In barca sulle acque del Delta, un passato dimenticato. Molti casoni finiscono per essere abbandonati. «Qui un tempo ci venivano anche i signori» I casoni a Scano Boa (archivio)Dopo esserci imbarcati nel Villaggio pescatori di Pila, Fabrizio fa scivolare il fondo piatto della barca sulle acque del Delta, nella Busa di Tramontana sferzata da cristalline raffiche di bora. Solo uno stormir di canne al vento attraversa l’aria. Entrati nella Riserva Naturale della Batteria, l’occhio viene sorpreso dall’apparire di magazzini e casa padronale semisommersi. Erano i manufatti di un’azienda agricola che gestiva una risaia. L’insaziabile estrazione di metano, innescando una inesorabile subsidenza, ha fatto sprofondare tutto: dove germogliava il riso ora crescono solo ciuffi di canne. Nuovi coltivatori anfibi si sono impossessati dei vicini liquidi specchi: sono i vongolari che con ingegno hanno dato vita a una fiorente molluscocoltura. E’ qui, infatti, che vengono raccolte le migliori vongole del mondo e un efficiente stabulatore ne garantisce igiene e tracciabilità. Procedendo sull’acqua mi scorrono nella mente alcuni fotogrammi de La donna del fiume, con Sofia Loren, che Mario Soldati ha voluto girare in questo angolo del Delta. La barca, quindi, si infila dentro un fitto canneto: siamo nella laguna del Burcio, passaggio intermedio per raggiungere l’estesa laguna del Basson: luoghi cari a Roberto Rossellini, che tra queste acque ha girato scene dell’insanguinato sesto episodio di quel capolavoro che è Paisà. Ancora una virata e raggiungiamo una postazione di caccia mascherata da canne palustri. «Avevo 12 anni - mi racconta Fabrizio quando ho cominciato a portare nella notte i signori che venivano a cacciare in queste valli. Con loro si stabiliva amicizia, dormivano nelle nostre case, niente a che vedere con le elitarie valli da pasca e di caccia della Laguna di Venezia ». Mentre la barca ci porta verso Scano Boa, uno stormo di volpoche anima il cielo. A Scano Boa, una disabitata striscia di sabbia che perimetra per 6-7 chilometri il Delta dal mare aperto, due vecchi sono intenti a rinnovare le canne del casone (un monumento) gestito dai pescatori. A sinistra altri due casoni vivono il loro abbandono, dopo che l’ultimo pescatore quattro anni fa li ha abbandonati per sempre. Come un’isola sperduta nel Pacifico, Scano Boa ti prende l’animo con il suo assoluto silenzio. Qui il tempo diventato muto, fa scoprire un’altra dimensione di te stesso. Mentre la testa vive uno strano stordimento, i piedi a ogni passo assaporano la soffice sabbia che dà forma e sostanza a questo paradiso ondeggiante di dune tra ispidi ciuffi d’erba e qualche tamericio. In totale solitudine, si erge un capitello simbolo di una religiosità popolare che ha raggiunto anche questo sperduto luogo. Isola che fu di pescatori di anguille e di storioni. Gente animata da una solidarietà che non disdegnava né la violenza né l’ostracismo per l’intruso, come il film Scano Boa di Renato Dall’Ara illustra, raccontando la storia di un padre che, con la figlia, si reca nell’isola per pescare lo storione, ma finalmente quando lo sta per trafiggere con l’arpione, come accadde al capitano Achab, viene travolto dal grande pesce, perdendo la vita. Il giorno del funerale, in barca, la figlia dà alla luce un bambino frutto di uno stupro. Film che fu ispirato da un fatto di cronaca riportato sui giornali del 6 febbraio 1954: «Sul barcone di Pila a Ca’ Zuliani durante un funerale nasce un bambino del Delta del Po». Lasciata l’isola e uscendo in mare per poi rientrare dal Po di Scirocco, nel fitto canneto, Fabrizio mi mostra dove nacque: «Lì - mi dice - c’era il nostro casone di canne, senza pavimento e con una stanzona che fungeva da cucina e da