Dal giorno della morte del fratello, le cronache bassopolesane registreranno, colpo su colpo, la risposta di Eolo Boccato: dura, decisa, totale. Quanti fascisti abbia ucciso personalmente o insieme con lo sparuto gruppo che lo accompagnava, non è dato sapere: le cifre che i giornali riportarono dopo la sua morte sono comunque un'esagerazione. Ma quanti e quali siano stati, nessuno può dirlo con certezza. I furti, le grassazioni, gli omicidi e tutti gli atti criminosi avvenuti dall'ottobre del '44 al gennaio del '45, furono a lui attribuiti, a ragione o a torto. Il fatto è che negli ultimi mesi del '44, i fascisti dal Medio Polesine al Delta non dormirono sonni tranquilli, terrorizzati dall'idea che potesse arrivare, in bicicletta e con il parabellum dentro la sporta di paglia, il gruppo di sbandati che erano rimasti con il loro capo, a saldare i conti: la posta era la vita.La sera dell' 8 ottobre, alle ore 19.30, Boccato bussò alla porta di Antonio Gaffarelli di Ariano, con tre compagni (Elio, Giuseppe e Gazzignato). Accusò il Gaffarelli di essere stato uno squadrista, ma quello negò. Allora fece rovistare la casa in cerca di armi e rinvenne una bomba in un comodino. In quel momento il Gaffarelli temette per la sua vita, ma Boccato, anche per la presenza della moglie e dei bambini che piangevano a dirotto, gliela risparmiò, e, anzi, come ebbe a dichiarare lo stesso Gaffarelli, egli si avvicinò alla donna "pregandola di stare calma che nulla di male le sarebbe toccato". Portò con sé, invece, biancheria, denaro e due biciclette: l'occorrente per il sostentamento suo e dei suoi, come di lì in poi avrebbe fatto con altri agrari compromessi con il fascismo. Non c'era, del resto, altro modo di procacciarsi viveri, ricorrendo, come in precedenza, a buoni del C.L.N. Sgominata la "Martello" e decapitato il C.L.N. adriese, arrestati i proprietari che, in una maniera o nell'altra, avevano alloggiato o protetto i partigiani dell'estate, non rimaneva ai "desperados" che l'esproprio violento. A questa prassi spingeva pure la durezza dell'avvertimento del Capo della Provincia, Melchiorri: "Si ricorda a tutte le popolazioni del polesano che la legge di guerra colpirà con la stessa severità tutti coloro che, in qualsiasi forma, presteranno aiuto o assistenza ai banditi. Il dovere di tutti gli italiani degni del loro nome, del loro passato, del sacrificio dei loro morti è di collaborare con le forze armate per l'annientamento delle ultime bande dei "fuorilegge" e per il ristabilimento dell'ordine".Ma soprattutto spingeva la determinazione di Boccato di condurre fino in fondo la sua guerra personale ai fascisti, più che al fascismo. Un paio di giorni dopo egli è a Cà Tron: "Verso le 6 di sera (primi giorni di ottobre) Boccato Eolo unitamente ad altri componenti della sua banda, credo 4 o 5 uomini, costrinse il sottoscritto (Pietro Borsetto n.d.a.) e tutta l'intera famiglia ad alzare le mani e a rimanere immobili, pena l'uccisione. Intanto alcuni uomini del Boccato si recavano nelle stanze superiori e procedevano ad una minuta requisizione degli armadi... per ben due ore... Ci vennero asportati tutti gli indumenti di vestiario... e denaro liquido...". Il 12 ottobre il gruppo è ad Oca. Entrano alle 18,45 nell'osteria Garolla tre giovani: uno rimane sulla porta, un altro è al centro del locale, il terzo "di colorito biondo, con camicia rossa e divisa coloniale (Eolo, n. d. a.), si dirige verso Roberto Rizzi che è seduto accostato alla parete e gli chiede i documenti di identificazione. "Il Rizzi - dichiarò in Pretura Beniamino Garolla - cercò di giustificare la sua presenza nel locale e che nulla di male aveva mai fatto; al che il giovane biondastro, rispose: "neppure mio fratello aveva fatto niente e l'avete ucciso". Temendo un brutto fatto, mi rivolsi al giovane che stava più vicino e lo scongiurai a non compiere atti illegali nel mio esercizio e l'interpellato mi assicurò che nulla sarebbe stato fatto.Mentre il giovane biondo si accingeva ad esaminare i documenti del Rizzo, intimò a noialtri tutti di entrare in un altro locale, ove noi infatti ci ritirammo, tenuti sotto la sorveglianza del compagno che teneva sempre puntato verso di noi il mitra di cui era armato. Ultimato... l'esame dei documenti posseduti dal Rizzo, il giovane biondastro si affacciò al nostro locale e ci raccomandò il silenzio rivolgendoci la frase: "guai a voi se oserete raccontare il fatto di questa sera". Dopo di che intimò al Rizzi di lasciare l'osteria ed egli e compagni lo seguirono dirigendosi verso Cà Papadopoli...". Umberto Guarnieri, medico di Oca, fece un estremo tentativo per salvare il Rizzi. "Temendo della sorte del Rizzi - dichiarò - io mi avvicinai al giovane armato sulla porta e gli feci presente che il sospettato nulla di male aveva mai commesso, che a noi era conosciuto per un buon uomo e aveva sempre tutti rispettato. L'interpellato rispose con la frase: "non importa, ma in tasca tiene la tessera repubblicana", guardandomi con occhio fiero". Erano passati 11 giorni dalla morte di Espero Boccato. Il corpo di Rizzi fu rinvenuto il mese successivo. Il 10 novembre, infatti, il Comandante dell' 8 Compagnia della B.N. di Ariano, Fulvio Dal Prà, segnalò alla Pretura di Adria il rinvenimento di un cadavere nello scolo Veneto in località "Ponte - Liè - Ariano Polesine". Il giorno stesso, prelevato dalla sua cella del Politeama, Tersilio Crivellari, detto "Capéto", veniva condotto dai mercenari dell'O.P. nella sala degli interrogatori e barbaramente sottoposto a inenarrabili torture per un intero giorno. Lo riportò nella sua cella, in stato di coma e irriconoscibile, il suo compagno Alfredo Barbujani. "Aveva il volto gonfio - ricorda Barbujani - gli occhi non si vedevano più, delirava. Lo portai giù, caricandomelo sulle spalle perché non poteva stare in piedi; i suoi piedi bruciati erano marcescenti e colavano sangue e siero...". Il giorno successivo il Crivellari fu portato, ancora in preda ad una febbre violentissima, nel piazzale della sua Bottrighe per essere fucilato pubblicamente "in quanto reo confesso di aver partecipato alla soppressione" di Roberto Rizzi. Domenica 29 ottobre fu la volta di Battista Capisani, nato a Villanova Marchesana, ma residente a Bellombra, appartenente