S’atteggia a competente nel suo ruolo prorompente tramandato da altra gente.Non è mai inappetente del potere che lo attende; e se sente della truppa un malessere costante, finge di essere presente, si traveste da creanza e ti giudica a distanza; col potere che gli è dato, lui s’attiene al suo mandato e col fido ritardato stila presto un risultato.Se tu osservi la sua stanza, già ne senti la distanza; sono sempre religiosi questi esseri obbrobriosi, nel riquadro di una foto stringe mani a chi è più noto, come droga per le menti dei suoi miseri attendenti, mostra i suoi apprezzamenti in cornici rilucenti, non ha freddo non ha stenti, lui non soffre di lamenti perché gode dei potenti, del favore di quei santi o dei poveri dementi che purtroppo sono tanti.Poi tappeti e poltroncine perché lui è un tipo fine; quanto tiene alla sua tana, è un oracolo che brama, fila e tesse la sua trama come organza grossolana e non punta al tuo rispetto perché poi si gonfia il petto convocandoti a cospetto; col suo fare distaccato punta solo al suo spaccato, a quel ruolo tramandato quasi fosse di un casato, e tu assisti impotente all’arringa più strisciante di quest’essere latente che non pensa con la mente, che non sa cos’è la gente; il tuo male non lo sente, la tua forma evanescente è una forma come tante, quindi resti lì impalato a sentirti giudicato quasi fossi un imputato.Ma passa, come nodo di matassa anche il tempo del potente e si scioglie flebilmente come goccia nella fonte, come neve su quel monte, passerà e passerà ancora e quel ieri è già meno di ora.Tu sorridi e vai avanti, la tua cinta nei passanti ne vedrà ancora tanti; brutto comodo e sgraziato verrà un altro invertebrato un umano disossato, un idiota conclamato; ma del tempo non v’è traccia di chi giudica e ti taccia, con la boria tra le braccia, quel che conta in quest’infima realtà è quel gusto di un’antica civiltà il cui nome è dignità.
LA CASTA
S’atteggia a competente nel suo ruolo prorompente tramandato da altra gente.Non è mai inappetente del potere che lo attende; e se sente della truppa un malessere costante, finge di essere presente, si traveste da creanza e ti giudica a distanza; col potere che gli è dato, lui s’attiene al suo mandato e col fido ritardato stila presto un risultato.Se tu osservi la sua stanza, già ne senti la distanza; sono sempre religiosi questi esseri obbrobriosi, nel riquadro di una foto stringe mani a chi è più noto, come droga per le menti dei suoi miseri attendenti, mostra i suoi apprezzamenti in cornici rilucenti, non ha freddo non ha stenti, lui non soffre di lamenti perché gode dei potenti, del favore di quei santi o dei poveri dementi che purtroppo sono tanti.Poi tappeti e poltroncine perché lui è un tipo fine; quanto tiene alla sua tana, è un oracolo che brama, fila e tesse la sua trama come organza grossolana e non punta al tuo rispetto perché poi si gonfia il petto convocandoti a cospetto; col suo fare distaccato punta solo al suo spaccato, a quel ruolo tramandato quasi fosse di un casato, e tu assisti impotente all’arringa più strisciante di quest’essere latente che non pensa con la mente, che non sa cos’è la gente; il tuo male non lo sente, la tua forma evanescente è una forma come tante, quindi resti lì impalato a sentirti giudicato quasi fossi un imputato.Ma passa, come nodo di matassa anche il tempo del potente e si scioglie flebilmente come goccia nella fonte, come neve su quel monte, passerà e passerà ancora e quel ieri è già meno di ora.Tu sorridi e vai avanti, la tua cinta nei passanti ne vedrà ancora tanti; brutto comodo e sgraziato verrà un altro invertebrato un umano disossato, un idiota conclamato; ma del tempo non v’è traccia di chi giudica e ti taccia, con la boria tra le braccia, quel che conta in quest’infima realtà è quel gusto di un’antica civiltà il cui nome è dignità.