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I vantaggi dell'unità d'Italia

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Smascherato lo Stato taliano come Stato criminale!

Post n°2333 pubblicato il 23 Maggio 2014 da luger2
 

Già una ventina d’anni fa lo Stato italiano era stato messo al corrente in dettaglio che era in atto un massiccio inquinamento criminale delle terre meridionali fino allora mondialmente invidiate per la loro salubrità e fertilità.

Inquinamento realizzato scaricandovi e seppellendovi sistematicamente rifiuti tossici di ogni genere in enorme quantità provenienti da Nord Italia, Germania, Austria ed altri paesi d’ Europa

E chi aveva provveduto a mettere al corrente in dettaglio della faccenda  lo Stato italiano e le sue più importanti “autorità” ?

Proprio dei capi della vituperata camorra !

Costoro infatti in un primo tempo avevano collaborato a “sistemare” quei rifiuti nelle loro zone, poiché ciò apportava loro lauti introiti finanziari

In seguito però, resisi conto di che genere erano quei rifiuti e dei danni atroci che arrecavano a quelle terre e ai loro abitanti, alcuni di questi capi avevano ritenuto di “pentirsi”, dettagliando allo Stato (attraverso i suoi più specifici rappresentanti : magistrati, commissioni antimafia e così via)  i  luoghi, i contenuti, gli autori e le provenienze di quei rifiuti mortali.

A questo punto lo Stato italiano aveva il dovere assoluto di intervenire immediatamente per porre fine a quello scempio, avendone tutte le necessarie informazioni nonché tutti i mezzi (magistratura, polizia, carabinieri, esercito e così via).

E invece che fece? Semplicemente nulla, per cui quell’invasione di rifiuti tossici poté continuare indisturbata ed anzi aumentare in modo esponenziale, essendo pienamente coperta da questo Stato criminale cosiddetto italiano.

E non c’è da sorprendersi poiché questo Stato vi era in realtà strettamente implicato, avendola esso stesso freddamente e “lucidamente” architettato, rientrando in pieno nella linea criminale atta a distruggere sistematicamente il Sud e la sua popolazione che questo Stato perpetra fin dalla cosiddetta “unità”, cioè da ben 152 anni…

E le conseguenze sono state triplicazione de  tumori fra la popolazione, aumento di malformazioni genetiche nei neonati, distruzione di terreni particolarmente fertili, territori già rinomati per la loro salubrità resi invivibili…

Sennonché stavolta la faccenda, data la sua particolare atrocità, è scoppiata fra le mani, a questo Stato…

Poiché proprio quegli stessi capi della camorra che a suo tempo lo avevano invano messo al corrente affinché intervenisse in urgenza, hanno deciso recentemente di denunciare la faccenda pubblicamente e in dettaglio… addirittura per televisione.

Quelle dichiarazioni davvero interessanti…

Si tratta in particolare di Carmine Schiavone, il quale ha fatto dichiarazioni non poco interessanti… Per esempio:

“Ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si ribellava… quando hanno iniziato ad avvelenare dei territori interi scaricando rifiuti tossici…

 “Scorie, fanghi termonucleari… a Casale, Castelvolturno, Santa Maria la Fossa, Grazzanise, in tutta la zona… ammazzando i bambini prima che nascessero, o anche se nascevano erano condannati

 Diedi alle commissioni antimafia tutti i documenti… indicai perfino le targhe dei camion che scaricavano le scorie, le società che li mandavano…

“Speravo che qualcosa si muovesse… che si facesse giustizia…

 “Ma non c’era una giustizia in Italia.. non c’è un politico che sappia vedere queste cose.

“Ministri, magistrati, carabinieri hanno permesso questo… polizia, carabinieri, guardie di finanza “non vedevano” quel che succedeva apertamente davanti ai loro occhi…

“Ho cercato di impedire tutto questo… ma le  istituzioni ci hanno abbandonato”.

Ed a questo intervento di Schiavone ne è seguito uno di Gaetano Vassallo, altro capo camorrista che ha aggiunto altri dettagli.

Dichiarazioni di Schiavone e Vassallo che nessuna “autorità” italiana è stata in grado di smentire, poiché evidentemente ben documentate, sicché hanno suscitato nel Sud una massiccia reazione popolare contro questa atroce situazione.

Una manipolazione sfrontata

E allora che ha fatto lo Stato cosiddetto italiano ?

Ha cercato disperatamente di sviare l’attenzione dal proprio comportamento criminoso, tentando di scaricare ogni responsabilità proprio sulla camorra benché fossero stati quei suoi capi a denunciargli in tempo – Schiavone ben 20 anni fa ! – quegli scempi,  spingendolo invano ad intervenire…

E così si deve assistere a massicce campagne mediatiche contro la camorra, additata come causa di quella strage, evitando con cura di dire che in realtà la causa fondamentale era proprio lo Stato italiano col suo sistematico e  “lucido” comportamento criminale.

Un un prete, Maurizio Patriciello, a Caivano si è messo alla testa della gente indignata che protesta massicciamente per le strade, ma alla fine non ha saputo far altro che cercare di convincer quella gente a implorare l’intervento proprio di quello Stato che ha causato il disastro!

E in questa manipolazione si è cercato di coinvolgere perfino la nazionale di calcio italiana, facendole effettuare un allenamento a Quarto, cittadina nei presso di Napoli, in un campo sportivo che era stato sequestrato alla camorra, tentando di presentare ciò come un’azione simbolica della nazionale contro la camorra…

Sennonché gli organizzatori di questa farsa si sono ritrovati con una brusca messa a punto del campione Mario Ballotelli il quale, avendo evidentemente capito tutto, ha tenuto a dichiarare che lui andava a quell’allenamento per giocare al calcio e non certo a fare il simbolo anti-camorra…

Denunciare internazionalmente questo Stato criminale italiano da cui il Sud è urgente si distacchi

Ebbene, stando così le cose, diventa imperativo ed urgente che questo Stato italiano sia denunciato urbi et orbi (presso tutte le istanze internazionali e tutti i governi europei e in genere occidentali) come Stato criminale, sicché per i territori meridionali non c’è che esigere di distaccarsene con urgenza.

Tanto più che questo scempio non è che l’estremo, definitivo atto di un disastro che questo Stato perpetra ai danni del Sud da ben 152 anni, cioè precisamente dall’atto di quella cosiddetta “unita” che gli storici hanno ormai smascherato come un autentico crimine contro l’umanità, perpetrato contro un popolo che da tremila anni ha contribuito all’80 % all’evoluzione della civiltà.

Denuncia internazionale che sta mettendo a punto un gruppo operativo che fa capo a Stefano Surace, il giornalista d’inchieste e maestro di Arti Marziali di rinomanza mondiale, celebre per le sue battaglie “impossibili” ma sempre vincenti, nonché presidente del Partito Secessionista dell’Italia Meridionale.

Affare da seguire…

Tratto da http://www.sfogliando.it/category/politica/

 
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PIETRARSA LA STRAGE DEGLI OPERAI DIMENTICATA

Post n°2332 pubblicato il 01 Maggio 2014 da luger2
 

Questo è un altro primo maggio. Una pagina rimossa della nostra storia nazionale. È la storia di quattro operai uccisi da baionette e spari di bersaglieri, la storia di una protesta, di molto precedente agli scioperi degli anni successivi al Nord. Una storia in un’Italia unita ancora in fasce. È la storia di Pietrarsa e dei primi operai morti nel nostro Paese durante una manifestazione. Fu 150 anni fa: il 6 agosto del 1863. Si dice Pietrarsa e si ricorda un grande stabilimento, voluto da Ferdinando II di Borbone nel 1830. L’area è tra Portici, San Giorgio a Cremano e il quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. Era regno delle Due Sicilie, protezionismo doganale, attività industriali estranee a logiche di mercato e concorrenza selvaggia. Pietrarsa, azienda di Stato, fu voluta dal re «perché del braccio straniero a fabbricare le macchine, mosse dal vapore il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse». 
Nel 1843, lo stabilimento produceva locomotive e riparava materiale ferroviario. Quando, nel 1845, a Napoli arrivò in visita lo zar Nicola I di Russia, visitò lo stabilimento e chiese una pianta per realizzare una fabbrica simile a Kronstadt. Nel 1847, gli operai erano 500. Lavoro sicuro, in monopolio e per lo Stato. Una struttura modello, con officina per le locomotive, grandi gru, fonderia, reparto lavorazione caldaie, fucineria, magazzini, biblioteca. 
Fu il 1853 l’anno di maggiore sviluppo del primo nucleo industriale d’Italia: 44 anni prima della Breda e 57 anni prima della Fiat. Al lavoro, 700 operai. Poi, l’Italia divenne unita. Pietrarsa poteva diventare occasione di sviluppo per le regioni meridionali, ma le scelte furono diverse. Il governo Rattazzi doveva prendere le prime decisioni di politica industriale del nuovo regno. Nella siderurgia, oltre Pietrarsa il nuovo regno aveva l’Ansaldo a Genova: quale conservare come industria di Stato? La scelta fu affidata ad una relazione, che doveva preparare l’ingegnere 44enne, originario di Nizza, Sebastiano Grandis. 
Direttore del sistema ferroviario piemontese, aveva gestito il trasferimento delle truppe sui treni nella seconda guerra d’indipendenza. La sua relazione fu consegnata il 15 luglio del 1861, quattro mesi dopo l’unificazione. L’ingegnere, che sarà poi ricordato per il progetto del traforo del Frejus, concluse che i due impianti erano della stessa importanza, con Pietrarsa più ricco di macchinari e di ampi fabbricati. La scelta, però, cadde sull’Ansaldo perché ritenuto impianto «più flessibile per futuri ampliamenti». Condizione ritenuta fondamentale per potenziare il sistema ferroviario italiano. Una scelta politica che, per risparmi di costi, avrebbe comunque favorito gli investimenti ferroviari nel centro-nord. 
L’impianto di Pietrarsa veniva definito costoso e con personale eccessivo. Fu la condanna inesorabile per le ambizioni di Pietrarsa. Lo Stato italiano decise una veloce dismissione. E conveniente per il privato che si accaparrò tutto il blocco per un canone di appena 46mila lire annue: Jacopo Bozza. Per risparmiare, chiuse la scuola d’arte per la formazione degli operai, aumentò le ore di lavoro e licenziò. Il nuovo proprietario, speculatore con saldi legami politici, si impegnò a mantenere almeno 800 operai dei 1050 di un anno prima. Fu accolto da lettere anonime, tensioni. I lavoratori temevano di perdere il posto. Sui muri, comparvero i primi manifesti di protesta: «Muovetevi, artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria». Era l’estate del 1863, quando Bozza annunciò che non avrebbe potuto mantenere i suoi impegni. Chi restava a casa, almeno nei primi tempi, avrebbe potuto ricevere metà dello stipendio «pel conto del governo». Una forma rudimentale di cassa integrazione. Il 31 luglio, gli operai in servizio erano 458, minacciati da licenziamenti e pagati con ritardo. Una situazione di continua tensione e conflittualità dagli effetti imprevedibili, in uno stabilimento privo di prospettive future. C’entravano anche le scelte di politica industriale fatte dal governo con la preferenza data all’Ansaldo. Il 6 agosto la situazione precipitò. Alle due del pomeriggio, il capo contabile dell’azienda, tale Zimmermann, chiese al delegato di polizia di Portici l’invio di almeno sei agenti, per controllare gli operai in sciopero per ottenere lo stipendio. La risposta erano stati altri 60 licenziamenti. 
Al primo allarme, ne seguì un secondo, più drammatico: «Non bastano sei uomini, occorre un battaglione di truppa regolare». Al suono convenuto di una campana, tutti gli operai, di ogni officina dello stabilimento, si erano riuniti nel gran piazzale dell’opificio. Zimmermann sottolineò: «In atteggiamento minaccioso». La polizia non bastava ad evitare il pericolo di incidenti, furono allertati i bersaglieri. Il maggiore Biancardi inviò una mezza compagnia, al comando del capitano Martinelli e del sottotenente Cornazzoni. 
Dovevano circondare l’opificio, ma ai cancelli trovarono gli operai. I rapporti ufficiali parlarono di minacce, insulti ai bersaglieri. La reazione fu assai violenta: una carica alla baionetta e poi spari alla schiena sui fuggitivi. Il bilancio finale fu di quattro morti: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso, Aniello Olivieri. I feriti, ricoverati all’ospedale Pellegrini di Napoli, furono invece dieci: Aniello De Luca, Giuseppe Caliberti, Domenico Citara, Leopoldo Alti, Alfonso Miranda, Salvatore Calamazzo, Mariano Castiglione, Antonio Coppola, Ferdinando Lotti, Vincenzo Simonetti.
Tutto riportato nei documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura. Ci fu qualcuno che non riuscì a nascondere l’imbarazzo per l’accaduto: il questore Nicola Amore, futuro sindaco di Napoli. Scrisse di «fatali e irresistibili circostanze». Per ridimensionare l’accaduto, gli incidenti vennero attribuiti a «provocatori» e «mestatori borbonici». Gli operai, erano tempi ancora non maturi per un movimento sindacale e anarchico organizzato, vissero una condizione d’isolamento. Due mesi dopo, ne vennero licenziati altri 262. Si cercò di raccogliere denaro per le vedove dei morti, ma con scarso successo. Ecco, fu quella la prima protesta dinanzi ad una fabbrica nell’Italia unita. Quelli i primi morti. Solo 26 anni dopo, si arrivò a celebrare il primo maggio per decisione della Seconda internazionale. L’occasione era stata la protesta, nel 1886, dinanzi alla fabbrica McCormick di Chicago. Sarebbe bello che, nei tanti concerti di oggi a ricordo delle lotte operaie e a difesa del lavoro, si citassero anche i morti di Pietrarsa. Uomini di Resina e San Giorgio a Cremano senza ricordo nazionale. 
Quasi fosse una vicenda minore, da rimuovere e dimenticare. Forse, c’è di mezzo la vergogna di uno Stato che, già dall’inizio, mostrava ambiguità e miopie nelle politiche industriali al Sud. Già, perché oltre i morti di 153 anni fa, c’è un epilogo successivo: la lenta agonia di Pietrarsa. Nel 1875, gli operai erano ridotti a 100, due anni dopo lo stabilimento fu affidato in fitto per 20 anni alla Società nazionale per le industrie meccaniche. Fino al 1885, vennero realizzate 110 locomotive, 845 carri, 280 vetture ferroviarie, caldaie e vapore e altro materiale ed eseguite 77 riparazioni. Dopo il suicidio di 44 anni prima, nel 1905 lo Stato si riprese la gestione diretta di Pietrarsa. Per assenza di investimenti e abbandono, la chiusura definitiva fu decisa 70 anni dopo.

di Gigi Di Fiore                        

 
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Rifiuti tossici, morto Roberto Mancini il poliziotto che si ammalò per indagare!

Post n°2331 pubblicato il 30 Aprile 2014 da luger2
 

Questa è un'altra brutta notizia sulla famigerata "Terra dei Fuochi" che non avrei voluto pubblicare, perchè la lista dei morti di questa sciagurata vicenda si allunga sempre di più e sempre meno è la speranza che tutto possa finalmente finire!  Si è spento questa notte, dopo aver lottato per mesi contro il tumore che lo aveva colpito, l’investigatore che era rimasto contaminato durante le indagini sui traffici di rifiuti. Un male dovuto alle scorie sversate nelle terre tra la Campania e il Lazio. Aveva chiesto un riconoscimento economico anche alla Camera dei deputati, dove aveva lavorato come consulente della commissione Scalia per quattro anni, ma gli era stato chiaramente negato!  Fin dagli anni ’90  aveva ricostruito nei dettagli il percorso: dai colossi industriali del nord, fino alle cave dei casalesi. In mezzo una nebulosa di broker, intermediari, pezzi dello stato compiacenti, indagini abortite o mai partite! E carte ancora oggi segrete. La sua informativa firmata il 12 dicembre del 1996 venne per anni lasciata nei cassetti della Criminalpol. Solo nel 2010 la Dda di Napoli aveva ripreso le sue indagini, che sono diventate una delle colonne portanti del processo per disastro ambientale contro il clan dei casalesi e l’avvocato Cipriano Chianese, la mente dei traffici illeciti nord-sud. Nel 1994, partendo dalla costituzione di una banca a Cassino, dove dovevano confluire i capitali dei clan. Incontra per la prima volta il nome di Cipriano Chianese, l’avvocato di Parete esperto nella creazione nell’intermediazione dei rifiuti. Lo intercetta per mesi, annota con cura i contatti con i clienti, in gran parte gruppi imprenditoriali ancora oggi attivi. Intuisce il peso dei circoli massonici in quei traffici, salotti borghesi dove la grande industria incontrava i clan, dove gli accordi per lo sversamento dei veleni venivano siglati. Ascolta a verbale Carmine Schiavone, che elenca nomi, luoghi, date. Per cercare i riscontri porta in elicottero l’allora  collaboratore di giustizia nella zona di Casal di Principe, segnando con cura le coordinate delle cave utilizzate per interrare i fusti tossici. Un lavoro gigantesco, riassunto nelle 250 pagine di informativa – che firma insieme all’allora capo della Criminalpol romana Nicola Cavaliere – rimaste per troppo tempo negli archivi, senza uno sviluppo giudiziario. Nel 1997 Mancini entra nel pool di consulenti della commissione bicamerale d’indagine sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Massimo Scalia. Per mesi visita le discariche abusive italiane, scende nelle miniere tedesche dove erano stoccati migliaia di bidoni tossici, visita i luoghi indicati da Schiavone come i terminali dei veleni delle industrie italiane ed europee. Quella commissione per la prima volta ricostruirà la mappa delle holding dei rifiuti, mettendo nero su bianco gli intrecci societari e gli accordi di cartello. Un lavoro fondamentale, tanto da essere inserito nell’ordinanza di custodia cautelare che lo scorso gennaio colpì il gruppo Cerroni.

