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Woody Guthrie &..."Topi e gatti" di Bob SaintClair

Post n°732 pubblicato il 04 Settembre 2012 da BobSaintClair

 C'era una volta un topolino di città,
in cerca di nuovi amici fuor di là;
deciso ch'ebbe di partir,
fece fagotto e gambe in spalla a seguir...

... arrivò nella terra di nessuno dove a nessuno importava di nessuno, neppure di nutrirsi.
Il topolino stupefatto e affamato per il lungo viaggio, esclamò: – Ma così moriranno tutti di fame!
Una voce fioca di anziano si levò in risposta da sotto una coperta abbandonata per la via, proferendo: – Questo è l'effetto della Noncuranza che un micione bianco, venuto come te da chissà dove, ci ha predicato per diverso tempo, fingendosi emissario del Dio Formaggio, e carpendo ignobilmente la nostra innata buona fede. Tutti abbiamo creduto alle sue storie, al punto di decidere all'unanimità di lasciarci morire di inedia, giusto per garantirci un sicuro posto in Paradiso, poiché lassù, ci è stato assicurato dal micione, si vive senza sforzo alcuno in prosperità e abbondanza.
Il topolino ospite in quella landa di mezzi morti, non sapeva più cosa fare e pensare; preso dal panico, agì d'impeto, risolvendosi di risvegliare le coscienze obnubilate dei suoi simili: – Amici, topolini della terra di nessuno, vi annuncio che il gattone bianco è solo un gran bugiardone, egli odia i topolini e li vuole far sparire di torno senza sporcarsi le mani, perché è un gran vanitosone presuntuoso, si crede furbo ed intelligente più di noi. Occorre reagire tutti insieme e abbandonare le illusioni menzognere. Ritorniamo come prima a rubacchiare il cibo ai gattoni che, io l'ho visto, abbonda cospicuo nei loro bivacchi. Essi vogliono diventar avidi padroni della campagna, senza spartire con nessuno neppure un pezzettino di groviera. – Urlava con quanto fiato aveva in gola il magnanimo ratto forestiero.
Un gattone dall'udito fine, che bazzicava nei paraggi dopo aver ingollato cibo a sazietà, propenso a farsi quattro grasse risate peristaltiche alla vista dei topini agonizzanti e creduloni, rimase invece di sasso nel constatare che “I TOPASTRI!” si stavano smuovendo dal loro torpore, fermamente impegnati a recuperare la loro stima di signori topi, smarrita per dar credito alle ingannevoli parole del gattone bianco, il quale magistralmente li aveva pizzicati nel punto più debole, la proverbiale ingordigia, o per meglio specificare, l'ottenere la sicurezza della felicità in assenza di inutili tribolazioni.
Goffamente, a causa dello stomaco troppo pieno, gatto ghiottone corse di filato dai suoi amici gatti e riferì visibilmente turbato le cattive nuove al gran capo.
Il gattone bianco, sicuro di sé, – egli sapeva bene il fatto suo e si fidava pienamente delle proprie doti persuasive – , tuonò in un riso sguaiato e con balzo felino si pose al centro della losca cerchia di amici, (pur sempre suoi simili dopotutto), confabulando con diabolica malizia sul da farsi.
I topolini intanto s'erano rianimati bevendo un po' d'acqua corrente, proveniente dai canali scavati per irrigare i campi, e mangiucchiando le poche vettovaglie fatte salve dall'incuria dell'abbandono.
Erano stati infinocchiati niente di meno che dal loro atavico nemico, il gatto. Ma come poteva essere accaduto tutto ciò? Un atto subdolo aveva agito malvagiamente contro di loro, manco fosse una stregoneria voodoo (o forse lo era...?), lasciandoli invero stupiti da tanta insuperabile stupidità dimostrata.
La squillante voce del topolino viandante aveva però destato le sopite menti ed instillato nei cuori il richiamo della riscossa, esso echeggiava rumoroso dentro le viscere, benché il loro umore fosse acciaccato dall'esser stati soggiogati da così abile chiacchierone: – Brutto furfante di un gattaccio bianco, la pagherai! – si udì rimuginare tra i topini rancorosi.
La notte calava veloce, carica di trepidante tensione, presagio tangibile dell'approssimarsi di eventi nefandi: i gatti erano sul piede di guerra e i topini pure.
Se ci fosse stata una tenzone, sarebbe stata impari, i gattoni avrebbero avuto certo la meglio, considerata la flebile salute della tribù dei topolini, rimasti a digiuno per tanti e tanti giorni e pure notti.

Per i topolini occorreva giocare la partita prettamente d'astuzia...


