C'era una volta la rivoluzione. Ma la rivoluzione significava sangue, Terrore, Morte. Così la rivoluzione si trasforma in iconografia. Decontestualizzata come il ready made, come il famoso orinatoio di Duchamp. La copertina, il ragazzo copertina e lo sfondo interagiscono assolutamente dissociati l'uno dall'altro: sono due immagini che si parlano ma solo per un effetto grafico. Se non fosse che tragicamente quel corpo lì, di un giovane ragazzo, quasi nato durante la rivoluzione, è stato sputato da quelle immagini per motivi biografici. Lui è rumeno e dietro ci sono i morti dell'"Ultima rivoluzione".Così la sequenza dei titoli di testa contenente i servizi giornalistici, le cronache di quella follia, o meglio della sua tragica fine e dovremmo purtroppo cercare di affermare non ineluttabile. E invece Amoroso piazza la voce di Berlusconi che parla di una crisi immaginata solo dalla sinistra.Tutto si lega, tutto è vicino e lontano. Come il manifesto nella stanza da letto della Littizzetto, Paris, Texas, il titolo geniale di Wenders, l'emblema e la metafora di uno spaesamento vissuto nello STESSO PIANETA. Senza illusioni di differenze. Tutti uguali e diversi. Lingue e corpi che alla fine si fondono per merce o solo per miseria.Non casuale che il film di Amoroso poi si sposti a Milano. Per riaffermare il principio dell'uguaglianza del sistema delle merci. Un sistema organizzato in tappe che sono riconoscibili solo dal puzzo del denaro, dall'olezzo che compra tutto e tutti, che adegua visi e pelli, li trasfigura a secondo delle vie (Via Veneto e via Montenapoleone), ma alla fine trasforma nello stesso prodotto: dentro o fuori dal sistema. Quindi disperato, sopravvissuto, suicida, oppure conformista, o più semplicemente utopista (il ritorno in patria è una fuga paradossale, ma anche opportuna e necessaria per riordinare le idee e le cose del mondo e non soltanto un finale nostalgico e anche mortifero con corpi che sono ombre ancora pesanti e presenti, quello di Luca Lionello). Il cinema di Carmine Amoroso, è ovvio, tenta di avere la forza riflessiva, tangibile del Neorealismo. Perché in fondo il Neorealismo altro non era che riflessione sul presente. E Amoroso vuole essere prima di tutto questo: sguardo sul nostro presente, magari con un'opinione precisa, anche ideologica, della contemporaneità. Troppo legata alla mercificazione dei corpi, soprattutto di quelli emigranti, più deboli e vulnerabili. Ioan e Michele sono uguali. Entrambi sono costretti a qualsiasi mezzo per sopravvivere, almeno onestamente. Perché in Italia "o hai dietro la famiglia o sei in mezzo a una strada". Certo posizioni molto forti, sottolineature anche luoghi comuni come quello dell'attrice che deve darla a tutti. Però è un cinema spogliato completamente, anche per quella forza nuova del digitale, che stabilisce una relazione di drammatica prossimità con i corpi, con gli ambienti, dal luccichio inutile e deviante, dall'ostinazione a chiudere gli occhi piuttosto che aprirli sul mondo che ci circonda. Perché i barboni che dormono nei pressi delle stazioni e non solo di tutte le città li possiamo vedere ogni sera. Ma non è lo spettacolo più gradito...