alla 6a B.N. di Villadose. Sopraggiunto in località "Porzionanza", fu ucciso sull'argine del Canalòn, a cento metri dell'idrovora di Presa Foscari, e privato della divisa.Erano passati 28 giorni dalla morte di Espero Boccato. I fascisti si presero ben presto la rivincita. Il 4 nov. successivo, il federale Anteo Zamboni scrisse al Comando Germanico di piazza a Lendinara la seguente lettera: "Domenica 29 ottobre XXII un gruppo di banditi ha catturato in territorio di Baricetta lo squadrista Capisani Battista appartenente alla 6 a Compagnia ed in licenza di convalescenza. Il Capisani è stato trovato ucciso il mattino successivo da raffiche di arma automatica al petto e alla testa, spogliato delle scarpe, delle calze e dei pantaloni. Pare accertato che la banda era comandata dal capo ribelle Boccato Eolo. Quattro elementi, quasi certamente appartenenti alla banda Boccato, saranno passati per le armi sul luogo del delitto, qualora dagli interrogatori e dai confronti risulti accertata la loro appartenenza a tale banda". I quattro giovani in questione erano: Consalvo Facenti (classe 1910) e Vinicio Migliorini (1925) di Mesola, Luigi Trevisan (1925) di Rivà e Dino Schiavi (1924) di S. Maria in Punta, arrestati il 22 ottobre, sette giorni prima della morte del Capisani. Furono fucilati alla schiena a Bellombra, nel luogo stesso del ritrovamento del corpo del milite fascista, per rappresaglia, la mattina del 6 novembre. Il 18 novembre tocca a Cirillo Pagani di Corbola, appartenente all'8a Compagnia B.N. di Ariano. Mentre ritorna a casa, è raggiunto in località Cà Zen o e lì passato per le armi e sepolto. Erano passati 47 giorni dalla morte di Espero Boccato. Poi è la volta della famiglia Cacciatori di Contarina. Carlo Cacciatori, per la carica che rivestiva, sarebbe stato una grossa preda per i partigiani.Quella sera, il 22 novembre, quando alle 19,30 Boccato e i suoi irruppero nella sua casa egli poté salvarsi da sicura morte solo per un gioco del destino. La moglie, infatti, ebbe la prontezza di spirito di farlo passare per il castaldo della fattoria e Boccato, che non lo conosceva, risparmiò la vita di quell'uomo, non ben vestito, che lo guardava ammutolito. Nemmeno quando, per rappresaglia, Eolo si portò con sé la figlia Marcella, di quattordici anni (era nata il 10 novembre 1930), il Cacciatori si tradì con il minimo gesto di ribellione. Prontamente avvertiti, i fascisti cercarono di correre ai ripari e il federale inviò subito, per corriere, un dispaccio "segreto" alle autorità tedesche di Lendinara, in questi termini: "Ieri sera il capo dei banditi Boccato con la sua banda ha assalito la casa del fascista repubblicano Cacciatori Carlo, Vice Commissario della Federazione Provinciale dei Fasci e Comandante del 3o Battaglione della Brigata Nera e, dopo aver rubato denaro ed ogni specie di oggetti, ha catturato e portato con sé una figlia del Cacciatori di anni 13 che non ha fatto più ritorno. Per le pronte indagini e per le più urgenti operazioni che si rendessero utili, è stato disposto che due compagnie di formazione della 19a Brigata si concentrino entro la notte tra Contarina, ove abita il Cacciatori, e Taglio di Po ove si ha ragione di ritenere sia diretto il Boccato con la sua banda.Le forze dislocate nella zona sono agli ordini del sottoscritto che ha posto il suo recapito in località Villa Regia (Contarina). Il Comandante della 19a Brigata Nera Anteo Zamboni". Nel medesimo momento, il Federale ordina la mobilitazione delle BB.NN, inviando il 23 novembre XXIII, a mezzo staffetta, agli indirizzi sotto elencati, le seguenti disposizioni: "Al Comando 2c Battaglione, Viaro Tullio, Badia Pol.; al Comando 2a Compagnia, Bosco Alfredo, Lendinara; al Comando 3a Compagnia, Tavasanis Giovanni, Trecenta; al Comando 4a Compagnia Mazzali Giuseppe, Fiesso Umb.; al comando 5a Compagnia Santarato Angelo, Rovigo; al Comando 7a Compagnia Donelli Cesare, Adria; al Comando 8a Compagnia, Dal Prà Fulvio, Ariano Pol. La 2a, 3a, 4a Compagnia affluiranno entro questa sera ed entro la notte al completo in Contarina (presso Casa del Fascio). La 5a , 7a , 8a, nelle stesse ore in Taglio di Po (presso Caserma ex. CC.RR.). Il Comando del 2° Battaglione metterà a disposizione della 5a Compagnia in Rovigo i mezzi di trasporto per 80 uomini. Detti automezzi si troveranno entro questa sera dinanzi al Teatro Sociale di Rovigo. Itinerario - Adria, strada per contarina, crocevia Patina ove indicanti daranno ulteriori precisazioni circa la sistemazione dei reparti e degli automezzi, ed il proseguimento del viaggio per i reparti trasferiti a Taglio di Po. I Comandi dispongano affinché gli uomini partano muniti di gavette, 2 coperte a testa, armi e munizioni al completo. F.to Il Comandante la 19a Brigata Nera Anteo Zamboni".Ma quando i fascisti cominciarono a muoversi, Boccato era già uccel di bosco, nell'Isola di Ariano. Per rappresaglia, Anteo Zamboni contatta i tedeschi e ordina alle Brigate Nere di sospendere le inutili ricerche di Ca' Venier: "Lo scrivente, escludendo l'opportunità per il momento di compiere un rastrellamento sulla riva destra del Po, in quanto sono in corso accordi con i competenti organi militari tedeschi per un'azione in cooperazione nell'Isola di Ariano, dispone: - il fermo della moglie e della figlia del Boccato residenti in Ariano da liberarsi solo ad avvenuta restituzione alla famiglia della giovane Cacciatori; - il fermo di alcune persone indiziate nel Comune di Taglio di Po e Ca' Venier". La ragazza rimase con il gruppo partigiano ("Eolo, un siciliano, un inglese, uno magro che credo fosse il Gallimberti e uno con la faccia grossa") per tre/quattro giorni, dal 22 al 25-26 novembre. Nella deposizione resa al processo, la Cacciatori raccontò di aver attraversato il Po e di essere giunta, a tarda sera, in una casa colonica, con annesso fienile, dove subì violenza carnale dall'intero gruppo, ad eccezione dell'inglese. La sera successiva (23 novembre) lei e i partigiani pernottarono in un'altra fattoria, dove arrivarono dopo varie ore di bicicletta. Il mattino successivo (24 novembre) "ripartimmo per giungere ad una terza casa; mi accompagnava il Boccato e l'uomo dalla faccia larga (Giuseppe Gallimberti). In questa casa v'erano molte persone, una