Dovevano per forza sciogliere il bandolo della matassa e chiudere la disputa una volta per tutte. Radunare con un espediente tutti i gattoni bricconi presso una rocca e legarli stretti stretti ad essa, riavvolgendo velocemente quel filo appena sbrogliato dai problemi causatigli, fino a formare un enorme gomitolone di tessuto fresco da gettare giù nel canale, luogo dove i gattoni odiavano davvero stare. – Era poi da vedere se fossero tornati nel paese di nessuno ad infastidire i parchi sorcetti! – disse l'autore un po' piccato.
I gattoni, sornioni ed eccitati, si precipitarono all'assalto del piccolo paesino rurale di nessuno, dei topini di nessuno, decisi a farli a pezzi come nessun altro, ben tronfi della loro supposta superiorità morale e fisica; ma imprevista una novità gli si presentò innanzi: sorpresa delle sorprese, il villaggio era deserto...
Quella notte soffiava denso e tiepido il vento pre-estivo e distante sopraggiungeva il gracidare delle rane, di rado zufolava occulto qualche uccello notturno insofferente e la luna piena rendeva meno incerto l'avventurarsi nell'oscurità per la caccia al topo.
Quatti, quatti, gatton gattoni i micioni annusavano l'aria; le vibrisse non percepivano presenza di topolini: - Qual fine avevan fatto? Che fossero fuggiti oltre la campagna? Stremati com'erano non ce l'avrebbero mai fatta! - ipotizzavano dolenti miagolando alla luna.
Invano ragionavano della rocambolesca situazione; troppo, troppo scossi per analizzare la faccenda: chi gli aveva soffiato il pacchiano banchetto?

Veder spuntare il topo viandante da un cespuglio e farsi avanti verso di loro con passo placido e pacifico, da cui nitida traspariva persino una punta di buffa sicurezza ed anche una bandiera bianca svolazzante sulla sua testolina, mandò i gatti in brodo di giuggiole. Frementi, s'acquattarono l'un sull'altro, mostrando le mendaci dilatatissime pupille, spalancate nell'interezza del bulbo oculare dall'irrefrenabile curiosità suscitata dal temerario topetto, e col cuore a mille attesero succosi invitanti sviluppi.
Inaspettatamente però, il topolino, profittando del diversivo messo in atto, estrasse lesto dalla tracolla un cumulo di grani neri e li scagliò sui gatti a lui più vicini; quelli, ignari della manovra tattica, rimasero inizialmente di stucco nel veder quei gesti immotivati e istantaneamente ne subirono le conseguenze. Un intenso e fastidiosissimo prurito si propagò rapidamente lungo la loro pellaccia. Sbatacchiati di qua e di là come ossessi, accusavano l'inevitabile raspìo dei loro artigli in modo lancinante e presto il sangue cominciò a tingere il pelame, rievocando verosimili trucchi cinematografici del terrore.
Sta di fatto che dei grossi gattoni ballavano istericamente a tempo di boogie-woogie, come se martellassero, tra uno scatto e un salto, invisibili tasti ardenti di pianoforte annesso alla motrice impazzita di uno stridente treno inquadrato nella sua folle corsa attraverso le pianure del Mississippi; quando in realtà erano rovinosamente in balìa dei complici dei topolini – eh eh eh, quanto se la ridevano adesso i topetti, increduli di aver compiuto tal valorosa azione offensiva – , le incavolatissime pulci.
Che sia ben noto, le pulci, schiavizzate da un nomade capo circense che le costringeva ad esibirsi a tempo pieno nel proprio circo, dietro compenso di uno schifosissimo trattamento di vitto ed alloggio dovuto in cambio dei servizi offerti, erano snervate sino alle antenne dalla tirannia smisurata del padrone; l'unico svago loro permesso, oltre il lavoro, si svelava nell'esercizio spirituale del lamento, ovvero le pulci potevano cantare sofferti spirituals, ma solo in itinere, di città in città. L'atto di cantare sortiva un effetto medico per l'anima e per i nervi, facendo sopportare meglio le angherie del filibustiere nomade, a cui, ironia della sorte, piacevano da matti quei malinconici canti.
E fu proprio durante uno di quegli spostamenti, accatastate dentro una scatoletta di metallo bucherellata, percorrendo la famosa strada di nessuno, posti nel retro di un carretto trainato da un asino, che l'intrepido topolino viandante, poco prima di giungere al paese di nessuno, restò intristito dal sonoro lamento delle pulci canterine ed al contempo affascinato, tanto da voler conoscere così bravi artisti. Zompando sul carretto, si avvicinò ad esse e sentitane tutta la straziante storia, si prodigò per liberarle.
Ecco come topolino viandante incontrò il favore delle pulcine incazzate nere, grate doppiamente a lui per averle procurato libertà, casa e cibo; ed anche come incorse nei sentiti ringraziamenti dei topolini della città di nessuno, che da allora fu ribattezzata Wayfarer Town, in onore di cotanto eroico sprone, per aver restituito pace e serenità alla felice comunità di tranquilli e onesti topolini lavoratori di campagna.

 

 
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