Poi è arrivata la malattia, il linfoma Hodgkin. Una commissione medica stabilisce l’origine con certezza: un tumore causato dalla contaminazione con sostanze pericolose e radioattive. L’amministrazione paga un conto ridicolo, cinquemila euro. Nei mesi scorsi Mancini aveva chiesto un riconoscimento economico ma Nulla  la risposta dell’avvocatura fu negativa!  Roberto Mancini aveva 53 anni. Lascia una moglie e una figlia. I funerali si terranno sabato 3 maggio, alle ore 11.30, nella basilica di San Lorenzo a Roma, a pochi passi dal commissariato dove lavorava. Sei morto per cercare la verità, te ne sei andato per avere indagato fino a dove nessuno aveva osato spingersi. Adesso la tua guerra è finita R.I.P.!

 
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Maggio dei Monumenti 2014

Post n°2330 pubblicato il 29 Aprile 2014 da luger2
 

Con quest'anno Napoli festeggia la 20° edizione del Maggio Dei Monumenti 2014, che accompagnerà la cittàfino al primo giugno. Il tema di quest’anno sarà ispirato al celebre testo di Benedetto Croce “Storie e leggende napoletane” e la manifestazione del “Maggio” sarà abbinato con il tanto atteso Forum Universale delle Culture di Napoli. Naturalmente ci saranno anche quest’anno una serie di specifiche attività quali conferenze, reading e visite guidate che ricalcheranno il tema crociano e che presenteranno posti bellissimi della città e che saranno attuate con i contributi di varie associazioni del territorio. Altra novità che valorizza la città è la campagna promozionale del “Maggio” che è affidata anche quest’anno ai “giovani” dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. È molto probabile che il “Maggio” seguirà degli itinerari a tema, che seguiranno indice e argomenti del libro che fu pubblicato per la prima volta nel 1919 dalla Laterza. Ci saranno comunque otto percorsi artistico/letterari e/o itinerari turistico/culturali, ispirati alla opera di Benedetto Croce, che si svolgeranno nei cinque fine settimana del mese di Maggio, dal primo maggio al primo giugno 2014. Le visite saranno organizzate per gruppi dalle varie associazioni che hanno risposto al bando del Comune e saranno per gruppi di venticinque, trenta persone: si svolgeranno nella mattina dei giorni di sabato e domenica.

Segnaliamo alcune tra le mostre già note:

  • Biblioteca Nazionale – Palazzo Reale – Tra storie e leggende : la Napoli di Benedetto Croce – 28 Aprile – 28 Maggio 2014.  visitando i luoghi raccontati da Benedetto Croce ed  illustrati da una  bella mostra dedicata agli autografi crociani, custoditi nella Biblioteca Nazionale di Napoli: l’inaugurazione lunedì 28 aprile ore 17,00
  • Istituto Italiano per gli studi Storici – Palazzo Filomarino via B. Croce, 12 – La biblioteca di Croce e L’Istituto Italiano per gli studi Storici.- 5 Maggio – 31 Maggio 2014
  • Accademia Pontaniana – via Mezzocannone,8 – La presenza di Benedetto Croce nelle Accademie napoletane – 10 Maggio – 30 Maggio 2014
  • Società Napoletana di Storia Patria – Castel Nuovo – Le amorose indagini di Storia municipale -La mostra è visitabile durante i fine settimana di maggio: sabato (dalle 10 alle 18) e domenica (dalle 10 alle 13), fino a sabato 31 maggio.
  • Istituto italiano per gli studi filosofici- palazzo serra di cassano- via Monte di Dio, 14
    La realta’ di Napoli fra storia e mito. 
  • Ettore Spalletti - Un giorno così bianco, così bianco- Napoli, Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina di Napoli. Da domenica 13 Aprile a lunedì 18 agosto (10:00 – 19:30 Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato / 10:00 – 20:00 Domenica)
  • Andy Warhol - Vetrine - mostra, Palazzo delle Arti Napoli in via dei Mille – a cura di Achille Bonito Oliva, si terrà dal 18 aprile al 20 luglio 2014 al Pan,
  • Viaggio in Campania - Sulle orme del Grand Tour  - Da sabato 19 Aprile a mercoledì 31 dicembre 2014 -Gli itinerari, fruibili con ARTECARD con trasporti pubblici integrati o dedicati via mare e via terra, sono: “Il sogno di Napoli”, “Campi flegrei: mito, storia e natura”, “Passeggiate Vesuviane”, “Un viaggio tra profumi e colori della Penisola Sorrentina”, “Capri e Ischia, le isole del Grand Tour”, “Lungo il Miglio d’Oro”, “I percorsi della via Appia”, “La costa di Amalfi e le vie del Cilento”,”I fasti dei Borbone e le Regge” a cui si aggiunge da giugno a settembre, la nuova edizione notturna di “Herculaneum, Storie Sepolte”, che verrà arricchita dalle performance sul Vesuvio
  •  Scarica il programma completo

 
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“Terra dei fuochi: i negazionisti senza basi scientifiche”

Post n°2329 pubblicato il 15 Aprile 2014 da luger2
 

Aumenta la mortalità per cancro. E chi parla di errati stilidi vita lo fa in modo capzioso. Di più: chi ricovera ogni giorno centinaia dipersone per cancro giudica “la cosa peggiore sentir rimproverare gli ammalatiper gli stili di vita..”. Tonino Pedicini, direttore generale del Pascale,rilascia un’intervista a Pino Ciociola, giornalista e inviato del quotidiano“Avvenire”, pubblicata su You Tube. Un’intervista sulla Terra dei fuochi, e sull’atteggiamento che ha finora tenuto la comunità scientifica, destinata a far discutere. Perché per la prima volta un manager della sanità pubblica campana dice chiaramente che molti suoi colleghi hanno sposato un atteggiamento“negazionista” che non poggia su alcuna base scientifica e questo lo si è fatto soprattutto per “quieto vivere”. Pedicini dice, inoltre, quello che don Patriciello e Marfella dicono da tempo: la camorra e gli sversamenti illegalisono i veri guai della Terra dei fuochi. 

Un ultimo affondo, durissimo il direttore generale del Pascale lo riversa alle autorità sanitarie, alla Regione. L’istituto per i tumori aveva pronto un protocollo per avviare screening e prevenzione. “Ci aspettavamo di essere chiamati. Siamo rimasti inascoltati. Forse più e peggiodel popolo della Terra dei fuochi”. Pedicini scende così pesantemente in campo perché recentemente il Pascale ha presentato i dati sulla mortalità per cancro. Ora, insomma, non si tratta più di discutere. Ora ci sono i dati. Dopo mesi e mesi di facili ironie, di ironica sufficienza verso chi denunciava l’abbandono e la vergogna della Terra dei fuochi, finalmente qualcuno prende le distanze da quei sorrisini e da quella supponenza. Ma non tutti gli errori sono uguali: c’è chi ha sbagliato per dabbenaggine. E chi ha sbagliato in mala fede. Ora sarebbe il caso di distinguere e di fare i nomi. Per salvare tutti noi da questo disastro.

Dove il cancro uccide di più, per città e patologia:

Acerra: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al colon retto, alla vescica, al polmone.

Afragola: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone, alla vescica, per tutti itumori che colpiscono le donne, per tumore al fegato; è uno dei comuni conmortalità in eccesso per cancro al colon retto e alla mammella.

Arzano: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, al colon retto.

Bacoli: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, alla mammella.

Brusciano: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alcolon retto, al polmone, alla vescica, per tutti i tumori che interessano le donne.

Caivano: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, per tutti i tumori che riguardano le donne, per cancro alla mammella.

Camposano: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al polmone.

Casal di Principe: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, alla vescica, al fegato, alla mammella.

Casalnuovo di Napoli: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni conmortalità in eccesso per cancro al colon retto, al polmone, alla vescica, pertutti i tumori che riguardano le donne.

Casaluce: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al polmone, al fegato, alla mammella.

Casapulla: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, al colon retto, alla vescica.

Caserta: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al colon retto, al polmone, alla vescica, alla mammella.

Casoria: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, al colon retto.

Castellammare di Stabia: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, alla mammella.

Castel Volturno: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato.

Frattamaggiore: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al polmone, alla vescica, per tutti i tumori che riguardano le donne, al fegato, alla mammella.

Frattaminore: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al polmone.

Giugliano in Campania: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone, alla vescica; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per tutti  tipi di cancro che riguardano le donne, al fegato, al colon retto, alla mammella.

Gricignano di Aversa: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato

Maddaloni: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica.

Marano di Napoli: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato, al polmone, alla vescica; è uno dei comunicon mortalità in eccesso per cancro al colon retto, alla mammella.

Marcianise: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, al colon retto.

Mariglianella: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro alla vescica, al fegato.

Marigliano: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, alla vescica, per tutti i tumori che colpiscono le donne.

Melito di Napoli: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per tutti i tipi di cancro che colpiscono le donne, al fegato, al colon retto, alla mammella.

Mondragone: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, al polmone, al colon retto

Mugnano di Napoli: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, al colon retto, alla mammella.

Nola: presenta una differenza statisticamente significativaper tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alfegato, al polmone.

Orta di Atella: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al colon retto, al polmone, alla vescica.

Parete: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al colon retto, al fegato

Pomigliano d’Arco: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato.

Portici: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone

Pozzuoli: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro alla vescica.

Qualiano: presenta una differenza statisticamentesignificativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al fegato.

Quarto: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato.

Recale: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato.

San Cipriano d’Aversa: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per tutti i tipi di cancro che colpiscono le donne, al fegato, alla mammella.

San Felice a Cancello: presenta una differenzastatisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni conmortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato.

San Marcellino: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, al colon retto, al polmone.

San Nicola la Strada: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato.

San Prisco: è uno dei comuni con mortalità in eccesso percancro al polmone.

Santa Maria a Vico: è uno dei comuni con mortalità ineccesso per cancro al fegato, al colon retto.

 Santa Maria Capuavetere: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato, al polmone, alla mammella; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro alla vescica, per tutti i tipi di cancro che colpiscono le donne, al fegato.

 

Santa Maria la Fossa: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, al colon retto, al polmone.

Sant’Antimo: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato, al colon retto.

Sessa Aurunca: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato

Sparanise: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato

Terzigno: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, alla vescica

Teverola: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato, al polmone

Torre Annunziata: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccessoper cancro al polmone, alla vescica, alla mammella.

Torre del Greco: presenta una differenza statisticamente significativa per tumore al fegato; è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone , alla mammella.

Trentola Ducenta: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al fegato

Villa Literno: è uno dei comuni con mortalità in eccesso per cancro al polmone, al fegato

 
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Terra dei Fuochi, controlli straordinari fatti all’estero rivelano: “Prodotti sani”

Post n°2328 pubblicato il 08 Aprile 2014 da luger2
 

E' quanto emerge dal report conclusivo di Global Gap, una delle più grandi organizzazioni internazionali di certificazione agroalimentare. Terra dei Fuochi, controlli straordinari dall'estero rivelano:                            Il paradosso: tra i prodotti analizzati e certificati c'è anche la rucola di uno dei campi sequestrati nella Terra dei Fuochi. Terra dei Fuochi equivale a dire verdura al veleno? Una delle più grandi organizzazioni internazionali di certificazione, Global Gap, è venuta a verificare. In un documento, inviato in Italia a dicembre del 2013, l’organizzazione chiedeva nuovi campionamenti e analisi straordinarie ai produttori agricoli già certificati presso l’associazione che opera in oltre ottanta paesi del mondo ed è composta da più di cento organismi di certificazione indipendenti e accreditati. La campagna di campionamenti straordinari è partita sotto laspinta del dibattito mediatico, e ha coinvolto tutte le aziende certificatenell’area della Terra dei Fuochi. L’esito? Eccolo qui: “I risultati dell’indagine hanno dimostrato che tutti i prodotti certificati sono entro i limiti di contaminanti massimi regolamentati dall’Unione europea – si legge nel documento finale, questi valori  sono previsti in condizioni di produzione normali”. Una conclusione che non lascia spazio a dubbi, che si inserisce però in un contesto di allarme e guerra di perizie, sequestri di terreni e dissequestri: con la fuga dei grandi marchi, la confusione su inquinamento e alimentazione, un terrore sparso su tutto che sta affossando l’economia e l’agricoltura. A fronte di nessuna certezza scientificache vi sia veleno ovunque, nei prodotti delle province di Napoli e Caserta,assistiamo ad un continuo spopolamento e abbandono di campi. Delle realtà produttive analizzate in Campania, 9 sono in provincia di Caserta e 4 in provincia di Napoli. Sono stati ricercati diossine e metalli pesanti: mercurio,piombo, cadmio. Sono stati setacciati i prodotti di tutti i campi messi sotto la lente. Per essere sicuri di non incappare nel brutto vizio italiano, l’organizzazione ha affidato l’operazione a campionatori indipendenti che provengono dal Nord Italia, “per garantire la piena indipendenza e minimizzare il conflitto di interessi e pressioni da parte di produttori e poteri locali”. Nel dettaglio, non è stata ritrovata alcuna traccia di mercurio nella totalità dei campioni analizzati e nessuna traccia di metalli pesanti è stata rintracciata nel 44 per cento dei campioni: completamente puliti. Per il resto, come si evince dalle tabelle riportate all’interno del documento, tutti gli inquinanti sono al di sotto delle soglie stabilite dall’Unione europea. Per il piombo, ad esempio: “Le tracce di piombo rilevate non hanno superato le linee guida e i valori sono generalmente bassi”, si legge nel documento. “Valori – continua –che possono essere spiegati con una contaminazione ambientale generalizzata.Quindi non vi sono indizi per sospettare la presenza di una fonte aggiuntiva di contaminazione nei campi campionati”. Sono state trovate tracce di cadmio nel 33 per cento dei prodotti campionati, in ogni caso al di sotto dei limiti dell’Ue. I prodotti sono stati testati anche per le diossine e il risultato è che “sono ampiamente entro i limiti raccomandati dall’Europa e non ci sono indicatori che dovrebbero far dubitare della loro salubrità”. Ma qui nasce il paradosso: tra quei prodotti certificati econtrollati c’è anche la rucola di Caivano, in provincia di Napoli, zona daqualche tempo sotto la lente della magistratura. Ebbene, questa rucola provieneda uno dei campi sequestrati per sospetto avvelenamento delle acque del pozzo:le acque presenterebbero limiti fuori norma per alcuni inquinanti. “Una situazione incredibile – spiega Silvestro Gallipoli, agronomo che da tempo segue i produttori in quella zona – Una rucola che proviene da un terreno sequestrato viene analizzata dall’estero e si rivela assolutamente sana. E’ una beffa: intanto la nostra agricoltura sta morendo”. Queste certificazioni, insieme ad altre, sono confluite in un database che un gruppo di studio internazionale, la Task Force Pandora, sta raccogliendo: “E’ importante –afferma Paola Dama dell’Ohio State University, che coordina il gruppo - per ristabilire una corretta e trasparente informazione”. 

 
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Terra dei Fuochi: ecco i comuni dove si muore di più!

Post n°2327 pubblicato il 02 Aprile 2014 da luger2
 

A capo del progetto il prof. Maurizio Montella e l'equipe epidemiologica dell'Istituto Nazionale Tumori "Fondazione G. Pascale", coordinata dal direttore generale dell'ospedale. L'obiettivo è quello di creare una sorta di griglia analitica in grado di valutare gli eccessi di mortalità oncologica per i comuni della Terra dei fuochi .       Quali sono i risultati venuti fuori dallo studio del Pascale? Negli uomini hanno presentato un eccesso significativo per singole sedi i comuni di Afragola, Arzano, Caivano Giugliano in Campania, Quarto, Orta di Atella e Santa Maria Capua Vetere (tumore del polmone: 49%, 23%, 43%, 27%,1 8%, 47% e 24% rispettivamente), i comuni di Afragola Casalnuovo Qualiano e Santa Maria a Vico (tumore del colon-retto: 30%, 60%, 15% e 53%, rispettivamente).

Per le donne eccessi significativi sono stati osservati in entrambi periodi anche nei comuni di Torre del Greco e Santa Maria Capua Vetere.

Gli esperti del Pascale hanno sottolineato che attualmente non è ancora possibile trarre considerazioni conclusive riguardo una possibile correlazione tra aumento dei tumori e agenti inquinanti.

