Creato da sebastiano19maggio il 05/10/2008

storie di Sebastiano

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5 - UN ALTRO GIORNO ANDATO (seconda parte)

Post n°325 pubblicato il 01 Gennaio 2013 da sebastiano19maggio
 
Tag: romanzo

“Emma!!”, le avevo gridato anche eccessivamente uscendo dal Bar.

“Chi?!”

“Finalmente…”

“Ah!... tu… ancora qui?”

Il suo tono era tra lo scocciato e il sorpreso per quella improvvisa presenza che la prendeva sottobraccio nella sua mattinata ed il suo scostarmi era stato garbato ma alquanto risoluto. Chiaramente una figuraccia poco degna da parte mia, ma d’altronde mi ero servito di lei per uscire dagli sguardi del terzetto che, secondo me, mi avevano scambiato per una guardia o qualcosa di simile che spiava i loro affari loschi.

Certo, potevano essere solo tre trasportatori notturni, così come la signora al cellulare poteva andare molto innocentemente a trovare magari un parente, ma le storie che mi si erano intrecciate sotto gli occhi e soprattutto nella mente erano molto verosimili e soprattutto di gran lunga più interessanti. E mi avevano come inebriato e facendomi sentire inspiegabilmente su di giri.

“Ti accompagno alla macchina…”

“Non capisco che vuoi… non ti pare di avere troppa confidenza dopo una chiacchierata di dieci minuti?”

“Già… forse hai ragione… non volevo darti noia… ma tu mi avevi dato il tuo cellulare… quindi… ma fa niente!!”

Lei si era fermata. Interrogativa nello sguardo e nel tono, “…ti ho dato il mio numero… e allora?”

“Nulla… nulla… ho detto che fa niente…”

“No, invece fa… che avevi capito??”

E dopo essermi assicurato di essere abbastanza lontano dal Bar e che il terzetto del furgone mi avesse perso di vista, mi ero fermato, guardandola dritta negli occhi, risoluto. “Scusami… la verità è che sono qui per caso… mi sono trovato in una situazione antipatica da cui volevo uscire, ti ho visto passare ed ho pensato che tu potessi essere la mia via di uscita, insomma ho avuto necessità di comportarmi come se avessi un appuntamento con te in modo che non pensassero… insomma, basta!, mica ti ho violentato!!... dove hai questa benedetta macchina che ti accompagno e mi tolgo dalle scatole?”

Quanto fossero strane le donne lo sapevo, anche se non pretendevo di conoscerle veramente, ed ero abituato ai repentini cambi di umore e di opinione, ma in quel caso il suo atteggiamento aveva avuto proprio una sterzata violenta, a centottanta gradi.

Emma si era quasi intristita. “Mi piaceva più essere importunata… “

“Cioè?”

“…mi sarebbe piaciuto che tu… insomma… il caso è proprio brutto… mi fa sentire insignificante… avrei preferito che avessi avuto delle intenzioni…”

“Per potermi mandare a fanculo, magari…”

“Già!”

“Ma ti pare bello?”

Una risata contenuta aveva sottolineato il suo ennesimo cambio d’umore. “Sicuramente più bello di essere trattata come una scusa… “

“Beh, se ti fa piacere puoi sempre mandarmici!!”

“Mah, forse un’altra volta… sono arrivata alla macchina… devo andare a lavorare…”

Prima di mettere in moto, dal finestrino mi aveva poi chiesto, “…ma tu non lavori?”

Nella mia immaginazione eccitata dalle storie scrutate o forse nella mia fantasia oppure come intuito, avevo tradotto quell’ultima domanda così inutile, specialmente in quel momento, come se mi avesse detto ‘…non mi lasciare andare via da sola…’. Per questo mi ero appoggiato alla sua auto e l’avevo guardata per la prima volta come andrebbe sempre guardata una donna. Ed avevo visto nei suoi occhi, sotto le lunghe ciglia, una voglia di evasione dalla realtà, indirizzata proprio verso di me, sentendomi io a quel punto la sua possibile via di fuga, come lei lo era stata per me. Per questo mi erano uscite frasi del tutto inaspettate fino a quel momento.

“…no, oggi no… oggi non lavoro… perché non fai sega anche tu al tuo lavoro?... proprio come si faceva ai tempi della scuola?”

“Sega?!... e per fare che?”

“…quello che vogliamo… salgo?”

Lei non mi aveva risposto. Lentamente, ma non troppo, aveva tolto la borsetta appena appoggiata sul sedile accanto al suo e l’aveva spostata sul sedile posteriore, per poi aprire leggermente lo sportello.

Entrato in auto c’eravamo guardati prima di parlare. Poi lei aveva scosso la testa.  “E’ ridicolo…”

“Lo so, Emma, è proprio ridicolo… ma non ti affascina?…”

“Io non ho più quindici anni!!“

“E chi lo dice? Quindici anni si possono avere tutte le volte che si vuole… basta sentirli…”

“Ma tu chi sei? Come hai fatto a salire in quest’auto?”

“Mi hai fatto salire tu…”

“Lo so… ma perché l’ho fatto?... che senso ha?”

“Se cerchi un senso non lo trovi… perché non c’è… ma forse puoi trovare una voglia, un istinto… una follia… quella di avere ancora una volta quindici anni… essere in un sogno… solo un sogno… come  è la vita… la mia e la tua… lo stesso… la stessa cosa… solo un sogno da cui non ci si dovrebbe mai svegliare. Ma se non lo trovi posso andarmene… scendo se vuoi… altrimenti metti in moto… “

“Per dove?... “

“Sempre dritto!!”

“Fino a dove?”

Io non avevo risposto e lei non aveva chiesto, ma la sua risposta era implicita nel rumore dell’auto che si muoveva. Ed io non sapevo dove né perché, e lei forse non sapeva il perché ma forse aveva immaginato il dove senza dirmelo. Perché ci eravamo ritrovati sull’Aurelia, fuori da Roma, verso il mare, con una musica dirompente di sottofondo, che dava il ritmo alla follia di andare.

E così, inspiegabilmente, dopo anni, invece che al lavoro ero su un’auto di una donna semisconosciuta, nella mattina di una giornata feriale di un caldo mese di Aprile. Ma che cosa stessimo facendo era ancora del tutto sconosciuto e forse per questo estremamente affascinante.

Però, assurdamente, dopo poche decine di chilometri avevo sentito le incertezze salire da dentro supportate dal raziocinio che mi faceva vedere chiaramente la situazione nella sua stupidità. Così ero diventato io ad avere dubbi, a chiedermi cosa stessimo facendo. E come l’auto che chiedeva carburante, fermi al distributore, mentre ci rifornivamo benzina, mi ero ritrovato a domandare, a specificare, a cercare di demifisticare me stesso, importando nella realtà quel filo di logica figlia di  antichi retaggi di vita responsabile. Quella del giorno prima. Ormai un secolo fa.

(segue)

 
 
 
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