C'E' VITA DOPO LA MORTE? Le esperienze in punto di morte DI Paola GiovettiSeconda parteUn altro grave incidente, un'altra bella esperienza di confine che comprende questa volta anche un simbolo chiarissimo: il grande muro che impedisce l'accesso all'altra dimensione fatta di musica e luce. L'esperienza è della signora F. D. di Brescia.«Nel 1980 ho avuto un caso di premorte in seguito a un tremendo incidente stradale: è stata un'esperienza meravigliosa e davvero non si vorrebbe assolutamente ritornare sulla Terra nel corpo fisico.«Ero all'altezza di tre metri e vedevo tutto da sopra: vedevo la macchina capovolta, il mio corpo morto, la gente che si radunava sul ciglio della strada. Sentivo tutto quello che dicevano in ogni dettaglio e con estrema chiarezza. Ma poi alzando lo sguardo più in alto vedevo una enorme piazza tutta di marmo lucidissimo, grande come il mondo. In fondo, a mo' di orizzonte, vedevo una grande muraglia e capivo che per andare al di là bisognava attraversare questa muraglia. Sentivo dei cori angelici e cercavo di unirmici, ma non mi vollero dicendo che dovevo tornare sulla Terra nuovamente. Percepivo però che di là si conserva tutto, che il pensiero continua ed è anzi più limpido. So che mi sentivo felice, felicissima, ero beata, per non dire radiosa. Poi mi sono sentita rimpicciolire e rientrare nel corpo dalla parte delle narici e della bocca. Quando rinvenni ero piena di ematomi, dolori e gonfiori, ma la gioia era ancora così forte in me che non sentivo male: fu dopo in ospedale che gradatamente sentii un male fisico enorme.«La cosa più importante è che ero felice di vedere il mio corpo morto. Ero felice, era una cosa stupenda. La morte ora non mi fa più paura e capisco san Francesco che la chiamava "sorella morte"».È naturalmente molto difficile valutare esperienze di questo genere, che sono totalmente soggettive. Si può tuttavia notare che il mondo visto dal signor Domenico F. ricorda molto da vicino certe descrizioni giunte per via medianica: un ambiente non totalmente dissimile da quello terreno, anche se più bello e più sereno, incontri coi propri cari precedentemente defunti coi quali ci si intende senza bisogno di pronunciare parole, un'atmosfera tranquilla e beatificante. Vorrei a questo proposito ricordare che la lettura di "alcune" esperienze di questo tipo potrà forse non dire molto; ma quando le vicende vissute diventano decine e centinaia, tutte caratterizzate da elementi ricorrenti analoghi, l'impressione di "realtà" si fa molto più intensa.Un Aldilà fatto di luce e di amore per questa ragazza americana diciassettenne.«Nel 1967, quando avevo 17 anni, ebbi una grave forma allergica che a un certo punto mi procurò un'improvvisa difficoltà di respirazione. Rapidamente le cose peggiorarono al punto che i miei chiamarono un'ambulanza: non essendocene nessuna disponibile, vennero i vigili del fuoco. lo intanto ero quasi fuori conoscenza, pur continuando a fare uno sforzo tremendo per continuare a respirare. A un certo punto smisi di farlo e provai un gran sollievo per aver potuto smettere di lottare per vivere. Scivolai nel buio di una regione inconsapevole ma piena di pace. Di colpo mi trovai fuori dal corpo, a pochi passi di distanza da esso, guardando con grande curiosità i pompieri che mi facevano la respirazione bocca a bocca e mi massaggiavano. Mia madre mi spruzzava acqua sul viso. Mi resi conto anche che il pompiere che mi praticava la respirazione bocca a bocca mentalmente mi parlava e mi sollecitava a non cedere: gli ricordavo moltissimo sua figlia. Un attimo dopo mi trovai a guardare questa scena un po' comica dall'altezza dei fili del telefono. Vidi un bambino correre verso casa nostra e cercai di gridargli di non farlo, ma non mi udì. Intanto un vigile commentava tristemente che da tre minuti ero senza polso. Mia madre era fuori di sé, ma io volevo gridar loro che tutto era come doveva essere e che stavo benissimo. Mi sentivo infatti felice, a mio perfetto agio, addirittura esilarata per la nuova situazione: un'autentica fenice risorta, libera dai limiti del corpo e del mondo fisico. Tutto intorno a me era musica: l'etere del mio nuovo universo era amore, un amore così puro e generoso che non desideravo altro che rimanere lì. Mi resi conto della presenza di uno zio trapassato, ci riconoscemmo e restammo insieme. Ci muovevamo in un mare di luce, con la quale mi identificavo sempre più. Poi di colpo tutto finì: fui spinta in un tunnel luminoso e catapultata di nuovo nel mondo fisico. Mi ritrovai a pochi passi dal mio corpo: era arrivata l'ambulanza e anche il nostro medico di casa che mi stava riempiendo di adrenalina e mi faceva il massaggio cardiaco. Il mio polso aveva ripreso e batteva debolmente e a questo punto fui come risucchiata dal corpo... mi sentivo confusa, con un senso di imprigionamento e di degradazione quale non avevo mai provato».Ancora luce e beatitudine in quest'altra esperienza, capitata a una signora di Roma.