Day_after_day

Post N° 128


L’anello di spago E un’altra settimana di lavoro ricomincia.E io sono già sfiancato al lunedi mattinaCerto che se non avessi dovuto prendere due giorni di permesso durante la settimana scorsa, per andare a soccorrere Tutankhamon sulle nevi, nel week end  avrei almeno riposato e invece ho dovuto lavorare.La sola cosa bella è che lei mi ha raggiunto sabato mattina ed è stata con me fino a poco fa, anche se ci siamo visti ad intermittenza perchè io lavoravo.Ieri sera siamo andati in pizzeria, alla festa di compleanno di Barbara, una mia amica che lei ancora non conosceva. Per la verità Barbara e il suo ragazzo non vengono quasi mai in compagnia con noi, anche perché io ho ristretto un po’ il giro degli amici a quelli pochi ma buoni. Prima di uscire ed unirci alla comitiva ci siamo concessi qualche oretta di stropicciature sotto le lenzuola, anche perché quando c’è lei starei sempre a letto. A scopare, ovviamente.E quando scopo con lei il senso del tempo svanisce. Al punto che ci siamo accorti che era tardi solo perché gli altri ci hanno telefonato per sapere dove fossimo finiti.E quella telefonata era il seguito di una serie interminabile di sms che ci avevano mandato, ma noi eravamo prima a letto e poi sotto la doccia e sentivamo tutto fuorchè il cellulare.Lei era bellissima ieri sera. In un paio di pantaloni neri a vita bassa aderenti che risaltavano la sua linea a mio avviso troppo magra. Tanto che le ho fatto promettere che avrebbe mangiato di più, almeno una pizza off limits, di quelle che hanno almeno due righe di ingredienti.Durante il tragitto in auto per raggiungere  gli altri, le ho praticamenete raccontato qualcosa dei nuvoi amici che lei avrebbe visto e che ancora non conosceva. Mi sono soffermato principalmente sulla festeggiata e sul suo ragazzo, Alberto. Ed ho finito per dirle che Alberto avrebbe regalato alla sua ragazza un anello per il suo compleanno. Anche perché glielo aveva praticamente chiesto lei fino allo stress.Ed è stato a quel punto che mi sono lasciato andare una frase di troppo: “ non ti aspettare da me anelli, perché non ne regalerò mai. Quando mi sono tolto la vera, molti anni fa, ho deciso che era l’ultimo anello che avrei messo, a una donna e a me, in vita mia”.Ho capito che era stata l’impulsività a farmi buttare lì quella frase e a buttarla lì proprio in quel modo crudo. Ad avermi fatto sclerare a voce alta era stato il ripensare a quel mio unico anno di un matrimonio fallimentare. Un matrimonio fatto più per uscire di casa in cerca di indipendenza che per convinzione; per poi rendermi conto che ero più libero quando stavo coi miei. Un matrimonio con una donna che mi aveva praticamente imposto di rinunciare al volo per diventare un topo da ufficio. E quando le pressioni sue erano diventate intimazioni, per rivalsa di brevetti ho cominciato a prenderne altri. E un bel giorno mi sono tolto quell’anello e non l’ho messo mai più. Ed era arrivata la separazione prima e il divorzio poi.Prima di dirle quella frase infelice ho rivissuto quell’anno tremendo e forse ho fatto pagare a lei lo scotto e le colpe di un’altra. E le colpe del mio essere un ribelle.Lei sa che non voglio sentirmi soffocare, e per questo mi lascia talmente tanta libertà che quasi mi sento soffocare quando lei non c’è. E solo per la sua discrezione avrei dovuto risparmiarmi di dirle che da me non si deve aspettare anelliMa ormai la bastardata l’avevo fatta provocando la sua immediata reazione: “stai tranquillo, Andre, che io non mi aspetto da te anelli. Non mi aspetto nulla, nulla di più di quello che tu mi vorrai dare. E anzi ti voglio io rassicurare: il giorno che scoprirò di essere un peso per te, sparirò dalla tua vita da un giorno all’altro e non sentirai mai più parlare di me”In quell’istante ho capito cosa prova una persona dentro le sabbie mobili. Perché se prima avevo fatto sprofondare lei con