Con il raccolto del granoturco, veniva a mancare ai partigiani una protezione di ineliminabile importanza. "In montagna - dice Barbujani - era facile nascondersi, ma da noi, al cader delle foglie, né le siepi, né le campagne, né gli alberi potevano permetterci una qualsiasi protezione". In tal senso la Prefettura aveva addirittura emanato un decreto che prevedeva l'obbligo di tagliare le siepi entro la fine di settembre.Agli sbandati non rimaneva, come nascondiglio, che starsene, di giorno, chiusi nei fienili, per uscire solo al calar della sera. In uno di questi, ad Acquamarza di Cavarzere, si rifugiava insieme con Silvano Bardella, uno sbandato del luogo, Espero Boccato, che aveva la sua ragazza, Lidia Longhini, di quelle parti. Espero militava nel C.L.N. di Cavarzere e non era in contatto con i fratelli, ma i fascisti lo ritenevano in combutta con essi. Una delazione fece loro sapere che, da agosto, egli si rifugiava nella corte di Plinio Peruzzi. La sua fine fu segnata. Ma lasciamo parlare i protagonisti. "Il primo ottobre verso le ore 5 UNI, mio fratello - dichiarò Romolo Bardella - mi venne ad avvisare che nella campagna di Frigato v'erano militi della B.N. che operavano un rastrellamento avanzando in direzione della campagna Peruzzi e Carrari. Subito cercai di avvisare i due sbandati che dormivano nel fienile di Peruzzi di allontanarsi, ma fui impedito in quanto i militi, vedendomi correre in bicicletta ad un'andatura alquanto veloce, incominciarono a spararmi, tanto che dovetti ritornare indietro per non essere colpito. Da quanto ho potuto apprendere dai salariati della tenuta Carrari, i militi dell'O.P. di Adria dapprima circondarono il fienile della tenuta Carrari, dove qualche volta i due ragazzi andavano a riposare, e poi, accompagnati fino al confine della tenuta Peruzzi dal guardiano del Carrari, Broggio Mario, circondarono il fienile del Peruzzi ed arrestarono i due ragazzi ......"."Faccio presente - depose Plinio Peruzzi - che la mattina del 1 ottobre 1944 alle ore 4,30 insolitamente arrivò in bicicletta al fienile detto Cucchi, in località Roncostorto, di proprietà del prof. Carrari, il guardiano di questo: Broggio Mario, detto anche "Pachetto" fratello di un noto fascista repubblicano... Il Broggio interpellato dai bovari per questa mattiniera apparizione disse di essersi stancato di star a letto e per prendere una boccata d'aria s'era portato fin lì. Alle ore 5 apparirono per le carreggiate di campagna i fascisti; appena il Broggio li scorse, si avvicinò, chiacchierò per qualche tempo affabilmente con loro, dopodiché, portatisi al fienile, arrestarono i tre bovai che obbligarono a seguirli; il Broggio accompagnò la comitiva in vista del fienile... che più tardi fu bruciato. Lì il Broggio lasciò la comitiva e solo percorrendo strade di campagna raggiunse la corte principale di Roncostorto, da dove, con il primo automezzo dei rastrellamenti, si fece trasportare ad Adria. Tanto è vero che quando noi giungemmo ad Adria, il Broggio prestava già servizio come cuciniere per la compagnia O.p .... 11. Circondato il fienile, i fascisti intimarono ai due giovani di uscire. "Tanto io quanto il Boccato, subito fummo bastonati - precisò Silvano Bardella - dal Trevisan, da un ufficiale che non ricordo il nome e da altri che non ricordo il nome ......".Più tardi giunsero altri fascisti. " ... verso le ore 10 - precisò uno di essi, Enzo Doni - partii regolarmente armato di moschetto e di bombe a mano, insieme ad Albertoni Pietro, Spolladore Emilio, Lucchiari Darvin, i fratelli Gagliardo, Franzoso Basilio, Trevisan Guido che ci comandava, Casellato Vincenzo detto "Giambrin", Rizzi