«Ero molto legata a mio padre e quando quindici anni fa lui mancò, io, che avevo allora 40 anni, dopo pochi minuti ebbi un collasso: ricordo perfettamente che girai le pupille in su, chiusi gli occhi e vidi mio padre allontanarsi verso una immensa distesa bianca, luminosa, di un infinito bagliore in cui si perse, mentre io mi fermai, incerta. Era successo che ero caduta in coma per un arresto cardiaco e mentre i medici si affannavano con iniezioni e il massaggio cardiaco io mi sentivo serena, leggera e contenta, in uno stato di vera beatitudine.Un'esperienza analoga a quelle finora narrate è stata riferita da un testimone superiore a ogni sospetto: il medico e psicologo svizzero Carl Gustav Jung. Si tratta di un fatto capitato a una sua paziente e Jung lo riporta nel suo libro La sincronicità.«La signora in questione aveva avuto un parto molto difficile, seguito da una violenta emorragia che le aveva provocato un collasso. A un certo punto la paziente ebbe la sensazione di stare sprofondando attraverso il letto in un vuoto senza fondo; ma non aveva paura... La consapevolezza successiva fu che, senza alcuna sensazione del proprio corpo, guardava in giù da un punto posto proprio sul soffitto della stanza e percepiva tutto quello che accadeva sotto di lei: vedeva se stessa pallida come un cadavere, stesa sul letto con gli occhi chiusi.«Accanto al letto c'era l'infermiera, il medico correva agitato su e giù per la stanza, le pareva che avesse perso la testa e non sapesse bene cosa fare. Sua madre e suo marito entrarono e la guardarono spaventati. Ma lei pensava: è proprio sciocco che pensino che io stia morendo, è chiaro che tornerò in me. Intanto sapeva che dietro di lei si trovava uno splendido paesaggio, una sorta di parco dai colori smaglianti, e in particolare un prato verde smeraldo con l'erba corta, che si stendeva su un pendio e al quale si accedeva attraverso una porta a grata che dava sul parco. Era primavera e il prato era pieno di piccoli fiori variopinti che non aveva mai veduto prima. Un sole intensissimo illuminava la zona e tutti i colori erano di uno splendore indescrivibile; il prato faceva l'impressione di una radura nel bosco, dove l'uomo non aveva mai messo piede. Sapeva che era l'ingresso di un altro mondo e che se si fosse voltata per guardare direttamente la scena sarebbe stata tentata di varcare la porta e quindi di abbandonare la vita. Sentiva che niente le avrebbe impedito di varcare la soglia, ma sapeva anche che sarebbe tornata nel proprio corpo e non sarebbe morta».La signora infatti si riprese e fu in grado di narrare nei particolari tutto quanto era avvenuto durante il suo svenimento, compreso il comportamento "isterico e incompetente" del medico.A commento di questo caso Jung osserva: «Non è facile spiegare come possano verificarsi, in una condizione di grave collasso, processi di rimemorizzazione di straordinaria intensità psichica, e come si possano osservare a occhi chiusi eventi reali nei loro dettagli concreti. Dovremmo aspettarci che un'anemia cerebrale così evidente pregiudicasse notevolmente, o addirittura impedisse, proprio il verificarsi di processi psichici assai complessi».Commento che si attaglia perfettamente anche a tutti i casi riportati.Jung peraltro aveva un'esperienza personale e diretta di questo genere: l'aveva vissuta a 69 anni, quando era stato colpito da infarto e l'aveva poi descritta nel capitolo "Visioni" del suo libro autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni raccolti ed editi dalla sua allieva e collaboratrice Aniela Jaffé. Ecco dunque la sua esperienza, che è di particolare intensità e significato, anche dal punto di vista delle conseguenze.