credo che, quando non sia possibile il gioco del desiderio, sia molto facile finire nel gioco del potere. E ci si consola con un proverbio. Il complesso di potere, che si distribuisce con imparziale generosità fra uomini e donne, rappresenta quasi sempre in queste ultime una forma di aggressività vicariata, che non serve a difendere la propria identità ma a devastare (sapendolo o no) quella altrui. Se andiamo in giro a saccheggiare il giardino degli altri, non per questo il nostro fiorisce. E infatti le donne afflitte da un complesso di potere mi hanno sempre parlato della loro infelicità, della loro frustrazione, della loro rabbia. Nessuna tuttavia è mai venuta da me motivando la richiesta di analisi con un complesso di potere; le motivazioni sono più immediatamente sintomatiche: insonnia, frigidità, ansia, periodici e atroci mal di testa, sensazione di solitudine, angoscia. Queste donne non inseguono le loro vere passioni, spesso non le conoscono nemmeno e anestetizzano le delusione cercando di comandare, di controllare, di assoggettare. La loro aggressività non è autodifensiva, dato che non serve a realizzare i loro desideri , ma è compensatoria e lesiva dell'identità altrui. E allora a che cosa serve? Forse a un'effimera sensazione di esistere e di contare e forse anche a un'inconscia vendetta verso gli altri su cui proiettano le loro frustrazioni. Si puo' esercitare il complesso di potere con l'autorità , con la violenza, con il sesso, con la minaccia, con il ricatto, con l'assenza, con l'imbroglio e la sua forza si può abbattere sui figli, sul marito, sulle amiche, sui dipendenti , sull'amante, sull'analista, su chiunque passa di lì. Una mia paziente era venuta da me per dei ricorrenti mal di testa, per una lieve depressione e soprattutto per risolvere un sintomo sessuale. Ogni volta che se ne parlava sentivo la sua contrarietà perchè i suoi organi sessuali erano drammaticamente insensibili al suo complesso di potere , non si comportavano come lei aveva deciso. Per sua stessa ammissione trascurava i suoi tre figli, prendeva in giro i suoi due ex mariti e, con il suo nuovo compagno, decideva sempre lei dove andare in vacanza, chi frequentare , quale film vedere, imponeva a tutti in ufficio i suoi periodi di ferie, il suo stile di lavoro, i suoi tempi. Sembrava divertita dalla sua prepotenza. Naturalmente c'erano delle ribellioni e quando non riusciva ad avere la meglio, la mia paziente si sentiva sola al mondo, incompresa, tradita, costretta a vedersela con una manica di imbecilli. Anche nell'aspetto fisico era imperiosa e provocatoria. Di certo non passava inosservata. Una sera, quando era già entrata nello studio,prima di cominciare la seduta,mi assentai per qualche minuto. Al mio ritorno, iniziò il suo colloquio ridendo e dicendomi:" Certo però che i sogni dei suoi pazienti sono ben strani; per esempio quello del toro infuriato sembra incredibile , mi sono divertita un sacco!" Sembrava che cercasse la mia complicità per ridere insieme, ma era troppo intelligente per non sapere il gioco che stava facendo e la sfida che conteneva. Aveva voluto mettermi alla prova , provocarmi, fare il suo gioco di potere anche con me, aveva in definitiva attuato un acting out e so quale importanza possano avere queste forme reattive all'interno di un processo analitico. Poteva nascondere gelosia nei confronti degli altri pazienti, o rappresentare un transfert materno negativo, poteva essere la rivolta contro di me che non risolvevo velocemente i suoi problemi, o la sfida verso una persona che esercitava un potere nei suoi confronti, potevano essere tante cose. Quella donna era comunque entrata nel mio territorio, se ne era impadronita, me lo aveva detto e tutto questo spreco di potere non era servito a renderla meno infelice e neppure più difesa. Un'altra donna venne da me in studio portando motivazioni inconsistenti, ma è spesso il tempo che in analisi porta in luce la trama di una vita. Era sposata da qualche anno e aveva una bambina; aveva anche un amante, anche lui sposato, che aveva conosciuto in un centro sportivo. La moglie del suo amico era incinta per la prima volta e lui non aveva intenzione di lasciarla. Fino a qui non vedevo la mia funzione in questa storia. Altri problemi riguardavano il rapporto con sua madre, un'attività che non le interessava per niente e qualche episodio bulimico riferito soprattutto al passato. Stavo aspettando e soprattutto, come sempre, stavo aspettando dei sogni. Invece un giorno mi parlò. Anche lei era incinta ed era incinta, senza ombra di dubbio, del suo amante. La questione era se abortire, se accettare la gravidanza e dire la verità al marito o se accettare la gravidanza e mentire al marito facendo passare il nascituro per suo. Una situazione del genere mi si era già presentata molti anni prima in analisi e la prima volta la mia paziente aveva deciso di tenersi il figlio e non dire niente al marito; contestualmente aveva abbandonato l'analisi. Chiesi alla mia paziente se il suo amico fosse al corrente della situazione, era al corrente e la lasciava libera di agire come credeva opportuno, salva la sua decisione di rimanere con la moglie. Le possibilità erano tre: abortendo risolveva il problema pagando con un senso di colpa e con la repressione del suo desiderio che la spingeva ad avere un figlio dall'uomo che amava. Accettando la gravidanza e mentendo a suo marito avrebbe rispettato il suo desiderio, ma avrebbe pagato con un diverso senso di colpa e avrebbe agito un complesso di potere decidendo non solo per sè, ma anche per il figlio, la figlia e il marito che non avrebbero forse mai saputo come stavano le cose. Accettando la gravidanza e dicendo la verità a suo marito, avrebbe dovuto probabilmente affrontare una separazione e sarebbe rimasta sola con due bambini. Aveva poco più di un mese per decidere. Nei nostri incontri lei si dibatteva in una solitudine tremenda; poteva parlare solo con me. Che cosa è più importante? Che cosa mi fa meno soffrire? Che cosa è meglio per il bambino? Fino a dove va il mio diritto di decidere per gli altri? Guardava suo marito la sera e si sentiva disperata. Incontrava il suo amante e, come lui, si sentiva smarrita e confusa. " In fondo " mi diceva " tenere il bambino e tacere è la soluzione meno costosa: mio marito sarebbe contento, la bambina avrebbe un fratellino, io avrei il figlio che desidero, il mio amante non ha niente da dire... certo io avrei un senso di colpa per avere manipolato la vita di altre persone a loro insaputa. Ma da qualche parte bisogna pagare."  Poi un giorno venne da me e mi mostrò l'impegnativa per l'aborto. "Non ho veramente scelta e devo pagare io e questo significa soffocare il mio desiderio e perdere il bambino. Non ho davvero concretamente la possibilità di occuparmi da sola di due figli. E poi che cosa mi hanno fatto di male mio marito e mia figlia? Io ho perso la testa , ma loro ci sono già." Le chiesi se fosse cosciente del dolore al quale andava incontro spegnendo quella vita e annullando una maternità così desiderata e mi rispose che lo sapeva e sapeva anche che il dolore era ancora più grande perchè non avrebbe più potuto continuare la storia col suo amico dopo avere abortito. "Non potrò più andare a letto con lui. Fuori questione." Quella mattina in ospedale mi chiese di esserle vicina e la vidi forte e determinata, senza una lacrima. La depressione sarebbe arrivata più tardi, ma era stato un codice personale, faticosamente rintracciato, a stabilire la sentenza enon un codice collettivo imposto alle donne da un principio di autorità maschileDAL BLOG ILLIME