diecina tra uomini e donne... Verso le 16 passò una guardia comunale; la famiglia che ci ospitava disse che era un brutto soggetto perché non permetteva loro di tenere in casa viveri e altri generi razionati.Sentite queste parole, il Boccato disse: "Pensiamo noi a farlo fuori"; così inseguì assieme all'uomo dalla faccia larga il malcapitato e ritornò con il compagno dopo 10 minuti con un revolver a tamburo. Giunta la sera, arrivò il resto della banda e ripartimmo per raggiungere una quarta casa, dove dormimmo... Al mattino (25 novembre) l'inglese mi disse come dovevo fare per fuggire... Chiesi di andare al gabinetto e di lì passando dietro la casa corsi via attraversando il canale... Avevo finito la mia odissea". La guardia comunale cui accenna la giovane era Ivo Pozzati di Ariano Polesine. Informato della morte del Pozzati, il Comandante della B.N. di Ariano, Fulvio Dal Prà, inviò al Federale, in data 26 novembre 1944, la seguente relazione sull'accaduto: "Il giorno 24 novembre 1944 XXIII alle ore 16 sulla strada-località Monti a Castelpiano è stato ucciso a colpi di pistola il vigile urbano del Comune di Ariano Polesine Pozzati Ivo... Dalle indagini eseguite sul posto dal sotto scritto, è risultato che il Pozzati Ivo transitava sulla strada Romea per servizio e che a circa 500 metri da Palazzo Nichetti veniva raggiunto da due individui che gli sparavano 5 colpi di rivoltella nella regione epatica provocandogli la morte.Compiuta l'azione i due malviventi tolsero al Pozzati la rivoltella, la borsa di cuoio, cambiarono la bicicletta e si allontanarono velocemente per la strada prima percorsa... Il Pozzati è sempre stato fascista. Diede la sua adesione al P.F.R. fin dai primi momenti e vi rimase fin quando si trattò di dare l'adesione alla B.N. Anche non più tesserato rimase sempre di sentimenti patriottici e fascisti... È pertanto da ritenersi che il delitto entri nel fattore politico e più precisamente nella sistematica soppressione dei fascisti voluta non tanto dagli esecutori materiali, ma da mandatari nascosti al soldo del nemico. Si avvisa ancora una volta l'assoluta necessità di addivenire al più presto ad una azione di grande effetto che porti come conseguenza alla completa distruzione di tutti i banditi che operano in questa zona portando morte e distruzione". Pressoché contemporaneamente, la Cacciatori, stando alla sua deposizione, era ormai fuggita, aiutata dall'inglese che l'aveva fornita di una carta geografica della zona e di 150 lire. L'inglese era Arthur Banks, chiamato "Renato". Era stato preso dalle mitragliere antiaeree nel Cavarzerano, un mese prima.Tra i loro compiti, i partigiani avevano quello di provvedere alla salvezza dei paracadutisti alleati, fornendo loro viveri, vestiti, protezione e, attraverso contatti via radio con le navi angloamericane, di accompagnarli sulle imbarcazioni, sottraendoli ai rastrellamenti nazifascisti. In quest'opera di salvataggio degli aviatori caduti, l'intervento dei barcari del Delta era stato più volte provvidenziale. "Ma non quella volta - ricorda Alfredo Barbujani -. Accompagnai con Carlo Franzoso l'inglese Banks all'imbarco fissato al largo delle Valli di Comacchio, ma quando arrivammo era troppo tardi: il sottomarino era partito da poco. Non c'era da scherzare sugli orari, perché anche i tedeschi, accasermati nel castello di Mesola, erano all'erta e vigilavano in continuazione. Così Renato rimase con noi". Della presenza sua e di altri nell'Isola di Ariano lo vengono a sapere anche i fascisti. Scrive Anteo Zamboni: "... Risulta che il capo dei banditi Boccato Eolo con una banda di una ventina di persone (secondo altre notizie sette, secondo altre ancora settantacinque) si troverebbe di solito nell'Isola di Ariano da dove passerebbe qualche volta per il Po per compiere qualche azione nella zona di Adria e di Cavarzere.La zona dell'Isola di Ariano, in notevole parte allagata, si presta come nascondiglio, offrendo ospitalità ai banditi nelle case coloniche che sono state abbandonate in seguito all'allagamento. È anche probabile che molti elementi sbandati e renitenti alla chiamata alle armi e al lavoro si siano rifugiati nell'Isola di Ariano, e particolarmente nel territorio del Comune di Corbola. Viene pure segnalato che nella zona allagata di Oca, compresa tra il Po di Goro e il Po della Donzella, esiste un fienile abbandonato nel quale si troverebbero due americani appartenenti all'equipaggio di un apparecchio abbattuto e sfuggiti alla cattura, nonché qualche appartenente alla banda Boccato e, spero, il Boccato stesso...". L'inglese rimase con Boccato per quasi un mese, e sicuramente fino alla mattina del 26 novembre, se si dà credito alla dichiarazione di Ermenegildo Belluco. "Il sabato 25 novembre - riferisce - alle ore 8 del mattino, trovai nella mia stalla il partigiano Eolo Boccato insieme con Gallimberti e Renato, di nazionalità inglese.Nel fienile c'erano altre quattro persone e cioè: Romagnoli Santin, il siciliano, il ferrarese (Dino Formigoni di Bondeno) e una signorina, certa Cacciatori. Io non so se questa fosse la stessa che si diceva catturata dal gruppo Boccato. Tuttavia affermo che era assai sviluppata e che sembrava per lo meno ventenne. Il suo stato non doveva addolorarla troppo, perché scherzava e rideva con i partigiani, segnatamente con Renato, l'inglese, verso il quale credo che nutrisse un affetto particolare. Tutto il gruppo ripartì la sera stessa del 25". Ma è probabile che Banks si sia allontanato con il carabiniere Calì del gruppo Boccato nel pomeriggio del 27 novembre. A tale conclusione spinge la testimonianza di Antonio Bovolenta, secondo cui: "La sera del 27 novembre, alle ore 19,30, il partigiano Eolo Boccato bussò alla porta della mia abitazione. Fattolo entrare vidi che era seguito da un altro partigiano, Romagnoli Santin. Essi mi chiesero dove fossero andati i partigiani che avevo ospitato mezz'ora prima, e cioè il siciliano e l'inglese. Risposi che non potevo sapere dove fossero andati, ma che tuttavia il siciliano mi aveva detto che andava a trovare quella famiglia che doveva loro del denaro...".Da quella sera le strade di Boccato e di Banks e Calì non si incontreranno più. È la sera in cui avvenne la strage dei Gaffarelli. Venivano, dunque, i