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Genti e ambienti nell’età del Bronzo – Il Polesine al tempo di Ulisse


Genti e ambienti nell’età del Bronzo – Il Polesine al tempo di Ulissepostato da Redazione REM venerdì 11 giugno 2010articolo presente nel numero di REM: 01Un Commento
Le indagini geomorfologiche e i riscontri offerti dalle foto aeree hanno permesso di ricostruire fasi salienti della storia del Po a partire dagli ultimi quattromila anni.di Raffaele PerettoImmaginiamo di andare a ritroso nel tempo, di portarci indietro di oltre tremila anni, all’ incirca ai tempi della guerra di Troia e dei mitici eroi Achille e Ulisse descritti da Omero.Immaginiamo di andare a ritroso nel tempo, di portarci indietro di oltre tremila anni, all’ incirca ai tempi della guerra di Troia e dei mitici eroi Achille e Ulisse descritti da Omero.Immaginiamo di poter sorvolare a bassa quota le ultime terre della pianura del Po, percorrendo il tratto finale del grande fiume. Il panorama che si presenterebbe ai nostri occhi da un virtuale deltaplano sarebbe ben diverso da quello attuale. Ci apparirebbe, infatti, un articolato paesaggio di boschi a querce, olmi, frassini, sfumanti in ampie radure; di aree palustri a canneto e stagni, ravvivati d’estate dal bianco delle ninfee e dal giallo dei limnantemi; di fasce serpeggianti di salici e ontani lungo gli argini dei corsi d’ acqua.Prati adibiti a pascolo, ridotti appezzamenti coltivati a cereali, sparsi villaggi mostrerebbero la presenza dell’ uomo.
Questa verosimile immagine è suffragata dai risultati di studi interdisciplinari di carattere naturalistico, quali la geomorfologia, l’archeobotanica, la palinologia (esame dei pollini), l’ archeozoologia, che ormai arricchiscono sempre più la ricerca archeologica.Oggi il Polesine è terra sostanzialmente stretta tra Adige e Po. Sono confini imbrigliati da possenti argini artificiali che portano l’acqua a scorrere a quote più alte della campagna circostante, dove regolari reticoli di scoline mostrano i disegni delle più recenti bonifiche rivolte allo sfruttamento capillare del suolo agricolo, mantenendolo asciutto anche in quelle aree che morfologicamente sarebbero interessate da paludi. L’odierna immagine del territorio è il risultato di una lunga e complessa evoluzione idrografica, stabilizzatasi in epoca medievale e in seguito controllata e irrigidita dall’uomo, limitando alluvioni e rotte che in antico determinarono talvolta anche variazioni del corso.Le indagini geomorfologiche e i riscontri offerti dalle foto aeree hanno permesso di ricostruire fasi salienti della storia del Po a partire dagli ultimi quattromila anni, quando il grande fiume dall’ area mantovana distribuiva la copiose acque attraverso diramazioni, aprendo un apparato deltizio ben più complesso di quello attuale, esteso da Chioggia fino a Ravenna. Le sue periodiche variazioni idrografiche, con alterni periodi di attività e senescenza dei rami fluviali, unitamente alle vicende dell’ Adige e del Tartaro, hanno concorso a modificare la fisionomia dei paesaggi, cancellando o coprendo, con episodi di alluvionamento, precedenti tracce lasciate da eventi naturali e dall’ opera dell’ uomo. Per questi motivi, in Polesine si dispone, al momento, di testimonianze a partire dall’ età del Bronzo; altre più antiche risultano difficilmente identificabili, in quanto conservate in livelli stratigrafici profondi, non intaccati da interventi agricoli e da sterri.
Nell’esaminare le fasi dell’ età del Bronzo, è il territorio di Castelnovo Bariano a conservare il primo villaggio accertato in area polesana. Si tratta dell’ insediamento palafitticolo di Canàr, databile all’ antica età del Bronzo (circa tra 1940 e 1850 a.C.). Gli scavi hanno portato alla luce l’ impianto di centinaia di pali a sostegno di piattaforme lignee su cui poggiavano le capanne. L’ area, sotto l’ aspetto paleoambientale, si inquadra tra diramazioni scomparse del Tartaro e dell’ Adige, che delineavano la propaggine meridionale delle Valli Grandi Veronesi, dove al tempo si impostò tutta una serie di abitati collocati prevalentemente lungo fiumi e aree palustri. A questo ambito appartengono anche gli altri siti archeologici delle località di Marola (Bronzo medio-recente) e di Canova (Bronzo recente).L’ età del Bronzo media e recente negli ultimi anni è affiorata anche più ad oriente, come documentano il sito di Precona presso Castelguglielmo, per il quale si dispone solo di materiale raccolto in superficie, ed in particolare quelli indagati nelle località di Zanforlina di Pontecchio e Larda di Gavello. Sono località queste ultime due che attestano le più antiche e orientali presenze insediative finora indagate nella bassa pianura veneto-emiliana che si inquadrano nel pieno contesto paleo ambientale delle diramazioni deltizie padane.Per Zanforlina, pur nei limiti delle indagini condotte nel 2002, risulta certa l’ importanza della scoperta che porta ad inquadrare il sito alle prime fasi del Bronzo medio, in un arco di tempo compreso tra XVII e XVI sec.a.C. Particolarmente significativa risulta essere anche l’ area indagata nel territorio di Gavello tra le località Colombina e Larda, dove già le raccolte di superficie mostravano affioramenti sparsi di testimonianze legate all’ età del Bronzo recente (XIII sec.a.C.). Le indagini stratigrafiche, avviate nel 1998, mostrano una distribuzione insediativa piuttosto diffusa in relazione ad un nucleo principale arginato.
