Mi svegliai.Rumore.Piano piano cercai di aprire gli occhi, ma il sole era accecante. Li richiusi. Sentivo il calore scaldarmi la faccia ed il collo; ma il petto era freddo, come se il sole non lo toccasse da millenni. Allora, con calma ed infinita lentezza, tentai di andare col viso verso quell'ombra per, finalmente riuscire ad alzare le palpebre. Il mio primo sbotto di felicità: muovevo il collo. Era già qualcosa! Provai a spostarmi, ma qualcosa graffiò la mia guancia. Forse un sasso. Forse un vetro. Dissi la mia prima parola della nuova era:"Porc...". Le mie mani fecero un fievole tentativo di arrivare alla guancia, ma il lungo sonno le fece solo sobbalzare. Pensai ad una siringa infettata o un ferro arrugginito. Dovevo arrivare all'ombra. Ora avevo un ulteriore obbiettivo: vedere di che morte dovevo morire. Superato l' ostacolo, sempre acciecato dal sole che mi scaldava le palpebre, dando quella stranissima luce rossa, trovai la strada verso l'ombra. Riuscii nell'impresa.Spalancai gli occhi.Forse detto oggi, sarebbe stato infinitamente meglio se non avessi fatto tutta quella fatica quel giorno e mi fossi lasciato morire nel sonno. Ma poi in fin dei conti come posso io giudicare cosa sarebbe stato meglio o peggio. Il destino ha voluto che quel giorno, il mio compleanno, mi svegliassi; come se per me ci fosse stato ancora da fare nel mondo. Lo ricordo bene, il 15 marzo di 3 anni fa.3 anni fa.Quanto ha avuto ragione il destino.Ombra e rumore.Provai a girare la testa, prima a destra, poi sinistra. Bene pensai. Nulla di rotto! Ottimo inizio! Però ciò che vidi da entrambe le direzioni, non mi piaque. Mi trovavo in mezzo alla polvere, tra cocci di vetro, sassi appuntiti e ferri arrugginiti. Trovai ciò che cercavo: un sassolino con una piccolissima macchietta rossa. Una gocciolina di sangue. Il mio sangue. Può un sasso non più grande di una mia falange fare così male? La guancia mi bruciava. Cercai di focalizzare i sensi. Gli occhi vedevano. Le mani toccavano. Le orecchie sentivano un rumore vicino alle mie gambe. Acqua. Un fiume che scorreva. E con questa consapevolezza, arrivò la sete. Provai ad issarmi sulle ginocchia. Facendo attenzione a non ferirmi, posai entrambe le mani a terra che per la seconda volta, intorpidite dal lungo letargo, fecero cilecca. Ripiombai a terra con un tonfo. Imprecai. Di nuovo. Pensai:" Bell'inizio. Sono sveglio da nemmeno un minuto e già ho smadonnato 2 volte!".Ccon il naso ansimante e la bocca spalancata assaggiai un nuovo sapore. Polvere. Avrei preferito di gran lunga una bistecca. Tossii. Quel saporaccio fece aumentare il bisogno di dissetarmi, di sciaquarmi la bocca, di cercare rifrigerio per quella gola così arsa. E questo impellente bisogno mi fece trovare un nuovo stimolo. Ripetei l'operazione.Con più vigore. Con più determinazione.I palmi delle mani aderirono perfettamente al suolo, infischiandosene delle piccole punturine dei sassolini e dei pezzetti di vetro.I gomiti fecero leva.Le ginocchia pure. ricordo che pensai:"Bene si muovono anche le gambe!"Sforzando tutti i muscoli, riuscii ad issarmi in ginocchio. Una gamba sprofondò nel fango. O almeno sperai fosse solo fango. Non controllai. Volevo alzarmi e rinfrescarmi. Volevo bere.Sete.
capitolo 1
Mi svegliai.Rumore.Piano piano cercai di aprire gli occhi, ma il sole era accecante. Li richiusi. Sentivo il calore scaldarmi la faccia ed il collo; ma il petto era freddo, come se il sole non lo toccasse da millenni. Allora, con calma ed infinita lentezza, tentai di andare col viso verso quell'ombra per, finalmente riuscire ad alzare le palpebre. Il mio primo sbotto di felicità: muovevo il collo. Era già qualcosa! Provai a spostarmi, ma qualcosa graffiò la mia guancia. Forse un sasso. Forse un vetro. Dissi la mia prima parola della nuova era:"Porc...". Le mie mani fecero un fievole tentativo di arrivare alla guancia, ma il lungo sonno le fece solo sobbalzare. Pensai ad una siringa infettata o un ferro arrugginito. Dovevo arrivare all'ombra. Ora avevo un ulteriore obbiettivo: vedere di che morte dovevo morire. Superato l' ostacolo, sempre acciecato dal sole che mi scaldava le palpebre, dando quella stranissima luce rossa, trovai la strada verso l'ombra. Riuscii nell'impresa.Spalancai gli occhi.Forse detto oggi, sarebbe stato infinitamente meglio se non avessi fatto tutta quella fatica quel giorno e mi fossi lasciato morire nel sonno. Ma poi in fin dei conti come posso io giudicare cosa sarebbe stato meglio o peggio. Il destino ha voluto che quel giorno, il mio compleanno, mi svegliassi; come se per me ci fosse stato ancora da fare nel mondo. Lo ricordo bene, il 15 marzo di 3 anni fa.3 anni fa.Quanto ha avuto ragione il destino.Ombra e rumore.Provai a girare la testa, prima a destra, poi sinistra. Bene pensai. Nulla di rotto! Ottimo inizio! Però ciò che vidi da entrambe le direzioni, non mi piaque. Mi trovavo in mezzo alla polvere, tra cocci di vetro, sassi appuntiti e ferri arrugginiti. Trovai ciò che cercavo: un sassolino con una piccolissima macchietta rossa. Una gocciolina di sangue. Il mio sangue. Può un sasso non più grande di una mia falange fare così male? La guancia mi bruciava. Cercai di focalizzare i sensi. Gli occhi vedevano. Le mani toccavano. Le orecchie sentivano un rumore vicino alle mie gambe. Acqua. Un fiume che scorreva. E con questa consapevolezza, arrivò la sete. Provai ad issarmi sulle ginocchia. Facendo attenzione a non ferirmi, posai entrambe le mani a terra che per la seconda volta, intorpidite dal lungo letargo, fecero cilecca. Ripiombai a terra con un tonfo. Imprecai. Di nuovo. Pensai:" Bell'inizio. Sono sveglio da nemmeno un minuto e già ho smadonnato 2 volte!".Ccon il naso ansimante e la bocca spalancata assaggiai un nuovo sapore. Polvere. Avrei preferito di gran lunga una bistecca. Tossii. Quel saporaccio fece aumentare il bisogno di dissetarmi, di sciaquarmi la bocca, di cercare rifrigerio per quella gola così arsa. E questo impellente bisogno mi fece trovare un nuovo stimolo. Ripetei l'operazione.Con più vigore. Con più determinazione.I palmi delle mani aderirono perfettamente al suolo, infischiandosene delle piccole punturine dei sassolini e dei pezzetti di vetro.I gomiti fecero leva.Le ginocchia pure. ricordo che pensai:"Bene si muovono anche le gambe!"Sforzando tutti i muscoli, riuscii ad issarmi in ginocchio. Una gamba sprofondò nel fango. O almeno sperai fosse solo fango. Non controllai. Volevo alzarmi e rinfrescarmi. Volevo bere.Sete.