SEMBRA CHE QUESTO POST SIA ESTRANEO RISPETTO AGLI ALTRI MA...
Dalle ombre verdi e umide dei boschi prendono vita esseri favolosi che da secoli popolano i sogni degli uomini. Miti e leggende li descrivono fin nei minimi dettagli; esseri bizzarri benevoli o malevoli a seconda dei sentimenti che le persone nutrono nei loro confronti. Abitano nelle corolle dei fiori, sotto gli ombrelli picchiettati di bianco dei funghi, negli anfratti delle rocce muscose. I tronchi respirano vivi e le foglie degli alberi sussurrano antichi segreti. Non fatevi irretire dalle loro voci, potreste entrare in regni dove il tempo non scorre e non tornare più indietro...Le Anguane sono esseri mitici che secondo le leggende si incontrano preferibilmente vicino alle acque verso le quali di notte si muovevano a lavare i panni e “portando l’acqua con le ceste di vimini”. Donne abbastanza fuggevoli, affascinanti e ammaliatrici, con capelli lunghissimi, ora brutte e malvage a seconda delle necessità del momento, abitano in varie cavità naturali (“spurghe” e “busi”) che disseminano i nostri monti. La più famosa delle anguane è Ittele o Etele, figlia di Uttele regina e abitante della Montagna Spaccata sopra S. Quirico e protagonista della famosa leggenda che la vede sposa di Giordano prima e spirito della montagna attraverso le acque torrentizie ed i suoi venti poi. Venivano usate quale deterrente per tener lontani i bambini dai pericoli: “sta tento, no nar là che ghe se le anguane”.Altre figure mitiche erano i Salbanei, piccoli folletti dispettosi che si compiacevano di fare scherzi vari mettendo a soqquadro
qualche stanza e a volte attorcigliando i capelli dei bambini o i crini dei cavalli. I salbanei erano come degli gnomi, i folletti del bosco, erano omini piccoli e il loro divertimento era fare i dispetti. Ne sapevano qualcosa i boscaioli: quando si fermavano a ber un bicchiere di vino i salbanei nascondevano la legna e la scure, così che questi poveri uomini dovevano tornare a casa a mani vuote. Su di essi, come sull’orco, sulle strie, sui maghi, si raccontavano nelle stalle durante i filò le vicende più fantastiche, gli incontri più impensati. Tutti questi esseri che vivevano abitualmente negli spazi inaccessibili alla comune esperienza e alla diretta conoscenza - nei luoghi più remoti o abbandonati, nelle tenebre della notte, nei fenomeni naturali inspiegabili - non erano per lo più protagonisti di storie vere e proprie, di vicende conchiuse. Di loro si raccontavano piuttosto le misteriose, ma precise circostanze in cui si veniva a contatto. Come si udivano le anguane mentre battevano i panni presso i "Sengi" nelle vicinanze del paese, o nelle grotte nei pressi di contrà Visonà presso Castelvecchio, così le strie stregavano qualcuno che poi aveva bisogno di una fattura per essere guarito, e si scorgevano i salbanèi nel "Buso del Bao" a Castelvecchio. Guai poi se uno metteva il piede, dopo il suono dell'Ave Maria nella pèca de l' òrco, come era capitato a Guera Sòstre, della contrà Venco di Castelvecchio: si disorientava, e, fino al suono del Padre Nostro del mattino successivo, camminava a vuoto, senza mai muoversi dal posto. CHI AVESSE VOGLIA DI APPROFONDIRE IL VIAGGIO NEL MAGICO MONDO
FATE&FATE -
Boscodellefate -
Anguane e Salbanei-------------------------------------------------------------------------------------------------------ALTRI ESSERI DEL MONDO DI MEZZO NELLE TRADIZIONI VENETE"LA MARANTEGA" Nel parlare comune, si dice che una persona «la ga la marantega»quando, dormendo, respira male, a causa del catarro bronchiale. Per trasposizione, si riferisce anche alla tosse catarrale notturna: «ela che marantega te ghé!» espressione che, in qualche modo, indica difficoltà di respiro, di oppressione del petto.Più raramente si usa srnarza, in frasi come «el ga i polmoni smarzi, te sì smarzo» a chi continua a tossire.Queste indisposizioni si richiamano alla Marantega, così definito in molte zone del Veneto, l’Incubo.Il termine deriva dall’antico tedesco mar-rochein che significa “strega che rantola”; a Venezia, la Strega diventa la Befana dell’Epifania, appartenente alla famiglia più buona delle Befane, quelle che si sono inventate la calza con i dolci. Nel Veneto, però, una donna brutta, vestita male, «che la fa infin paura quando te la incontri», viene definita Marantega, nel senso di Strega. Più strettamente legata al concetto di incubo, e quindi di paura, è l’espressione veronese «te porto da le Maranteghe» , minaccia che si fa ai bambini disobbedienti, Oppure «varda che ciamo la Marantega», equivale a «chiamo la Strega» «il Ba-bau», «la Vecia barbantana», una vecchia gibbosa che mangia i bambini.Con questa funzione di incutere paura ai bambini, la Marantega diventa una specie di tabù con lo scopo di proteggerli; si diceva infatti che la Marantega abitava in fondo ai pozzi: «no sta nare al pozo che lì ghè la Marantega che te magna». Era una minaccia più convincente che dire, “se affacciandoti vi cadi dentro, ti anneghi”. TRATTO DAL LIBRO: GNOMI ANGUANE E BASILISCHI - DINO COLTRO
SPERO LA SPIEGAZIONE DEL POST SIA STATA ESAURIENTE