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Messaggi di Aprile 2021

Quelle strane coincidenze con il mio articolo su Benedetto XVI

 

Sabato 3 aprile 2021, il giornalista Andrea Cionci ha pubblicato nel suo blog personale - sul quotidiano Libero - un articolo: "Una possibile strategia di Benedetto XVI ispirata allo specchio del Terzo Segreto di Fatima". Personalmente, ho avuto la possibilità di leggere questo articolo soltanto nella giornata dello scorso martedì 6 aprile.    

Ciò che immediatamente balza all'occhio, è una serie di curiose coincidenze con l'articolo pubblicato sul mio blog soltanto la sera innanzi: "Benedetto XVI. Il segreto di Fatima e la via della Croce". Infatti non si può non restare colpiti dal fatto che coincida anzitutto l'accostamento di Benedetto XVI con il terzo segreto di Fatima. Per quanto mi riguarda, questo accostamento aveva già preso vita da tempo e concretamente, quasi come un'illuminazione, da circa un mese. La nomina di un Ambasciatore per la Pace da parte di Benedetto XVI, avvenuta lo scorso 15 marzo, mi aveva indotta poi ad iniziare a scrivere su un avvenimento che ho ritenuto davvero importante, e mentre continuavo a scrivere, ho continuato anche a riflettere.     

Ho attinto degli spunti di riflessione importanti in merito alla decisione presa da papa Benedetto XVI di rassegnare le proprie dimissioni nel 2013, sul recente libro scritto dal giornalista Peter Seewald: "Benedetto XVI, Una vita", che possiedo e ho letto con particolare attenzione, meditandolo in alcuni punti. 
Così ho voluto riportare all'interno del mio articolo dei passi chiave, come la citazione - a conclusione del libro - del filosofo italiano Giorgio Agamben, che di fatto costituisce un concreto antecedente all'ultimo libro dell'avvocatessa colombiana Estefania Acosta: "Benedict XVI: pope emeritus?", più volte citato da Andrea Cionci nei suoi precedenti articoli.     

Trovo curioso che, oltre allo stesso accostamento fra Benedetto XVI e il terzo segreto di Fatima, coincida anche la medesima citazione del filosofo Giorgio Agamben, che Cionci fa nel suo articolo del 3 aprile, a differenza dei suoi articoli immediatamente precedenti nei quali ricorrevano gli stessi argomenti. Ma la serie di coincidenze non finisce qui. Il giornalista di Libero, infatti, menziona anche la stessa citazione delle parole che Benedetto XVI pronunciò nel 2010 in merito al valore profetico del messaggio di Fatima.    

E ancora, Andrea Cionci riporta anche la medesima citazione, menzionata anche da me, delle parole pronunciate da Benedetto XVI quando afferma: "Le resistenze sono venute più dall'esterno che dalla Curia. La mia intenzione non era semplicemente e primariamente fare pulizia nel piccolo mondo della Curia, bensì nella Chiesa nel suo insieme".         

E ancora ricorrono, nei due articoli, le stesse definizioni di "nemici" della Chiesa (fatto abbastanza nuovo nel lessico adoperato da Cionci almeno negli articoli immediatamente precedenti), Chiesa di Cristo e Chiesa dell'Anticristo.     

Coincidono, a questo punto scontatamente, le conclusioni tratte da Andrea Cionci (e anche da altri studiosi) sul fatto che le dimissioni di Benedetto XVI siano state volute per costringere i nemici di Cristo ad uscire allo scoperto e consentire, nel tempo, un'autentica presa di coscienza da parte della vera Chiesa di Cristo.     

Il mio articolo riporta la data del 5 aprile e si potrebbe dunque concludere che le coincidenze siano frutto del fatto che io conoscessi e quindi presupponessi già l'articolo del giornalista di Libero.     

Tuttavia non è così: se si legge con la dovuta attenzione l'articolo, si comprende che esso è frutto di una meditazione protratta nel tempo e non nell'arco limitato di un paio di giorni. Lo attestano le modalità e la precisione con cui è stato redatto. Inoltre, nel momento in cui ho attinto a ciò che non è mio, e quindi agli articoli antecedenti dello stesso Cionci, non ho mai lesinato la citazione del giornalista, non volendomi assolutamente appropriare di contenuti che non mi appartengono.    

Rimane dunque la stranezza di una serie di coincidenze, a partire dal medesimo accostamento al segreto di Fatima; anche se bisogna sottolineare che i punti salienti nei due articoli: l'identità del "Vescovo vestito di Bianco" e il mistero della Croce, abbracciata silenziosamente da Benedetto XVI, divergono profondamente.     

