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Ciutat Vella

Post n°482 pubblicato il 20 Aprile 2014 da falco58dgl

barcellona

 

La prima volta fu nel 1974. In quell'epoca, la Spagna era ancora dominata da Franco e dai suoi accoliti, le strade a sud di Valencia erano dissestate e piene di buche ed era rischioso parlare di politica con persone sconosciute. L'autostop era praticato da pochissimi e, sul tratto che collega Barcellona ad Alicante, mi occorsero due giorni per completare una distanza poco superiore ai 500 chilometri. La capitale catalana mi parve bella, ma polverosa e remota. Sembrava un avamposto di un regno periferico, quasi una "fortezza Bastiani" adagiata sulle rive del mediterraneo.

Vi tornai nel '78 e la città era tapezzata a festa. Nei paesi vicini e in tutto il territorio di Euskadi si celebrava la caduta del regime con balli e canti collettivi che si protraevano fino al mattino, in un'effervescenza frenetica che mescolava il desiderio di recuperare il tempo perduto, bar pieni di clienti festanti, bicchieri di calimocho (una terribile mistura di vino rosso e coca cola), ritmi andalusi, celtici e tropicali e il toro che faceva la sua comparsa nella piazza stracolma alle otto del mattino.

Nell'89, il paese era lanciato come un siluro verso la modernità. Sulle orme di Hemingway, lasciammo una Parigi percorsa da folle oceaniche (si festeggiava il bicentenario della rivoluzione) e approdammo a San Sebastian e a un piccolo villaggio nel cuore dei paesi Baschi, Motrico, proprio nel giorno della festa patronale  che trasformò per diversi giorni un paese   di 5.000 abitanti in un palcoscenico di tensioni desideranti e comunione collettiva.

Nell 1992, Barcellona era diventata una delle metropoli più eleganti d'Europa, le Olimpiadi avevano lasciato un quartiere nuovo di zecca, la teleferica (rinnovata) verso Montjuic, dalla cui sommità si coglie gran parte della città e una vasta porzione di mre  e una miriade di locali che assediavano le Ramblas. Mi piaceva perdermi nelle piazzette del Barrio Gotico, entrare nelle chiese ricche di ornamenti, pramenti, immagini sacre in pose enfatiche o ieratiche, camminare senza meta tra Diagonal, Placa de Catalunya e il Port Vell, il porto vecchio dedicato a Colombo.

Dopo più di 20 anni torniamo nella capitale catalana. Senza aspettative eccessive, consapevoli che la globalizzazione ha amalgamato anche paesi molto diversi tra di loro, ma con la speranza di ritrovare scorci, angoli, prospettive, qualche frammento di bellezza disseminato tra gli edifici liberty di Gaudì, i monumenti gotici del centro, le architetture composite del barrio chino.

Un saluto affettuoso a tutti/e voi, a presto.

W

 

 

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(in seguito a uno spiacevole episodio
avvenuto su un blog della community)

 

LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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