«Al principio del 1944 mi fratturai una gamba, e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di morte e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora... Mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio, e sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina, e distinguevo i continenti e l'azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c'era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l'India. La mia visuale comprendeva tutta la Terra, ma la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato.Sulla sinistra, in fondo, c'era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell'Arabia: come se l'argento della Terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso, e lontano – come a sinistra in alto su una carta – potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i nevai dell'Himalaya coperti di neve, ma in quella distanza c'era nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra.«Sapevo di essere sul punto di lasciare la Terra. Più tardi mi informai dell'altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 km! La vista della Terra a tale altezza era la cosa più meravigliosa che avessi mai visto».Oggi che le fotografie scattate dagli astronauti nello spazio ci hanno reso familiare l'immagine del nostro globo azzurro avvolto di nubi bianche, la visione di Jung acquista un realismo eccezionale: nel 1944 però, quando Jung ebbe la sua esperienza, di voli spaziali non si parlava e dovevano passare parecchi anni prima che la famosa immagine facesse il giro del mondo.Ma l'avventura continua: sospeso nello spazio cosmico, Jung vede una pietra, una specie di meteorite, grande come una casa, simile a certi blocchi di granito che aveva visto a Ceylon, nei quali viene talora scavato un tempio. E anche nel "meteorite" è scavato un tempio: la porta è incorniciata di lampade accese e a destra di essa siede, in attesa, un indù nella posizione del loto. E qui avviene un processo interiore di liberazione e contemporaneamente di immedesimazione col proprio bagaglio terreno: «Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all'entrata accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all'improvviso tolto violentemente. Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato o pensato, tutta la fantasmagoria dell'esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratta: un processo estremamente doloroso. Nondimeno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei anche dire: era tutto con me e io ero tutto ciò. Consistevo di tutte queste cose, per così dire: consistevo della mia storia personale e avvertivo con sicurezza: "Questo è ciò che sono. Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute".Questa esperienza mi dava la sensazione di estrema miseria e al tempo stesso di grande appagamento. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente: ero ciò che ero stato e che avevo vissuto».A questo punto però il processo si blocca, avviene qualcosa per cui bisogna tornare indietro: «Mentre mi avvicinavo al tempio avevo la certezza di essere sul punto di entrare in una stanza illuminata e di incontrarvi tutte quelle persone alle quali in realtà appartengo. Là finalmente avrei capito – anche questo era certezza – da quale nesso storico dipendessero il mio io e la mia vita, e avrei conosciuto ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo e verso che cosa dovesse continuare a fluire la mia vita... Mentre così meditavo accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Dal basso, dalla direzione dell'Europa, fluiva verso l'alto un'immagine: era il mio medico... Quando quell'immagine mi fu innanzi, ebbe luogo tra noi un muto scambio di pensieri. Il mio medico era stato delegato dalla Terra a consegnarmi un messaggio, a dirmi che c'era una protesta contro la mia decisione di andarmene. Non avevo diritto di lasciare la Terra, dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì».Se si considera con attenzione il racconto di Jung, non avremo difficoltà a individuare in esso elementi che abbiamo già incontrato in vari altri casi: un'esperienza fuori dal corpo, il luogo sacro, la dimensione diversa nella quale il protagonista agisce, una situazione di confine, simbolizzata dal medico che fa capire che non è tempo di morire, che occorre tornare indietro; oltre naturalmente a sensazioni di bellezza e di gioia.Ma l'esperienza non finisce qui: durante le tre settimane che segui¬rono l'infarto, Jung ebbe ancora, praticamente ogni notte, echi e riflessi di questa prima esperienza cosmica. Ricordando quanto gli era stato consentito di vivere, egli scrisse di essersi sentito «come sospeso nello spazio al sicuro nel grembo dell' universo, in un vuoto smisurato, ma colmo di un intenso sentimento di felicità... E impossibile farsi un'idea della bellezza e dell'intensità dei sentimenti durante quelle visioni». E aggiunge: «Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora in poi non mi sono mai liberato