LIFE

Post N° 104


Sbatto e ribatto la testa contro una gabbia invisibile. La mia gabbia.Non fa male. Soffoca.E in queste situazione esce la parte più brutta di me. Finisco di tirare fuori le unghie (perché volente o nolente non le ritiro mai) e inizio a graffiare. A graffiare per salvarmi. Per salvarmi metaforicamente. Per salvare la io che ho dentro. Per non rinnegarla mai.Lo rinnegata solo  una volta. E mi ha insegnato di non farlo più.Non mi faccio uccidere l’anima, non mi faccio plasmare per diventare qualcosa di più “gestibile”.Non faccio spegnere il fuoco che mi brucia dentro in ogni cosa che faccio. SONO VIVA. E’ questo è odioso per chi non è capace a vivere. E quindi per sentirsi pari cerca di far diventare uno spettatore della vita anche a me.La gabbia sta per chiudersi. E il lucchetto porta il nome di sopportazione e rassegnazione. A questo punto sono costretta. Uso le unghie. Graffio una volta. Avverto. Lascio un segno leggero.Funziona da promemoria.E conosco bene fino a che  punto può essere profondo il mio graffio. Quindi conviene che quella gabbia non si chiuda. Perché io so accettare le mie ferite e dedicargli il tempo necessario per accarezzarle e curarle per fare in modo che non rimanga nemmeno una cicatrice. E non ho paura di ferirmi se questo significa uscire da qui