partigiani dalla casa del Bovolenta in cui si erano fermati sino alle 20,15. Poi si diressero verso Tombine di Ariano, nella casa di Ermenegildo Belluco, alla cui porta bussarono alle ore 21. "Rimasero con noi - ricorda il Belluco - fino alle ventidue e mezzo o ventitrè. Dopodichè Boccato mi chiese come si potesse giungere, attraverso la campagna, nel paese di Mazzorno Destro. Aggiunse che non voleva fare la strada provinciale per evitare i tedeschi. Mi disse anche che a Mazzorno si sarebbero fatti trasportare al di là del fiume Po, intendendo raggiungere Ca' Emo per regolare i conti con dei fascisti. Io li accompagnai per alcune centinaia di metri e li seguii poi con lo sguardo fino a che si perdettero nella notte. Seppi poi che un barcaiolo aveva traghettato Boccato e i suoi oltre il Po, in località Barchessa". Il barcaiolo in questione è Matteo Doatti, il quale ricorda che, nella notte tra il 27 e 28 novembre '44, all'una e mezzo o due "un gruppo di cinque o sei persone capitanate dal partigiano Eolo Boccato", bussarono a casa sua perché desideravano attraversare il Po. "In un primo tempo io protestai - aggiunge il Doatti - temendo una disgrazia, in quanto gli argini erano costantemente sorvegliati dai fascisti. Ma poi dovetti cedere alle loro insistenze e li passai con la barca in località Barchessa".In quello spazio di tempo, tra le ventitrè e l'una e mezzo della notte tra il 27 e il 28 novembre, l'eccidio dei Gaffarelli era stato compiuto. Erano stati uccisi: Alberico Gaffarelli, sua moglie Elidia Braga, la cognata Elisa e i figli Arrigo e Anny. Furono le ventitrè precise. Lo testimonia Giuseppe Pasini: "Essendo la mia casa assai vicina a quella del defunto Gaffarelli, ho inteso, la notte tra il 27 e 28 novembre 1944 una raffica di mitra. Guardai la sveglia e constatai che erano le ventitrè. Essendo ancora assonnato, non ci badai troppo. Fu solo l'indomani mattina...". Non erano passati due mesi dalla morte di Espero Boccato.Eolo non aveva mai sparato a donne e bambini. "Amava i bambini - ricorda sua sorella Mirta - da sempre. Con noi più piccoli ha sempre giocato fin quando i fascisti non ci incendiarono la casa e ci fecero sfollare a Milano". "Era felice quando poteva aiutare qualche piccolo - aggiunge Alfredo Barbujani - e, quando poteva, dava indumenti, generi alimentari e qualche migliaio di lire alle famiglie di indigenti, oberate dalla prole, di tutto il Cavarzerano, in cui, a distanza d'anni parecchi ricordano con benevolenza Eolo Boccato". "Se avesse voluto uccidere i figli, avrebbe ucciso anche la figlia di Cacciatori, il quale pure era un gerarca": è ciò che pensano in molti. Il fratello di Alberico Gaffarelli, Antonio, sottoscrisse: "La sera dell' 8 ottobre 1944, un gruppo di partigiani entrò in casa mia. Il loro capo era il patriota Eolo Boccato... Impauriti, i miei due bimbi si tenevano abbracciati in un angolo della cucina. Mia moglie li rassicurava piangendo. Fu allora che Eolo Boccato, commosso dalla scena, si avvicinò al gruppo e ponendo una mano sulla spalla della madre, disse: Non abbia paura, signora. Io non sono un bandito. Faccio il mio dovere di patriota, ma le assicuro che non sarà sparso sangue innocente. Tale particolare mi ha sempre portato a credere che Eolo Boccato non sia l'autore dell'assassinio della famiglia del mio povero fratello Alberico..". Lo stesso Gaffarelli si recò, nell'immediato dopoguerra alla sede del C. L. N. di Rovigo e conferì con Edoardo Chendi. "Sono Gaffarelli - disse a Chendi - fratello del Gaffarelli ucciso con tutta la sua famiglia. Non è stato Boccato ad uccidere i Gaffarelli, ma un giovane fascista convinto che essi fossero in contatto con i partigiani.Poi ha lasciato un biglietto sul cadavere del bambino con su scritto: "questa è una vendetta di Boccato". Boccato era invece lontano una ventina di chilometri, nel Ferrarese. Parecchi, dunque, non credevano che Boccato potesse farsi autore di tanta spietatezza. Ma per sciogliere ogni dubbio in proposito, lasciamo parlare un testimone della strage dei Gaffarelli: è Sante Romagnoli, testimone e partecipe dell'eccidio. "Quella sera - ricorda - era chiaro di luna. Venivamo, Eolo, Bepe Gallimberti, Danilo Formigoni ed io, dalla casa di Ermenegildo Belluco, a Calada Bavarese, dov'eravamo stati a cena. Eolo non aveva mai bevuto vino. Spesso, per darsi un contegno, colorava l'acqua con dello sciroppo, tanto per ben comparire a tavola. So che faticai molto ad insegnargli a gustare un bicchiere, che lui iniziò ad apprezzare un po' alla volta, un dito oggi, uno domani. Quella sera, dunque, aveva bevuto: un litro di vino, sicuramente. Quando ci alzammo per andarcene, ringraziò i Belluco e disse loro che ci saremmo diretti a Ca' Emo, per regolare i conti con dei fascisti locali. Prendemmo ad andare lungo lo Scolo Veneto. Eolo era pensieroso, taceva.Giunti in prossimità della casa dei Gaffarelli, improvvisamente ordinò di fermarci. Dispose che Danilo si appiattasse a nord della casa e che io mi mettessi a guardia in cortile, dov'era la porta d'entrata, con l'ordine di sparare qualora ci fosse la necessità. Poi cominciò a battere sulla porta, perché quelli di casa aprissero e siccome quelli non si decidevano, con un dito alzò il chiavistello della porta ed entrò insieme a Gallimberti. Ed io udii la signora Gaffarelli dire al marito: "Scappa di dietro, che non c'è nessuno", ma un colpo di mitra sparato da Danilo dissuase l'uomo, che si decise a scendere al piano terra e a rinunciare al tentativo di scappare. Boccato impose che tutta la famiglia scendesse in cucina, con l'ordine di sedere uno accanto all'altro, davanti al focolare: la bambina di due anni era in braccio della cognata di Gaffarelli; il bambino, di quattro anni, in braccio alla madre. Poi Boccato, senza proferire parola, li falciò con una raffica di parabellum (32 colpi) e finì la piccola con un colpo di pistola. Poi prese un biglietto e vi scrisse: "Per non aver collaborato con i partigiani e per aver loro negato da mangiare!" e lo appuntò con il coltello sulla tavola. E disse: "Finalmente ho vendicato mio fratello Espero". Era come se si fosse liberato da un senso di colpa. Infatti era completamente cambiato dal giorno in cui i fascisti uccisero suo fratello.