completamente dall'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo... Posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non temporale nella quale presente, passato e futuro siano una sola cosa».La realtà terrena era apparsa a Jung come «una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, che aveva una specie di potere ipnotico, che costringeva a credere che essa fosse la realtà, nonostante si fosse conosciuta con evidenza la sua nullità».Jung affermò anche che solo dopo la malattia aveva scritto le sue opere principali: le intuizioni e le conoscenze derivate da quella esperienza gli avevano infuso «il coraggio di intraprendere nuove formulazioni». Dopo la malattia però era avvenuta anche un'altra cosa: «Un dir di "sì" all'esistenza, un "sì" incondizionato a ciò che essa è, senza pretese soggettive; l'accettazione delle condizioni dell'esistenza cosi come le vedo e le intendo.«L'accettazione della mia esistenza, proprio come essa è».Per concludere riporto l'esperienza vissuta durante un coma dalla psicologa romana Laura Boggio Gilot, che oltre a narrare le proprie visioni e sensazioni ha anche voluto commentare la propria "avventura" nell'altra dimensione.«L'esperienza di morte riguarda uno stato di coscienza "transpersonale" ovvero oltre i confini dell'ordinaria personalità, in cui l'identità trascende il senso dell'io incapsulato nel corpo e il contesto empirico della coscienza razionale. Nell'esperienza di morte si accede a un reame non percepibile sensorialmente, che è essenzialmente un reame di bontà, verità e bellezza. Lo stato di coscienza transpersonale non comporta identificazioni con limiti spaziali e temporali, in quanto l'ambito della realtà oggettiva è sperimentato come arbitrario e la discontinuità della materia è sperimentata come un'illusione. Nel caso personale, l'esperienza della morte è cominciata con l'attutimento della percezione sensoriale e con la conseguente consapevolezza di morire vissuta senza paure o emozioni particolari. Alla consapevolezza di morire ha fatto seguito l'uscita dal corpo fisico e la visione di quest'ultimo come un involucro distante e separato dalla coscienza. Successivamente ho sperimentato il distacco dalle emozioni e dai pensieri, che sono apparsi come diversi "corpi" indipendenti dalla mia coscienza. A questa esperienza ancora descrivibile è seguita un'immersione in una dimensione ineffabile che è al di là di qualsiasi concettualizzazione e verbalizzazione. In questa fase si sperimenta l'ingresso illimitato in una realtà trascendente che è unitaria, eterna e infinita, essenza di bene e di conoscenza. La coscienza cosmica che ne deriva rientra nella visione unitaria, ordinata e armonica dell' universo e nella consapevolezza della propria appartenenza a questa perfezione».Quanto alle conseguenze di questo tipo di esperienza, Laura Boggio Gilot così si esprime:«Il ritorno alla vita dopo un'esperienza di morte comporta una rivoluzione nel contesto della conoscenza della realtà e delle motivazioni individuali. Le implicazioni del " viaggio" oltre il sensibile e oltre i confini dell'io sono cognitive ed etiche. Dal punto di vista cognitivo il senso della propria identità si dilata fino a includere la realtà trascendente: questo vanifica la paura della morte e conferisce al senso della vita il colore dell'eternità. La visione dell'esistenza quale realtà che trascende i confini del corpo e della mente concreta porta a una modificazione dei propri bisogni e delle proprie mete, che si indirizzano nel senso della conoscenza e del bene. A mio giudizio, dal punto di vista di una valutazione scientifica dell'esperienza di morte, questo tipo di consapevolezza in assenza di ordinario funzionamento cerebrale dimostra che esiste un'attività della mente al di là dei confini organici del cervello. Anche se le coordinate sensoriali e razionali sono cadute, la coscienza continua a esistere e si espande a possibilità transrazionali che hanno un voltaggio assai superiore a queste ultime.«Quello che mi sembra importante è la coincidenza, nell'esperienza di morte, tra ingresso in un reame trans -sensibile e cognizione di perfezione e ineffabile gioia, che rende chiaro il senso dell'interpretazione mistica dell'incontro con Dio. Credo che sia proprio questo tipo di "divino contatto" che non permette più a una persona che "ritorna" di vivere come prima, e ineluttabilmente fa slittare le motivazioni individuali da una posizione egocentrica a una cosmocentrica».fonte:www.neardeath.itPaola GIOVETTI