quella frase infelice, ora ero io ad affondare all’idea che lei sarebbe potuta sparire da me anche all’improvviso.C’è stato un attimo di silenzio tra noi, un silenzio che parlava e il mio mi diceva che ero un idiota. Poi una canzone, su radio dj, porta la mia mano a cercare e stringere istintivamente sulla sua, perché quelle note mi ricordano i nostri tre giorni a Portofino. E i suoi occhi si posano sui miei, ricordando gli stessi ricordi, e quei suoi bellissimi occhi neri mi tornano a scaldare, anche se dietro essi scorgo un velo di tristezza che lei, che ormai conosco bene, non riesce a celare.Sentivo la sua mano calda e il rumore martellante del mio cuore che non riusciva a sopportare l’idea che lei sarebbe potuta sparire dalla mia vita in un istante Avrei voluto dirle mille cose in quel momento, ma non mi uscivano dalla bocca. E poi eravamo arrivati e gli altri ci erano già venuti incontro.Dopo le presentazioni di rito ci siamo seduti al tavolo ed è cominciato il cazzeggio. Poi la festeggiata apre tutti i pachetti. Noi abbiamo dato a Barbara il nostro regalo e io, cazzaro come al solito, le dico: “il mio regalo è il più lungo e il più duro degli altri”. Risate generali, tanto alle mie battute sono tutti abituati. E dentro il pacchetto c’è una cintura D&G cho so che a Barbara piaceva.L’ultimo regalo ad essere aperto è quello di Alberto, che contiene l’anello del cazzo che mi ha pure fatto dire a lei quel che non le volevo dire. E mentre Barbara guardava quel regalo, io guardavo lei per cogliere nel suo sguardo se si sentisse in qualche modo inferiore e diversa da chi quell’anello lo stava ricevendo,  mentre a lei le era stato negato da quelle mie parole di merda.I suoi occhi brillavano e per un attimo ho avuto l’impressione che lei si fosse portata un dito all’occhio destro per trattenere una lacrima che cadeva. E mi sono sentito una merda.Ma poi lei si è voltata verso di me e mi ha sorriso. Come per tranquillizzarmi che lei non voleva quell’anello ma me. E mi sono sentito ancora più merda.Allora le ho fatto cenno col capo di seguirmi e ci siamo alzati e l’ho portata un attimo fuori dal locale. Ho preso il mio giubbotto e l’ho messo sulle spalle a lei perché faceva un freddo cane. Lei mi chiede se la voglio lasciare. “Ma come puoi pensare a una cosa simile?, le dico. E continuo: “Ti ho portato qui fuori per dirti una cosa: mi sento immortale perché, come vuole la leggenda, ho il cuore di una stella tra le mani, tu. Per questo oggi, tornando a casa e passando davanti alla vetrina di una gioielleria dove c’era un braccialettino con alcune stelle di vari tipi d’oro, ho pensato che sarebbe stato bene su di te”E mentre le dico queste cose tiro fuori dalla tasca quel braccialetto.Glielo metto al polso e poi la stringo a me. Forte, più forte e ancora più forte. E la bacio.Non si aspettava quel regalo ed era felice. E’ stato allora che le ho chiesto scusa per quello che le avevo detto a casa. Che non era mai intenzione offendere lei con le mie parole, ma chi le catene me le aveva messe davvero, chi mi aveva inchiodato ad un volere a senso unico.Lei, guardando felice il suo piccolo bracciale, mi ha spiazzato con le sue parole: “non mi interessa un anello al dito. Mi basti tu e quello che mi dai. Non invidio la tua amica che lo ha ricevuto. Per niente. Mi sono anzi accorta che durante la cena il suo ragazzo guardava e sorrideva a un’altra donna, in fondo alla tavolata. E che senso ha mettere l’anello a un dito e avere il cuore altrove?”Aveva capito tutto. Aveva capito che Alberto se la faceva con una del gruppo, oltre che essere felicemente fidanzato.  