La vendetta di Eolo Boccato p.1
Dal giorno della morte del fratello, le cronache bassopolesane registreranno, colpo su colpo, la risposta di Eolo Boccato: dura, decisa, totale. Quanti fascisti abbia ucciso personalmente o insieme con lo sparuto gruppo che lo accompagnava, non è dato sapere: le cifre che i giornali riportarono dopo la sua morte sono comunque un'esagerazione. Ma quanti e quali siano stati, nessuno può dirlo con certezza. I furti, le grassazioni, gli omicidi e tutti gli atti criminosi avvenuti dall'ottobre del '44 al gennaio del '45, furono a lui attribuiti, a ragione o a torto. Il fatto è che negli ultimi mesi del '44, i fascisti dal Medio Polesine al Delta non dormirono sonni tranquilli, terrorizzati dall'idea che potesse arrivare, in bicicletta e con il parabellum dentro la sporta di paglia, il gruppo di sbandati che erano rimasti con il loro capo, a saldare i conti: la posta era la vita.La sera dell' 8 ottobre, alle ore 19.30, Boccato bussò alla porta di Antonio Gaffarelli di Ariano, con tre compagni (Elio, Giuseppe e Gazzignato). Accusò il Gaffarelli di essere stato uno squadrista, ma quello negò. Allora fece rovistare la casa in cerca di armi e rinvenne una bomba in un comodino. In quel momento il Gaffarelli temette per la sua vita, ma Boccato, anche per la presenza della moglie e dei bambini che piangevano a dirotto, gliela risparmiò, e, anzi, come ebbe a dichiarare lo stesso Gaffarelli, egli si avvicinò alla donna "pregandola di stare calma che nulla di male le sarebbe toccato". Portò con sé, invece, biancheria, denaro e due biciclette: l'occorrente per il sostentamento suo e dei suoi, come di lì in poi avrebbe fatto con altri agrari compromessi con il fascismo. Non c'era, del resto, altro modo di procacciarsi viveri, ricorrendo, come in precedenza, a buoni del C.L.N. Sgominata la "Martello" e decapitato il C.L.N. adriese, arrestati i proprietari che, in una maniera o nell'altra, avevano alloggiato o protetto i partigiani dell'estate, non rimaneva ai "desperados" che l'esproprio violento. A questa prassi spingeva pure la durezza dell'avvertimento del Capo della Provincia, Melchiorri: "Si ricorda a tutte le popolazioni del polesano che la legge di guerra colpirà con la stessa severità tutti coloro che, in qualsiasi forma, presteranno aiuto o assistenza ai banditi. Il dovere di tutti gli italiani degni del loro nome, del loro passato, del sacrificio dei loro morti è di collaborare con le forze armate per l'annientamento delle ultime bande dei "fuorilegge" e per il ristabilimento dell'ordine".Ma soprattutto spingeva la determinazione di Boccato di condurre fino in fondo la sua guerra personale ai fascisti, più che al fascismo. Un paio di giorni dopo egli è a Cà Tron: "Verso le 6 di sera (primi giorni di ottobre) Boccato Eolo unitamente ad altri componenti della sua banda, credo 4 o 5 uomini, costrinse il sottoscritto (Pietro Borsetto n.d.a.) e tutta l'intera famiglia ad alzare le mani e a rimanere immobili, pena l'uccisione. Intanto alcuni uomini del Boccato si recavano nelle stanze superiori e procedevano ad una minuta requisizione degli armadi... per ben due ore... Ci vennero asportati tutti gli indumenti di vestiario... e denaro liquido...". Il 12 ottobre il gruppo è ad Oca. Entrano alle 18,45 nell'osteria Garolla tre giovani: uno rimane sulla porta, un altro è al centro del locale, il terzo "di colorito biondo, con camicia rossa e divisa coloniale (Eolo, n. d. a.), si dirige verso Roberto Rizzi che è seduto accostato alla parete e gli chiede i documenti di identificazione. "Il Rizzi - dichiarò in Pretura Beniamino Garolla - cercò di giustificare la sua presenza nel locale e che nulla di male aveva mai fatto; al che il giovane biondastro, rispose: "neppure mio fratello aveva fatto niente e l'avete ucciso". Temendo un brutto fatto, mi rivolsi al giovane che stava più vicino e lo scongiurai a non compiere atti illegali nel mio esercizio e l'interpellato mi assicurò che nulla sarebbe stato fatto.Mentre il giovane biondo si accingeva ad esaminare i documenti del Rizzo, intimò a noialtri tutti di entrare in un altro locale, ove noi infatti ci ritirammo, tenuti sotto la sorveglianza del compagno che teneva sempre puntato verso di noi il mitra di cui era armato. Ultimato... l'esame dei documenti posseduti dal Rizzo, il giovane biondastro si affacciò al nostro locale e ci raccomandò il silenzio rivolgendoci la frase: "guai a voi se oserete raccontare il fatto di questa sera". Dopo di che intimò al Rizzi di lasciare l'osteria ed egli e compagni lo seguirono dirigendosi verso Cà Papadopoli...". Umberto Guarnieri, medico di Oca, fece un estremo tentativo per salvare il Rizzi. "Temendo della sorte del Rizzi - dichiarò - io mi avvicinai al giovane armato sulla porta e gli feci presente che il sospettato nulla di male aveva mai commesso, che a noi era conosciuto per un buon uomo e aveva sempre tutti rispettato. L'interpellato rispose con la frase: "non importa, ma in tasca tiene la tessera repubblicana", guardandomi con occhio fiero". Erano passati 11 giorni dalla morte di Espero Boccato. Il corpo di Rizzi fu rinvenuto il mese successivo. Il 10 novembre, infatti, il Comandante dell' 8 Compagnia della B.N. di Ariano, Fulvio Dal Prà, segnalò alla Pretura di Adria il rinvenimento di un cadavere nello scolo Veneto in località "Ponte - Liè - Ariano Polesine". Il giorno stesso, prelevato dalla sua cella del Politeama, Tersilio Crivellari, detto "Capéto", veniva condotto dai mercenari dell'O.P. nella sala degli interrogatori e barbaramente sottoposto a inenarrabili torture per un intero giorno. Lo riportò nella sua cella, in stato di coma e irriconoscibile, il suo compagno Alfredo Barbujani. "Aveva il volto gonfio - ricorda Barbujani - gli occhi non si vedevano più, delirava. Lo portai giù, caricandomelo sulle spalle perché non poteva stare in piedi; i suoi piedi bruciati erano marcescenti e colavano sangue e siero...". Il giorno successivo il Crivellari fu portato, ancora in preda ad una febbre violentissima, nel piazzale della sua Bottrighe per essere fucilato pubblicamente "in quanto reo confesso di aver partecipato alla soppressione" di Roberto Rizzi. Domenica 29 ottobre fu la volta di Battista Capisani, nato a Villanova Marchesana, ma residente a