ESPERIENZE AL DI FUORI DAL CORPO PARTE 2
C'E' VITA DOPO LA MORTE? Le esperienze in punto di morte DI Paola GiovettiSeconda parteUn altro grave incidente, un'altra bella esperienza di confine che comprende questa volta anche un simbolo chiarissimo: il grande muro che impedisce l'accesso all'altra dimensione fatta di musica e luce. L'esperienza è della signora F. D. di Brescia.«Nel 1980 ho avuto un caso di premorte in seguito a un tremendo incidente stradale: è stata un'esperienza meravigliosa e davvero non si vorrebbe assolutamente ritornare sulla Terra nel corpo fisico.«Ero all'altezza di tre metri e vedevo tutto da sopra: vedevo la macchina capovolta, il mio corpo morto, la gente che si radunava sul ciglio della strada. Sentivo tutto quello che dicevano in ogni dettaglio e con estrema chiarezza. Ma poi alzando lo sguardo più in alto vedevo una enorme piazza tutta di marmo lucidissimo, grande come il mondo. In fondo, a mo' di orizzonte, vedevo una grande muraglia e capivo che per andare al di là bisognava attraversare questa muraglia. Sentivo dei cori angelici e cercavo di unirmici, ma non mi vollero dicendo che dovevo tornare sulla Terra nuovamente. Percepivo però che di là si conserva tutto, che il pensiero continua ed è anzi più limpido. So che mi sentivo felice, felicissima, ero beata, per non dire radiosa. Poi mi sono sentita rimpicciolire e rientrare nel corpo dalla parte delle narici e della bocca. Quando rinvenni ero piena di ematomi, dolori e gonfiori, ma la gioia era ancora così forte in me che non sentivo male: fu dopo in ospedale che gradatamente sentii un male fisico enorme.«La cosa più importante è che ero felice di vedere il mio corpo morto. Ero felice, era una cosa stupenda. La morte ora non mi fa più paura e capisco san Francesco che la chiamava "sorella morte"».È naturalmente molto difficile valutare esperienze di questo genere, che sono totalmente soggettive. Si può tuttavia notare che il mondo visto dal signor Domenico F. ricorda molto da vicino certe descrizioni giunte per via medianica: un ambiente non totalmente dissimile da quello terreno, anche se più bello e più sereno, incontri coi propri cari precedentemente defunti coi quali ci si intende senza bisogno di pronunciare parole, un'atmosfera tranquilla e beatificante. Vorrei a questo proposito ricordare che la lettura di "alcune" esperienze di questo tipo potrà forse non dire molto; ma quando le vicende vissute diventano decine e centinaia, tutte caratterizzate da elementi ricorrenti analoghi, l'impressione di "realtà" si fa molto più intensa.Un Aldilà fatto di luce e di amore per questa ragazza americana diciassettenne.«Nel 1967, quando avevo 17 anni, ebbi una grave forma allergica che a un certo punto mi procurò un'improvvisa difficoltà di respirazione. Rapidamente le cose peggiorarono al punto che i miei chiamarono un'ambulanza: non essendocene nessuna disponibile, vennero i vigili del fuoco. lo intanto ero quasi fuori conoscenza, pur continuando a fare uno sforzo tremendo per continuare a respirare. A un certo punto smisi di farlo e provai un gran sollievo per aver potuto smettere di lottare per vivere. Scivolai nel buio di una regione inconsapevole ma piena di pace. Di colpo mi trovai fuori dal corpo, a pochi passi di distanza da esso, guardando con grande curiosità i pompieri che mi facevano la respirazione bocca a bocca e mi massaggiavano. Mia madre mi spruzzava acqua sul viso. Mi resi conto anche che il pompiere che mi praticava la respirazione bocca a bocca mentalmente mi parlava e mi sollecitava a non cedere: gli ricordavo moltissimo sua figlia. Un attimo dopo mi trovai a guardare questa scena un po' comica dall'altezza dei fili del telefono. Vidi un bambino correre verso casa nostra e cercai di gridargli di non farlo, ma non mi udì. Intanto un vigile commentava tristemente che da tre minuti ero senza polso. Mia madre era fuori di sé, ma io volevo gridar loro che tutto era come doveva essere e che stavo benissimo. Mi sentivo infatti felice, a mio perfetto agio, addirittura esilarata per la nuova situazione: un'autentica fenice risorta, libera dai limiti del corpo e del mondo fisico. Tutto intorno a me era musica: l'etere del mio nuovo universo era amore, un amore così puro e generoso che non desideravo altro che rimanere lì. Mi resi conto della presenza di uno zio trapassato, ci riconoscemmo e restammo insieme. Ci muovevamo in un mare di luce, con la quale mi identificavo sempre più. Poi di colpo tutto finì: fui spinta in un tunnel luminoso e catapultata di nuovo nel mondo fisico. Mi ritrovai a pochi passi dal mio corpo: era arrivata l'ambulanza e anche il nostro medico di casa che mi stava riempiendo di adrenalina e mi faceva il massaggio cardiaco. Il mio polso aveva ripreso e batteva debolmente e a questo punto fui come risucchiata dal corpo... mi sentivo confusa, con un senso di imprigionamento e di degradazione quale non avevo mai provato».Ancora luce e beatitudine in quest'altra esperienza, capitata a una signora di Roma.