detto "Nane il Buso", Raimondi Antonio detto "Giacchè", Boccato detto "Piadena", Braghin Giuseppe detto "Tognon", Rossi Tullio, Berti impiegato del Comune, Bergo Severino, Cisotto Dante, Braga Secondo, ed altri che non ricordo il nome, per andare a prendere il Boccato Espero già rastrellato dalla Compagnia O.P. di Adria. Giunti in località "Botti Barbarighe" e precisamente alla tenuta del signor Peruzzi, trovammo il Boccato Espero seduto per terra con il viso sanguinante, irriconoscibile. Il Trevisan, dopo averlo oltraggiato, gli diede dei pugni sul viso e sulle altre parti del corpo.Sul luogo trovai naturalmente la Compagnia dell'O.P. di Adria e fra questi la Donna Paola ......". Avvisato dal fratello, Plinio Peruzzi corse a casa. "Vidi - scrisse poi - un continuo succedersi di camions carichi di militi e fascisti in borghese, che andavano e venivano dal luogo dell'incendio alla strada che porta ad Adria... Tentai di raggiungere il luogo dell'incendio ma non mi fu possibile perché i fascisti mi presero di mira sparando furiosamente. Solo più tardi, circa alle ore 10, il capitano Zamboni, venuto alla corte centrale... mi portò sul luogo. Arrivato sul luogo trovai che i vigili del fuoco di Adria e Cavarzere, chiamati da Zamboni, avevano già iniziato l'opera di spegnimento... Poco lontano dal fienile si trovavano i due prigionieri, malpesti, continuamente percossi e ben guardati dai fascisti (nei maltrattamenti si fecero notare bene per la loro ferocia Berengan, Musa (Basilio Franzoso n. d. a.) e Trevisan, tutti di Adria. Alle ore 11 i due prigionieri furono accompagnati alla corte centrale... Alle ore 14,30, mentre un milite mi riaccompagnava alla corte centrale, arrivato nei pressi del ponte di ripartizione, fui fermato da due militi, dei quali uno sergente e un ragazzo minore di anni 16 e che poi seppi chiamarsi Doni..., e una donna dall'apparente età di anni 30, dal timbro toscano, vestita distintamente. Questi accompagnavano il Boccato e un figlio del Visentin, di anni 16.Arrivati sul ponte dello scolo la comitiva si fermò ed ebbero inizio varie torture a danno del Boccato affinché ricavarne notizie a loro interessanti. La donna, con fare canzonatorio, si avvicinava al Boccato e lo avvertiva che avrebbe dato quattro minuti di tempo perché parlasse di quanto sapeva dei partigiani ed in particolare sul conto dei fratelli Eolo ed Elio; trascorso detto termine avrebbe proceduto alla asportazione di un organo del corpo. Dato che il Boccato asseriva di non sapere niente (e non sapeva niente! n. d. a.) fu proceduto dalla stessa donna all'inumana prova, cosa orribile da descriversi (con un pugnale egli fu inciso in varie parti del corpo per una profondità di due centimetri, in seguito con un ferro ad uncino, mandato su e giù per le narici e in bocca, lacerandolo e facendolo abbondantemente sanguinare; per ultimo cercò di strappargli gli occhi). All'acutissimo dolore il Boccato reagì gridando: "carnefici". I militi ritenutisi offesi, scaricarono le loro armi sul Boccato mentre questo pregava Iddio che con la morte lo togliesse da tanto martirio. Nello spasimo della morte il Boccato dimenava la testa da destra a sinistra; allora il Doni si avvicinò e scaricò la sua arma sul capo del martire, dicendo: "Cane, prendi anche questa!". La donna "a por termine alle sevizie trafisse il cuore del Boccato col pugnale e per disprezzo del cadavere, con bocca sorridente, soffiò una boccata di fumo di sigaretta sulla faccia del cadavere".Fin qui la relazione del Peruzzi. La versione del Doni però è diversa: "Non ho sparato un colpo di rivoltella contro la testa del Boccato, come non proferii parola