Un agglomerato di case e negozi.Catapecchie e negozi.E questo nucleo urbano composto da squallide bicocche e fatiscenti ruderi, secondo il viandante, doveva essere la più importante città della regione? ”Se questa è la più grande, pensa le altre!”, mi venne da urlare. Non lo feci. Mi limitai a sorridere.Sorridevo esteriormente, ma dentro di me imprecavo, non sapendo dove diavolo mi trovassi. E sebbene il fatto di ricordare la Pangèa mi faceva ben sperare che un giorno, poco distante, avrei ritrovato la memoria e sarei finalmente riuscito a sapere almeno il mio nome, la cosa mi turbava profondamente. Tante volte mi era capitato di trovarmi in una città diversa dalla mia piccola di provincia, magari una enorme come Vienna o El Cairo, e di conseguenza non conoscere nessuno e di esplorare una città nuova. Ma qui la situazione era diversa. Non mi trovavo nel mio mondo.Dove diavolo ero finito?L’unica cosa che mi piaceva della città era che più mi addentravo ad essa, più case e negozi affollavano le strade, impedendo la vista, sulla mia destra di quella orrenda e al contempo splendida villa; che però riuscivo lo stesso a scorgere, giacchè ogni bazar aveva in vetrina un quadro o una statua raffigurante quella stramaledettissima casa signorile.Io odio quella villa.Fermatomi davanti ad un “capolavoro” e osservandolo, commentai con una signora a voce alta:“ Ma chi diavolo se ne vorrà tenere una in casa, di ‘ste opere d’arte, mi domando!”. La signora sgranati gli occhi, se ne corse via. Evidentemente avevo detto qualcosa di sacrilego. Solo molto più tardi potei capire.Ma dovevo ancora incontrare Andrèe.Attaccati ai pali o ai pilastri che ogni tanto ornavano la città c’erano spesso dei cartelli “Wanted”, i volantini dei ricercati dalla polizia. Alcune di loro, ormai consunte e stracciate facevano intravedere il nome di Vlad. Altre quello di Kimir. Ma la più frequente recitava cosi:LORO CI SONO NEL RISPETTO DELLA TRADIZIONEAVVERTONO LA CITTADINANZADI STARE ATTENTA A QUESTA PERSONA:HALLOWRICERCATOSI PRESUME POSSA ESSERE UN MUTATO NATURALEA CHIUNQUE ABBIA NOTIZIE DI LUI VERRA’ DATA LAUTA RICOMPENSACHIUNQUE LO PORTI A LORO, VIVO O MORTO, VERRA’ ESAUDITO UN DESIDERIOQUALE ESSO SIA.LORO CI SONO. Appena prima del nome c’era un disegno. Raffigurava un uomo con cappuccio. Un lungo ciuffo gli copriva la parte destra del viso. Nella sinistra: occhio di ghiaccio e sorriso beffardo.La cosa che più mi colpii era la ricompensa. Niente denaro. E la frase del mutato naturale. Cosa intendevano con quella parola. Mutato naturale. Un controsenso per me. Se era naturale era mutante; mutato se un’interferenza esterna cambia il DNA. E poi comunque la specifica del naturale sottintendeva che c’erano anche mutati non naturali? Chi lo sapeva era bravo. Erano già 5 giorni che mi ero svegliato, o almeno credo lo fossero. Adire il vero il sole non era né tramontato, né sorto. A dirla proprio tutta il sole non si era proprio fatto vedere. Il freddo era diventato insopportabile. Era secco e pungente. Gelo, vero e proprio gelo! Arrivai a quella che aveva l’aria di essere la piazza principale. Ero particolarmente stanco. Avevo camminato tutto il giorno, infreddolito, e ormai iniziavo ad essere di nuovo affamato. Mi addormentai vicino ad un cassonetto, coprendomi con dei manifesti di ricercati, strappati a qualche palo. La città ne era invasa. E più o meno ogni 10 passi figurava il ritratto di quel Hallow. Doveva essere proprio sulla lista nera. Chissà cosa aveva fatto per meritarsi questo trattamento. Del resto non c’era altro appeso: né pubblicità, né manifesti di cani perduti e nemmeno fogli di feste.Una cosa che non avevo ancora sentito, e che a dire il vero mi mancava, era un qualsiasi suono, che non fosse, il muggito di