«Ero molto legata a mio padre e quando quindici anni fa lui mancò, io, che avevo allora 40 anni, dopo pochi minuti ebbi un collasso: ricordo perfettamente che girai le pupille in su, chiusi gli occhi e vidi mio padre allontanarsi verso una immensa distesa bianca, luminosa, di un infinito bagliore in cui si perse, mentre io mi fermai, incerta. Era successo che ero caduta in coma per un arresto cardiaco e mentre i medici si affannavano con iniezioni e il massaggio cardiaco io mi sentivo serena, leggera e contenta, in uno stato di vera beatitudine.Un'esperienza analoga a quelle finora narrate è stata riferita da un testimone superiore a ogni sospetto: il medico e psicologo svizzero Carl Gustav Jung. Si tratta di un fatto capitato a una sua paziente e Jung lo riporta nel suo libro La sincronicità.«La signora in questione aveva avuto un parto molto difficile, seguito da una violenta emorragia che le aveva provocato un collasso. A un certo punto la paziente ebbe la sensazione di stare sprofondando attraverso il letto in un vuoto senza fondo; ma non aveva paura... La consapevolezza successiva fu che, senza alcuna sensazione del proprio corpo, guardava in giù da un punto posto proprio sul soffitto della stanza e percepiva tutto quello che accadeva sotto di lei: vedeva se stessa pallida come un cadavere, stesa sul letto con gli occhi chiusi.«Accanto al letto c'era l'infermiera, il medico correva agitato su e giù per la stanza, le pareva che avesse perso la testa e non sapesse bene cosa fare. Sua madre e suo marito entrarono e la guardarono spaventati. Ma lei pensava: è proprio sciocco che pensino che io stia morendo, è chiaro che tornerò in me. Intanto sapeva che dietro di lei si trovava uno splendido paesaggio, una sorta di parco dai colori smaglianti, e in particolare un prato verde smeraldo con l'erba corta, che si stendeva su un pendio e al quale si accedeva attraverso una porta a grata che dava sul parco. Era primavera e il prato era pieno di piccoli fiori variopinti che non aveva mai veduto prima. Un sole intensissimo illuminava la zona e tutti i colori erano di uno splendore indescrivibile; il prato faceva l'impressione di una radura nel bosco, dove l'uomo non aveva mai messo piede. Sapeva che era l'ingresso di un altro mondo e che se si fosse voltata per guardare direttamente la scena sarebbe stata tentata di varcare la porta e quindi di abbandonare la vita. Sentiva che niente le avrebbe impedito di varcare la soglia, ma sapeva anche che sarebbe tornata nel proprio corpo e non sarebbe morta».La signora infatti si riprese e fu in grado di narrare nei particolari tutto quanto era avvenuto durante il suo svenimento, compreso il comportamento "isterico e incompetente" del medico.A commento di questo caso Jung osserva: «Non è facile spiegare come possano verificarsi, in una condizione di grave collasso, processi di rimemorizzazione di straordinaria intensità psichica, e come si possano osservare a occhi chiusi eventi reali nei loro dettagli concreti. Dovremmo aspettarci che un'anemia cerebrale così evidente pregiudicasse notevolmente, o addirittura impedisse, proprio il verificarsi di processi psichici assai complessi».Commento che si attaglia perfettamente anche a tutti i casi riportati.Jung peraltro aveva un'esperienza personale e diretta di questo genere: l'aveva vissuta a 69 anni, quando era stato colpito da infarto e l'aveva poi descritta nel capitolo "Visioni" del suo libro autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni raccolti ed editi dalla sua allieva e collaboratrice Aniela Jaffé. Ecco dunque la sua esperienza, che è di particolare intensità e significato, anche dal punto di vista delle conseguenze.