Sembra proprio, in assenza di altre spiegazioni, che ci si trovi di fronte a una illuminazione comune e a una conseguente speculazione sugli stessi, delicati, temi. 

 
 
 

Benedetto XVI. Il segreto di Fatima e la via della Croce

Le foto autorizzate dell'incontro, pubblicate da

 

A marzo inoltrato è stata diffusa a livello nazionale la notizia dell'avvenuta nomina di un Ambasciatore per la Pace da parte di Benedetto XVI, nomina avvenuta per l'esattezza lunedì 15 marzo, nel corso di una rara visita da lui concessa. La notizia, completamente ignorata dalla maggior parte dei media, è tuttavia destinata a lasciare il segno non soltanto perché è un atto pubblico compiuto da un pontefice "emerito" - anche se le mansioni dell'ambasciatore avranno solo carattere spirituale - ma anche perché avviene in un momento storico di importanza cruciale.   

Non molti giorni fa papa Bergoglio aveva dichiarato ad un noto e grande quotidiano che "la crisi non va sprecata, ma usata per creare un nuovo ordine mondiale", procedendo ormai speditamente nella direzione della creazione di un'unica religione mondiale sincretista, contenente tutte le altre religioni ed inconciliabile con la fede cristiana, la quale indica Gesù Cristo come unica via di salvezza.   

E mentre da molte fonti giungono notizie di un intensificarsi degli armamenti da parte della Cina mentre con la presidenza Biden si irrigidiscono i rapporti con la Russia, Benedetto XVI nomina il cav. Lorenzo Festicini "Ambasciatore di Pace in ogni parte del mondo", anche se si tratta di una "una nomina puramente spirituale, di una benedizione per la sua attività umanitaria in Benin".   

Ma come scrive Andrea Cionci sul quotidiano Libero, dando eco nazionale alla notizia ignorata dai media, «il gesto di nominare un ambasciatore o un rappresentante (prerogativa del papa regnante) sebbene simbolico, arriva in un momento bollente: è appena uscito "Benedict XVI: pope emeritus?" un testo giuridico della avvocatessa Estefania Acosta che afferma come Benedetto sia l'unico papa perché ha mantenuto il munus, l'incarico spirituale, e che la sua rinuncia (con gravi errori di latino) sia stata scritta volutamente invalida per svelare il gioco dei "golpisti" e annullarli a tempo debito. QUI: E' la tesi anche di autorevoli teologi e latinisti.  

Benedetto, nella Declaratio del 2013, ha infatti rinunciato ad alcune funzioni pratiche (ministerium) ma non all'incarico spirituale (munus). Ora, siccome munus e ministerium, per il papa, sono indivisibili, le dimissioni sarebbero invalide».   

Secondo il diritto canonico infatti il ruolo del pontefice si divide in munus (incarico divino) e ministerium (esercizio pratico). Nella lingua italiana però entrambi i termini vengono tradotti con la parola ministero. Benedetto XVI ha rinunciato al ministero (una delle due funzioni attribuite al termine italiano "ministero"), ovvero al ministerium, che si esercita nell'amministrazione pratica della Chiesa.  

Continua Cionci: «Venerdi scorso abbiamo anche chiesto a 20 canonisti della Sacra Rota, se un atto di rinuncia così dubbio possa essere valido ai sensi del Canone 14, ma NESSUNO di loro ha risposto. Un segnale?  

La "nomina dell'ambasciatore" rientrerebbe dunque in quella velata e perfetta ambiguità mantenuta da Ratzinger fin dal 2013, tanto che incrollabilmente ha sempre dichiarato che "il papa è uno solo", senza mai spiegare quale dei due».   

Secondo il giornalista e scrittore Cionci «ad un primo sguardo superficiale, l'incontro con Festicini potrebbe infatti risultare solo un'innocua benedizione per un fedele benemerito, ma ad una lettura più approfondita soprattutto in questi giorni, può sottolineare ancora una volta come lui nomini - spiritualmente - ambasciatori perché detiene il munus spirituale. Ma se munus e ministerium sono indivisibili e se il papa è uno solo, questi sarebbe Ratzinger.  

Alcuni conservatori si innervosiscono per la costante ambivalenza dei gesti di Benedetto XVI che, se da un lato, per precisione chirurgica non può essere frutto di approssimazione o senilità, dall'altro contrasta con l'adamantina chiarezza del teologo tedesco. A pochi viene in mente che potrebbe essere una velata "richiesta di intervento" da comprendere attraverso il diritto canonico.  