animali e qualche parola detta qua e là. Nessun suono musicale, in particolare. Nessun rombo di motore, nessun clacson.Niente musica.Due bimbi mi si avvicinarono. Il più piccolo era stranito dal colore delle mie bretelle. Mi si pararono innanzi, fieri e orgogliosi. Il maschietto chiese alla sorella più grande come si chiamava quel colore. Il piccolo poteva avere 4 o 5 anni. Mi sembrò particolarmente sconcertante che a quell’ età, non avesse mai visto nulla di colore giallo e verde. La bimba gli rispose, e come se nulla fosse, mi chiese come mi chiamavo, presentandosi a loro volta. Non capii i loro nomi. Ero frastornato, e non avevo voglia di parlare, in particolare con 2 bambini. Volevo capire dove mi trovavo. Ricordare come mi chiamavo. Avevo mal di testa. Ed ero tremendamente stanco. Non risposi alle loro domande, se non a quella che riguardava il numero di Bodex in mio possesso. La risposta fu chiara e mi uscì con rabbia:” Cosa diavolo è un Bodex!?!”. Forse ci rimasero male per la risposta. Mi dispiacque.Se ne andarono ridendo, avvicinandosi a 2 adulti che intuii fossero i genitori. Mi trovai a fissarli, preoccupato, e sicuro della sfuriata del padre per avere parlato con un perfetto estraneo. Invece nulla. Continuarono a ridere. Tutti insieme. Strano.Mi sarei aspettato fulmini e saette invece ci furono delle risate. Non capivo, ancora. Ora che conosco gli usi e costumi, ora che ho un nome, riesco a comprendere.Capisco che la mia partenza, ormai imminente, è assolutamente necessaria. Continuavo a fissare quella famiglia. Iniziai a seguirli.Prima si diressero verso un negozio di pellame. Sembravano conoscerne il proprietario. Stettero poco a parlare col tipo. Se ne andarono, tutti sorridenti. Solo il bimbo aveva lo sguardo triste. Come se non avesse avuto ciò che voleva ma sapeva il perché. Mi piacque.Li pedinai ancora. Fuori dalla città.
capitolo 7
Un agglomerato di case e negozi.Catapecchie e negozi.E questo nucleo urbano composto da squallide bicocche e fatiscenti ruderi, secondo il viandante, doveva essere la più importante città della regione? ”Se questa è la più grande, pensa le altre!”, mi venne da urlare. Non lo feci. Mi limitai a sorridere.Sorridevo esteriormente, ma dentro di me imprecavo, non sapendo dove diavolo mi trovassi. E sebbene il fatto di ricordare la Pangèa mi faceva ben sperare che un giorno, poco distante, avrei ritrovato la memoria e sarei finalmente riuscito a sapere almeno il mio nome, la cosa mi turbava profondamente. Tante volte mi era capitato di trovarmi in una città diversa dalla mia piccola di provincia, magari una enorme come Vienna o El Cairo, e di conseguenza non conoscere nessuno e di esplorare una città nuova. Ma qui la situazione era diversa. Non mi trovavo nel mio mondo.Dove diavolo ero finito?L’unica cosa che mi piaceva della città era che più mi addentravo ad essa, più case e negozi affollavano le strade, impedendo la vista, sulla mia destra di quella orrenda e al contempo splendida villa; che però riuscivo lo stesso a scorgere, giacchè ogni bazar aveva in vetrina un quadro o una statua raffigurante quella stramaledettissima casa signorile.Io odio quella villa.Fermatomi davanti ad un “capolavoro” e osservandolo, commentai con una signora a voce alta:“ Ma chi diavolo se ne vorrà tenere una in casa, di ‘ste opere d’arte, mi domando!”