Si necessita perciò studi e indagini più specifiche in grado di stabilire con precisione le possibili connessioni esistenti tra le alterazioni bio-molecolari e l'esposizione a sostanze tossiche senza trascurare altresì le abitudini e stili di vita.

Intanto il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, al termine del vertice svoltosi in Prefettura. Gli uomini saranno affidati, nella misura di 50 e 50, ai prefetti di Napoli e Caserta e verranno destinati soprattutto alla Terra dei fuochi. Saranno soldati e non poliziotti. "E  rimarranno - puntualizza il ministro - finchè sarà necessario".  Si lavorerà su tre livelli: il primo consiste nel punire i responsabili. Il secondo nella bonifica delle aree evitando il rischio di ulteriori infiltrazioni. Terzo: evitare il grande paradosso per cui magari le aree bonificate vengono riutilizzate per nuove sversamenti illegali e nuovi depositi abusivi", ha detto Alfano. "Il messaggio che da oggi nasce da questa collaborazione è: "Bonifiche Camorra Free", visionare e stare attenti a tutti gli appalti in Campania.


 
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Il capitano Natale De Grazia morto perchè amava il mare

Post n°2326 pubblicato il 03 Marzo 2014 da luger2
 

L’ufficiale della Capitaneria di Porto aveva 38 anni. Stavaraggiungendo la città ligure, per completare delle indagini sui trafficiilleciti dei rifiuti, attraverso le navi a perdere. Morì durante il viaggio:avvelenato. E la certezza di ciò si è avuta solo da poco, all’esito del quartoesame autoptico. Il capitano morì dopo aver consumato un pasto in una stazionedi servizio sull’autostrada Salerno- Reggio Calabria. Il certificato di morteriporta quali cause del decesso le troppo generiche motivazioni “arrestocardio-circolatorio”. Il suo corpo fu sottoposto ad autopsia solo dopo unasettimana dal decesso e presso l’ospedale di Reggio Calabria, anziché NoceraInferiore dove era deceduto. Agli esami autoptici non è stato concesso diassistere al consulente medico della famiglia che chiese di ripetere gli esami.La seconda autopsia fu assegnata allo stesso perito che condusse la prima e irisultati di questi ulteriori esami, che confermarono ovviamente i dati dellaprima, furono trasmessi alla famiglia dopo circa dieci anni. Dopo la sua mortele indagini subirono un duro colpo e da allora la verità sulle “navi a perdere”non è mai stata rivelata fino agli sviluppi di questi ultimi tempi. Il 24Maggio 2001, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concessela medaglia d’oro al merito di marina “Alla Memoria” con le seguentimotivazioni: “Il Capitano di Fregata (CP) Spe r.n. Natale DE GRAZIA ha saputoconiugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca conl’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di PoliziaGiudiziaria, contribuendo all’acquisizione di elementi e riscontri probatori dielevato valore investigativo e scientifico per conto della Procura di ReggioCalabria. La sua opera di Ufficiale di Marina è stata contraddistinta da unaltissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificiopersonale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesseinvestigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nelsettore dei traffici clandestini ed illeciti operati da navi mercantili. Figuradi spicco per le preclare qualità professionali, intellettuali e morali, hacontribuito con la sua opera ad accrescere e rafforzare il prestigio dellaMarina Militare Italiana”.

 Il risultato dellavoro investigativo condotto dal capitano De Grazia è contenuto nei fascicolidell’inchiesta giudiziaria sull’affondamento della nave Rigel e altri “navi aperdere” presso la procura di Reggio Calabria archiviata nell’anno 2000.Risulta documentato che il capitano Natale De Grazia aveva trovato nella casadi Giorgio Comerio, un noto faccendiere investigato per smaltimento illecito discorie radioattive, un’agenda con l’appunto “Lost the ship” (la nave è persa)il giorno 21 settembre 1987, il giorno in cui è affondata la nave Rigel. Quelgiorno, secondo quanto stabilito dall’International maritime organization èaffondata soltanto quella nave. Inoltre nella casa del Comerio pare esser stataritrovata copia del certificato di morte di Ilaria Alpi, – giornalista italianadel TG3, assassinata in Somalia insieme all’operatore Miran Hrovatin mentre sioccupava di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. Comerio è l’ingegnereideatore del progetto O.D.M. (Oceanic disposal management) che prevedeva distipare rifiuti radioattivi in siluri (telemine) da sparare sotto i fondalimarini con l’ausilio di navi Ro-ro. Gli investigatori di Reggio Calabria, tracui il De Grazia, avevano scoperto che Comerio aveva trattato l’acquisto dellamotonave Rosso (nave Roro). Nel corso delle indagini Natale De Grazia ed i suoicollaboratori, maturarono la convinzione, che la Jolly Rosso doveva essereaffondata al largo del Golfo di S. Eufemia (CZ) per smaltire un carico dirifiuti pericolosi e per lucrare sul premio di assicurazione. Secondo gliinquirenti l’affondamento non riuscì e il 14 dicembre 1990 la nave si arenòsulla spiaggia di Amantea in località Formiciche e il carico della naveseppellito nell’alveo del fiume Oliva, poco distante il luogo dellaspiaggiamento. L’inchiesta è stata riaperta dalla procura di Paola nell’anno2004 e poi ma per mancanza di prove è stata archiviata a maggio 2009 perchél’ipotesi accusatoria non fu supportata da prove. Anche la città di La Speziagli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria alla memoria. «Era sconvolto, perlo scenario che aveva intuito. Lui adorava il mare, ed una notte mi disse allamoglie: “Anna, ma che mare stiamo lasciando ai nostri figli?”. Natale De Graziaè uno che ci ha provato a non chiudere gli occhi, e ha per questo pagato!  Quest’uomo deve essere per tutti noi adesempio  Lui non c’è più, ma il problemadel mare, è rimasto. Ed è di tutti noi. Però continuano ad avvenire fattigravi: come le continue scoperte di nuovi siti inquinati, come la nave caricadi armi di distruzione chimica, a Gioia Tauro. Nel solito martoriato sud. E noicittadini dobbiamo far sentire la nostra voce. L’ufficiale della Capitaneria diPorto aveva 38 anni. Stava raggiungendo la città ligure, per completare delleindagini sui traffici illeciti dei rifiuti, attraverso le navi a perdere. Morìdurante il viaggio: avvelenato. E la certezza di ciò si è avuta solo da poco,all’esito del quarto esame autoptico. Il capitano morì dopo aver consumato unpasto in una stazione di servizio sull’autostrada Salerno- Reggio Calabria. Ilcertificato di morte riporta quali cause del decesso le troppo generichemotivazioni “arresto cardio-circolatorio”. Il suo corpo fu sottoposto adautopsia solo dopo una settimana dal decesso e presso l’ospedale di ReggioCalabria, anziché Nocera Inferiore dove era deceduto. Agli esami autoptici nonè stato concesso di assistere al consulente medico della famiglia che chiese diripetere gli esami. La seconda autopsia fu assegnata allo stesso perito checondusse la prima e i risultati di questi ulteriori esami, che confermaronoovviamente i dati della prima, furono trasmessi alla famiglia dopo circa diecianni. Dopo la sua morte le indagini subirono un duro colpo e da allora laverità sulle “navi a perdere” non è mai stata rivelata fino agli sviluppi diquesti ultimi tempi. Il 24 Maggio 2001, l’allora presidente della RepubblicaCarlo Azeglio Ciampi concesse la medaglia d’oro al merito di marina “AllaMemoria” con le seguenti motivazioni: “Il Capitano di Fregata (CP) Spe r.n.Natale DE GRAZIA ha saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e lacompetenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridichedell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, contribuendo all’acquisizione dielementi e riscontri probatori di elevato valore investigativo e scientificoper conto della Procura di Reggio Calabria. La sua opera di Ufficiale di Marinaè stata contraddistinta da un altissimo senso del dovere che lo ha portato, aprezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni edatteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hannoavuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini edilleciti operati da navi mercantili. Figura di spicco per le preclare qualitàprofessionali, intellettuali e morali, ha contribuito con la sua opera adaccrescere e rafforzare il prestigio della Marina Militare Italiana”.                       Natale De Grazia

 Il risultato dellavoro investigativo condotto dal capitano De Grazia è contenuto nei fascicolidell’inchiesta giudiziaria sull’affondamento della nave Rigel e altri “navi aperdere” presso la procura di Reggio Calabria archiviata nell’anno 2000. Risultadocumentato che il capitano Natale De Grazia aveva trovato nella casa diGiorgio Comerio, un noto faccendiere investigato per smaltimento illecito discorie radioattive, un’agenda con l’appunto “Lost the ship” (la nave è persa)il giorno 21 settembre 1987, il giorno in cui è affondata la nave Rigel. Quelgiorno, secondo quanto stabilito dall’International maritime organization èaffondata soltanto quella nave. Inoltre nella casa del Comerio pare esser stataritrovata copia del certificato di morte di Ilaria Alpi, – giornalista italianadel TG3, assassinata in Somalia insieme all’operatore Miran Hrovatin mentre sioccupava di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. Comerio è l’ingegnereideatore del progetto O.D.M. (Oceanic disposal management) che prevedeva distipare rifiuti radioattivi in siluri (telemine) da sparare sotto i fondalimarini con l’ausilio di navi Ro-ro. Gli investigatori di Reggio Calabria, tracui il De Grazia, avevano scoperto che Comerio aveva trattato l’acquisto dellamotonave Rosso (nave Roro). Nel corso delle indagini Natale De Grazia ed i suoicollaboratori, maturarono la convinzione, che la Jolly Rosso doveva essereaffondata al largo del Golfo di S. Eufemia (CZ) per smaltire un carico dirifiuti pericolosi e per lucrare sul premio di assicurazione. Secondo gliinquirenti l’affondamento non riuscì e il 14 dicembre 1990 la nave si arenòsulla spiaggia di Amantea in località Formiciche e il carico della naveseppellito nell’alveo del fiume Oliva, poco distante il luogo dellaspiaggiamento. L’inchiesta è stata riaperta dalla procura di Paola nell’anno 2004e poi ma per mancanza di prove è stata archiviata a maggio 2009 perchél’ipotesi accusatoria non fu supportata da prove. Anche la città di La Speziagli ha riconosciuto la cittadinanza onoraria alla memoria. «Era sconvolto, perlo scenario che aveva intuito. Lui adorava il mare, ed una notte mi disse allamoglie: “Anna, ma che mare stiamo lasciando ai nostri figli?”. Natale De Graziaè uno che ci ha provato a non chiudere gli occhi, e ha per questo pagato!  Quest’uomo deve essere per tutti noi adesempio  Lui non c’è più, ma il problemadel mare, è rimasto. Ed è di tutti noi. Però continuano ad avvenire fattigravi: come le continue scoperte di nuovi siti inquinati, come la nave caricadi armi di distruzione chimica, a Gioia Tauro. Nel solito martoriato sud. E noicittadini dobbiamo far sentire la nostra voce.

 
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Michele Liguori il vigile simbolo lotta a ecomafie è morto da eroe!

Post n°2325 pubblicato il 19 Gennaio 2014 da luger2
 

E'morto all'età di 59 anni Michele Liguori, il vigile urbano di Acerra che èdiventato uno dei simboli della lotta contro lo sversamento di rifiuti cheavvelenano la Terra dei fuochi, in Campania. Liguori, che era l'unico vigiledel settore ambiente della Polizia municipale di Acerra, era affetto da duetumori che gli erano stati diagnosticati a maggio. I funerali di Liguorisaranno celebrati lunedì alle 10,30 nella chiesa di Sant'Alfonso ad Acerra,come ha fatto sapere la polizia municipale. Si èsempre battuto contro l’avvelenamento della sua terra, ma non è riuscito asconfiggere i due tumori che nemmeno un anno fa ha scoperto di avere. Se ne èandato domenica all’alba Michele divenutouno dei simboli della lotta controlo sversamento di rifiuti che avvelenano la Terra dei fuochi,non era solo un vigile urbano per gli abitanti di Acerra, era un simbolo di quella lotta comune allosversamento di rifiuti che avvelenano la tristemente nota Terra dei fuochi. Intantoi comitati che si battono contro lo sversamento dei rifiuti, continuano labattaglia condivisa da Liguori fino all'ultimo. Proprio ieri, a Napoli, gliattivisti sono tornati per avere lamassima trasparenza sulle bonifiche, e lo stop ai roghi tossici."È come don Peppe Diana, un eroe. Nel suo sangue c'erano alte percentualidi Pcb, la stessa sostanza che è presente nei regi lagni e che ha avvelenato legreggi ad Acerra" , tuona dal suo blog il tossicologo Antonio Marfella.
 MicheleLiguori era stato anche uno dei protagonisti del docu-film "Biutifulcauntri" sugli scempi del traffico di rifiuti tossici in Campania.Centinaia di messaggi di cordoglio sono giunti alla famiglia da tutt'Italia etramite Facebook. Il video della sua ultima intervista rilasciata al quotidianoLa stampa" è tra i più cliccati sulla rete.
I camorristil’avevano soprannominato in modo sprezzante: «O’ vigile chiatto co à barb». Eral’unico fuori dal giro. L’unico che non serviva per fare affari con i rifiutitossici. «Lui non ha mai offerto coperture» ha dichiarato il pentito PasqualeDi Fiore, a proposito di Michele Liguori. 

I due tumori gli hannodivorato la pancia, colpa della diossina, PCB 118 e PCB 126, cioè gli stessiagenti patogeni che avevano avvelenato le greggi ormai dodici anni fa.  Daallora nulla è cambiato. Si continua a morire ogni giorno. Non esiste unregistro tumori della Regione Campania. I fusti sono ancora interrati inlocalità Calabricito. I cavolfiori e le fragole vengono coltivati in questastessa terra, davanti alle recinzioni. Ogni notte, la ciminiera dell’exMontefibre sputa fiammate da cui ricadono lapilli e cenere nera, che sideposita ovunque. Un pentito ha raccontato che l’impresa edile dei fratelliPellini, dal 1998 al 2005, è stata costruita usando cemento impastato con amianto.Non solo le verdure, la frutta, le bestie, i contadini, ci sono anche setteanni di edilizia tossica da considerare. Ma ancora nessuno ha apertoun’inchiesta per capire quali palazzi siano pericolosi per la salute pubblica. 

 «Il mio lavoro non èservito», disse il vigile urbano con un filo di voce scura. La moglie Maria,sempre al suo fianco. Per sette anni, è andato a vedere ogni fuoco e ogni sversamento.«Un giorno è tornato con le suole che si squagliavano sul pavimento dellacucina - racconta la signora Liguori - non so dove avesse camminato, ma lescarpe erano letteralmente in decomposizione. Un’altra volta ha perso la voceall’improvviso. Certe notti lo annusavo sconcertata, trasudava odore chimico,puzzava di pneumatici bruciati». Il vigile Liguori scattava fotografie,stendeva rapporti. Denunciava. Chiedeva aiuto. Nell’epicentro del disastro, luiera l’unico agente della sezione ambientale di Acerra, il che rende l’idea. Maper due anni è stato addirittura spostato ad aprire la porta del castello delpaese, perché era considerato «troppo zelante».   Alla fine, è tornato sulcampo di battaglia, a respirare veleni per altri due anni, dal 2011 al 2013. Inperfetta solitudine. «A maggio si fece giallo di colpo - racconta Maria Liguori- prima si pensava fosse la colecisti, poi scoprimmo i tumori». E’ una donnacon un sorriso dolce e disperato. «Sappiamo che in paese molti sono felici diquesta nostra tragedia, abbiamo provato a scappare. Ma ai concorsi, Michelearrivava sempre secondo». Il vigile Liguori rigirando a fatica nel suo letto,ha un lampo di rabbia negli occhi lenti: «Questa è la terra di mio padre e dimio figlio, non potevo far finta di non vedere. A me i vigliacchi non sono maipiaciuti». Per lui nessuna indennità, ovviamente. Neppure una telefonata diringraziamento. E se volete verificare da vicino perché l’Italia è un Paeseperduto, venite qui con in mano le sentenza del Tribunale di Napoli, Sestasezione penale, sul caso Acerra.  Vi si racconta del maresciallo deicarabinieri Giuseppe Curcio, comandante della «locale stazione». Scriveva iverbali al posto degli avvelenatori, per non scomodarli inutilmente. Avvisavadi ogni controllo, insabbiava le denunce dei cittadini onesti. Sono statisversati rifiuti tossici persino nel parco archeologico. Hanno rimpinzato lefosse comuni dei guerrieri sanniti con scarti di fonderia. Piombo e denaro.Tonnellate di banconote della zecca, destinate al macero, sono state seppellitequi. Con amianto, materiali gassosi che innescavano fiammate improvvise, vecchitelefoni a rotelle della Sip, liquami delle industrie del Nord. Nelleintercettazioni li senti dire: «Questa roba puzza troppo. Scegli tu, dammi dueo tre codici diversi». Scrivevano quello che volevano sulle certificazioni,tanto avevano contro soltanto il vigile grasso.  