Con l’ età del Bronzo finale (XII-IX sec.a.C.) vengono generalmente privilegiate le grandi arterie fluviali, in funzione di un nuovo assetto sociale ed economico, interessato anche agli scambi su lunga distanza.In questo ambito rilevanti sono le testimonianze insediative scoperte in Polesine, tra le quali emerge un centro egemone, quello di Frattesina.Lungo un attivo e marcato ramo padano, oggi scomparso, noto come Po di Adria, antichi villaggi sono stati accertati anche a Mariconda di Melara, a Trecenta, a Gognano, a Villamarzana, ad Arquà Polesine, a Campestrin di Grignano, a Saline di San Martino di Venezze.Il notevole rilievo assunto dal complesso di Frattesina, considerato oggi uno dei maggiori crocevia della protostoria europea, è dovuto alla quantità di significative testimonianze recuperate da ricognizioni di superficie su buona parte dell’ esteso villaggio, alle diverse e prolungate campagne di scavo, agli studi e alla divulgazione scientifica di quanto raccolto attraverso la rivista Padusa del Centro Polesano di Studi Storici, Archeologici ed Etnografici, a cui va il merito della scoperta, avvenuta nel 1967, e delle prime ricerche. Il villaggio di Frattesina, presso Fratta Polesine, era distribuito in prossimità della sponda dell’antico ramo del Po, per una lunghezza di oltre un chilometro entro una superficie di circa venti ettari. La notevole estensione dell’ abitato, la sua potenza stratigrafica, le sue due ricche necropoli a cremazione, scoperte a Fondo Zanotto e Narde, oltre alle numerose attività artigianali e commerciali registrate, confermano un’ alta densità di popolazione e un’ organizzazione sociale ed economica che richiedeva mansioni distinte e ben definite.Se a Frattesina la completa documentazione di lavorazione del bronzo, attestata da matrici, crogioli, lingotti, trova riscontri in attività di altri coevi villaggi, singolari risultano le documentazioni relative alla produzione di manufatti in avorio e in pasta vitrea (vetro opaco). La materia prima per la fusione del metallo giungeva  dalle aree minerarie della Toscana, mentre per disporre di avorio si doveva far ricorso a regioni ben più lontane, legate al territorio deltizio padano da rotte mercantili. Le zanne d’ elefante potevano giungere dall’ Africa Settentrionale, ma forse anche dalla Siria. Dall’ avorio segato e intagliato si ottenevano raffinati pettini, pregiate impugnature di coltelli, pendagli. Un altro aspetto rilevante è dato dalla presenza di attive officine che, al momento, attestano la prima “industria” del vetro in Europa. Sono ben documentati crogioli, scarti di lavorazione, numerosissime perline, molte di raffinata tipologia, con varietà di colori e qualità della pasta, presente anche in abbondanza di “pani” informi.
Inoltre è stata avanzata l’ ipotesi che nello stesso villaggio si intagliassero perle d’ ambra da resine fossili provenienti dal Mar del Nord e dal Baltico in considerazione della presenza di una significativa gamma tipologica di perle, vaghi, pendagli. Se Frattesina non mostra, al momento, la certezza di questa attività, eccezionalmente la lavorazione in loco dell’ ambra ci viene dall’ altro vicino villaggio protostorico di Campestrin, presso Grignano Polesine, scoperto qualche anno fa e interessato da preliminari scavi archeologici negli anni 2008 e 2009.La ricca documentazione raccolta e la specializzazione della produzione confermano che buona parte dei materiali usciti dalle officine di Frattesina, fosse destinata all’ esportazione nell’ ambito di una fiorente attività commerciale lungo l’importante arteria fluviale che lambiva il villaggio. L’ antico ramo del Po rappresentava, infatti, la più naturale e facile possibilità di collegamento sia con la fascia costiera, per le rotte mercantili dell’ Adriatico, sia, attraverso l’ Adige, lungo la nota “via dell’ ambra”, comprovando traffici e relazioni con l’ area greca ed egea.Gli scavi, condotti sia nell’ abitato che nelle necropoli, hanno evidenziato due fasi insediative, intervallate da fenomeni alluvionali alla fine del X sec. a.C. In questa fase prende sviluppo il vicino abitato di Villamarzana, quale potenziamento di una rinnovata gestione politica territoriale.Sconvolgimenti idrografici determinano in breve la scomparsa dei villaggi mediopolesani e l’eredità di Frattesina, qualche secolo dopo, sarà fatta propria da Adria.