Bellombra, appartenente alla 6a B.N. di Villadose. Sopraggiunto in località "Porzionanza", fu ucciso sull'argine del Canalòn, a cento metri dell'idrovora di Presa Foscari, e privato della divisa.Erano passati 28 giorni dalla morte di Espero Boccato. I fascisti si presero ben presto la rivincita. Il 4 nov. successivo, il federale Anteo Zamboni scrisse al Comando Germanico di piazza a Lendinara la seguente lettera: "Domenica 29 ottobre XXII un gruppo di banditi ha catturato in territorio di Baricetta lo squadrista Capisani Battista appartenente alla 6 a Compagnia ed in licenza di convalescenza. Il Capisani è stato trovato ucciso il mattino successivo da raffiche di arma automatica al petto e alla testa, spogliato delle scarpe, delle calze e dei pantaloni. Pare accertato che la banda era comandata dal capo ribelle Boccato Eolo. Quattro elementi, quasi certamente appartenenti alla banda Boccato, saranno passati per le armi sul luogo del delitto, qualora dagli interrogatori e dai confronti risulti accertata la loro appartenenza a tale banda". I quattro giovani in questione erano: Consalvo Facenti (classe 1910) e Vinicio Migliorini (1925) di Mesola, Luigi Trevisan (1925) di Rivà e Dino Schiavi (1924) di S. Maria in Punta, arrestati il 22 ottobre, sette giorni prima della morte del Capisani. Furono fucilati alla schiena a Bellombra, nel luogo stesso del ritrovamento del corpo del milite fascista, per rappresaglia, la mattina del 6 novembre. Il 18 novembre tocca a Cirillo Pagani di Corbola, appartenente all'8a Compagnia B.N. di Ariano. Mentre ritorna a casa, è raggiunto in località Cà Zen o e lì passato per le armi e sepolto. Erano passati 47 giorni dalla morte di Espero Boccato. Poi è la volta della famiglia Cacciatori di Contarina. Carlo Cacciatori, per la carica che rivestiva, sarebbe stato una grossa preda per i partigiani.Quella sera, il 22 novembre, quando alle 19,30 Boccato e i suoi irruppero nella sua casa egli poté salvarsi da sicura morte solo per un gioco del destino. La moglie, infatti, ebbe la prontezza di spirito di farlo passare per il castaldo della fattoria e Boccato, che non lo conosceva, risparmiò la vita di quell'uomo, non ben vestito, che lo guardava ammutolito. Nemmeno quando, per rappresaglia, Eolo si portò con sé la figlia Marcella, di quattordici anni (era nata il 10 novembre 1930), il Cacciatori si tradì con il minimo gesto di ribellione. Prontamente avvertiti, i fascisti cercarono di correre ai ripari e il federale inviò subito, per corriere, un dispaccio "segreto" alle autorità tedesche di Lendinara, in questi termini: "Ieri sera il capo dei banditi Boccato con la sua banda ha assalito la casa del fascista repubblicano Cacciatori Carlo, Vice Commissario della Federazione Provinciale dei Fasci e Comandante del 3o Battaglione della Brigata Nera e, dopo aver rubato denaro ed ogni specie di oggetti, ha catturato e portato con sé una figlia del Cacciatori di anni 13 che non ha fatto più ritorno. Per le pronte indagini e per le più urgenti operazioni che si rendessero utili, è stato disposto che due compagnie di formazione della 19a Brigata si concentrino entro la notte tra Contarina, ove abita il Cacciatori, e Taglio di Po ove si ha ragione di ritenere sia diretto il Boccato con la sua banda.Le forze dislocate nella zona sono agli ordini del sottoscritto che ha posto il suo recapito in località Villa Regia (Contarina). Il Comandante della 19a Brigata Nera Anteo Zamboni". Nel medesimo momento, il Federale ordina la mobilitazione delle BB.NN, inviando il 23 novembre XXIII, a mezzo staffetta, agli indirizzi sotto elencati, le seguenti disposizioni: "Al Comando 2c Battaglione, Viaro Tullio, Badia Pol.; al Comando 2a Compagnia, Bosco Alfredo, Lendinara; al Comando 3a Compagnia, Tavasanis Giovanni, Trecenta; al Comando 4a Compagnia Mazzali Giuseppe, Fiesso Umb.; al comando 5a Compagnia Santarato Angelo, Rovigo; al Comando 7a Compagnia Donelli Cesare, Adria; al Comando 8a Compagnia, Dal Prà Fulvio, Ariano Pol. La 2a, 3a, 4a Compagnia affluiranno entro questa sera ed entro la notte al completo in Contarina (presso Casa del Fascio). La 5a , 7a , 8a, nelle stesse ore in Taglio di Po (presso Caserma ex. CC.RR.). Il Comando del 2° Battaglione metterà a disposizione della 5a Compagnia in Rovigo i mezzi di trasporto per 80 uomini. Detti automezzi si troveranno entro questa sera dinanzi al Teatro Sociale di Rovigo. Itinerario - Adria, strada per contarina, crocevia Patina ove indicanti daranno ulteriori precisazioni circa la sistemazione dei reparti e degli automezzi, ed il proseguimento del viaggio per i reparti trasferiti a Taglio di Po. I Comandi dispongano affinché gli uomini partano muniti di gavette, 2 coperte a testa, armi e munizioni al completo. F.to Il Comandante la 19a Brigata Nera Anteo Zamboni".Ma quando i fascisti cominciarono a muoversi, Boccato era già uccel di bosco, nell'Isola di Ariano. Per rappresaglia, Anteo Zamboni contatta i tedeschi e ordina alle Brigate Nere di sospendere le inutili ricerche di Ca' Venier: "Lo scrivente, escludendo l'opportunità per il momento di compiere un rastrellamento sulla riva destra del Po, in quanto sono in corso accordi con i competenti organi militari tedeschi per un'azione in cooperazione nell'Isola di Ariano, dispone: - il fermo della moglie e della figlia del Boccato residenti in Ariano da liberarsi solo ad avvenuta restituzione alla famiglia della giovane Cacciatori; - il fermo di alcune persone indiziate nel Comune di Taglio di Po e Ca' Venier". La ragazza rimase con il gruppo partigiano ("Eolo, un siciliano, un inglese, uno magro che credo fosse il Gallimberti e uno con la faccia grossa") per tre/quattro giorni, dal 22 al 25-26 novembre. Nella deposizione resa al processo, la Cacciatori raccontò di aver attraversato il Po e di essere giunta, a tarda sera, in una casa colonica, con annesso fienile, dove subì violenza carnale dall'intero gruppo, ad eccezione dell'inglese. La sera successiva (23 novembre) lei e i partigiani pernottarono in un'altra fattoria, dove arrivarono dopo varie ore di bicicletta. Il mattino successivo (24 novembre) "ripartimmo per giungere ad una terza casa; mi accompagnava il Boccato e l'uomo dalla faccia larga (Giuseppe Gallimberti). In questa casa v'erano