 «Dal 1999 nulla èstato fatto per bonificare», dice l’oncologo Antonio Marfella. Lavoraall’Istituto Tumori di Napoli. E’ stato il primo a far analizzare in Canada, asue spese, il sangue del pastore Cannavacciulo, morto di tumore a maggio del2007: «Perché gli ottocento laboratori pubblici della Regione Campania nonerano attrezzati». I canadesi, invece, hanno risposto a stretto giro di posta.«Nel sangue del pastore, così come in quello delle sue pecore, c’era un livellodi diossina 400 volte superiore al consentito». Ma i livelli sono ancora altioggi. «Ma in questi anni lo Stato ha trattato peggio gli uomini delle bestie -dice il dottor Marfella - per comprendere cosa stia succedendo a unapopolazione di 3 milioni di abitanti, a fronte di 12 milioni di tonnellate dirifiuti tossici accertati, hanno campionato 84 casi». Quando la famigliaCannavacciulo si era rivolta a lui, l’oncologo Marfella non conosceva questastoria: «Pensavo bastasse un richiamo alle istituzioni, ritenevo che fosserodistratte o molto impegnate. Ma ora, dopo sei anni di immobilismo, ho capito:erano colluse».  

 Acerra è un perfettolaboratorio italiano. Per i fratelli Pellini il reato di disastro ambientale èstato prescritto. E anche la condanna in primo grado per traffico di rifiutiilleciti rischia di cadere in prescrizione in appello. Il maresciallo Curcio,seppur condannato, gira per il paese a testa alta. Mentre gli unici due operaidell’impresa di smaltimento fanghi, che avevano avuto il coraggio di raccontarecon quali sostanze preparassero il cemento, non vivono più. «Sono statomassacrato di botte - ci racconta uno di loro - ho il cancro. Ho paura per me eper i miei figli. 

All’Asl Napoli2 le«esenzioni ticket per soggetti affetti da patologie neoplastiche maligne» sonoaumentate del 34,1 per cento in tre anni. Ad Acerra erano 427 nel 2009, sonodiventate 774 nel 2012 (+81,2%). «Mancano i soldi per la bonifica», ma  la ditta incaricata di smaltire almeno i fustiinterrati in località Calabricito ha già preso i soldi, senza mai eseguire illavoro.  In pochi posti al mondo si può soffrire di solitudine come inquesto pezzo di Italia. «E’ andata così - disse Liguori - la gente vede quelloche succede, ma non vuole impicciarsi. Non capisce che per colpa dei velenimoriranno anche i nostri figli». La flebile luce del tramonto filtra nellacamera dell’agonia. Le persiane sono ricoperte di una patina nera collosa. Ilimoni in giardino non danno più frutti. Alle cinque del pomeriggio, gli occhidel «vigile zelante» si chiudono per la fatica. E’ morto un eroe!

http://www.lastampa.it/2014/01/19/multimedia/italia/non-potevo-far-finta-di-nulla-ora-rischio-la-morte-jaOdmej3FVEqJiY8pZZ5gP/pagina.html

 
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Terra dei fuochi, chi ha bruciato la Campania felix!

Post n°2324 pubblicato il 18 Gennaio 2014 da luger2
 

LA STORIA del suicidio più drammatico avvenuto nei paesi mediterranei, ovvero l'eliminazione di una grossa parte delle primizie dell'agricoltura a favore dell'economia illegale dei rifiuti, per qualche giorno è sembrata interessare i media nazionali e la politica.D'improvviso il tema dell'avvelenamento delle terre campane ha attraversato ildibattito nazionale. Negli anni 80,viene stilato dalla sezione del Partito comunistadi Casal di Principe un documento dove si denunciava, mentre accadeva,l'avvelenamento dei terreni, la fine per sempre della Campania felix. Sapevanogià tutto. È per questo che quando Carmine Schiavone nel 1997 diceva che gli abitanti della Terra dei fuochi "sarebbero tutti morti nell'arco di venti anni" sbagliava: essi erano già morti, civilmente morti.
Sono anni in cui la Terra dei fuochi, ha finito con il fagocitare interi comuni, estendendo sempre più i suoi confini. Da quando Peppe Ruggiero di Legambiente usò questa suggestiva espressione, così lontana dalla Terra del fuoco descritta da Magellano. Come l'esploratore portoghese vide dal mare i fuochi sulla costa, così chi viaggia sulla Strada Statale 7 bis Terra di Lavoro (la Nola- Villa Literno) o sull'Asse Mediano, se distrae lo sguardo dall'asfalto vede tutt'intorno fumo salire dalla terra e se abbassa il finestrino sente un odore acre che brucia in gola lasciando un sapore acido. Un odore cui non è possibile assuefarsi.

Ma come è potuto accadere? Come è stato possibile intombare tanti rifiuti tossici, fino a renderne difficile se non impossibile l'estrazione dal suolo? C'è la via"legale", in cui da 30 anni diverse aziende del Nord hanno appaltato- e purtroppo ancora appaltano - lo smaltimento dei loro rifiuti speciali a ditte specializzate, apparentemente legali, che fanno enormi sconti: specialmente in una congiuntura economica come questa, possono fare la differenza tra sopravvivere o fallire. È una dinamica chiara, in cui anche grandi Paesi industrializzati dicono di non essere in grado di osservare i vincoli posti dal Protocollo di Kyoto!  Gli stakeholder italiani (cioè imediatori tra industria e ditte che smaltiscono) sono riusciti, nel 2004, a garantire che ottocento tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di una azienda chimica, fossero trattate al prezzo di venticinque centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari. Le aziende che in questo modo si liberano dei rifiuti prodotti sono colpevoli, ma allo stesso tempo tutelate, perché le ditte che forniscono il servizio di smaltimento producono documentazioni legali. Poi, il gioco sporco comincia con i giri di bolla che fanno risultare che il ciclo è rispettato. Quello dei giri di bolla è il secondo passaggio e avviene nei centri di stoccaggio. I titolari fanno in modo di raccogliere i rifiuti speciali che, in molti casi,miscelano con rifiuti ordinari, diluendo la concentrazione tossica e declassificando la pericolosità dei veleni.
E poi c'è la via criminale. Lo smaltimento illegale tramite combustione: i fuochi! Bruciare copertoni, bruciare vestiti, ogni sorta di plastica, bruciare cavi di rame per liberarsi della guaina, bruciare rifiuti d'ogni sorta speciali e ordinari. È la folle scorciatoia presa da chi vuole evitare costi di smaltimento elevati. Si brucia perché così si diminuisce la massa dei rifiuti e poi si mescolano al terreno le ceneri. Queste terre vengono considerate spazi da riempire, spazi su cui guadagnare. Capita, quandosi viaggia in questa parte di Paese, di vedere aree di sosta colme di rifiuti.Il pensiero più immediato e il più lontano dalla realtà, è pensare che i campani siano incivili perché invece di differenziare la loro spazzatura, invece di gettarla semplicemente nel cassonetto sotto casa, si prendono la briga di caricarsela in macchina e di lasciarla in strada per dare di sé e della propria terra l'ennesimo mortificante spettacolo. Non è così. Quelle aree di sosta sono spazio, metri quadri dove sversare. Tutto questo è l'esatto contrario di ciò che sembra. Non è inciviltà. È criminalità, una forma organizzata di guadagno. Sommando la superficie di tutte le piazzole di sosta del napoletano e del casertano, ingombre di rifiuti, si raggiungerebbe l'estensione di una grande discarica. E questo è anche il segno dello stadio terminale del disastro. Il rifiuto non è più identificabile, circoscrivibile: il rifiuto ha pervaso le nostre vite. Avanza, fino quasi a lambirci o a sommergerci, come è già accaduto nella città di Napoli qualche anno fa. Ma come si è arrivati a tanto? Perché queste terre preziose per le coltivazioni sono diventate cimitero per rifiuti? Pomodori, broccoli, zucchine, cicoria, cavolfiori, fave, peperoni. E poi arance, mandarini, mele, pere. Tutti questi prodotti, la grande distribuzione ha iniziato a pagarli ai coltivatori campani sempre meno. Il rischio, se non avessero accettato di abbassare i prezzi, era che li avrebbero acquistati all'estero, in Libano, in Grecia, in Spagna. E così cade la barriera:l'agricoltura smette di essere la fonte primaria di guadagno per i coltivatori diretti che spesso cedono o affittano una parte delle loro terre alle imprese,o più spesso a loro intermediari, per lo sversamento illecito di rifiuti. Con quei guadagni vanno avanti e mantengono in parte le coltivazioni, tratti in inganno dalle rassicurazioni che quei rifiuti non arrecano danno. Ben presto si scopre che non è così. Che spesso si tratta di sostanze tossiche che fanno marcire interi raccolti.
Una domanda non può essere elusa. Chi sono i responsabili di questo disastro ambientale e umano? Io credo che personificare il male sia inutile artificio, quando ci si trova al cospetto di una tale sequela di opere, omissioni, silenzi e ferma volontà di ignorare quello che accadeva. La puzza c'è sempre stata e per i nuovi nati è divenuta normalità,come le piazzole di sosta delle statali divenute discariche improvvisate. Quei silenzi, quelle omissioni e a volte quelle opere, sono state della borghesia campana, napoletana e casertana nello specifico. Il disastro ha creato un indotto economico, foraggiato dalla politica dell'emergenza. E poi ci sono le responsabilità politiche, al di là di quelle giudiziarie. Solo se accettiamo tutto ciò, possiamo poi risalire fino a coloro i quali, plebiscitariamente eletti, hanno rappresentato il potere in Campania negli ultimi anni. Due personalità si stagliano in questo scenario di morte: Antonio Bassolino e Nicola Cosentino. Il primo è reduce da una piena assoluzione all'esito del processo che avrebbe dovuto ricostruire le eventuali responsabilità connesse al disastro del ciclo dei rifiuti in Campania. Il secondo èattualmente sotto processo, anche con riguardo alle vicende del consorzio Eco4:la rete dei consorzi di gestione del ciclo dei rifiuti ha costituito l'ossatura del sovvertimento democratico, che ha condotto allo spreco di risorse pubbliche, che ha prodotto enormi profitti per la criminalità organizzata e che ha compromesso in maniera difficilmente rimediabile una qualsivoglia normalità nella gestione dei rifiuti. I consorzi erano retti da un sistema di potere consociativo. Nei consorzi centrosinistra e centrodestra sono sempre stati alleati. Per la enormità di queste evidenze il peso che incombe sulla Procura della Repubblica di Napoli è enorme: il fallimento di un processo durato anni può rappresentare un boomerang devastante. Il tentativo di sanzionare le responsabilità politiche con lo strumento del processo penale, può implicare due terribili conseguenze: da un lato, l'incapacità di focalizzare le reali responsabilità penali qualora esse vi siano; dall'altro, il rischio di trasformare l'assoluzione all'esito del processo in un'assoluzione anche dalle responsabilità politiche. È quello che è successo con Antonio Bassolino, la cui assoluzione in tribunale non cancella però la responsabilità che come politico ha avuto nel permettere che tutto degenerasse fino a questo punto. Quali le prospettive? Che fare? E’ necessario procedere a una perimetrazione a carattere scientifico delle zone inquinate con l'introduzione del divieto di produzioni agricole per le stesse con la previsione di incentivi per produzioni non agricole (tipo bioetanolo) e la necessità di associare a ogni area un valore preciso, perché non tutte le aree sono state sfruttate allo stesso modo, non tutte hanno lo stesso grado di inquinamento, non tutte presentano tracce delle medesime sostanze e non tutte nelle stesse quantità. È evidente che alcune terre sono totalmente compromesse, mentre altre possono essere bonificate e recuperate all'agricoltura con interventi meno incisivi e quindi anche meno costosi. Ciò che è certo è che bisognerebbe uscire definitivamente,  - dalla logica della emergenza, che nel sud Italia e in Campania in particolare si è fatta cultura. È il tempo di chiamare a offrire alternative al disastro a quei giovani espulsi dalla mancanza di lavoro. La storia di Vincenzo Cenname, primo cittadino di Camigliano, in provincia di Caserta, dovrebbe insegnare a tutti che la soluzione c'è già e bisogna solo fare in modo che venga fuori. Osteggiato dal sistema dei consorzi, Cenname ha resistito, appoggiato dai suoi concittadini, ed è riuscito ad organizzare la raccolta differenziata in totale autonomia: e funziona.
Il danno di questi giorni, che si aggiunge alla devastazione dell'inquinamento e allo sconforto che accompagna il pensiero costante della mancanza di un futuro dignitoso, è che tutto sembra avvelenato. Ogni qual volta si generalizza sull'agricoltura campana o addirittura si iniziano a vedere nei supermercati "questo prodotto non viene dalla Campania", si sta favorendo l'economia camorristica: in che modo? I prodotti campani diventano invendibili, a quel punto entrano nel mercato illegale. I prodotti avvelenati vengono mischiati con quelli sani e i clan li portano nei mercati ortofrutticoli che - come le inchieste delle Dda su Fondi e Milano hanno dimostrato - sono stati spessoinfiltrati dal potere delle cosche. Quei prodotti saranno clandestinamente richiestissimi dai grossisti perché potranno comprare a costo bassissimo e rivenderli come prodotti del nord a costi alti e l'etichetta "non prodotto in Campania".
Terre a vocazione agricola, terre di pascolo,terre a vocazione turistica, terre di bellezza, avvelenate sistematicamente sotto il sole, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi di chi è rimasto impotente in un paese dove ormai si è convinti che riformare le cose sia impossibile. Ciò che resta è il vigliacco piacere di volerle abbattere pensando a un mondo meraviglioso e nuovo che non verrà mai. E in nome di questo mondo si sta rendendo il quotidiano un inferno invivibile.                       

 
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L’Esercito nella terra dei Fuochi

Post n°2323 pubblicato il 16 Gennaio 2014 da luger2
 

A cose fatte, per contrastare le ecomafie nella tristemente nota Terra dei Fuochi, scenderàin campo l’Esercito, il Governo ha infatti dato parere favorevole all’impiegodei militari tra le province di Napoli e Caserta. Ad annunciarlo è stato ilsottosegretario alla Difesa, Gioacchino Alfano, che ha commentato: “Il decreto havisto le forze politiche, una volta tanto, tutte d’accordo, o quasi,nell’offrire soluzioni concrete per risolvere un problema specifico”. Ma chec'entra l'esercito professionale con l'emergenza veleni, con le bonifiche dafare, ecc? La spiegazione, illumina sul senso politico leggermente dittatorialeche sta dietro la decisione: le forze armate potranno infatti essere utilizzatein Campania, per “operazioni di sicurezza e di controllo del territorioprioritariamente finalizzate alla prevenzione dei delitti di criminalitàorganizzata e ambientale”. Ora che il danno è fatto? Ora che si sa che laCamorra sosteneva elettoralmente - e non solo - la destra berlusconiana inCampania? Al punto che un parlamentare come Cosentino, accusato di essere ilpunto di collegamento del clan dei Casalesi e per questo arrestato, eraaddirittura arrivato a ricoprire la carica di viceministro dell'economia?Contro chi verrà schierato a questo punto l'esercito? Resta solo la popolazioneche protesta... Ma quanti soldativerranno mandati? Non pochi; “un contingente massimo di 850 unità” e non oltre“il 31 dicembre 2014″, prorogabile al massimo per un anno. La commissioneAmbiente della Camera ha infatti introdotto queste due decisioni nel decretolegge "Terra dei fuochi Ilva". Ma non basta. “Nel corso delleoperazioni di cui al comma 2 (sicurezze e controllo, ndr) i militari delleForze armate – come recita il comma 2-bis – agiscono con le funzioni di agentidi pubblica sicurezza“. Potranno dunque eseguire arresti, cariche, blocchistradali, perquisizioni, ecc. Con la scusa della criminalità - che come abbiamovisto è arrivata spesso direttamente al governo - si militarizza un territorioavvelenato in cui la popolazione ha cominciato a prendere coscienza,mobilitandosi, dei suoi nemici. Vicini (la camorra, appunto) e lontani (igoverni). Le vittime dell'inquinamento sono vittime due volte: pagano il prezzodei veleni con cui sono costretti a coabitare e soffrono il silenzio di unStato "disertore" che passa gran parte del proprio tempo a far fintache non esistano. Il fate prestodel cardinale Sepe sul dramma della Terra dei Fuochi, pronunciato qualchegiorno fa' e frettolosamente archiviato dai circuiti dell'informazione e dellapolitica, individua, con precisione disarmante, le responsabilità di un Paeseche, rispetto all'inquinamento, quello che fa ammalare e che uccide, è colpevolmenteabituato a non fare nulla. La Terra dei Fuochi non è solo un dramma umanitario:rappresenta un crimine reiterato ai danni di intere generazioni che la camorra,la politica, la corruzione, l'avidità, la stupidità hanno condannato allasofferenza. La supplica amara edisillusa del cardinale Sepe determina la sensazione di abbandono,disinteresse e colpa. Racconta e amplifica lefrustrazioni di chi si ammala e muore in territori dove, insieme ai veleni,vanno in fumo la salute, la vita e la speranza. Nell'Italia dell'inquinamentodimenticato sopravvivono generazioni contaminate e condannate da sceltepolitiche incomprensibili, dall'industrialismo ignorante che ha caratterizzatolo sviluppo, senza domande, del nostro Paese. Generazioni dimenticate dalloStato che, invece di chiudere i rubinetti dell'inquinamento e imporre lebonifiche, valuta, media, temporeggia, contratta, anche con chi è responsabiledi disastri perpetui. Come se, in luoghi dove più di un quarto delle mortihanno un colpevole che si chiama cancro, ci possa ancora essere qualcosa damediare. I dati parlano il linguaggio della verità che, come sempre, è duro. Secondo il Rapporto Sentieri (uno studio dell'Istituto Superiore Sanità),che ha monitorato i morti nei Siti d'Interesse Nazionale da bonificare (SIN)nel periodo tra il 1995 e il 2002 nel Litorale Domizio Flegreo e nell'AgroAversano i morti per tumore sono stati 18.408 su un totale di 69.913: inquell'area il cancro pesa per il 26,33% dei decessi. Molti medici campani, però,ritengono che si tratti di dati fortemente sottostimati a causa della mancanza, dei registri regionali sui tumori ed, in ogni caso, destinati acrescere nel corso degli anni. Le diapositive dell'inquinamento raccontanoun'altra Italia, lontana dal paradigma di Belpaese che tutto il mondo dovrebbeinvidiarci, per arte, paesaggio e cibo. Ci raccontano la storia di Taranto doveuna mamma può piangere mentre allatta il proprio bimbo per paura di avvelenarlocon la diossina che trasmette mentre gli dona il nutrimento. Ci raccontano diTrieste e della sua Ferriera dimenticata dove, solo la Bora, fredda e violentariesce, di tanto in tanto, a ripulire l'aria e a far dimenticare il malessereche abitanti e lavoratori di Servole sono costretti a respirare. Ci raccontanodi Priolo e di altre 41 ferite censite e classificate sotto la sigla SIN: sitiche, secondo una legge dello Stato dovrebbero essere bonificati ma su cuinessun governo ha mai avuto il buon senso di mettere le mani. Ci ricordano ilmistero mai risolto delle navi fantasma affondate, a tradimento, con i lorocarichi, inconfessabili, di veleni. L'Italia di oggi è un campo minato che,all'improvviso, vomita una bomba ecologica. E' successo con l'A4, autostradache, nel tratto di Castegnato, poggia su una montagna di scorie tossiche conconcentrazioni di cromo esavalente 1400 volte superiore ai limiti di legge. L'Italia dichi soffre a causa dell'inquinamento ha la voce insicura di genitori cheguardano i propri figli con la paura del domani; ha gli occhi tremanti delgiovane internista di una clinica di Acerra che, con i numeri, ti racconta labattaglia contro gli esiti delle colonscopie; parla attraverso le lacrime,trattenute a stento, della farmacista tarantina che ogni giorno, fa i conti conuna nuova impegnativa per farmaci oncologici. L'Italia dell'inquinamento è ilpaese di quasi 6 milioni di persone che non sanno cosa mangiano, cosarespirano, perché si ammalano e perché muoiono. Ecco perché nel Belpaese deiveleni e dei rinvii, dove si discute solo di legge elettorale e di elezioni emai di bonifiche tavoli e cabine di regia utili solo a prendere tempo non hannopiù diritto di cittadinanza: per chi vive la disperazione avvelenata,"fare presto" significa "fare ora".        

