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Post N° 266


IL GENERALE DALLA CHIESA III parteGli attacchi postumi al generale Gli uomini di Gladio e della P2 tornano a galla con gli attacchi postumi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cui evidentemente non riescono ancora a perdonare la guerra alla mafia e ai politici mafiosi...  Gli eredi della P2. Periodicamente, gli uomini di Gladio e della P2 tornano a galla con gli attacchi postumi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, cui evidentemente non riescono ancora a perdonare la guerra alla mafia e ai politici mafiosi. Spicca fra loro per pervicacia l’ex presidente (costretto a suo tempo a dimettersi per non commendevoli motivi) Francesco Cossiga. Costui, nel 1990, rese un servigio alla mafia isolando ufficialmente uno dei magistrati maggiormente impegnati, Rosario Livatino: che fu assassinato dai killer pochissimo tempo dopo. L’ostilità di Cossiga contro il generale non nasce tuttavia, a nostro parere, negli anni siciliani ma è presistente ad essi. Sorge probabilmente a metà degli anni Settanta, quando dalla Chiesa, nell’ambito dei carabinieri di Milano, sostenne un vero e proprio scontro con una cordata di militari infedeli, trovati più tardi nelle liste di Gelli ma già allora probabilmente organici a qualcuno dei centri di potere deviato di cui Cossiga più d’una volta ha proclamato la legittimità "politica".Riproponiamo dunque un articolo di ventun anni fa, uscito sui Siciliani. Ci duole di dover ricorrere a materiale tanto antico, ma sembra che sulla stampa di oggi l’argomento P2 sia ormai considerato archeologico - nonostante la sua attinenza col governo attuale - e che coloro che si opposero ai poteri mafiosi e occulti possano essere liberamente insultati dal primo faccendiere. In più, da siciliani, dobbiamo onorare un debito verso un soldato della Sicilia. Riccardo Orioles:"Mi presento spontaneamente per rendere dichiarazioni che ritengo possano avere rilievo nelle indagini...". E’ il 25 aprile 1981, all’ufficio istruzione del Tribunale di Milano. Sono presenti i giudici Turone, Colombo e Viola e un testimone, l’ufficiale dei carabinieri Nicolò Bozzo. Leggi il seguito Giancarlo Giannini è il generale Dalla Chiesa in un film per la TvPrima di cominciare a girare Il generale Dalla Chiesa Giancarlo Giannini racconta di aver cercato dei libri che ne tracciassero il profilo. «Non ho trovato altro che quello scritto da suo figlio, Nando Dalla Chiesa. Eppure il generale è stata una figura centrale nella lotta al terrorismo. Neanche nelle librerie meno alla moda sparse per l’Italia, quelle in cui ho potuto curiosare seguendo le riprese di Milano-Palermo: il ritorno, il film con Raoul Bova con cui Fragasso spera di bissare il successo del primo. Chissà. Forse alcuni episodi della lotta al terrorismo sono coperti dal segreto, molto ancora non si può conoscere». Prodotto dalla Endemol dei Bassetti, destinato all’autunno di Canale 5, diretto da Giorgio Capitani, girato con 142 sequenze tra Roma, Torino, Viterbo, Palermo, il film-tv è diviso in due parti: la prima racconta il trasferimento di dalla Chiesa con la famiglia a Torino e l’inizio della lotta alle Br, la seconda la sconfitta del terrorismo, il suo arrivo a Palermo come prefetto, la morte in un attentato il 3 settembre 1982. Tra gli interpreti Stefania Sandrelli nel ruolo della prima moglie, Dora, morta troppo presto giovane, e Francesca Cavallin in quello della seconda moglie, Emanuela Setti Carraro, uccisa con lui a Palermo. Nessun tentativo da parte di Giancarlo Giannini di somigliare fisicamente a Dalla Chiesa: «E’ bastata la divisa, il berretto, gli occhiali e i baffi. Non ho voluto altro. Non si usa più truccarsi per fingere di essere chi non si è. Ormai si sa che un attore recita». Massima attenzione, invece, alla psicologia dell’uomo: «Una figura controversa, difficile. Durissimo con i sottoposti, dolce con la moglie Dora. Negli anni della lotta alle Br potentissimo tanto che poteva entrare e uscire da tutte le carceri, in quelli da prefetto a Palermo abbandonato dallo Stato al punto da fargli dire di aver gli stessi mezzi che si danno al prefetto di Forlì, città dove non succede mai niente». I momenti importanti della carriera di dalla Chiesa, dice Giannini ci sono tutti. I rapporti con i politici, tutti quelli dell’arco costituzionale. L’intuizione che per combattere le Br non bastavano le armi ma occorrevano capacità investigative, infiltrati, e perfino se ci si riusciva, convincere qualcuno dei militanti a «pentirsi» e svelare i cardini dell’organizzazione. L’amicizia con il parlamentare comunista Pio La Torre che tanto si battè per fare approvare una legge sul reato associativo, indispensabile per sconfiggere il terrorismo. «I terroristi, diceva ai suoi uomini, sono pesci in un acquario: dobbiamo diventare anche noi pesci per avvicinarli. Era molto abile, Dalla Chiesa». Raccontate anche l’imbarazzo con cui fu accolta la notizia che il suo nome era nella lista della P2? «Sì. Ma la faccenda resta sospesa. Lui disse di essersi iscritto per indagare, alcuni non gli credettero». Ma soprattutto Giannini ha raccontato l’uomo: il rapporto conflittuale con il figlio Nando che gli creava problemi e lo contestava sul piano ideologico: «Come molti figli in crescita si opponeva al padre». La complicità tà affettuosa che lo legava alla moglie Dora. «Con lei diventava romantico: le portava i fiori, le parlava di tutto. Quando morì ebbe una crisi: voleva lasciare l’Arma, ritirarsi». La tenerezza per le due figlie femmine Rita, la più grande e Simona, la piccola: «Non le conoscevo. Sono venute sul set a darci un saluto. Nando no, s’è fatto solo sentire al telefono». L’incontro con la giovanissima Emanuela Setti Carraro, una volontaria della Croce Rossa, che prova per lui una infinita ammirazione, riempie il vuoto lasciato da sua moglie fino ad arrivare a convincerlo a chiederle di sposarlo: «Chissà, andando a Palermo con lei, si sarà illuso di poter ricominciare a vivere».«Un uomo potentissimo e molto solo»Giorgio Capitani regista di cinema e televisione sostiene di essere fortunato: «Ho ottant’anni e ho fatto solo cose che mi piacevano». Anche Il Generale Dalla Chiesa gli piace. «Abbiamo cercato di raccontare un uomo, nel suo momento più importante: la lotta alle Brigate Rosse. Se non ci fosse stata, pur essendo lui un ottimo servitore dello stato, che aveva combattuto la mafia in Sicilia, nessuno gli avrebbe dato la carica di Prefetto di Palermo e nessuno avrebbe pensato di farlo fuori in un attentato. Dalla Chiesa è indissolubilmente legato alle Brigate rosse. Il cuore del racconto è quello: un uomo potentissimo, che entrava e usciva dalle carceri, che aveva rapporti con tutto l’arco politico, che con l’appoggio di Pio La Torre, comunista e amico, riuscì a far varare una legge sulla banda armata e l’associazione di stampo mafioso, eppure un uomo molto solo, solissimo». Per non violare la legge, nessuno dei brigatisti è mai citato per nome. Sono invece raccontati con i loro nomi tutti i parenti di Dalla Chiesa a partire dai figli Nando, Rita, Simona. Simonetta Robiony  http://www.rifondazione-cinecitta.org/ilgenerale.html