Se infatti - puta caso - Benedetto non si fosse validamente dimesso, la Chiesa cattolica sarebbe finita per sempre perché Francesco sarebbe un antipapa (come sostiene la giurista Estefania Acosta) e il prossimo conclave sarebbe invalido con una maggioranza di 80 "anti-cardinali" invalidi da lui nominati».   

Conclude Cionci: «Ecco perché, dati i rischi non da poco, i vescovi dovrebbero convocare alla svelta un sinodo per chiarire una volta per tutte chi ci sia "al timone" attualmente, tranquillizzando 1.285.000.000 cattolici. Del resto, nulla di nuovo sotto il sole: già nel 1046 fu convocato a Sutri (RM) un concilio per stabilire quale, fra ben tre papi, fosse quello legittimo. E uno dei tre si chiamava pure Benedetto (IX)».      

Ma l'iniziativa di Benedetto XVI assume connotazioni, a mio avviso, ancora più profonde ed anche in tal quadro occorrerebbe rileggerla. Dal 2013 Benedetto XVI ha scelto, dopo una Declaratio (con errori nell'uso del latino) di dimissioni, di ritirarsi nell'ombra. Ciò che sappiamo con certezza è che, mentre Benedetto esclamava nel suo ultimo discorso alla folla che «il Signore mi chiama a "salire sul monte"», le transazioni monetarie internazionali con il Vaticano, sospese durante gli ultimi giorni prima delle sue dimissioni, furono riprese il giorno dopo l'annuncio della Declaratio.   

Da una conversazione epistolare relativa alle dimissioni di Benedetto XVI, e da una serie di domande poste a padre Giovanni Cavalcoli da una delle amiche che parteciparono a quella conversazione, emergono alcuni particolari inquietanti: «[...] Quando, nel febbraio 2013, Papa Benedetto XVI si dimise improvvisamente e inspiegabilmente, lo IOR era appena stato escluso da SWIFT; con ciò, tutti i pagamenti del Vaticano erano resi impossibili, e la Chiesa era trattata alla stregua di uno Stato-terrorista come l'Iran. [...]. 

Pochi sanno che cosa è lo SWIFT (la sigla sta per Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication - Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie): in teoria, è una "camera di compensazione" (clearing, in gergo) mondiale, che unisce 10.500 banche in 215 paesi. Di fatto, è il più occulto e insindacabile centro del potere finanziario globalista, il bastone di ricatto su cui si basa l'egemonia del dollaro, il mezzo più potente di spionaggio economico e politico e il mezzo più temibile con cui la finanza globale stronca le gambe agli Stati che non obbediscono».     

Benedetto XVI, chiamato a salire sul monte, accetta una vita di ritiro e solitudine, mentre una parte della Chiesa, a lui fedele, tuttavia non accetta il suo gesto, giudicandolo come debole. Se ne rammaricò molto Benedetto XVI nella sua lettera al card. Walter Brandmuller, dove scrisse che il dolore profondo - trasformatosi poi in rabbia - per le sue dimissioni, aveva finito per dare una valutazione negativa sulla sua stessa persona e su tutto il suo pontificato, ma a torto. Benedetto, manifestando una grande preoccupazione «per la situazione attuale della Chiesa», concluse quindi la missiva diretta al cardinale «con la mia benedizione apostolica», prerogativa questa, del pontefice regnante.   

Infatti la decisione di Joseph Ratzinger di rinunciare all'esercizio del ministero petrino fu molto sofferta, come testimoniano le sue stesse parole nel recente libro "Benedetto XVI, Una vita". La "lotta con Dio" (cfr. Gen 32, 23-33) - di cui si scrive a pagina 1130 - è forse la più drammatica e difficile che un uomo possa affrontare in tutto il corso della propria esistenza. Joseph Ratzinger l'ha affrontata e "ha vinto", come avvenne anche nell'indimenticabile lotta biblica tra Dio e Giacobbe. Nella consapevolezza, per Benedetto XVI, di star compiendo la volontà del Padre.    

Certamente il riferimento evangelico di Benedetto XVI a "salire sul monte", rimanda alla propria decisione di ritirarsi in preghiera costante per la Chiesa; ma potrebbe rimandare anche, allo sguardo attento di chi è a conoscenza del terzo segreto di Fatima, al "Vescovo vestito di Bianco" che, "con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena", giunge alla "cima del monte".    