 
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"Terre dei fuochi" sul processo Chernobyl incombe lo spettro della prescrizione!

Post n°2322 pubblicato il 16 Dicembre 2013 da luger2
 

 L'affare sporco dello smaltimento illegale di rifiuti tossici e pericolosi investe tutte le province della Campania e parte della Puglia: trentotto imputati tra imprenditori, autotrasportatori e agricoltori che si sono prestati a sotterrare nei loro terreni, in cambio di poche centinaia di euro, veleni spacciati per fertilizzante. Un giro d'affari di 50 milioni di euro.“

La Campania e il foggiano "come Chernobyl". Eppure potrebbero non essere mai giudicati in un'aula di tribunale i gestori degli impianti di compostaggio che, secondo le accuse dei pm, distribuivano i veleni ai contadini. Stessa sorte,nessun processo, per i titolari delle società alle quali era affidato lo smaltimento di quattro depuratori della Campania, per gli autotrasportatori che sempre secondo l'accusa, sversavano i rifiuti pericolosi nei fiumi e nei terreni. Un torbido giro di soldi e veleni, secondo i pm, che vede come terminali gli agricoltori che accettavano di sotterrare quei veleni nei loro appezzamenti, chiudendo un occhio in cambio di 600 euro a camion. 980.000 tonnellate di rifiuti pericolosi abbandonati nell'ambiente e un giro d'affari da capogiro stimabile, per difetto, in 50 milioni di euro, soltanto nel periodo di attività illecita monitorata, dal gennaio 2006 al luglio 2007.

 Il processo Chernobyl (non ancora partito) è la descrizione agghiacciante di un mercato criminale, fermato soltanto nel 2007 grazie alle indagini partite dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, e di un attentato alla salute pubblica. Uno scempio ambientale consumato prima in provincia di Napoli e Caserta e poi nel resto della regione, a Salerno (Vallo di Diano, Picentini e Piana del Sele), Avellino e Benevento. Fino a lambire la Puglia, in particolare la provincia di Foggia. Un nome terribile "Chernobyl", come la città ucraina tristemente nota per il disastro ecologico provocato dallo scoppio del reattore nucleare - ma anche una storia già nota, quella della Campania che rappresenta il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia. E dove la "Terra dei fuochi" di cui leggiamo sulle cronache nazionali non sembra essere circoscritta soltanto ai territori napoletani e casertani.

 L'ITER PROCESSUALE LUNGHISSIMO - Eppure, oggi, sul processo Chernobyl incombe il rischio della prescrizione, almeno per i reati minori, perché i termini scadranno a marzo. Com'è possibile? L'udienza preliminare del processo è statarinviata al 30 gennaio prossimo dal gup di Salerno Dolores Zarone per difetto di notifica di alcuni atti, dopo il passaggio del procedimento dalla prima sezione penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a quello di Salerno, perché i reati più gravi contestati ai 39 imputati (uno dei quali è deceduto nel 2010) sarebbero avvenuti proprio nel salernitano, oltre che al confine tra l'avellinese e il beneventano e nel foggiano. Un iter lunghissimo, insomma, che tra fascicoli trasferiti da una procura all'altra e competenze territoriali dei tribunali, rischia di far cadere tutto nel dimenticatoio.

 LE ACCUSE E LE AZIENDE COINVOLTE - Cinque società specializzate nel compostaggio o nello smaltimento di scorie tossiche e nocive. Quattro depuratori - Cuma a NapoliOvest, Orta di Atella a Napoli Nord, Area casertana a Marcianise e Mercato San Severino - destinati per legge al trattamento delle acque reflue. Mette i brividi il decreto con il quale Donato Ceglie, sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, nel luglio 2007 chiese al gip Marcello De Chiara il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, localizzando nel dettaglio le "Terre dei fuochi" campane e foggiane. La richiesta è stata ribadita, nel settembre 2013, al gup Zarone anche dai pm salernitani Rocco Alfano, Mariacarmela Polito e Giancarlo Russo. Le accuse del sostituto procuratore Ceglie sono gravissime:associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti ambientali,traffico illecito di rifiuti speciali, disastro ambientale doloso che determina "palesi, evidenti, gravissime conseguenze negative e pericolose per la salute dei cittadini", gestione illecita di rifiuti inquinanti dispersi nell'ambiente, danneggiamento aggravato, falso e truffa aggravata ai danni di enti pubblici. Tutte attività che sarebbero state commesse in associazione,attraverso una conduzione e una gestione illecita, da cinque aziende: la Naturambiente di Castel Volturno (Caserta), la Sorieco di Castelnuovo di Conza (Salerno), la Frama di Ceppaloni (Benevento), l'Ecologia Agizza di Napoli e la Espeko di Quarto (Napoli).

 LA MAPPA DELLE ALTRE "TERRE DEI FUOCHI" - Grazie a centomila conversazioni telefoniche intercettate e decine di ore filmate dai carabinieri del Noe, la procura casertana ha mappato i terreni agricoli e i fondi usati come discariche abusive e sversato i di rifiuti tossici e pericolosi. Sono ben sei in provincia di Salerno: località Tempa Cardone a San Pietro al Tanagro (12.000 mq);località Buco Vecchio a Teggiano (10.000 mq); località Sanizzi a Sant'Arsenio(due aree agricole di 5.000 e 10.000 mq separate da una strada sterrata);località Via Larga a San Rufo (4.000 mq); terreni privati in località Serroni a Montecorvino Rovella; terreni privati in località Ponte Barizzo a Capaccio. Il gruppo criminale, secondo l'accusa, agiva anche in Irpinia, a Petruro Irpino e soprattutto nel comune di Chianche (1500 mq circa), dove in alcuni casi i materiali venivano scaricati direttamente sulla sponda del fiume Sabato, e nel beneventano (in un'area di 5000 mq nel comune di Ceppaloni). I rifiuti speciali, si legge ancora nel decreto di richiesta di rinvio a giudizio, venivano abbandonati anche in contrada Posta Poppi nel comune di Foggia e in contrada Vado Leone del comune di Lucera, sempre nel foggiano. I magistrati casertani, negli atti, descrivono quattro direttrici per lo smaltimento illecito dei rifiuti:

Prima direttrice: Caserta e provincia, Napoli e provincia attraverso l'attività illecita dell'impianto denominato Naturambiente e l'impianto di depurazione denominato Espeko S.r.l. (impianti utilizzati per lo smaltimento illecito dei rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta e Cuma in provincia di Napoli, nonché i rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli e dai lidi balneari del litorale domizio);

Seconda direttrice: Salerno e provincia, attraverso l'utilizzo illecito dell'impianto denominato SO.RI.ECO. S.r.l.; qui venivano smaltiti rifiuti provenienti dai depuratori di Marcianise, Orta di Atella in provincia di Caserta, Cuma in provincia di Napoli e Mercato San Severino in provincia di Salerno;

Terza direttrice: Benevento e provincia, attraverso l'utilizzo illecito dell'impianto denominato FRA.MA (presso il quale venivano conferiti e ripartivano per essere smaltiti illegalmente nei terreni agricoli e nell'ambiente i rifiuti prodotti dalla SO.RI.ECO.),

Quarta direttrice: Foggia e provincia, attraverso l'individuazione di numerosi terreni agricoli sui quali venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici provenienti dall'impianto della FRA.MA e della SO.RI.ECO.

I RIFIUTI INTERRATI - Nel decreto firmato dal sostituto procuratore Donato Ceglie c'è anche la lista dei rifiuti interrati e dispersi nell'ambiente. E' riportata in maniera dettagliata. Si tratta di scarti di tessuti vegetali, pietrisco, urine e letame di animali (comprese lettiere usate), fanghi derivanti da trattamenti di lavaggio, sbucciatura, centrifugazione, distillazione di bevande alcoliche, ceneri di carbone, imballaggi di carta e cartone, miscugli di cemento e ceramica, liquami di origine animale, scarti dall'eliminazione di sabbie, rifiuti di mercati e mense, reflui di acque urbane, reflui industriali, fanghi da fosse settiche di ospedali, abitazioni civili e persino di navi approdate al porto di Napoli. E poi, soprattutto, i fanghi tossici provenienti dal ciclo di lavorazione dei quattro impianti di depurazione campani, ovvero quelli di Napoli Ovest (Cuma), Napoli Nord (Orta di Atella), Area casertana (Marcianise)e Mercato San Severino (Salerno).

COME FUNZIONAVA IL SISTEMA - Il sistema criminale è stato svelato grazie alle intercettazioni telefoniche, i pedinamenti, i blitz dei carabinieri del Noe e i filmati che riprendevano in flagranza di reato gli indagati "a smaltire tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici nei fiumi, nei terreni, sui fondi agricoli sui quali di lì a poco sarebbero stati seminati e coltivati ortaggi". In sostanza, secondo gli inquirenti, "i rifiuti che dovevano essere smaltiti negli impianti di compostaggio di proprietà delle cinque ditte coinvolte in realtà non ricevevano il necessario trattamento, ma venivano dispersi nell'ambiente". Invece di produrre il cosiddetto compost, "si procedeva alla famelica ricerca di terreni agricoli sui quali scaricare i rifiuti speciali che agricoltori compiacenti accettavano di infossare nei propri terreni in cambio di circa 600 euro a viaggio". Come se non bastasse, laboratori di analisi corrotti (i direttori figurano tra gli imputati), producevano secondo l'accusa falsi certificati FIR (formulario di identificazione del rifiuto) "attestando l'avvenuto e corretto smaltimento di rifiuti provenienti dagli impianti di depurazione e compostaggio". Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i fanghi che entravano nei silos di compostaggio si trasformavano, miracolosamente, in concime, con tanto di nullaosta sanitario. Ciò che non riusciva a essere riciclato negli impianti, finiva nei fiumi, nel Sabato e nei confluenti Calore e Volturno. Nel sistema illegale venutosi a creare, insomma, le aziende imputate "erano al tempo stesso controllati e controllori, oltre ad avere a disposizione gli impianti di compostaggio ed essere coloro che, sulla carta, trasportavano compost negl iimpianti". In alcuni campioni di falso "compost di qualità" relativo alle aree interessate dall'operazione Chernobyl, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Caserta hanno trovato tracce di cromo esavalente, sostanza altamente tossica e con effetto cancerogeno che finiva mischiata al terreno agricolo. Veleno usato come concime, insomma. Ecco perché, in base alle ipotesi accusatorie, non è allarmistico parlare di attentato alla salute pubblica. Non solo. C'è anche l'aspetto economico. Quasi un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi trattati in maniera illegale è un affare che avrebbe fruttato almeno cinquanta milioni di euro, oltre ai sette milioni e mezzo di evasione dell’ecotassa. Scrivono i magistrati: "Adottando simili condotte, con artifici e raggiri consistiti nel far apparire formalmente rispettati gli obblighi e i doveri relativi alle procedure di smaltimento degli imponenti quantitativi di rifiuti trattati, i soggetti traevano in inganno gli enti pubblici contraenti ed in particolare non corrispondendo la cosiddetta ecotassa, alla quale sarebbero stati tenuti con il conferimento presso discariche autorizzate degli ingenti quantitativi di rifiuti dagli stessi smaltiti".

Per sapere se i 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta Chernobyl saranno o meno rinviati a giudizio bisognerà attendere il prossimo 30 gennaio, quando dovrebbe finalmente tenersi l'udienza preliminare al Tribunale di Salerno. L'iter lunghissimo,però, ha posto il processo a rischio prescrizione, almeno per i reati minori,poiché i termini scadranno a marzo. Le parole del giudice Dolores Zarone, nel corso dell'udienza dello scorso 5 dicembre, aperta e subito rinviata, sono eloquenti: "Questo processo è morente".  (da today.it)

 
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A nord della terra dei fuochi

Post n°2320 pubblicato il 24 Novembre 2013 da luger2
 

Parla un imprenditore che preferisce restare anonimo per timore di vendette: «I primi carichi partono per il sud nell'85 da Toscana e Lombardia. Gli stessi camion poi riportavano al nord frutta e verdura».