camera, solo il focolare era di mattoni. E così altre famiglie. Si beveva l’acqua del fiume e questo fino alla fine degli anni sessanta. Gli ambulanti passavano di casone in casone a vendere misere cose. Il Po era tutto, la nostra ricchezza e soprattutto la nostra povertà. Era il nostro universo». Mentre proseguiamo, sulla destra, si mostrano i muri sbrecciati della casa padronale che fu dei Voltolina. Anche qui c’era una risaia, finita annegata in seguito all’abbassamento del suolo. Gli uomini dovettero scappare, adesso quattro volpoche vi nuotano accanto, mentre sull’argine le canne dondolano nell’aria. Alla sinistra, s’impone l’imponente mole della più grande centrale termoelettrica d’Europa: un Moloch che sovrasta la gentile e variabile geografia del Delta. Già, perché qui il fiume, come un grande motore, tutto trasforma, rimodella, rifà i profili delle terre emerse e cambia, nello stesso tempo, anche la batimetria dei fondali, ce lo conferma la secca che inaspettatamente frena la nostra barca nel suo percorso, sporcando l’acqua come se una seppia avesse schizzato il suo nero. Arriviamo al disabitato approdo finale. Un uccellino, tra carcasse di barche, generosamente gorgheggia il suo inno alla gioia. Gianni Moriani (1. Continua)18 giugno 2009------------------------------------------------------------------------------------------------------------“La giornata era limpida e la terra odorava spossata dalla furia del temporale, che aveva reso ancor più torbida e gialla l’acqua del fiume. Il mare in lontananza sembrava d’oro e palpitava fra la nebbia che si dissolveva leggera, mentre la corrente schiumava in bocca dalla rabbia.” DAL LIBRO DI G.A. CIBOTTO "SCANO BOA".------------------------------------------------------------------------------------------------------------Scano Boa lunga lingua di sabbia,
Scano Boa, fra i casoni il tempo diventa muto (CORRIERE DEL VENETO 18/06/2009)
In barca sulle acque del Delta, un passato dimenticato. Molti casoni finiscono per essere abbandonati. «Qui un tempo ci venivano anche i signori» I casoni a Scano Boa (archivio)Dopo esserci imbarcati nel Villaggio pescatori di Pila, Fabrizio fa scivolare il fondo piatto della barca sulle acque del Delta, nella Busa di Tramontana sferzata da cristalline raffiche di bora. Solo uno stormir di canne al vento attraversa l’aria. Entrati nella Riserva Naturale della Batteria, l’occhio viene sorpreso dall’apparire di magazzini e casa padronale semisommersi. Erano i manufatti di un’azienda agricola che gestiva una risaia. L’insaziabile estrazione di metano, innescando una inesorabile subsidenza, ha fatto sprofondare tutto: dove germogliava il riso ora crescono solo ciuffi di canne. Nuovi coltivatori anfibi si sono impossessati dei vicini liquidi specchi: sono i vongolari che con ingegno hanno dato vita a una fiorente molluscocoltura. E’ qui, infatti, che vengono raccolte le migliori vongole del mondo e un efficiente stabulatore ne garantisce igiene e tracciabilità. Procedendo sull’acqua mi scorrono nella mente alcuni fotogrammi de La donna del fiume, con Sofia Loren, che Mario Soldati ha voluto girare in questo angolo del Delta. La barca, quindi, si infila dentro un fitto canneto: siamo nella laguna del Burcio, passaggio intermedio per raggiungere l’estesa laguna del Basson: luoghi cari a Roberto Rossellini, che tra queste acque ha girato scene dell’insanguinato sesto episodio di quel capolavoro che è Paisà. Ancora una virata e raggiungiamo una postazione di caccia mascherata da canne palustri. «Avevo 12 anni - mi racconta Fabrizio quando ho cominciato a portare nella notte i signori che venivano a cacciare in queste valli. Con loro si stabiliva amicizia, dormivano nelle nostre case, niente a che vedere con le