Riporto di seguito il testo del messaggio, reso pubblico dalla Chiesa Cattolica nel 2000: 

«Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo ("qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti"), in una luce immensa che è Dio, un Vescovo vestito di Bianco ("abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre"), altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi, come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce, venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacerdoti, religiosi, religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli, ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».     

 

                         

Lucia dos Santos (a destra) con la cugina Jacinta Marto,

nel 1917.         

 

Non è detto che la morte del Santo Padre debba necessariamente essere fisica. Così come anche la morte fisiologica dei "cadaveri" che il Santo Padre incontra sul suo cammino. Mentre è un fatto che le persecuzioni dei cristiani oggi abbiano raggiunto livelli intollerabili in moltissime parti del mondo, sotto il diffuso silenzio dei grandi media: basti pensare alle crescenti persecuzioni della Chiesa in Cina.   

Lo stesso Benedetto XVI aveva ricordato queste parole il 13 maggio del 2010 durante la sua omelia a Fatima, dichiarando che «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima si sia conclusa». Sono molte le interpretazioni del terzo segreto di Fatima, anche molto divergenti fra loro: ma - al di là della possibile attribuzione - resta comunque il fatto che Benedetto abbia scelto in umiltà di caricare su se stesso il fardello di una scelta pesantissima, nell'incomprensione e nelle critiche dei molti; ripercorrendo infine quella che fu la passione stessa di Cristo, non compreso fino in fondo neppure dai suoi.    

Nel suo discorso di commiato in piazza San Pietro, Benedetto XVI aveva detto infatti: «[...] Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi». Stabilendo, per la prima volta nella storia dei papi «che lo stato di un successore di Pietro che si dimetteva volontariamente dalla carica sarebbe stato quello di papa emeritus: "Non c'è un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all'esercizio attivo del ministero non revoca questo.[...] Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell'officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro"» (Peter Seewald, Benedetto XVI, Una vita, Garzanti, Milano 2020, p. 1178).   

Le parole di Benedetto XVI, se lette attentamente, sono chiarissime: lui mantiene il munus (la dimensione spirituale del suo incarico) anche se rinuncia al ministerium (l'esercizio pratico). Ma rimarca anche come stia compiendo una scelta sofferta e difficile, rinnegando se stesso e scegliendo di abbracciare la Croce, avendo come unica meta la salvezza della Chiesa.    

La tesi dell'avvocatessa Acosta, inoltre, trova il suo antecedente originariamente nel pensiero del filosofo italiano Giorgio Agamben. Significativamente, proprio nelle ultime battute del libro "Benedetto XVI, Una vita", lo scrittore ed autore Peter Seewald pone a Benedetto questa domanda: 

«Nel suo libro "Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi", il filosofo italiano Giorgio Agamben si dice convinto del fatto che la vera ragione delle sue dimissioni sia stata la volontà di risvegliare la coscienza escatologica [che riguarda i tempi ultimi, n.d.a.]. Nel piano divino della salvezza la Chiesa avrebbe anche la funzione di essere insieme "Chiesa di Cristo e Chiesa dell'Anticristo". Le dimissioni sarebbero una prefigurazione della separazione tra "Babilonia" e "Gerusalemme" [con riferimento alla Gerusalemme celeste, alla Chiesa Una, Santa e Immacolata, n.d.a.] nella Chiesa. Invece di impegnarsi nella logica del mantenimento del potere, con la sua rinuncia all'incarico lei ne avrebbe enfatizzato l'autorità spirituale, contribuendo in tal modo al suo rafforzamento».    

Ed ecco la risposta di Benedetto XVI: 

«A proposito delle parabole di Gesù sulla Chiesa, sant'Agostino disse che da un lato molti sono parte della Chiesa in modo solo apparente, mentre in realtà vivono contro di essa, e che, al contrario al di fuori della Chiesa ci sono molti che - senza saperlo - appartengono profondamente al Signore e dunque anche al suo Corpo, la Chiesa. Dobbiamo sempre essere consapevoli di questa misteriosa sovrapposizione di interno ed esterno, una sovrapposizione che il Signore ha esposto in diverse parabole. Sappiamo che nella storia ci sono momenti in cui la vittoria di Dio sulle forze del male è visibile in modo confortante e momenti in cui, invece, le forze del male oscurano tutto. Vorrei infine citare il Vaticano II, che nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (1,8) espone questo punto di vista rifacendosi ad Agostino: "La Chiesa 'prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio' (Agostino, De civitate Dei, XVIII, 51,2: PL 41,614), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26)» [Benedetto XVI, Una vita, pp. 1208-1209].   