Se vuoi capire i veleni della terra dei fuochi, devi guardare a nord. Nel cuore della Lombardia e della Toscana si è sviluppato il sistema criminale di gestione dei rifiuti, grazie ad amministrazioni comunali e industrie compiacenti, pronte a spedire i veleni verso la Campania. E il Lazio. Anzi, è alle porte di Roma che ha inizio la dolorosa storia di Gomorra. Un parto che ha una data precisa di nascita, il 1985. 
Il racconto che un imprenditore molto importante del settore ambientale ha fatto in esclusiva al manifesto lascia poco spazio alla fantasia. Chiede l'anonimato, perché sa che la Camorra non perdona chi decide di raccontare e spiegare come funzionano gli affari milionari dei clan. Con voce decisa punta il dito verso il sistema industriale italiano: «La scorciatoia nasce sempre dall'industria - spiega -, sono sempre le aziende manifatturiere che la cercano. Se le imprese fossero etiche a monte, questo meccanismo non si innescherebbe. Secondo lei le aziende non capiscono che se il rifiuto viene smaltito con sconti del 30 o del 40% c'è qualcosa che non va? Chiudono gli occhi e fingono di essere a posto». A costo di avvelenare l'intero paese. Magari usando gli stessi camion delle scorie per riportare al nord la frutta della Campania felix. Veleni che viaggiano contaminando l'intero paese. 
Gianni - è il nome di fantasia che useremo - ha un ricordo ben preciso su quello che è accaduto: «Tra il 1984 e il 1985 le analisi realizzate dalle varie agenzie ambientali sulle emissioni degli inceneritori dei rifiuti nel nord rilevarono alte concentrazioni di diossina. Tutti gli impianti dell'epoca furono chiusi uno dopo l'altro, cominciando dall'inceneritore di San Donnino a Firenze: da lì nacque tutto. Scatta l'emergenza, le regioni del nord spediscono i rifiuti verso le regioni del sud. Il Lazio fu la prima regione invasa da rifiuti partiti prima dalla Toscana e poi dalla Lombardia. Fu la discarica di Latina, Borgo Montello, in particolare a fare la parte del leone». 
È solo l'inizio della storia. Le regioni Lazio e Campania cercano di bloccare il flusso vietando l'arrivo della monnezza dal nord. Un provvedimento che subito viene eluso introducendo il sistema del girobolla: «Gli impianti ricevevano ugualmente i rifiuti, destinati a una zona autorizzata solo formalmente. Ad esempio in Puglia, c'era una discarica che non aveva avuto divieti di ricevere i rifiuti dal nord - racconta Gianni - e sulla carta era una destinazione finale: timbrava i moduli, ma in realtà questi carichi andavano da un'altra parte. Conveniva di più: i camion si fermavano a Latina, per intenderci, i rifiuti venivano effettivamente messi in discarica a Borgo Montello, anche se i moduli venivano poi timbrati e firmati da un impianto pugliese. Lì, ad esempio, si possono trovare i sacchi blu dell'indifferenziato partito dalla Lombardia. Gli intermediari avevano tutti i timbri della destinazione fittizia in Puglia, preparavano le carte e tutto era a posto». Se in Campania e nel Lazio oggi abbiamo i veleni che contaminano le terre, lo dobbiamo anche alle discariche "virtuali" pugliesi: «Pensi, c'erano invasi in Puglia intonsi, che sulla carta hanno smaltito centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti, senza mai ricevere un solo chilo». E così i rifiuti di Lombardia e Toscana arrivano come un fiume in piena verso il Lazio e, soprattutto, la Campania. Saturando ogni spazio.
Tra Napoli e Caserta i clan subito intuiscono la portata dell'affare: «Tutte le discariche della Campania - continua Gianni - erano nelle mani della Camorra. Se non direttamente, erano in qualche modo permeabili alla pressione dei clan: Sessa Aurunca, Mondragone, quella di Vassallo, un'altra vicino a Caserta di cui non ricordo ora il nome, DiFraBi (Pianura), Terzigno, Giugliano...». Il sistema si evolve, i clan creano una rete di broker e di società commerciali che riescono ad assicurarsi gli appalti delle municipalizzate del nord Italia. Non solo: «Una volta che avevo l'autorizzazione formale dalla Puglia ad esempio, i rifiuti li potevo portare ovunque. In una cava d'argilla, li interro lì, do quattro soldi o minaccio il proprietario, non li vede nessuno e formalmente i rifiuti sono andati da un'altra parte». 
Non bastano più i rifiuti solidi urbani, gli affari diventano giganteschi con la gestione delle scorie più pericolose, i veleni delle industrie. Qui entrano in gioco personaggi di spessore, come l'avvocato Cipriano Chianese, ritenuto dalla Dia il prestanome del clan dei Casalesi nel settore dei rifiuti. «Lui ha messo di tutto nella sua discarica - prosegue Gianni -, ma utilizzava lo stesso sistema del girobolla: se oggi si facesse il calcolo sui suoi sistemi di smaltimento si potrebbe vedere che formalmente ha ricevuto milioni di tonnellate, ma in discarica ne ha messe centinaia di migliaia. Il resto è finito disperso nelle cave, nelle campagne». C'è una discarica solo di carta, e uno sversamento a basso costo dove più conviene come sistema occulto. Pezzi dello stesso sistema.
Il primo avvelenamento - quasi come un contrappasso - è finito al nord, in quelle stesse città che spedivano le scorie: «La maggior parte dei camion che arrivavano nel sud con i rifiuti pericolosi, poi risalivano al nord con i prodotti alimentari, per ottimizzare la logistica. Quegli stessi camion arrivavano in Campania carichi di rifiuti da sversare e tornavano al nord carichi di frutta e verdura... Prima di inquinare i terreni, hanno inquinato i prodotti!». Così i trafficanti hanno avvelenato e ucciso.
tratto da Il Manifesto

 
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Così ho avvelenato Napoli

Post n°2319 pubblicato il 16 Ottobre 2013 da luger2
 

Le confessioni di Gaetano Vassallo, il boss che per due decenni ha nascosto rifiuti tossici in Campania pagando politici e funzionari: uno sconvolgente racconto della devastazione di una regione. Venti anni di denaro facile che hanno consolidato il potere dei casalesi, diventati praticamente i monopolisti di questo business sporco e redditizio. 11 settembre 2008 da l'Espresso

Temo per la mia vita e per questo ho deciso di collaborare con la giustizia e dire tutto quello che mi riguarda, anche reati da me commessi. In particolare, intendo riferire sullo smaltimento illegale dei rifiuti speciali, tossici e nocivi, a partire dal 1987-88 fino all'anno 2005. Smaltimenti realizzati in cave, in terreni vergini, in discariche non autorizzate e in siti che posso materialmente indicare, avendo anche io contribuito... Comincia così il più sconvolgente racconto della devastazione di una regione: venti anni di veleni nascosti ovunque, che hanno contaminato il suolo, l'acqua e l'aria della Campania. Venti anni di denaro facile che hanno consolidato il potere dei casalesi, diventati praticamente i monopolisti di questo business sporco e redditizio. La testimonianza choc di una follia collettiva, che dalla fine degli anni Ottanta ha spinto sindaci, boss e contadini a seminare scorie tossiche nelle campagne tra Napoli e Caserta. Con il Commissariato di governo che in nome dell'emergenza ha poi legalizzato questo inferno.

Gaetano Vassallo è stato l'inventore del traffico: l'imprenditore che ha aperto la rotta dei rifiuti tossici alle aziende del Nord. E ha amministrato il grande affare per conto della famiglia Bidognetti, seguendone ascesa e declino nell'impero di Gomorra. 

I primi clienti li ha raccolti in Toscana, in quelle aziende fiorentine dove la massoneria di Licio Gelli continua ad avere un peso. I controlli non sono mai stati un problema: dichiara di avere avuto a libro paga i responsabili. Anche con la politica ha curato rapporti e investimenti, prendendo la tessera di Forza Italia e puntando sul partito di Berlusconi. 

La rete di protezione 
Quando Vassallo si presenta ai magistrati dell'Antimafia di Napoli è il primo aprile. Mancano due settimane alle elezioni, tante cose dovevano ancora accadere. Due mesi esatti dopo, Michele Orsi, uno dei protagonisti delle sue rivelazioni è stato assassinato da un commando di killer casalesi. E 42 giorni dopo Nicola Cosentino, il più importante parlamentare da lui chiamato in causa, è diventato sottosegretario del governo Berlusconi. 

Vassallo non si è preoccupato. Ha continuato a riempire decine di verbali di accuse, che vengono vagliati da un pool di pm della direzione distrettuale antimafia napoletana e da squadre specializzate delle forze dell'ordine: poliziotti, finanzieri, carabinieri e Dia. Finora i riscontri alle sue testimonianze sono stati numerosi: per gli inquirenti è altamente attendibile.

Anche perché ha conservato pacchi di documenti per dare forza alle sue parole. Che aprono un abisso sulla devastazione dei suoli campani e poi, attraverso i roghi e la commercializzazione dei prodotti agro-alimentari, sulla minaccia alla salute di tutti i cittadini. Come è stato possibile? 

"Nel corso degli anni, quanto meno fino al 2002, ho proseguito nella sfruttamento della ex discarica di Giugliano, insieme ai miei fratelli, corrompendo l'architetto Bovier del Commissariato di governo e l'ingegner Avallone dell'Arpac (l'agenzia regionale dell'ambiente). Il primo è stato remunerato continuativamente perché consentiva, falsificando i certificati o i verbali di accertamento, di far apparire conforme al materiale di bonifica i rifiuti che venivano smaltiti illecitamente. Ha ricevuto in tutto somme prossime ai 70 milioni di lire. L'ingegner Avallone era praticamente 'stipendiato' con tre milioni di lire al mese, essendo lo stesso incaricato anche di predisporre il progetto di bonifica della nostra discarica, progetto che ci consentiva la copertura formale per poter smaltire illecitamente i rifiuti". 

Il gran pentito dei veleni parla anche di uomini delle forze dell'ordine 'a disposizione' e di decine di sindaci prezzolati. Ci sono persino funzionari della provincia di Caserta che firmano licenze per siti che sono fuori dai loro territori. Una lista sterminata di tangenti, versate attraverso i canali più diversi: si parte dalle fidejussioni affidate negli anni Ottanta alla moglie di Rosario Gava, fratello del patriarca dc, fino alla partecipazione occulta dell'ultima leva politica alle società dell'immondizia.

L'età dell'oro 
Vassallo sa tutto. Perché per venti anni è stato il ministro dei rifiuti di Francesco Bidognetti, l'uomo che assieme a Francesco 'Sandokan' Schiavone domina il clan dei casalesi. All'inizio i veleni finivano in una discarica autorizzata, quella di Giugliano, legalmente gestita. Le scorie arrivavano soprattutto dalle concerie della Toscana, sui camion della ditta di Elio e Generoso Roma. C'era poi un giro campano con tutti i rifiuti speciali provenienti dalla rottamazione di veicoli: fiumi di olii nocivi. 

I protagonisti sono colletti bianchi, che fanno da prestanome per i padrini latitanti, li nascondono nelle loro ville e trasmettono gli ordini dal carcere dei boss detenuti. In pratica, accusa tutte le aziende campane che hanno operato nel settore, citando minuziosamente coperture e referenti. C'è l'avvocato Cipriano Chianese. C'è Gaetano Cerci "che peraltro è in contatto con Licio Gelli e con il suo vice così come mi ha riferito dieci giorni fa". 

Il racconto è agghiacciante. Sembra che la zona tra Napoli e Caserta venga colpita dalla nuova febbre dell'oro. Tutti corrono a sversare liquidi tossici, improvvisandosi riciclatori. "Verso la fine degli Ottanta ogni clan si era organizzato autonomamente per interrare i carichi in discariche abusive. Finora è stato scoperto solo uno dei gruppi, ma vi erano sistemi paralleli gestiti anche da altre famiglie". 

Ci sono trafficanti fai-dai-te che buttano liquidi fetidi nei campi coltivati in pieno giorno. Contadini che offrono i loro frutteti alle autobotti della morte. E se qualcuno protesta, intervengono i camorristi con la mitraglietta in pugno.

La banalità del male 
Chi, come Vassallo, possiede una discarica lecita, la sfrutta all'infinito. Il sistema è terribilmente banale: nei permessi non viene indicata l'esatta posizione dell'invaso, né il suo perimetro. Così le voragini vengono triplicate. "Tutte le discariche campane con tale espediente hanno continuato a smaltire in modo abusivo, sfruttando autorizzazioni meramente cartolari. Ovviamente, nel creare nuovi invasi mi sono disinteressato di attrezzare quegli spazi in modo da impermeabilizzare i terreni; non fu realizzato nessun sistema di controllo del percolato e nessuna vasca di raccolta, sicché mai si è provveduto a controllare quella discarica ed a sanarla". In uno di questi 'buchi' semilegali Vassallo fa seppellire un milione di metri cubi di detriti pericolosi. 

L'aspetto più assurdo è che durante le emergenze che si sono accavallate, tutte queste discariche - quelle lecite e i satelliti abusivi - vengono espropriate dal Commissariato di governo per fare spazio all'immondizia di Napoli città. All'imprenditore della camorra Vassallo, pluri-inquisito, lo Stato concede ricchi risarcimenti: quasi due milioni e mezzo di euro. E altra monnezza seppellisce così il sarcofago dei veleni, creando un danno ancora più grave. 

"I rifiuti del Commissariato furono collocati in sopra-elevazione; la zone è stata poi 'sistemata', anche se sono rimasti sotterrati rifiuti speciali (includendo anche i tossici), senza che fosse stata realizzata alcuna impermeabilizzazione. Non è mai stato fatto uno studio serio in ordine alla qualità dell'acqua della falda. E quella zona è ad alta vocazione agricola".

L'import di scorie pericolose fruttava al clan 10 lire al chilo. "In quel periodo solo da me guadagnarono due miliardi". Il calcolo è semplice: furono nascoste 200 mila tonnellate di sostanze tossiche. Questo soltanto per l'asse Vassallo-casalesi, senza contare gli altri i boss napoletani che si erano lanciati nell'affare, a partire dai Mallardo. 

"Una volta colmate le discariche, i rifiuti venivano interrati ovunque. In questi casi gli imprenditori venivano sostanzialmente by-passati, ma talora ci veniva richiesto di concedere l'uso dei nostri timbri, in modo da 'coprire' e giustificare lo smaltimento dei produttori di rifiuti, del Nord Italia... Ricordo i rifiuti dell'Acna di Cengio, che furono smaltiti nella mia discarica per 6.000 quintali. Ma carichi ben superiori dall'Acna furono gestiti dall'avvocato Chianese: trattava 70 o 80 autotreni al giorno. La fila di autotreni era tale che formava una fila di circa un chilometro e mezzo". 

Un'altra misteriosa ondata di piena arriva tra la fine del 2001 e l'inizio del 2002: "Si trattava di un composto umido derivante dalla lavorazione dei rifiuti solidi urbani triturati, contenente molta plastica e vetro". Decine di camion provenienti da un impianto pubblico: a Vassallo dicono che partono da Milano e vanno fatti scomparire in fretta.

Il patto con la politica 
Uno dei capitoli più importanti riguarda la società mista che curava la nettezza urbana a Mondragone e in altri centri del casertano. È lì che parla dei fratelli Michele e Sergio Orsi, imprenditori con forti agganci nei palazzi del potere: il primo è stato ammazzato a giugno. I due, arrestati nel 2006, si erano difesi descrivendo le pressioni di boss e di politici. 

Ma Vassallo va molto oltre: "Confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 gestita dai fratelli Orsi. Ai fratelli Orsi era stata fissata una tangente mensile di 50 mila euro... Posso dire che la società Eco4 era controllata dall'onorevole Nicola Cosentino e anche l'onorevole Mario Landoldi (An) vi aveva svariati interessi. Presenziai personalmente alla consegna di 50 mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino, incontro avvenuto a casa di quest'ultimo a Casal di Principe. Ricordo che Cosentino ebbe a ricevere la somma in una busta gialla e Sergio mi informò del suo contenuto". 

Rapporti antichi, quelli con il politico che la scorsa settimana ha accompagnato Berlusconi nell'ultimo bagno di folla napoletano: "La mia conoscenza con Cosentino risale agli anni '80, quando lo stesso era appena uscito dal Psdi e si era candidato alla provincia. Ricordo che in quella occasione fui contattato da Bernardo Cirillo, il quale mi disse che dovevamo organizzare un incontro elettorale per il Cosentino che era uno dei 'nostri' candidati ossia un candidato del clan Bidognetti. In particolare il Cirillo specificò che era stato proprio 'lo zio' a far arrivare questo messaggio". 

Lo 'zio', spiega, è Francesco Bidognetti: condannato all'ergastolo in appello nel processo Spartacus e, su ordine del ministro Alfano, sottoposto allo stesso regime carcerario di Totò Riina e Bernardo Provenzano. L'elezione alla provincia di Caserta è stata invece il secondo gradino della carriera di Cosentino, l'avvocato di Casal di Principe oggi leader campano della Pdl e sottosegretario all'Economia. "Faccio presente che sono tesserato 'Forza Italia' e grazie a me sono state tesserate numerose persone presso la sezione di Cesa. Mi è capitato in due occasioni di sponsorizzare la campagna elettorale di Cosentino offrendogli cene presso il ristorante di mio fratello, cene costose con centinaia di invitati. L'ho sostenuto nel 2001 e incontrato spesso dopo l'elezione in Parlamento". 

Ma quando si presenta a chiedere un intervento per rientrare nel gioco grande della spazzatura, gli assetti criminali sono cambiati. Il progetto più importante è stato spostato nel territorio di 'Sandokan' Schiavone. Il parlamentare lo riceve a casa e può offrirgli solo una soluzione di ripiego: "Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte 'a monte' dai casalesi che avevano deciso di realizzare il termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa. Egli, pertanto, aveva dovuto seguire tale linea ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell'affare e, di conseguenza, tenere fuori il gruppo Bidognetti e quindi anche me".

Vassallo non se la prende. È abituato a cadere e rialzarsi. Negli ultimi venti anni è stato arrestato tre volte. Dal 1993 in poi, ad ogni retata seguiva un periodo di stallo. Poi nel giro di due anni un'emergenza che gli riapriva le porte delle discariche. "Fui condannato in primo grado e prosciolto in appello. Ma io ero colpevole". Una situazione paradossale: anche mentre sta confessando reati odiosi, ottiene dallo Stato un indennizzo di un milione 200 mila euro. E avverte: "Conviene che li blocchiate prima che i miei fratelli li facciano sparire...".

