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Figli


Ho remato così tanto contro corrente, ora la mia anima è stanca. Quale tributo d’essere si oppone al retaggio, al volo immaturo? La mia Mishnà si corrompe nel paese della gloria nella follia ingombra sguscia via la serpe. La gioia della legge viscidi-osa s’inabissa nelle vuote tenebre nel tempio angusto dove non suona più il mio sciofàr. In sette si leggeva in sette si moriva; ci copriva solo il manto del tuo taled intorno a un incensiere. Pioveva agli occhi la tua calda lacrima. Dio mio! Quanti frantumi nelle tue mani.B.C. Mi chiedo spesso se la riconfigurazione della realtà attraverso la poiesis, quale attestazione della mimesi, possa valere nel tempo e nel luogo dell’anima. Oppure, se essa stessa si anima di una propria produzione come potere del logos che soggioca e trasferisce la propria essenza di divinità.Eppure la parola poetica, vuole e desidera raggiungere una meta, non (solo) una pura emozione. Forse, è anche vero che la poiesis produce sia la medicina sia il veleno di cui si nutre; l’interiorità che anima l’apparizione, la forma esteriore congiunta al suo logos, allo spirito creatore.Talvolta accade che leggo a piccola H. alcune brevi poesie composte da sua madre. Lei si prepara in religioso silenzio, seduta sulla sua seggiola preferita e con le mani poggiate sulle gambe. Si pone in ascolto: chiude gli occhi e assorbe ogni movimento della parola, ogni sfumatura e tono.Nei miei occhi la sua immagine si colora di ogni lucentezza, e non mi è raro di sentire l’assenza intorno a noi del mondo. Lei riempie ogni angolo della mia immaginazione fino a sentire la sua leggerezza trapassarmi come un vento, un tepore altrimenti sconosciuto. Lei spesso si commuove. Stoicamente si commuove. Piange dentro deglutendo il sogno ancora aperto. Non mi ha mai permesso di finire la lettura, perché vuole bere tutta la coppa del suo bene, anche se la distanza lascia sgorgare tutto il suo agro sapore. Le cose amare che derivano dal bene scendono in cuore per divenire dolci. Piccola H. attende che arrivi al cuore la bellezza del gioire; perché quelle parole, quei versi, avevano già superato inimmaginabili distanze esistenti tra il creatore e la creatura: erano lì, presenti da sempre, diventavano forma e sostanza umana nel silenzio del nido materno, ancora prima che la luce del mondo potesse inondare i suoi occhi.  FigliaVorrei dormire con te un magico sonno: domani svegliarmi in un bagno di rose; un bagno di luce e perdono. Con noi, la luce degli astri gemmata a stupore. Son’io altri occhi, Son’io, altro mio cuore. Sei tu, creatura del mio cielo abbracciata ai miei occhi. Oh! figlia, mio dono d’amore.