«Al principio del 1944 mi fratturai una gamba, e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di morte e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora... Mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio, e sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina, e distinguevo i continenti e l'azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c'era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l'India. La mia visuale comprendeva tutta la Terra, ma la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato.Sulla sinistra, in fondo, c'era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell'Arabia: come se l'argento della Terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso, e lontano – come a sinistra in alto su una carta – potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i nevai dell'Himalaya coperti di neve, ma in quella distanza c'era nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra.«Sapevo di essere sul punto di lasciare la Terra. Più tardi mi informai dell'altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 km! La vista della Terra a tale altezza era la cosa più meravigliosa che avessi mai visto».Oggi che le fotografie scattate dagli astronauti nello spazio ci hanno reso familiare l'immagine del nostro globo azzurro avvolto di nubi bianche, la visione di Jung acquista un realismo eccezionale: nel 1944 però, quando Jung ebbe la sua esperienza, di voli spaziali non si parlava e dovevano passare parecchi anni prima che la famosa immagine facesse il giro del mondo.Ma l'avventura continua: sospeso nello spazio cosmico, Jung vede una pietra, una specie di meteorite, grande come una casa, simile a certi blocchi di granito che aveva visto a Ceylon, nei quali viene talora scavato un tempio. E anche nel "meteorite" è scavato un tempio: la porta è incorniciata di lampade accese e a destra di essa siede, in attesa, un indù nella posizione del loto. E qui avviene un processo interiore di liberazione e contemporaneamente di immedesimazione col proprio bagaglio terreno: «Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all'entrata accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all'improvviso tolto violentemente. Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato o pensato, tutta la fantasmagoria dell'esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratta: un processo estremamente doloroso. Nondimeno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei anche dire: era tutto con me e io ero tutto ciò. Consistevo di tutte queste cose, per così dire: consistevo della mia storia personale e avvertivo con sicurezza: "Questo è ciò che sono. Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute".Questa esperienza mi dava la sensazione di estrema miseria e al tempo stesso di grande appagamento. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente: ero ciò che ero stato e che avevo vissuto».A questo punto però il processo si blocca, avviene qualcosa per cui bisogna tornare indietro: «Mentre mi avvicinavo al tempio avevo la certezza di essere sul punto di entrare in una stanza illuminata e di incontrarvi tutte quelle persone alle quali in realtà appartengo. Là finalmente avrei capito – anche questo era certezza – da quale nesso storico dipendessero il mio io e la mia vita, e avrei conosciuto ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo e verso che cosa dovesse continuare a fluire la mia vita... Mentre così meditavo accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Dal basso, dalla direzione dell'Europa, fluiva verso l'alto un'immagine: era il mio medico... Quando quell'immagine mi fu innanzi, ebbe luogo tra noi un muto scambio di pensieri. Il mio medico era stato delegato dalla Terra a consegnarmi un messaggio, a dirmi che c'era una protesta contro la mia decisione di andarmene. Non avevo diritto di lasciare la Terra, dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì».Se si considera con attenzione il racconto di Jung, non avremo difficoltà a individuare in esso elementi che abbiamo già incontrato in vari altri casi: un'esperienza fuori dal corpo, il luogo sacro, la dimensione diversa nella quale il protagonista agisce, una situazione di confine, simbolizzata dal medico che fa capire che non è tempo di morire, che occorre tornare indietro; oltre naturalmente a sensazioni di bellezza e di gioia.Ma l'esperienza non finisce qui: durante le tre settimane che segui¬rono l'infarto, Jung ebbe ancora, praticamente ogni notte, echi e riflessi di questa prima esperienza cosmica. Ricordando quanto gli era stato consentito di vivere, egli scrisse di essersi sentito «come sospeso nello spazio al sicuro nel grembo dell' universo, in un vuoto smisurato, ma colmo di un intenso sentimento di felicità... E impossibile farsi un'idea della bellezza e dell'intensità dei sentimenti durante quelle visioni». E aggiunge: «Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora in poi