Da tre mesi non si sa più niente della motocisterna dei Fratelli D'Amato e dei marinai "Non sappiamo se sono vivi o morti, se hanno gasolio, luce, aria". Sono i marittimi meno fortunati, vittime di un sequestro a tavolino, frutto dell'improvvisazione e dell'urgenza. Di loro e della "Savina Caylyn", la motocisterna dei Fratelli D'Amato, da tre mesi non si sa più niente. "Ogni giorno mi dispero di più", dice Tina Verrecchia, moglie del direttore di macchina. Dopo un fax del 22 maggio, dei cinque italiani e 17 indiani bloccati nelle acque territoriali della Somalia non si è più avuta notizia.Nel messaggio un appello perché il governo italiano pagasse la somma che gli armatori non avevano la possibilità di assicurare ai pirati per il rilascio: 16 milioni di dollari. Nicola Verrecchia è il figlio del direttore di macchina, Antonio. "Non sento mio padre da tre mesi. Un mese fa da Roma dicevano che il lavoro degli inviati del ministero era stato ottimo. Di quei giorni sono rimaste le parole della Boniver (inviata della Farnesina per le emergenze umanitarie, ndr) che aveva buone speranze che in pochi giorni gli italiani sarebbero tornati a casa". Da allora è passato un mese e sulla vicenda è buio pesto. "La Farnesina dice di contattarci quotidianamente. In realtà ci chiamano quando succede qualcosa, e ora non sta succedendo nulla".Sull'esito felice dell'altro sequestro, quello dell'"Anema e core" dei Bottiglieri, Nicola Verrecchia commenta: "Erano nelle mani di una pirateria poco evoluta. A bordo di una nave c'è di tutto, potrebbero aver preso anche materiali preziosi, come il rame". Nessuna conferma neppure sul trasferimento di parte dell'equipaggio a terra. "La Farnesina sosteneva che dal loro monitoraggio lo sbarco di tre persone non risultava. Da febbraio a maggio avevano visto un continuo viavai di persone a bordo, forse saccheggiavano la nave". Quali pensieri in questi tre mesi? "Tanti - dice il figlio del marittimo - ne faccio anche di brutti di cui non voglio parlare. L'armatore mi ha detto che ogni giorno provano a telefonare, ogni pomeriggio alle cinque. Ma nessuna risposta. Non mi spiego perché prima telefonavano, inviavano fax, lasciavano chiamare a casa. Il silenzio dei pirati ci fa sperare nel fatto che forse siano soddisfatti. Nell'ultima telefonata mio padre tra le righe mi disse che era meglio non dare notizie e io da quel momento non ho contattato più nessuno. Spero che non abbia pagato le conseguenze di quella frase".
Invece per la "Savina Caylyn" l'incubo diventa interminabile
Da tre mesi non si sa più niente della motocisterna dei Fratelli D'Amato e dei marinai "Non sappiamo se sono vivi o morti, se hanno gasolio, luce, aria". Sono i marittimi meno fortunati, vittime di un sequestro a tavolino, frutto dell'improvvisazione e dell'urgenza. Di loro e della "Savina Caylyn", la motocisterna dei Fratelli D'Amato, da tre mesi non si sa più niente. "Ogni giorno mi dispero di più", dice Tina Verrecchia, moglie del direttore di macchina. Dopo un fax del 22 maggio, dei cinque italiani e 17 indiani bloccati nelle acque territoriali della Somalia non si è più avuta notizia.Nel messaggio un appello perché il governo italiano pagasse la somma che gli armatori non avevano la possibilità di assicurare ai pirati per il rilascio: 16 milioni di dollari. Nicola Verrecchia è il figlio del direttore di macchina, Antonio. "Non sento mio padre da tre mesi. Un mese fa da Roma dicevano che il lavoro degli inviati del ministero era stato ottimo. Di quei giorni sono rimaste le parole della Boniver (inviata della Farnesina per le emergenze umanitarie, ndr) che aveva buone speranze che in pochi giorni gli italiani sarebbero tornati a casa". Da allora è passato un mese e sulla vicenda è buio pesto. "La Farnesina dice di contattarci quotidianamente. In realtà ci chiamano quando succede qualcosa, e ora non sta succedendo nulla".Sull'esito felice dell'altro sequestro, quello dell'"Anema e core" dei Bottiglieri, Nicola Verrecchia commenta: "Erano nelle mani di una pirateria poco evoluta. A bordo di una nave c'è di tutto, potrebbero aver preso anche materiali preziosi, come il rame". Nessuna conferma neppure sul trasferimento di parte dell'equipaggio a terra. "La Farnesina sosteneva che dal loro monitoraggio lo sbarco di tre persone non risultava. Da febbraio a maggio avevano visto un continuo viavai di persone a bordo, forse saccheggiavano la nave". Quali pensieri in questi tre mesi? "Tanti - dice il figlio del marittimo - ne faccio anche di brutti di cui non voglio parlare. L'armatore mi ha detto che ogni giorno provano a telefonare, ogni pomeriggio alle cinque. Ma nessuna risposta. Non mi spiego perché prima telefonavano, inviavano fax, lasciavano chiamare a casa. Il silenzio dei pirati ci fa sperare nel fatto che forse siano soddisfatti. Nell'ultima telefonata mio padre tra le righe mi disse che era meglio non dare notizie e io da quel momento non ho contattato più nessuno. Spero che non abbia pagato le conseguenze di quella frase".