alcuna... Mentre mi trovavo con il Lucchiari Darwin nel vigneto del Peruzzi per staccare qualche grappolo di uva, udii una raffica di mitraglia e subito dopo seppi che il Boccato era stato ucciso... Verso le ore 18 il cadavere del Boccato fu portato ad Adria su un camion guidato dal Trevisan con a bordo oltre il cadavere summenzionato, io e 5 o 6 militi della Compagnia 0. P., Bardella Silvano e un maiale che era stato rubato al padre del Bardella... Arrivato ad Adria, incontrando un gruppo di conoscenti, fra i quali Benvenuti Luigi, esclamai: "Emo fato caccia grossa!". Lo stesso Doni, il 27-6-1946, scrisse al Questore di Rovigo: "Per quanto possa interessare la giustizia dichiaro che il giorno che fu ucciso in località di acqua marza Boccato Espero, io, come dichiarato a verbale al comissario di Adria mi trovavo presente cioè che dopo che Boccato Espero è stato picchiato a sangue da dei militari dell'O. P. e da Trevisan Guido, io mi allontanai dal posto per cercare dell'uva. Mi ero da poco allontanato dal posto quando udii una scarica di mitra e appena ritornato sul posto incontrai il Trevisan Guido che mi disse: "emo sa copà quel brigante".Per disavventura del Doni, all'omicidio di Espero fu presente anche Luigi Visentin, che in data 4.4.1946 dichiarò al P.M. della Corte d'Assise di Rovigo: "Il Doni Enzo giunse sul luogo ove erano stati catturati il Boccato Espero e il Bardella Silvano, da Acquamarza di Cavarzere, circa mezz'ora o tre quarti d'ora dopo la cattura dei due suddetti... I militi dell'O.P. tennero con loro il Boccato circa due ore sino a quando giunse il capitano Zamboni. Costui si fece consegnare un pugnale da un milite e incominciò a torturare il Boccato Espero e il Bardella Silvano a colpi di pugnale sulle natiche. Quindi il Boccato e il Bardella furono portati a casa del Bardella Silvano e qui subirono nuove torture. lo non fui portato nella casa del Bardella e appresi da quest'ultimo le torture da lui subite. Il Bardella Silvano mi disse che donna Paola era pure presente e che essa introdusse un ferro nel naso e nella gola del Boccato Espero. Dopo che furono torturati in casa Bardella, il Boccato, il Bardella e anche mio padre, che era stato arrestato, ma non torturato, furono condotti nella corte del Peruzzi. Qui un milite in borghese scrisse le generalità del Boccato, interrogandolo. In quel momento fui portato anch'io, da casa mia, vicino al Boccato. Dopo poco, circa dieci minuti, io e il Boccato fummo portati in aperta campagna, vicino a un piccolo scolo.Ricordo di aver sentito i militi dire al Boccato: "Ti diamo tre minuti di tempo; o parlare o morire". Il Boccato rispose di nulla sapere sul luogo dove si trovavano i fratelli e ove erano nascoste le armi. Alla risposta del Boccato, i militi ripeterono il dilemma e lo ripeterono per tre volte, ad ogni minuto. Passati i tre minuti, mentre il Boccato diceva "carnefici" ai suoi aguzzini, un sergente che non conosco ordinò il fuoco. Subito immediatamente i militi in numero di circa sei o sette, e il Doni Enzo, che dal cortile del Peruzzi era venuto di corsa a raggiungerli nel momento in cui venivano dati i tre minuti di tempo al Boccato, spararono insieme; i militi spararono col parabellum una raffica e il Doni sparò un colpo con il moschetto. Il Boccato cadde subito a terra e per terra si muoveva ancora; si vedeva il corpo tremare un po'. Allora il Doni Enzo sparò un altro colpo di moschetto mirando alla testa del Boccato e dicendo subito dopo queste parole: "Ecco, Espero, vedrai che la tua fidanzata, come è bella, non la andrai più a trovare". Io mi trovavo, nel momento dell'uccisione del Boccato, a una distanza di circa