Bella la vita -.-

Quella solita giornata d'autunno..


“Andre, su alzati! È ora di andare, muoviti”.E, puntuale ogni mattina alle 7.30, mia madre invadeva camera mia con la sua voce stridula, per annunciarmi l’inizio di una nuova giornata: nuova solo per i numeri che ne componevano la data, perché il resto era storia vecchia, era un repeat della solita e ormai noiosa canzone.Guardai il display del mio cellulare: 21 settembre.Non mi ero ancora abituato all’atmosfera scolastica, al dovermi alzare presto ad ogni sorgere del sole: mia madre era l’unica sveglia che fosse resistita alle mie ire mattutine, del resto non le servivano neanche le batterie, perché la sua energia intransigente e dispotica era illimitata e impermeabile a qualsiasi condizionamento esterno; così, armato della mia non proprio antonomastica pazienza, affrettai in un attimo la colazione e prendendo due libri a caso nello zaino, uscii per andare a scuola.Milano in autunno: non esattamente lo scenario in cui avrei sognato di dirigere un film.Per strada si vedevano sempre le stesse persone, negli stessi luoghi alla stessa ora; spesso mi capitava di chiedermi cosa pensasse quell’uomo vestito sempre in maniera inappuntabile, con la sua camicia sempre perfettamente stirata, la cravatta mai fuori posto, gli occhiali con montatura che sembrava più nuova ogni giorno di più e le lenti che sembravano l’antidoto contro la polvere che avrebbe risolto i crucci più angosciosi di ogni casalinga: la ventiquattr’ore ben chiusa e salda nella sua mano destra e un cipollotto d’oro (o magari d’ottone!) da vecchio Lord inglese.Per non parlare della fioraia all’angolo della mia via, che per attirare i clienti doveva sempre mostrarsi allegra, felice e sorridente: chissà quante volte avrà maledetto quei passanti che non la degnavano neanche di uno sguardo e che magari anche la denigravano con i loro pensieri dall’alto delle loro scrivanie e del loro maxi stipendio da lecchini dei loro capi.È un mondo pieno di maschere, di attori incoscienti e inconsapevoli del loro ruolo, di entità corporee altresì dette umane, che si dibattono animatamente illudendosi di essere qualcuno, atteggiando il loro nome su etichette, biglietti da visita, targhette commemorative di ruoli o istituzioni. “Andrea S., ingegnere”; “Andrea S., impiegato in banca”; “Andrea S., agente assicurativo”. No, non mi piaceva proprio, il mio nome apposto in simili nefaste occupazioni da comparsa del teatro quotidiano: volevo essere il protagonista, il numero uno; quello che non ha bisogno di fingere mai, perché sono gli altri a dover recitare per pretendere un minuto della mia considerazione.Alla fine, come è nell’ordine naturale degli eventi, presumo che anche il sottoscritto si dovrà arrendere alla logica societaria dei mostri cibernetici instancabili che per garantirsi delle briciole da ingurgitare a pranzo e a cena si addobbano d’ornamenti di scena e recitano ogni giorno copioni e battute impostate ad arte per la loro occupazione.Ero tutto un ribollire di sogni, di tensioni inespresse verso qualcosa che nemmeno io riuscivo a comprendere per davvero; speravo che all’improvviso da dietro l’angolo comparisse qualcosa che mi cambiasse la vita, qualcosa che, anche solo per mezza giornata, la sconvolgesse.E invece, svoltato a sinistra all’ultimo incrocio, c’era sempre lei, la scuola, la fantomatica palestra di vita, che in realtà era un’università con tanto di master e dottorato, sul recitare l’arte del sapersi vivere, o per meglio dire, del riuscire a morire vivendo. E così, in rigoroso ritardo, quel giorno come tutti gli altri, mi accomodai svogliatamente al mio banco in fondo alla classe: con nessuno dei miei cosiddetti compagni avevo un rapporto serio che andasse al di là dell’usufrutto reciproco di copiatura di compiti e di suggerimenti scritto-orali.Però c’erano dei soggetti interessanti, sembravano quasi usciti da uno dei più classici film americani dedicati a una selva oscura di giovani persi nei meandri collegiali delle loro vite da teenagers: c’era per esempio Marco, il prototipo del ragazzo che nei fantomatici balli del liceo sarebbe restato sempre seduto o a portare bicchieri di ponch a ragazze approfittatrici; c’era Diego, quello con il colletto della camicia sempre alzato, con lo sguardo da “sì sono io il ragazzo che fa per te”; c’erano anche le dolci fanciulle la cui massima aspirazione sarebbe stata sgambettare armate di minigonne e scollature da urlo su una passerella adocchiate da quarantenni ed oltre con la magica pillolina blu sempre pronta in tasca; e sì, infine, c’erano anche gli immancabili secchioni, quelli con gli occhiali sulla punta del naso che ne sanno sempre una più di te e non perdono occasione per rinfacciartelo: insomma, un bel fritto misto di cervelli o presunti tali!