 
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Gruppo bancario nazionale coinvolto nel traffico di rifiuti

Post n°2318 pubblicato il 16 Ottobre 2013 da luger2
 

La Guardia di Finanza di Agropoli, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno, ha chiuso indagini nei confronti di un gruppo bancario nazionale, coinvolto nel riciclaggio di 2 milioni e 800 mila euro, legati da un traffico di 21.597 tonnellate di rifiuti tra le province di Salerno, Napoli e Caserta. 
A dicembre 2012 le indagini hanno portato all'esecuzione di quattro misure cautelari e al sequestro preventivo di beni immobili, disponibilità finanziarie e di un sito destinato alla ricezione ed all'illecito riciclaggio di rifiuti, localizzato nella zona industriale di Marcianise, nel casertano, del valore complessivo di 6 milioni e mezzo di euro.
Le indagini si sono basate sull'analisi dei flussi finanziari derivanti dall'operatività illecita della società, con ultima sede presso lo studio di un commercialista di Capaccio, prima con sede a Napoli attiva nel commercio di rottami di rame, alluminio, acciaio inox, ottone, ferro, carter, piombo, nichel e radiatori. 
Ricostruire movimentazioni illecite di denaro contante per un ammontare complessivo di 28 milioni e 500 mila euro in tre anni, attraverso prelevamenti in contanti dai conti correnti accesi a nome della società, nonchè operazioni assimilate per importi fino a 100 mila euro al giorno, oltre la soglia al di sopra della quale per legge scatta l'obbligo di avvalersi di intermediari abilitati, che attualmente è stata ridotta a mille euro. Nei confronti dei due amministratori della società, che materialmente hanno provveduto ad eseguire le singole operazioni, è stata contestata la violazione amministrativa di cui all'articolo 58 del decreto antiriciclaggio, per cui entrambi sono stati segnalati al Ministero dell'Economia per la successiva applicazione delle proporzionali sanzioni, fino ad un massimo di 11 milioni e 400 mila euro.
Gli approfondimenti eseguiti hanno consentito di accertare che, pur essendovi obbligata, una delle banche, dove il sodalizio criminale aveva acceso i rapporti bancari a nome della società investigata, non ha mai provveduto a segnalare all'Unità di investigazione finanziaria istituita presso la Banca d'Italia l'effettuazione di tali prelevamenti per contanti per 2 milioni e 800 mila euro complessivi in un solo anno. 
Le successive indagini svolte hanno permesso di accertare le responsabilità ascrivibili, in primis, al direttore pro-tempore della filiale di Casavatore dell'istituto di credito, dove la società aveva acceso il conto corrente.
Questi non aveva mai provveduto a sospendere le operazioni sospette, nè tantomeno a segnalare l'operatività all'Ufficio centrale antiriciclaggio della banca, in palese violazione degli obblighi normativi imposti dalle disposizioni anti-riciclaggio. 
Al termine degli accertamenti, l'operato del gruppo bancario coinvolto e del suo dipendente è stato segnalato al Ministero dell'Economia ed alla Banca d'Italia, per l'applicazione di sanzioni che potranno arrivare fino ad 1 milione e 100 mila per aver omesso l'invio di segnalazioni di operazioni sospette. 
L'istituto di credito è stato, inoltre, segnalato alla procura di Salerno per l'applicazione delle sanzioni previste. Le indagini alla denuncia di undici persone responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere, traffico e gestione non autorizzata di rifiuti, frode fiscale e riciclaggio. 
Sono state concluse, infine, tre verifiche fiscali nei confronti della società di Capaccio, nonchè dei suoi due amministratori, che hanno conseguito rilevanti proventi illeciti, con l'emersione di materia imponibile sottratta alla tassazione diretta per oltre 80 milioni e all'Irap per 57 milioni, nonchè con la quantificazione dell'evasione Iva per 10 milioni e 200 mila euro. 
Le complesse attività svolte sono scaturite dall'avvio, nel 2011, di una verifica fiscale nei confronti della società coinvolta nel traffico di rifiuti.

 
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Terra dei fuochi: il più grande avvelenamento di massa in un Paese occidentale

Post n°2317 pubblicato il 15 Ottobre 2013 da luger2
 

Venticinque anni di cronaca e di storia maledetta, una lunghissima teoria di ricordi che testimoniano l’indifferenza dello Stato e il silenzio di quanti hanno visto, talvolta hanno subìto, molto più spesso hanno condiviso i lautissimi guadagni del traffico di rifiuti. Perché la verità scomoda che nessuno dice è che molti, se ancora vivi, sanno dove sono nascosti i fusti dei veleni perché hanno messo anche i propri terreni a disposizione incassando fino a cinque milioni di lire per ogni carico e costruendo su quelle scorie le case per se stessi e i propri figli. Anche questo dovrebbero sapere coloro che oggi urlano e insultano, rivendicando una ben misera primogenitura della denuncia e che allora lasciarono soli quanti si affannavano, nell’indifferenza generale, a segnalare il pericolo, le infiltrazioni mafiose nell’affare, i primi picchi sospetti di malattie linfatiche e tumorali (Rosaria Capacchione - La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web 17/9/2013).

Tutti sanno tutto. Politici, giornalisti, magistrati e cittadini. Da 30 anni. Mentre l’emergenza rifiuti dura da 20. È inutile alimentare questa incredibile storia, emblema del collasso democratico nel nostro Paese, con nuovi sedicenti scoop e ritrovamenti di rifiuti tossici. La storia è nota, tutti sanno tutto, e riguarda il Paese, interessa ognuno di noi anche se continua a essere trattata perlopiù come cronaca locale. Adesso la vera questione, che dovrebbe essere al centro di un’agenda politica e giornalistica nazionale, al centro di un dibattito pubblico è: cosa fare? Sto parlando della Terra dei Fuochi, dell’Inferno di Gomorra. Una terra distrutta, inquinata, avvelenata, costretta a risucchiare rifiuti per anni e anni dalla criminalità organizzata, con la complicità di politici, imprenditori, cittadini e istituzioni che avrebbero dovuto controllare, monitorare, proteggere e garantire la salute pubblica. Ho provato a fare un quadro complessivo su una delle vicende più scandalose e altrettanto ignorate del nostro Paese. È un modo per contribuire a raccontare quello che Angelo Ferrillo, ideatore e responsabile della Terra dei Fuochi ha giustamente definito «Il più grande avvelenamento di massa di un Paese occidentale, la più grande catastrofe ambientale a ‘partecipazione pubblica’». Per fortuna alcuni coraggiosi giornalisti hanno seguito e raccontato in questi anni cosa stava succedendo, per fortuna tanti cittadini si sono mobilitati e organizzati, hanno denunciato. Per fortuna alcune inchieste della magistratura hanno portato alla luce fatti e reati. Anche se molti processi finiscono in prescrizione. È il caso della madre di tutte le inchieste sul traffico dei rifiuti tossici, Cassiopea, con 95 imputati, tra cui molti imprenditori del Nord Italia: è finita nel nulla. E con la prescrizione si è concluso il processo che ha visto imputati, tra gli altri, l’ex governatore della Regione Campania Antonio Bassolino e i vertici del gruppo Impregilo. «Volevamo giustizia, è arrivata l’impunità» così hanno commentato il comitato Ginestra di Terzigno e le donne del comitato 29 Agosto che hanno seguito il processo. Denunce, mobilitazioni, commissioni di inchiesta, indagini e processi non sono bastati a fermare il “biocidio“:  in Campania il disastro ambientale si accompagna al più alto tasso di mortalità per tumore in tutta Italia. Sul tasso di mortalità il disastro è stato confermato anche dal Ministero della Salute: «Per quanto riguarda i tumori maligni nel loro complesso, la mortalità in Campania tra gli uomini è superiore ai valori dell’intera Italia per il contributo delle province di Caserta e Napoli». Secondo il Ministero, però, il dato dipende interamente dallo stile di vita della popolazione locale (!).  Antonio Marfella, ricercatore di medici per l’ambiente, sostiene che «In Campania non è stato accertato scientificamente il collegamento  tra inquinamento e patologie correlate perché, ad oggi, nessun’istituzione lo vuole cercare». La Commissione Sanità del Senato ha aperto intanto un’indagine  per verificare questa connessione. In ogni caso, uno studio commissionato dalla Protezione Civile nel 2004 aveva già individuato questa correlazione: L’analisi statistica ha permesso di rilevare un’associazione tra la presenza di siti inquinati e alcune criticità sanitarie. Nell’interpretazione dei risultati vanno tenute in considerazione alcune limitazioni di completezza, accuratezza e risoluzione spaziale dei dati. In ogni caso, le associazioni osservate, la loro consistenza e coerenza, suggeriscono che le esposizioni legate alla presenza di siti di smaltimento incontrollato/illegale di rifiuti, subite dalla popolazione nei decenni precedenti al 2002 (ultimo anno di disponibilità dei dati), giochino un ruolo importante fra i determinanti della salute nelle Province di Napoli e Caserta. Sulla correlazione tra rifiuti combusti – quello dei roghi è un altro fenomeno gravissimo correlato alla crisi dei rifiuti – e patologie tumorali segnalo l’intervista a Pietro Comba, responsabile del dipartimento Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore della Sanità. La situazione è drammatica e insostenibile sul piano della salute. Ogni giorno vengono smaltite non meno di 30mila tonnellate di rifiuti tossici industriali, gran parte di queste attraverso roghi. Per ogni borsa prodotta in nero e venduta in strada a Napoli o a Caserta c’è mezzo chilo di rifiuto smaltito e nessuno sa come. La “terra dei fuochi” è la più grande industria in regime di evasione fiscale che il mondo possa immaginare (Antonio Marfella, tossicologo e oncologo dell’Istituto Nazionale Tumori Irccs “Fondazione G. Pascale” di Napoli e referente di Medici per l’Ambiente). A proposito di roghi tossici, l’ultimo rapporto di Legambiente – presentato il 18 settembre 2013 e preparato in base ai dati dei Vigili del Fuoco incaricati dal viceprefetto Donato Cafagna, l’uomo del Ministero dell’Interno che da novembre lavora sulla Terra dei Fuochi – denuncia oltre 6.034 roghi di rifiuti tra Napoli e Caserta.  Dal 2001 ad oggi ci sono state 33 inchieste per attività organizzata di traffico illecito di rifiuti condotte dalle Procure attive delle due province (Napoli, Nola, Torre Annunziata e Santa Maria Capua Vetere). Si tratta di più del 15% di quelle svolte in tutto il Paese che hanno portato i magistrati ad emettere «311 ordinanze di custodia cautelare, con 448 persone denunciate e 116 aziende coinvolte». Il Ministro Orlando in questi giorni ha parlato di roghi tossici arginati, dichiarazione contestata da Ferrillo che continua a documentare un fenomeno tutt’altro che arginato raccogliendo video, foto e segnalazioni dei cittadini sulla pagina facebook :www.facebook.com/LaTerraDeiFuochi?fref=ts

Questo articolo esce in contemporanea su Valigia Blu e Fanpage

 
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CAMPANIA TOXIC

Post n°2316 pubblicato il 13 Ottobre 2013 da luger2
 

La chiamano la Terra dei Fuochi. La chiamano così a causa dei roghi che, ogni giorno, qui divampano, innalzando verso il cielo un fumo nero, denso, maleodorante. Un fumo che raggiunge, inevitabilmente, i centri abitati, si insinua nelle case e viene respirato da uomini, donne, bambini.

Porta diossina, per lo più, ma è impossibile calcolare quante sostanze tossiche esso nasconda. Si sa solo da chi provenga, sebbene per anni sia calato il silenzio e mai nessuno l'abbia voluto dire: dalla Camorra e, conseguentemente, da uno Stato assente quando non connivente.

La Terra dei Fuochi è tornata alla ribalta, in questi giorni.                    Si configura come un argomento cardine: vip che “adottano” i comuni interessati -in special modo nella fascia che collega Napoli, Caserta e Latina-, persone che sfilano in marcia e i media che, improvvisamente, come se essa fosse venuta a crearsi da un giorno all'altro, hanno finalmente deciso di parlarne e ricordarla. Eppure sono anni che nel basso Lazio e nella Campania si muore per via dell'inquinamento e dell'ecomafia; sono da dieci anni che il boss dei casalesi, poi pentito, Carmine Schiavone, racconta la sua verità riguardo lo smaltimento illecito dei rifiuti tossici. Scorie nucleari o industriali, dati alle fiamme alle stesse ore, gli stessi giorni, come una routine consolidata, disarmante e mai dico MAI  ostacolata. Oppure seppelliti nelle cave, in mezzo alla terra, lungo le strade, ovunque. Il tutto in cambio di soldi, provenienti per lo più dal Nord d'Italia, dal territorio delle industrie che, degli scarti, non sa che farsene e preferisce veicolarli verso il meridione, in mano alla criminalità organizzata, al fine di creare un'enorme discarica a cielo aperto. La Camorra ha scoperto un business incredibile, più fruttuoso del traffico di stupefacenti, e se n'è fatta regina. Con prezzi stracciati si è offerta come “impresa” in grado di liberare le industrie dai rifiuti pericolosi, a scapito dell'ambiente e della vita altrui: di fronte al fruscio delle banconote poco importa se debbano morire bambini e innocenti, con tante sofferenze! E così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la spazzatura s'è accumulata nei terreni campani, le scorie hanno intaccato la terra, la vegetazione è morta e i fiumi sono anneriti. Tutti lo sapevano, in pochi hanno parlato. Chi lo ha fatto è rimasto inascoltato o, peggio ancora, messo a tacere. Le dichiarazioni che rilasciò Schiavone nel '95, alla commissione Ecomafie, si persero nel nulla; e a tutt'oggi sono secretate. In esse, raccontò in seguito, aveva citato i luoghi in cui i Casalesi nascondevano i rifiuti, soprattutto radioattivi, richiusi in cassette in piombo “che col tempo si saranno aperte”. Gli risposero che bonificare costava troppo, meglio lasciare tutto com'è, come a dire: “ci penseranno i superstiti”. Ma Schiavone però è tornato a parlare. Lo ha fatto lo scorso settembre e, seppur con fatica, le sue dichiarazioni, stavolta, sono state ascoltate. Finalmente qualcuno ha iniziato a trattare seriamente l'argomento della Terra dei Fuochi e del male che ogni giorno si spande tra i comuni di Qualiano, Giugliano in Campania, Orta di Atella, Caivano, Acerra, Nola, Marcianise, Succivo, Frattamaggiore e Frattaminore, Melito di Napoli, Mondragone e Castelvolturno. Ma non solo: quella dello smaltimento illegale dei rifiuti è una piaga che colpisce tutt'Italia; la Terra dei Fuochi è soltanto la punta dell'iceberg. E' laddove la gente ha cominciato a morire prima, compresi bambini di pochi mesi, per leucemie e tumori. Anche se poi il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha spiegato che, in fondo, se in quella regione si muore, è soltanto per colpa delle abitudini di vita. Non c'entra niente l'avvelenamento che da oltre un decennio si consuma, un eccidio silenzioso che, nel 2060, si mostrerà in tutta la sua inquietante gravità: sarà, allora, secondo gli esperti, paragonabile soltanto a Chernobyl.

“Mantenevamo caserme, carabinieri e Guardia di finanza” e “spostavamo 70 - 80mila voti”, ha raccontato Schiavone, a dimostrare chiaramente come il traffico di rifiuti sia una consuetudine, in Campania. Come la Camorra sia sempre più politicizzata e la politica “camorrizzata”. Impossibile, d'altronde, non chiedersi, in questi giorni in cui il triangolo della morte, la Terra dei Fuochi, occupa le pagine dei giornali, dove fossero le autorità mentre si gettavano le basi di un biocidio. Ebbene: erano lì, presenti, conniventi e silenziose. Corrotte, dal potere dei soldi, a scapito dei cittadini. Inutili gli appelli, le petizioni giunte sul tavolo anche dell'attuale capo della Polizia, dott. Pansa, le urla delle madri costrette a dire addio ai propri figli di pochi anni (il piccolo Riccardo è morto a 22 mesi di leucemia) per colpa della situazione. Nessuno ha mai fatto niente, tranne i pochissimi “irriducibili”, Don Maurizio Patriciello in primis, che solo qualche giorno fa richiedeva ancora un intervento concreto, che non si basasse soltanto sulle tante promesse e belle parole da parte dello Stato. Gli abitanti del luogo vogliono sopravvivere: vogliono bonifiche, pulizia, vogliono poter respirare senza sapere che ad ogni respiro perderanno un po' di vita. E lo vogliono subito.

Che poi l'emergenza sia gravissima lo testimoniano anche le statistiche, che segnalano un vertiginoso aumento di patologie, e i più importanti oncologi campani, quelli che quasi tutti i giorni si trovano a diagnosticare un tumore diverso, provocato da quelle sostanza disperse nell'aria e nelle falde acquifere (famosa fu la frase del boss dei Casalesi, al riguardo: “Che ci importa, tanto beviamo acqua minerale”). Nei cibi stessi che gli abitanti mangiano e che poi raggiungono tutta l'Italia, trovando spazio sulle nostre tavole, nei nostri supermercati. Frutta e verdura, ma anche prodotti caseari,  e derivati animali. Un cancro che si spande ovunque, silenzioso e letale, non contrastato da chi avrebbe i mezzi, o per lo meno le possibilità, per farlo.

Ora ne parlano. Ora i rifiuti saltano fuori da sotto la terra, ora si notano i fumi neri, e lo Stato s'indigna. Tutti vicini ai cittadini, tutti pronti a sottolineare quanto sia importante riportare la legalità nella Terra dei Fuochi, combattere la mafia e salvare l'ambiente e la salute. Sono gli stessi che per anni hanno taciuto, che per anni hanno fatto finta di niente e, anche sul piano politico, hanno tagliato la spesa sanitaria, spingendo i nosocomi di Napoli - compreso l'Istituto Nazionale Tumori “Pascale”- ad un passo dalla chiusura. Frattanto, nessuno ha ancora fatto nulla per bloccare i fuochi, che continuano ad accendersi e bruciare spazzatura e speranze di vita.