quattro metri. Potevo vedere bene tutto quanto accadeva. Anche i militi e il Doni, quando spararono contro il Boccato, si trovavano a circa quattro metri di distanza da lui.Il Doni, per dare il colpo di grazia, si avvicinò, portandosi davanti al corpo del Boccato. Presente sul posto mi trovavo io solo, di testi, nel momento degli spari: il Peruzzi Plinio stava arrivando ed era a circa trenta metri quando il Doni sparò con i militi; egli fece in tempo ad essere presente sul posto quando, dopo che il Boccato era morto, donna Paola conficcò il pugnale sul cadavere. Durante il viaggio in camion, mentre veniva trasportato ad Adria il cadavere del Boccato (sul camion stesso era stato caricato il mio maiale che i militi mi avevano preso), il Doni Enzo cantava compiacendosi della morte del Boccato...". Al processo contro la Cattani, Peruzzi ebbe modo di precisare: "Vidi nettamente quando Donna Paola infisse il pugnale nel petto del Boccato".Preciso: io ero distante circa 100 metri dal posto in cui si trovava il Boccato e mi recavo verso quel posto, accompagnato da un milite, quando sentii una prima scarica di moschetteria; continuai a camminare e alla distanza di circa 30 metri sentii un altro solo colpo d'arma da fuoco. Quando giunsi in vista del Boccato steso a terra, vidi che egli faceva qualche movimento ancora con la testa ed era tutto sanguinante. Vicino al Boccato c'era Donna Paola e il Doni; gli altri militi con il Visentin erano pure di presso, ma a pochi metri. Fu allora che Donna Paola conficcò il pugnale sul petto del Boccato e notai come ella roteò il pugnale nel petto. Poi lo trasse fuori e giocherellò con esso. Aveva tutto il braccio sanguinante...". Subito dopo la Cattani entrò in casa di una donna della corte Peruzzi, Giovanna Bianchi, che al processo riferì: " Si presentò alla porta una giovane donna, da me non conosciuta e vestita con blusa bianca, sottana grigia, con una cintura alla vita. Portava tra le mani un pugnale sporco di sangue, come pure aveva sporche le mani.Mi chiese un bicchiere d'acqua che io diedi. Ricevuta l'acqua se ne andò senza nulla dire, come nulla io ebbi il coraggio di chiederle. Prima di bere l'acqua, la giovane in parola ebbe cura di porre il pugnale fra la cintura e la vita...". Quello, però, che pochi sanno e che nessuno ha finora registrato è quanto testimonia Alfredo Barbujani. Quella domenica infatti, lui, Eolo ed Elio Boccato, Danilo e Sante Romagnoli, erano rifugiati nella corte dei Maruscani, nelle campagne a sinistra dello Scolo Botta. Avvisati da una staffetta che i fascisti erano in corte Peruzzi, accorsero: "Ci appostammo sulla riva sinistra dello scolo e, seminascosti dal ciglio erboso dell'argine, potemmo vedere ogni cosa: il fienile bruciato, un camion con una trentina di donne e bambini presi in ostaggio, i braccianti e i bovai tormentati con la bruciatura ai piedi di fogli di giornale. Al povero Espero, rovesciato a pancia in su, infilavano schegge di canne sotto le unghie. Tutti urlavano; una cosa da rabbrividire! E noi non potevamo intervenire: al di qua dello scolo, in pochi, contro una settantina di fascisti, con gli ostaggi che avrebbero subito massacrati, armati solo di rivoltelle...Elio stava per urlare e sparare con la pistola, ma suo fratello gli tappò la bocca e gli tolse l'arma". Poi i fascisti cercarono, inutilmente, tracce di corpi carbonizzati nel fienile e le armi. Rimasero in corte Peruzzi fino alle 18, e infine, rubato il maiale di Silvano Bardella e svaligiate completamente le case di Romolo e Silvano Bardella e del tenutario, caricarono su un camion, con il bottino, la salma e nove uomini da deportare in Germania.