Gliel’avrei detto mentre venivamo in auto alla cena, se solo non fosse poi calato il silenzio per quella mia frase di merda. Ma lei aveva capito tutto lo stesso. Ed ero certo che aveva capito anche la mia stupidità nel dirle una parola di troppo, ma non sentita e non rivolta a lei.Mi prende per mano per farmi rientrare.Allora la fermo: “Non puoi andartene via. C’è ancora una cosa che ti devo dare”Mentre lei non capisce cosa sto per fare e mi guarda stranita, io tiro fuori dalla tasca un piccolo pezzetto di spago blu, che fino a poco tempo prima legava il pacchetto di uno dei regali della festeggiata: un piccolo pezzetto di corda che mentre ero a tavola avevo preso e intrecciato con tanti nodi da marinaio quante sono le lettere del mio nome. E le chiedo di darmi il dito, perchè le voglio fare un anello.Lei scoppia a ridere e io pure. Poi mi porge la mano, mentre io lego quello spago intorno al suo dito, a mo’ di anello.E poi la bacio, accarezzandole il viso.Torniamo dentro e riprendiamo i nostri posti a tavola.Si brinda alla festeggiata, si beve lo spumante, e mentre si alzano i bicchieri Alberto nota l’anello di spago di lei e dice: “Andre, la tua donna si è fatta un anello di spago. Stai attento, perché ne vorrà uno vero come Barbara”.Lei non dice nulla ma vedo gli occhi di tutti puntati addosso alla sua mano. Mano che lei non nasconde, anzi mostra fiera e sorridente, come se portasse davvero al dito un brillante preziosissimo“Non preoccuparti”, dico tra me e me, “ci sono io a difenderti”.Guardo lei per un attimo, il tempo di dirle con gli occhi qualcosa di dolce, qualcosa a cui prima non ho mai voluto dare un nome. E lei capisce e mi sorride. Quel sorriso che mi scioglie.Poi  non conto nemmeno fino a tre e incalzo Alberto con la grazia di un cinghiale: “non si è fatta lei l’anello di spago. Gliel’ho fatto io. Altri anelli per adesso lei non ne vuole e sai perché? Perché sa che l’anello io l’ho già nel cuore. E tu, Alberto, oltre ad aver regalato a Barbara un anello, non lo senti di avere un anello anche nel cuore?”A quella domanda Alberto rimane di marmo, anche perché di fronte a lui ci sono due donne, la sua fidanzata e la sua amante, che non aspettano altro che la sua risposta.Io mi alzo e anche gli altri amici, per andare al bancone a farci un liquore. La risposta di Alberto non mi interessa.La mia io l’ho già data, a lei, e questo solo mi importa.A letto, di notte, nella foga del desiderio, lei mi diceva ridendo di stare attento a non strapparle l’anello.E sinceramente non so come ho fatto  a non romperlo, perché quando faccio sesso con lei non capisco più un cazzo. Ho scopato la mia donna con la foga di un amante possessivo. Ma avevo bisogno di sentirla mia. Avevo una necessità spasmodica di possederla. Squassare quel muro che divide i nostri corpi dalle nostre anime. Affondavo il mio sesso dentro di lei con colpi di reni e lei mi accoglieva urlando di piacere.  Le tiravo i capelli mentre lei  gridava il mio nome. Dio che bello sentire pronunciare il mio nome dalla mia donna che gode per me e di me. Mentre il suo sapore diventa la mia droga.Non so se è stata la troppa birra bevuta o la troppa voglia di lei, ma stanotte non le ho dato tregua. E quando ero veramente sfinito, ma la volevo ancora, spingevo la sua testa tra le mie gambe, perché le sue labbra ridessero vigore al mio sesso, e lei, demone di lussuria, sapeva riportarmi in vita ed accendere i miei sensi.Che porca era e come mi piaceva sentirla sempre bagnata e vogliosa. Stamattina siamo usciti che sembravamo due spettri. Lei diceva che le gambe le tremavano e io la sfottevo per questo, senza dirle che le mie avevano la stessa reazione.Adesso sono al lavoro e sorrido, ripensando a quando ci siamo lasciati in stazione con le gambe traballanti per una notte insonne trascorsa a scambiarci la pelle,le anime e le ossa.E ripenso a lei che sale su quello stronzo di treno che me la porta via.Alla sua mano che mi saluta ancora una volta prima di partireQuella mano che mi accarezzava il viso nella notteQuella mano che cercava con voglia il mio sesso e lo toccava con devozione Quella mano che porta ancora al dito il mio anello di spago. Buon lunedi a tutti.