molte persone, una diecina tra uomini e donne... Verso le 16 passò una guardia comunale; la famiglia che ci ospitava disse che era un brutto soggetto perché non permetteva loro di tenere in casa viveri e altri generi razionati.Sentite queste parole, il Boccato disse: "Pensiamo noi a farlo fuori"; così inseguì assieme all'uomo dalla faccia larga il malcapitato e ritornò con il compagno dopo 10 minuti con un revolver a tamburo. Giunta la sera, arrivò il resto della banda e ripartimmo per raggiungere una quarta casa, dove dormimmo... Al mattino (25 novembre) l'inglese mi disse come dovevo fare per fuggire... Chiesi di andare al gabinetto e di lì passando dietro la casa corsi via attraversando il canale... Avevo finito la mia odissea". La guardia comunale cui accenna la giovane era Ivo Pozzati di Ariano Polesine. Informato della morte del Pozzati, il Comandante della B.N. di Ariano, Fulvio Dal Prà, inviò al Federale, in data 26 novembre 1944, la seguente relazione sull'accaduto: "Il giorno 24 novembre 1944 XXIII alle ore 16 sulla strada-località Monti a Castelpiano è stato ucciso a colpi di pistola il vigile urbano del Comune di Ariano Polesine Pozzati Ivo... Dalle indagini eseguite sul posto dal sotto scritto, è risultato che il Pozzati Ivo transitava sulla strada Romea per servizio e che a circa 500 metri da Palazzo Nichetti veniva raggiunto da due individui che gli sparavano 5 colpi di rivoltella nella regione epatica provocandogli la morte.Compiuta l'azione i due malviventi tolsero al Pozzati la rivoltella, la borsa di cuoio, cambiarono la bicicletta e si allontanarono velocemente per la strada prima percorsa... Il Pozzati è sempre stato fascista. Diede la sua adesione al P.F.R. fin dai primi momenti e vi rimase fin quando si trattò di dare l'adesione alla B.N. Anche non più tesserato rimase sempre di sentimenti patriottici e fascisti... È pertanto da ritenersi che il delitto entri nel fattore politico e più precisamente nella sistematica soppressione dei fascisti voluta non tanto dagli esecutori materiali, ma da mandatari nascosti al soldo del nemico. Si avvisa ancora una volta l'assoluta necessità di addivenire al più presto ad una azione di grande effetto che porti come conseguenza alla completa distruzione di tutti i banditi che operano in questa zona portando morte e distruzione". Pressoché contemporaneamente, la Cacciatori, stando alla sua deposizione, era ormai fuggita, aiutata dall'inglese che l'aveva fornita di una carta geografica della zona e di 150 lire. L'inglese era Arthur Banks, chiamato "Renato". Era stato preso dalle mitragliere antiaeree nel Cavarzerano, un mese prima.Tra i loro compiti, i partigiani avevano quello di provvedere alla salvezza dei paracadutisti alleati, fornendo loro viveri, vestiti, protezione e, attraverso contatti via radio con le navi angloamericane, di accompagnarli sulle imbarcazioni, sottraendoli ai rastrellamenti nazifascisti. In quest'opera di salvataggio degli aviatori caduti, l'intervento dei barcari del Delta era stato più volte provvidenziale. "Ma non quella volta - ricorda Alfredo Barbujani -. Accompagnai con Carlo Franzoso l'inglese Banks all'imbarco fissato al largo delle Valli di Comacchio, ma quando arrivammo era troppo tardi: il sottomarino era partito da poco. Non c'era da scherzare sugli orari, perché anche i tedeschi, accasermati nel castello di Mesola, erano all'erta e vigilavano in continuazione. Così Renato rimase con noi". Della presenza sua e di altri nell'Isola di Ariano lo vengono a sapere anche i fascisti. Scrive Anteo Zamboni: "... Risulta che il capo dei banditi Boccato Eolo con una banda di una ventina di persone (secondo altre notizie sette, secondo altre ancora settantacinque) si troverebbe di solito nell'Isola di Ariano da dove passerebbe qualche volta per il Po per compiere qualche azione nella zona di Adria e di Cavarzere.La zona dell'Isola di Ariano, in notevole parte allagata, si presta come nascondiglio, offrendo ospitalità ai banditi nelle case coloniche che sono state abbandonate in seguito all'allagamento. È anche probabile che molti elementi sbandati e renitenti alla chiamata alle armi e al lavoro si siano rifugiati nell'Isola di Ariano, e particolarmente nel territorio del Comune di Corbola. Viene pure segnalato che nella zona allagata di Oca, compresa tra il Po di Goro e il Po della Donzella, esiste un fienile abbandonato nel quale si troverebbero due americani appartenenti all'equipaggio di un apparecchio abbattuto e sfuggiti alla cattura, nonché qualche appartenente alla banda Boccato e, spero, il Boccato stesso...". L'inglese rimase con Boccato per quasi un mese, e sicuramente fino alla mattina del 26 novembre, se si dà credito alla dichiarazione di Ermenegildo Belluco. "Il sabato 25 novembre - riferisce - alle ore 8 del mattino, trovai nella mia stalla il partigiano Eolo Boccato insieme con Gallimberti e Renato, di nazionalità inglese.Nel fienile c'erano altre quattro persone e cioè: Romagnoli Santin, il siciliano, il ferrarese (Dino Formigoni di Bondeno) e una signorina, certa Cacciatori. Io non so se questa fosse la stessa che si diceva catturata dal gruppo Boccato. Tuttavia affermo che era assai sviluppata e che sembrava per lo meno ventenne. Il suo stato non doveva addolorarla troppo, perché scherzava e rideva con i partigiani, segnatamente con Renato, l'inglese, verso il quale credo che nutrisse un affetto particolare. Tutto il gruppo ripartì la sera stessa del 25". Ma è probabile che Banks si sia allontanato con il carabiniere Calì del gruppo Boccato nel pomeriggio del 27 novembre. A tale conclusione spinge la testimonianza di Antonio Bovolenta, secondo cui: "La sera del 27 novembre, alle ore 19,30, il partigiano Eolo Boccato bussò alla porta della mia abitazione. Fattolo entrare vidi che era seguito da un altro partigiano, Romagnoli Santin. Essi mi chiesero dove fossero andati i partigiani che avevo ospitato mezz'ora prima, e cioè il siciliano e l'inglese. Risposi che non potevo sapere dove fossero andati, ma che tuttavia il siciliano mi aveva detto che andava a trovare quella famiglia che doveva loro del denaro...".Da quella sera le strade di Boccato e di Banks e Calì non si incontreranno più. È la sera in cui avvenne la strage dei