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Kobane, Siria

Post n°491 pubblicato il 11 Novembre 2014 da falco58dgl
 

 

kobane

                                   (donne curde dell'YPG in armi)

A Kobane, una cittadina marginale nel nord della Siria, al confine con la Turchia, si stanno decidendo le sorti di una guerra che vede contrapposti migliaia di combattenti jihadisti dell'Isis, pesantemente armati, alle milizie curde (forse duemila uomini) che resistono da  quasi due mesi  ai colpi di mortaio, alle autobombe, ai proiettili di grosso calibro sparati da carri armati.L'eroismo dei difensori di Kobane ha avuto un alto prezzo: più di 350 miliziani curdi sono stati ammazzati, decapitati, crocifissi. Ma anche l'Isis ha sofferto pesanti perdite, si calcola più di 600 uomini.

L'arrivo dei Peshmerga iracheni e, in misura minore, i bombardamenti aerei della coalizione occidentale, ha segnato un punto di svolta. Le milizie curde stanno, un po' per volta, riprendendo possesso dei quartieri della città che erano stati conquistati dall'Isis, che mira a controllare tutta la fascia nord della Siria e a saldarla al nord e all'ovest dell'Irak per costituire l'embrione di un califfato che dovrebbe spaziare dal Senegal al Pakistan.

La Turchia gioca un ruolo ambiguo, di sostanziale collusione con i tagliagole dell'Isis. Sembrano più preoccupati di arginare le rivendicazioni dei curdi che di combattere un'organizzazione fanatica che unisce grandi disponibilità economiche a un'ideologia di terrore e sterminio.

All'interno di questo scenario si consumano vecchie rivalità e antichi conflitti tra Iran e Arabia Saudita, tra Siria e Turchia, tra sunniti e sciiti.

I curdi appaiono come l'unica opzione democratica e "laica" dentro un coarcervo di lotte tribali, religiose, jihadisti fanatici e monarchie assolute di stampo oscurantistista e teocratico.

A loro, per quel che vale, la mia solidarietà.

                           (i peshmerga iracheni entrano a Kobane)

pesh

bombar

                                        (bombardamenti su Kobane)

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(in seguito a uno spiacevole episodio
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LA RECENSIONE

usumacinta

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Storie di uomini tra Italia e America Latina
di MARIA PIA ROMANO

Un tuffo che ha il colore del giallo ocra e del verde intenso, di mandorle amare, schizzi di sudore e deliri di lacrime. Di Italia ed America Latina, di viaggi e di fughe, di ritorni e di allontanamenti. Di esaltazione di popoli, di passioni e grida senza voce nella notte. Del blu e dell'azzurro di cielo e mare. Gli stessi che guardano fluire i giorni, i diecimila e cento giorni, mentre la brezza marina scuote il pino le cui radici restano annodate alla terra. All'amore, alla ricerca costante che dà un senso alle cose, alla vita che è fatta di scenari che cambiano, di sogni di libertà da
condividere con i compagni, di ansie e sconforti segreti, che si affondano nel dolore della bulimia, ingurgitando per rabbia e insoddisfazione cibi di cui non si riesce a percepire il sapore. Emersione, immersione, navigazione, approdo: in quattro sezioni si snoda avvincente la narrazione, che racchiude un arco di trentaquattro anni, dal 1970 al 2004.

E' uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai i "Diecimila e cento giorni" di Claudio Martini, edito da Besa. Ti capita tra le mani e lo leggi d'un fiato, perdendoti in quei nomi che diventano subito uomini e tu li ascolti e li vedi soffrire, gioire, respirare, far l'amore. Destini che s'incrociano e si salvano a vicenda, in un costrutto narrativo di suprema bellezza.

Ci sono immagini che s'imprimono nitide e vere nella mente, mentre insegui il tuo cuore rapito dalle storie. Storie di uomini. Storie che vengono fuori in una sorta di "stream of consciousness", in cui più che la cronologia conta il tempo interiore, che ti porta direttamente dentro le porte delle loro case e ti dischiude l'universo dell'anima. Fotogrammi sospesi tra un'Italia che si chiude dietro un perbenismo di facciata e cela solo irriguardose marginalità ed un'America Latina che grida la sua libertà con fierezza sconcertante, mentre è ancora oppressa da un macigno sul cuore che non la fa respirare.

Lo psicologo di origini tarantine, che ha una lunga esperienza di lavoro all'estero, proprio in America Latina, scrive di Perù, Nicaragua, Messico, Kosovo, Italia con la penna guizzante di una grande intelligenza che, come lama, squarcia la cortina dell'indifferenza dei tanti.

 

 

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