. La signora sgranati gli occhi, se ne corse via. Evidentemente avevo detto qualcosa di sacrilego. Solo molto più tardi potei capire.Ma dovevo ancora incontrare Andrèe.Attaccati ai pali o ai pilastri che ogni tanto ornavano la città c’erano spesso dei cartelli “Wanted”, i volantini dei ricercati dalla polizia. Alcune di loro, ormai consunte e stracciate facevano intravedere il nome di Vlad. Altre quello di Kimir. Ma la più frequente recitava cosi:LORO CI SONO NEL RISPETTO DELLA TRADIZIONEAVVERTONO LA CITTADINANZADI STARE ATTENTA A QUESTA PERSONA:HALLOWRICERCATOSI PRESUME POSSA ESSERE UN MUTATO NATURALEA CHIUNQUE ABBIA NOTIZIE DI LUI VERRA’ DATA LAUTA RICOMPENSACHIUNQUE LO PORTI A LORO, VIVO O MORTO, VERRA’ ESAUDITO UN DESIDERIOQUALE ESSO SIA.LORO CI SONO. Appena prima del nome c’era un disegno. Raffigurava un uomo con cappuccio. Un lungo ciuffo gli copriva la parte destra del viso. Nella sinistra: occhio di ghiaccio e sorriso beffardo.La cosa che più mi colpii era la ricompensa. Niente denaro. E la frase del mutato naturale. Cosa intendevano con quella parola. Mutato naturale. Un controsenso per me. Se era naturale era mutante; mutato se un’interferenza esterna cambia il DNA. E poi comunque la specifica del naturale sottintendeva che c’erano anche mutati non naturali? Chi lo sapeva era bravo. Erano già 5 giorni che mi ero svegliato, o almeno credo lo fossero. Adire il vero il sole non era né tramontato, né sorto. A dirla proprio tutta il sole non si era proprio fatto vedere. Il freddo era diventato insopportabile. Era secco e pungente. Gelo, vero e proprio gelo! Arrivai a quella che aveva l’aria di essere la piazza principale. Ero particolarmente stanco. Avevo camminato tutto il giorno, infreddolito, e ormai iniziavo ad essere di nuovo affamato. Mi addormentai vicino ad un cassonetto, coprendomi con dei manifesti di ricercati, strappati a qualche palo. La città ne era invasa. E più o meno ogni 10 passi figurava il ritratto di quel Hallow. Doveva essere proprio sulla lista nera. Chissà cosa aveva fatto per meritarsi questo trattamento. Del resto non c’era altro appeso: né pubblicità, né manifesti di cani perduti e nemmeno fogli di feste.Una cosa che non avevo ancora sentito, e che a dire il vero mi mancava, era un qualsiasi suono, che non fosse, il muggito di animali e qualche parola detta qua e là. Nessun suono musicale, in particolare. Nessun rombo di motore, nessun clacson.Niente musica.Due bimbi mi si avvicinarono. Il più piccolo era stranito dal colore delle mie bretelle. Mi si pararono innanzi, fieri e orgogliosi. Il maschietto chiese alla sorella più grande come si chiamava quel colore. Il piccolo poteva avere 4 o 5 anni. Mi sembrò particolarmente sconcertante che a quell’ età, non avesse mai visto nulla di colore giallo e verde. La bimba gli rispose, e come se nulla fosse, mi chiese come mi chiamavo, presentandosi a loro volta. Non capii i loro nomi. Ero frastornato, e non avevo voglia di parlare, in particolare con 2 bambini. Volevo capire dove mi trovavo. Ricordare come mi chiamavo. Avevo mal di testa. Ed ero tremendamente stanco. Non risposi alle loro domande, se non a quella che riguardava il numero di Bodex in mio possesso. La risposta fu chiara e mi uscì con rabbia:” Cosa diavolo è un Bodex!?!”. Forse ci rimasero male per la risposta. Mi dispiacque.Se ne andarono ridendo, avvicinandosi a 2 adulti che intuii fossero i genitori. Mi trovai a fissarli, preoccupato, e sicuro della sfuriata del padre per avere parlato con un perfetto estraneo. Invece nulla. Continuarono a ridere. Tutti insieme. Strano.Mi sarei aspettato fulmini e saette invece ci furono delle risate. Non capivo, ancora. Ora che conosco gli usi e costumi, ora che ho un nome, riesco a comprendere.Capisco che la mia partenza, ormai imminente, è assolutamente necessaria. Continuavo a fissare quella famiglia. Iniziai a seguirli.Prima si diressero verso un negozio di pellame. Sembravano conoscerne il proprietario. Stettero poco a parlare col tipo. Se ne andarono, tutti sorridenti. Solo il bimbo aveva lo sguardo triste. Come se non avesse avuto ciò che voleva ma sapeva il perché. Mi piacque.Li pedinai ancora. Fuori dalla città.