non mi sono mai liberato completamente dall'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo... Posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non temporale nella quale presente, passato e futuro siano una sola cosa».La realtà terrena era apparsa a Jung come «una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, che aveva una specie di potere ipnotico, che costringeva a credere che essa fosse la realtà, nonostante si fosse conosciuta con evidenza la sua nullità».Jung affermò anche che solo dopo la malattia aveva scritto le sue opere principali: le intuizioni e le conoscenze derivate da quella esperienza gli avevano infuso «il coraggio di intraprendere nuove formulazioni». Dopo la malattia però era avvenuta anche un'altra cosa: «Un dir di "sì" all'esistenza, un "sì" incondizionato a ciò che essa è, senza pretese soggettive; l'accettazione delle condizioni dell'esistenza cosi come le vedo e le intendo.«L'accettazione della mia esistenza, proprio come essa è».Per concludere riporto l'esperienza vissuta durante un coma dalla psicologa romana Laura Boggio Gilot, che oltre a narrare le proprie visioni e sensazioni ha anche voluto commentare la propria "avventura" nell'altra dimensione.«L'esperienza di morte riguarda uno stato di coscienza "transpersonale" ovvero oltre i confini dell'ordinaria personalità, in cui l'identità trascende il senso dell'io incapsulato nel corpo e il contesto empirico della coscienza razionale. Nell'esperienza di morte si accede a un reame non percepibile sensorialmente, che è essenzialmente un reame di bontà, verità e bellezza. Lo stato di coscienza transpersonale non comporta identificazioni con limiti spaziali e temporali, in quanto l'ambito della realtà oggettiva è sperimentato come arbitrario e la discontinuità della materia è sperimentata come un'illusione. Nel caso personale, l'esperienza della morte è cominciata con l'attutimento della percezione sensoriale e con la conseguente consapevolezza di morire vissuta senza paure o emozioni particolari. Alla consapevolezza di morire ha fatto seguito l'uscita dal corpo fisico e la visione di quest'ultimo come un involucro distante e separato dalla coscienza. Successivamente ho sperimentato il distacco dalle emozioni e dai pensieri, che sono apparsi come diversi "corpi" indipendenti dalla mia coscienza. A questa esperienza ancora descrivibile è seguita un'immersione in una dimensione ineffabile che è al di là di qualsiasi concettualizzazione e verbalizzazione. In questa fase si sperimenta l'ingresso illimitato in una realtà trascendente che è unitaria, eterna e infinita, essenza di bene e di conoscenza. La coscienza cosmica che ne deriva rientra nella visione unitaria, ordinata e armonica dell' universo e nella consapevolezza della propria appartenenza a questa perfezione».Quanto alle conseguenze di questo tipo di esperienza, Laura Boggio Gilot così si esprime:«Il ritorno alla vita dopo un'esperienza di morte comporta una rivoluzione nel contesto della conoscenza della realtà e delle motivazioni individuali. Le implicazioni del " viaggio" oltre il sensibile e oltre i confini dell'io sono cognitive ed etiche. Dal punto di vista cognitivo il senso della propria identità si dilata fino a includere la realtà trascendente: questo vanifica la paura della morte e conferisce al senso della vita il colore dell'eternità. La visione dell'esistenza quale realtà che trascende i confini del corpo e della mente concreta porta a una modificazione dei propri bisogni e delle proprie mete, che si indirizzano nel senso della conoscenza e del bene. A mio giudizio, dal punto di vista di una valutazione scientifica dell'esperienza di morte, questo tipo di consapevolezza in assenza di ordinario funzionamento cerebrale dimostra che esiste un'attività della mente al di là dei confini organici del cervello. Anche se le coordinate sensoriali e razionali sono cadute, la coscienza continua a esistere e si espande a possibilità transrazionali che hanno un voltaggio assai superiore a queste ultime.«Quello che mi sembra importante è la coincidenza, nell'esperienza di morte, tra ingresso in un reame trans -sensibile e cognizione di perfezione e ineffabile gioia, che rende chiaro il senso dell'interpretazione mistica dell'incontro con Dio. Credo che sia proprio questo tipo di "divino contatto" che non permette più a una persona che "ritorna" di vivere come prima, e ineluttabilmente fa slittare le motivazioni individuali da una posizione egocentrica a una cosmocentrica».fonte:www.neardeath.itPaola GIOVETTI