Suona abbastanza evidente la velata conferma di Benedetto XVI, la volontà sottesa del pontefice tedesco di rendere manifesta quella separazione esistente fra Chiesa di Cristo e Chiesa dell'Anticristo, tra Gerusalemme e Babilonia. Il grano e il loglio cresceranno insieme fino alla mietitura (cfr. Mt 13,24-30.37-42), per ricordare una delle parabole richiamate.    

Ed anche il terzo segreto di Fatima, alla luce dello scontro tra Chiesa di Cristo e Chiesa dell'Anticristo, acquista - a mio parere - un significato particolare nel drammatico episodio dove il Santo Padre cade, sotto i colpi di arma da fuoco e frecce sparati dai soldati che allo stesso modo colpiscono anche gli altri membri della Chiesa. Tuttavia, come scrisse fin dall'antichità Tertulliano, il sangue dei Martiri - ma anche di coloro che, scontrandosi con accuse e persecuzioni, muoiono a se stessi offrendo la loro vita per la causa di Cristo e del suo Vangelo - è come una semente, perché la Chiesa continui a perpetuarsi attraverso la storia e rinasca. D'altronde, che la visione del terzo segreto sia simbolica è confermato dalla posizione ufficiale della Chiesa Cattolica, ma anche dalla presenza dei due innaffiatoi di cristallo ove gli Angeli raccolgono il sangue dei Martiri con il quale irrigare le anime che si avvicinano a Dio.    

Benedetto XVI dunque, con la sua scelta, e cedendo il passo, potrebbe aver avuto un intento nascosto: lasciare che il tempo faccia uscire allo scoperto "i nemici di Cristo" che già lo assediavano e che altrimenti non si sarebbero mai resi manifesti. Un'ipotesi avallata anche in ambienti giornalistici e giuridici, come recentemente ha affermato anche l'avvocato Carlo Taormina. Questa ipotesi trova ulteriore rafforzamento nelle parole stesse di Benedetto XVI, quando afferma:  

«Le resistenze sono venute più dall'esterno che dalla Curia. La mia intenzione non era semplicemente e primariamente fare pulizia nel piccolo mondo della Curia, bensì nella Chiesa nel suo insieme. Il papa non è anzitutto il papa della Curia, ma il responsabile della Chiesa nel momento storico in cui cade il suo pontificato [...]» (Benedetto XVI, Una vita, pp. 1201-1202).                        

E gli anni trascorsi hanno fatto emergere inequivocabilmente l'esistenza di una Chiesa "altra", contrapposta alla Chiesa di Cristo (definita anche dall'arcivescovo Viganò come deep church), non più a servizio di Gesù Cristo ma con quell'obiettivo mondialista di una fratellanza universale di cui parla anche papa Francesco, obiettivo sventrato però del suo fondamento teologico essenziale: la figliolanza all'unico Padre celeste, dove solo ogni fratellanza cristiana può davvero esistere e sussistere; e ricordando come Jorge Mario Bergoglio abbia scelto ormai di rinunciare al titolo di Vicario di Cristo.    

Se tutto questo fosse infine confermato, Benedetto XVI potrebbe riuscire nel suo intento purificatore della Chiesa in modo magistrale, con un "colpo da autentico maestro". Starebbe ora alla vera Chiesa, come ha auspicato anche Andrea Cionci, approfittare hic et nunc del momento propizio per far chiarezza sull'identità del vero papa, convocando velocemente un sinodo.   

Comunque sia, Benedetto XVI rivela tutta la sua statura di grande papa, che ha scelto consapevolmente la via della Croce per amore della sua Chiesa:  

«Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre» (dall'Udienza generale di Benedetto XVI in piazza San Pietro, 27 febbraio 2013).                  

 

 

 

 

       

Nel disegno sopra, da sinistra, la talare indossata dal Romano Pontefice; una talare priva di fascia e mantelletta, detta "pellegrina" (questa è la talare indossata oggi da Benedetto XVI); la talare indossata dai Cardinali. Benedetto XVI indossa questa talare, come ricorda Andrea Cionci, perché sta sempre al chiuso avendo rinunciato al ministerium (esercizio pratico della funzione petrina): è prassi che i prelati non indossino i due accessori al chiuso. Questa talare "menomata" ed insolita, potrebbe corrispondere a quella che videro i tre pastorelli a Fatima, indicando il Vescovo vestito di Bianco e avendo il presentimento che fosse il Santo Padre?