Gaffarelli. Venivano, dunque, i partigiani dalla casa del Bovolenta in cui si erano fermati sino alle 20,15. Poi si diressero verso Tombine di Ariano, nella casa di Ermenegildo Belluco, alla cui porta bussarono alle ore 21. "Rimasero con noi - ricorda il Belluco - fino alle ventidue e mezzo o ventitrè. Dopodichè Boccato mi chiese come si potesse giungere, attraverso la campagna, nel paese di Mazzorno Destro. Aggiunse che non voleva fare la strada provinciale per evitare i tedeschi. Mi disse anche che a Mazzorno si sarebbero fatti trasportare al di là del fiume Po, intendendo raggiungere Ca' Emo per regolare i conti con dei fascisti. Io li accompagnai per alcune centinaia di metri e li seguii poi con lo sguardo fino a che si perdettero nella notte. Seppi poi che un barcaiolo aveva traghettato Boccato e i suoi oltre il Po, in località Barchessa". Il barcaiolo in questione è Matteo Doatti, il quale ricorda che, nella notte tra il 27 e 28 novembre '44, all'una e mezzo o due "un gruppo di cinque o sei persone capitanate dal partigiano Eolo Boccato", bussarono a casa sua perché desideravano attraversare il Po. "In un primo tempo io protestai - aggiunge il Doatti - temendo una disgrazia, in quanto gli argini erano costantemente sorvegliati dai fascisti. Ma poi dovetti cedere alle loro insistenze e li passai con la barca in località Barchessa".In quello spazio di tempo, tra le ventitrè e l'una e mezzo della notte tra il 27 e il 28 novembre, l'eccidio dei Gaffarelli era stato compiuto. Erano stati uccisi: Alberico Gaffarelli, sua moglie Elidia Braga, la cognata Elisa e i figli Arrigo e Anny. Furono le ventitrè precise. Lo testimonia Giuseppe Pasini: "Essendo la mia casa assai vicina a quella del defunto Gaffarelli, ho inteso, la notte tra il 27 e 28 novembre 1944 una raffica di mitra. Guardai la sveglia e constatai che erano le ventitrè. Essendo ancora assonnato, non ci badai troppo. Fu solo l'indomani mattina...". Non erano passati due mesi dalla morte di Espero Boccato.Eolo non aveva mai sparato a donne e bambini. "Amava i bambini - ricorda sua sorella Mirta - da sempre. Con noi più piccoli ha sempre giocato fin quando i fascisti non ci incendiarono la casa e ci fecero sfollare a Milano". "Era felice quando poteva aiutare qualche piccolo - aggiunge Alfredo Barbujani - e, quando poteva, dava indumenti, generi alimentari e qualche migliaio di lire alle famiglie di indigenti, oberate dalla prole, di tutto il Cavarzerano, in cui, a distanza d'anni parecchi ricordano con benevolenza Eolo Boccato". "Se avesse voluto uccidere i figli, avrebbe ucciso anche la figlia di Cacciatori, il quale pure era un gerarca": è ciò che pensano in molti. Il fratello di Alberico Gaffarelli, Antonio, sottoscrisse: "La sera dell' 8 ottobre 1944, un gruppo di partigiani entrò in casa mia. Il loro capo era il patriota Eolo Boccato... Impauriti, i miei due bimbi si tenevano abbracciati in un angolo della cucina. Mia moglie li rassicurava piangendo. Fu allora che Eolo Boccato, commosso dalla scena, si avvicinò al gruppo e ponendo una mano sulla spalla della madre, disse: Non abbia paura, signora. Io non sono un bandito. Faccio il mio dovere di patriota, ma le assicuro che non sarà sparso sangue innocente. Tale particolare mi ha sempre portato a credere che Eolo Boccato non sia l'autore dell'assassinio della famiglia del mio povero fratello Alberico..". Lo stesso Gaffarelli si recò, nell'immediato dopoguerra alla sede del C. L. N. di Rovigo e conferì con Edoardo Chendi. "Sono Gaffarelli - disse a Chendi - fratello del Gaffarelli ucciso con tutta la sua famiglia. Non è stato Boccato ad uccidere i Gaffarelli, ma un giovane fascista convinto che essi fossero in contatto con i partigiani.Poi ha lasciato un biglietto sul cadavere del bambino con su scritto: "questa è una vendetta di Boccato". Boccato era invece lontano una ventina di chilometri, nel Ferrarese. Parecchi, dunque, non credevano che Boccato potesse farsi autore di tanta spietatezza. Ma per sciogliere ogni dubbio in proposito, lasciamo parlare un testimone della strage dei Gaffarelli: è Sante Romagnoli, testimone e partecipe dell'eccidio. "Quella sera - ricorda - era chiaro di luna. Venivamo, Eolo, Bepe Gallimberti, Danilo Formigoni ed io, dalla casa di Ermenegildo Belluco, a Calada Bavarese, dov'eravamo stati a cena. Eolo non aveva mai bevuto vino. Spesso, per darsi un contegno, colorava l'acqua con dello sciroppo, tanto per ben comparire a tavola. So che faticai molto ad insegnargli a gustare un bicchiere, che lui iniziò ad apprezzare un po' alla volta, un dito oggi, uno domani. Quella sera, dunque, aveva bevuto: un litro di vino, sicuramente. Quando ci alzammo per andarcene, ringraziò i Belluco e disse loro che ci saremmo diretti a Ca' Emo, per regolare i conti con dei fascisti locali. Prendemmo ad andare lungo lo Scolo Veneto. Eolo era pensieroso, taceva.Giunti in prossimità della casa dei Gaffarelli, improvvisamente ordinò di fermarci. Dispose che Danilo si appiattasse a nord della casa e che io mi mettessi a guardia in cortile, dov'era la porta d'entrata, con l'ordine di sparare qualora ci fosse la necessità. Poi cominciò a battere sulla porta, perché quelli di casa aprissero e siccome quelli non si decidevano, con un dito alzò il chiavistello della porta ed entrò insieme a Gallimberti. Ed io udii la signora Gaffarelli dire al marito: "Scappa di dietro, che non c'è nessuno", ma un colpo di mitra sparato da Danilo dissuase l'uomo, che si decise a scendere al piano terra e a rinunciare al tentativo di scappare. Boccato impose che tutta la famiglia scendesse in cucina, con l'ordine di sedere uno accanto all'altro, davanti al focolare: la bambina di due anni era in braccio della cognata di Gaffarelli; il bambino, di quattro anni, in braccio alla madre. Poi Boccato, senza proferire parola, li falciò con una raffica di parabellum (32 colpi) e finì la piccola con un colpo di pistola. Poi prese un biglietto e vi scrisse: "Per non aver collaborato con i partigiani e per aver loro negato da mangiare!" e lo appuntò con il coltello sulla tavola. E disse: "Finalmente ho vendicato mio fratello Espero". Era come se si fosse liberato da un senso di colpa. Infatti era completamente cambiato dal giorno in cui i fascisti uccisero suo fratello.