elitarie valli da pasca e di caccia della Laguna di Venezia ». Mentre la barca ci porta verso Scano Boa, uno stormo di volpoche anima il cielo. A Scano Boa, una disabitata striscia di sabbia che perimetra per 6-7 chilometri il Delta dal mare aperto, due vecchi sono intenti a rinnovare le canne del casone (un monumento) gestito dai pescatori. A sinistra altri due casoni vivono il loro abbandono, dopo che l’ultimo pescatore quattro anni fa li ha abbandonati per sempre. Come un’isola sperduta nel Pacifico, Scano Boa ti prende l’animo con il suo assoluto silenzio. Qui il tempo diventato muto, fa scoprire un’altra dimensione di te stesso. Mentre la testa vive uno strano stordimento, i piedi a ogni passo assaporano la soffice sabbia che dà forma e sostanza a questo paradiso ondeggiante di dune tra ispidi ciuffi d’erba e qualche tamericio. In totale solitudine, si erge un capitello simbolo di una religiosità popolare che ha raggiunto anche questo sperduto luogo. Isola che fu di pescatori di anguille e di storioni. Gente animata da una solidarietà che non disdegnava né la violenza né l’ostracismo per l’intruso, come il film Scano Boa di Renato Dall’Ara illustra, raccontando la storia di un padre che, con la figlia, si reca nell’isola per pescare lo storione, ma finalmente quando lo sta per trafiggere con l’arpione, come accadde al capitano Achab, viene travolto dal grande pesce, perdendo la vita. Il giorno del funerale, in barca, la figlia dà alla luce un bambino frutto di uno stupro. Film che fu ispirato da un fatto di cronaca riportato sui giornali del 6 febbraio 1954: «Sul barcone di Pila a Ca’ Zuliani durante un funerale nasce un bambino del Delta del Po». Lasciata l’isola e uscendo in mare per poi rientrare dal Po di Scirocco, nel fitto canneto, Fabrizio mi mostra dove nacque: «Lì - mi dice - c’era il nostro casone di canne, senza pavimento e con una stanzona che fungeva da cucina e da camera, solo il focolare era di mattoni. E così altre famiglie. Si beveva l’acqua del fiume e questo fino alla fine degli anni sessanta. Gli ambulanti passavano di casone in casone a vendere misere cose. Il Po era tutto, la nostra ricchezza e soprattutto la nostra povertà. Era il nostro universo». Mentre proseguiamo, sulla destra, si mostrano i muri sbrecciati della casa padronale che fu dei Voltolina. Anche qui c’era una risaia, finita annegata in seguito all’abbassamento del suolo. Gli uomini dovettero scappare, adesso quattro volpoche vi nuotano accanto, mentre sull’argine le canne dondolano nell’aria. Alla sinistra, s’impone l’imponente mole della più grande centrale termoelettrica d’Europa: un Moloch che sovrasta la gentile e variabile geografia del Delta. Già, perché qui il fiume, come un grande motore, tutto trasforma, rimodella, rifà i profili delle terre emerse e cambia, nello stesso tempo, anche la batimetria dei fondali, ce lo conferma la secca che inaspettatamente frena la nostra barca nel suo percorso, sporcando l’acqua come se una seppia avesse schizzato il suo nero. Arriviamo al disabitato approdo finale. Un uccellino, tra carcasse di barche, generosamente gorgheggia il suo inno alla gioia. Gianni Moriani (1. Continua)18 giugno 2009------------------------------------------------------------------------------------------------------------“La giornata era limpida e la terra odorava spossata dalla furia del temporale, che aveva reso ancor più torbida e gialla l’acqua del fiume. Il mare in lontananza sembrava d’oro e palpitava fra la nebbia che si dissolveva leggera, mentre la corrente schiumava in bocca dalla rabbia.” DAL LIBRO DI G.A. CIBOTTO "SCANO BOA".------------------------------------------------------------------------------------------------------------Scano Boa lunga lingua di sabbia,