E nessuno ha neanche ascoltato quando i pentiti raccontavano di come il clan dei Casalesi avesse intessuto rapporti persino con le aziende farmaceutiche: i primi sotterravano i rifiuti e provocavano tumori, le seconde tiravano fuori medicinali ad hoc, per un valore medio, a iniezione, di 1.500 euro.

Per questo e per altri motivi, è vero che la colpa è dei Casalesi.    Ma la caccia dei responsabili non può limitarsi alla criminalità organizzata che, per quanto esecrabile, è stata il braccio di un sistema che nella politica, nelle istituzioni e nelle autorità ha trovato complicità.
Anche se i suoi esponenti oggi si vestono da salvatori e si dicono pronti a tutelare la vita di chi prima hanno contribuito, e non di poco, ad uccidere.

 
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Le “navi dei veleni”

Post n°2315 pubblicato il 10 Ottobre 2013 da luger2
 

"Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?

"E il mare?”

"Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte..."

(intercettazione di un dialogo tra due boss)

Una storia sporca, di una gravità inaudita, peggio del peggiore altro scandalo che si sia mai visto: per decenni, le industrie che volevano smaltire a basso costo rifiuti tossicisi rivolgevano al governo italiano, che chiamava i servizi segreti, i qualichiamavano i vari boss, i quali compravano navi da affondare con dentro irifiuti; questi ultimi, dopo i primi tentativi nel Mar Rosso (troppo distante),trovavano più conveniente cagare la loro merda nei nostri mari.  Centinaia sono le navi colate a picco in tuttoil Mediterraneo, con una preferenza per il basso Tirreno e lo Jonio. Oltre allecamionate di porcherie interrate in vari siti in tutto il meridione, con il conseguenteaumento delle casistiche tumorali nelle popolazioni dell'Italia del Sud. Forseuno dei motivi per cui lo Stato chiamato Italia non ha mai combattuto seriamentele mafie è proprio questo: i boss e le loro manovalanze tornano comodi quandoc'è del "lavoro sporco" da fare in silenzio..... 88 affondamenti sospetti dal 1979 sino al 2000, la quasi totalità di questi nella parte sud del Mediterraneo con, ad esempio, un drammatico interessamento del Mar Tirreno adiacente alle coste della Calabria. Verità che emergono lentamente dopo oltredue decenni di misteri che poi, forse, misteri non sono più. Se non altro inquei termini negazionisti che in un primo tempo hanno assalito tutto e tutti. Insieme agli affondamenti un mare con tutta probabilità malato che forse haingoiato di tutto, dai rifiuti tossico-nocivi fino ai rifiuti radioattivi. Poi,col tempo, arrivano pure le morti. Quelle sospette di Amantea e dintorni,innumerevoli, purtroppo, e quella di Natale de Grazia (ucciso), capitano di corvetta, uomo onesto dello stato che su quelle rotte, circa quegli affondamenti stava cercando di far luce nel buio degli abissi. Tra il suono armonioso delle onde e con l'andare del tempo si delineano pezzi di una storia estremamente dolorosa, dura da mandare giù senza sdegno e strazio. Nella lunga ricostruzione degli eventi qualcuno ha già scritto, da tempo, la sua certezza e verità: "avvelenati dalla 'ndrangheta, avvelenati dallo stato". Per oltre vent'anni l'armatore Ignazio Messina ha negato che la motonave Rosso, arenatasi il 14 dicembre 1990 sulle coste calabresi, trasportasse siluri-penetratori per sparare rifiuti tossico-radioattivi dentro ai fondali marini. Nessuno ha mai trovato la prova che l'imbarcazione nascondesse questo segreto e i magistrati hanno chiuso il caso. Se nonché adesso spunta un documento choc del 22 maggio 2003. Quattordici pagine dove l'allora sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, propone di assegnare la medagliad'oro al merito di Marina al capitano di corvetta Natale De Grazia: suo collaboratore chiave nell'inchiesta sulle navi dei veleni, morto in circostanze sospette la notte del 12 dicembre 1995. Ed elencando ciò che l'ufficiale aveva scoperto riguardo alla vicenda Rosso, il magistrato scrive: «De Grazia,mediante l'escussione testimoniale del comandante Bellantone della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, accertava personalmente che a bordo della nave chesi era spiaggiata, vi erano i cosiddetti "penetratori", indicati dai marinai come "munizioni"». Non solo. Stando a quanto riferisce Nerisulle indagini di De Grazia, «i documenti di carico erano falsificati». Il che si somma al fatto che «lo stesso Bellantone aveva lanciato l'allarme radioattivo ai vigili del fuoco, i quali intervennero regolarmente sui luoghi, senza però stranamente certificare nulla». Dopodiché, citando le parole di Neri, sarebbe emerso che il comandante Bellantone «sapeva che a bordo della nave vi era un carico "pericoloso", perché a suo dire era stato già allertato dal comando della Marina militare». E se tutto questo fosse ancora poco, per sollevare qualche dubbio sull'andamento dei fatti, va aggiunto che a bordo della nave, «proprio sulla plancia di comando, Bellantone aveva sequestrato le identiche mappe di affondamento» della O.d.m. (Oceanic disposal management), azienda che aveva proposto a decine di nazioni di seppellire in mare le scorie tossico-nocive. Un quadro sconcertante, anche perché Neri,ricostruendo i giorni successivi allo spiaggiamento della Rosso, racconta chel'imbarcazione fu smantellata dall'armatore dopo che l'azienda olandese SmitTak (specializzata nel recupero marino di rifiuti tossici e radioattivi) «aveva lavorato con la completa "sorveglianza" del sito, reso inaccessibile da parte di un servizio segreto non meglio identificato». Tutto normale? Tutto da interpretare come una banale prassi operativa? Domande, che  tornano a farsi dense attorno al capitolo delle navi dei veleni. Sia per l'ipotesi lanciata da Neri che sulla Rosso ci fossero i famosi missili-penetratori, sia perché il settimanale "Corriere della Calabria" ha pubblicato alcuni passaggi dell'audizione di Emilio Osso davanti alla Commissione parlamentare ecomafie. Sede in cui questo istruttore di polizia municipale, al fianco della Procura di Paola nelle inchieste ambientali, ha definito quello che la Rosso trasportava il 14dicembre 1990 «difforme» dal piano di carico ufficiale. «Inoltre», riferisce Osso a "l'Espresso", «tre container non sono più stati rinvenuti». Dettagli impossibili da sottovalutare, a questo punto. Schegge di un mistero che pochi vogliono risolvere.                                    Il Capitano di Corvetta Natale De Grazia ucciso per le sue scoperte scottanti!  

 
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ECCO ALCUNE AZIENDE CHE HANNO SVERSATO RIFIUTI TOSSICI IN CAMPANIA

Post n°2314 pubblicato il 08 Ottobre 2013 da luger2
 

QUESTE SOLO ALCUNE DELLE AZIENDE CHE HANNO SVERSATO RIFIUTI TOSSICI IN CAMPANIA...È BENE SAPERE ...E CONDIVIDERE ,
► Vari comuni del torinese (Chivasso, Robassomero, Orbassano), ► San Giuliano Milanese e Opera (Milano), Cuzzago di Premosello (Milano), Riva di Parabbiago (Milano), Pianoro (Bologna), Parona (Pavia), Mendicino (Cosenza), San Gregorio (Reggio Calabria), Brindisi, Roma.

► FER.OL.MET Spa impianto di depurazione (via della Pace, 20 – 20098 San Giuliano Milanese, Milano): 21 tonnellate di fanghi, 552 tonnellate di fanghi di verniciatura.

► 22 tonnellate di morchie di verniciatura, resine e fanghi arrivano dalla provincia di Padova.

► TOCCO MAGICO Spa (via Giulio Verne, 21 – 00157 Roma): 25 tonnellate di rifiuti speciali cosmetici scaduti.

► SICAF di Premosello (Novara): 16 tonnellate di scarti di collante acrilico, 50 tonnellate di morchie di verniciatura.

► CENTRO STOCCAGGIO FERRARA di Robassomero (Torino): 79 tonnellate di rifiuti speciali industriali, 13 tonnellate di polveri di amianto bricchettate.

► FONDERIE RIVA Spa (via Vela, 9/A – 20015 Parabbiago, Milano): 1106 tonnellate di scorie e ceneri di alluminio

► Ma la peggiore sembra essere l’ACNA (azienda coloranti nazionali e affini) di Cengio (TORINO) che fu chiusa per rischio socio-ambientale nel 1999.
La fabbrica produceva veleni, sostanze venefiche delle più pericolose: diossine; ammine (composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto); composti dello zolfo, del cianuro. I fanghi sono stati trasferiti in Campania, a bordo di camion e su navi fatte affondare.

"A Pianura sono arrivate almeno 800 mila tonnellate dei rifiuti di Cengio, azienda per noi emblematica del disastro ambientale causato dal Piemonte." Nicola de Ruggiero, assessore all'ambiente della Regione Piemonte.

 di seguito le fonti delle notizie sopra riportate:

http://www.napolionline.or/ g/new/pianura-e-bagnoli-in chiesta-sui-veleni
http://napoli.repubblica.i/ t/dettaglio/Pianura-ecco-i -veleni-delle-aziende-del- Nord/1417393
http://www.repubblica.it/2 008/01/sezioni/cronaca/rif iuti-4/veleni-pianura/vele ni-pianura.html
http://www.globalproject.i/ nfo/it/in_movimento/Soprav viventi/442

 
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L'emigrazione dei rifiuti

Post n°2313 pubblicato il 07 Ottobre 2013 da luger2
 

I rifiuti tossici italiani che spariscono in Albania

Albania. Tonnellate di rifiuti tossici, batterie al piombo, medicine scadute e residui di olio, sono importate in Albania dall'Italia nonostante i divieti e l'arretratezza dell'industria locale del riciclaggio dei rifiuti. Un'inchiesta sul mondo dell'esportazione dei rifiuti rivela inoltre che imprenditori italiani sospettati di legami con la criminalità organizzata, gestori del gioco d'azzardo e altri soggetti con precedenti penali per reati economici sono coinvolti nel mercato albanese dei rifiuti. Mentre i  tentativi delle Nazioni Unite per evitare che i paesi poveri diventino discariche di rifiuti vengono in gran parte elusi o ignorati. Nel 2003 l'Albania ha vietato l'importazione di qualsiasi tipo di rifiuti, salvo autorizzazione specifica del consiglio dei ministri. Nel 2004, però, un accordo tra l'imprenditore italiano Manlio Cerroni e il governo di Tirana ha segnato l'inizio di una nuova epoca per il commercio dei rifiuti in Albania. Tramite una società che fa parte dell'Albaniabeg ambient, di sua proprietà, Cerroni voleva costruire un inceneritore sull'altra sponda dell'Adriatico per smaltirei rifiuti prodotti in Italia. L'accordo è saltato nel 2005 per la forte opposizione incontrata dall'allora primo ministro Sali Berisha. Qualche anno dopo, però, lo stesso Berisha ha contattato diverse importanti imprese italiane per costruire in Albania impianti a biomassa, centrali eoliche e permettere altri investimenti su vasta scala. Nel novembre del 2011, sostenendo che la nascente industria albanese del riciclaggio dei rifiuti non poteva sopravvivere solo con gli incassi garantiti dalla spazzatura nazionale, il governo Berisha ha approvato una legge che autorizza l'importazione dei rifiuti inseriti in una cosiddetta "lista verde" di 56 materiali. Dopo le proteste di alcune organizzazioni di cittadini, il ministro dell'ambiente Fatmir Mediu si è impegnato a ridurre a 25 l'elenco dei materiali. In Albania lavorano legalmente già decine di imprese italiane che si occupano dello smaltimento dei rifiuti, come conferma il registro ufficiale delle imprese. Secondo gli esperti del settore,però, spesso le attività legali sono coperture per affari illeciti. Lorenzo Diana, ex senatore dell'Italia dei valori esperto di mafia, spiega che la criminalità organizzata italiana è nel giro d'affari dell'esportazione dei rifiuti in Albania dopo che le forze dell'ordine hanno contrastato duramente altre attività illecite. Anche l'Europol ha chiesto una maggiore attenzione alle attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti. "L'Europol ha riscontrato un aumento nei volumi delle spedizioni illegali di rifiuti oltreconfine", spiegando che spesso le attività legali vengono usate come copertura per le discariche abusive. "La società A fa un accordo con la società B per smaltire legalmente i rifiuti". "Poi però si scopre che accanto a questi accordi si svolgono anche operazioni illecite di traffico e smaltimento". Secondo l'Europol, Albania, Romania e Ungheria sono le principali destinazioni dei rifiuti tossici provenienti dall'Europa meridionale e in particolare dall'Italia. A causa delle sue attività antimafia Lorenzo Diana vive sotto scorta dal 1994. È stato componente di varie commissioni parlamentari sulla criminalità e nel 2006 era stato nominato responsabile nazionale dei Democratici di sinistra per la lotta alle mafie. "I trafficanti di sigarette che prima facevano la spola tra l'Albania e la Puglia ad un certo punto hanno detto: 'Non possiamo più contrabbandare sigarette,dobbiamo cominciare a contrabbandare esseri umani, droga e armi'. Una volta stabiliti i contatti in Albania, hanno cominciato a usare le rotte del contrabbando e del traffico d'armi anche per i rifiuti", spiega Diana. Abbiamo le prove che negli ultimi anni decine di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono transitate dall'Italia all'Albania senza che le autorità di Tirana ne sapessero nulla. Questo flusso dei rifiuti è andato avanti nonostante un sostanziale divieto da parte della legge albanese e le restrizioni internazionali sulle esportazioni di rifiuti dai paesi sviluppati agli stati poveri vicini. Gran parte del materiale pericoloso probabilmente è stato esportato in base a una convenzione poco conosciuta e chiamata Marpol, che permette alle navi di scaricare i rifiuti prodotti durante la navigazione. Idati raccolti in Italia dall'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) rivelano che nel 2007 e nel 2008 sono stati smaltiti in Albania diversi carichi di rifiuti tossici e non tossici. L'Ispra non ha voluto divulgare i dati relativi al 2009, nonostante li abbia raccolti. Secondo i dati, nel 2007 quasi 2.500 tonnellate di olio di sentina sono passate dall'Italia all'Albania. L'olio di sentina è il liquido che si raccoglie sul fondo delle navi, solitamente composto di acqua di mare, olio e altri fluidi. È classificato come pericoloso, e a Durazzo c'è una struttura per il suo trattamento. Nel 2008 le imprese italiane hanno smaltito in Albania migliaia di tonnellate di olio di sentina, rifiuti di fuochi d'artificio e mezza tonnellata di batterie al piombo, tutti materiali classificati come pericolosi. Tra i rifiuti smaltiti ci sono anche materiali considerati non pericolosi come medicine scadute, cavi, ferro e metallo,  scarti di vernici e smalti contenenti solventi organici o altre sostanze pericolose. Hanno fatto nascere l'espressione "colonialismo tossico". Uno di questi risale al 1988: cinque navi partirono dall'Italia con un carico di ottomila barili di rifiuti pericolosi alla volta della cittadina di Koko, in Nigeria, dove un piccolo proprietario terriero si era impegnato a custodirli per un canone di cento dollari al mese. 

Nel 2002 il quotidiano la Repubblica lo ha descritto come il "rampollo di una famiglia di costruttori che ha sfornato i primi miliardari pugliesi". Nello stesso articolo si legge che Abrusci stava diversificando le sue attività per investire nello smaltimento dei rifiuti in Albania.

L’articolo di “Repubblica” non fa il nome di nessuna azienda, ma la Ecoaqua, una società registrata in Italia e in Albania a marzo del 2000, ha vinto almeno due appalti per la raccolta dei rifiuti nel comune di Tirana ed ha partecipato a gare in altre città. A gennaio del 2011, durante una conferenza italo-albanese a Tirana, la società di Abrusci ha annunciato la prossima costruzione di una discarica in Albania. Non è chiaro come sia andato avanti il progetto né quali appalti pubblici l'azienda si sia aggiudicata. Nei primi anni 2000 Angelo Abrusci era stato interdetto dal partecipare a una serie di gare per l'assegnazione di licenze per il bingo inItalia a causa di precedenti condanne per reati fiscali. Abrusci ha fattoricorso in appello dopo che l'Italia ha depenalizzato i reati per cui era stato condannato nel 2000. Nel 2002 il tribunale di Bari ha revocato la condanna perché il reato era stato depenalizzato. Angelo Abrusci è noto anche in Romania, dove è coinvolto in attività legate al gioco d'azzardo e ai rifiuti.Antonio Abrusci ha detto che la sua azienda si occupa di trasporto di rifiuti a Tirana. Lui e il fratello, ha spiegato, hanno deciso di investire nel gioco d'azzardo e nei rifiuti perché la loro attività, l'edilizia, era diventata più rischiosa dopo l'inchiesta giudiziaria Mani Pulite.                 

 
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