Caro Alechi ci capisce è bravo.Se in campo di salute mentale non ti adegui all’impostazione regionale importata da Trieste sei bastonato, se ti adegui sei bastonato lo stesso, forse di più.E allora che fare? Chi ha l’età, andare in pensione e guardare il mondo della sofferenza mentale da altra prospettiva, magari attraverso una più composta riflessione sulla soggettività della persona; sul significato e il rapporto tra oggettività e soggettività.Però questo ci porterebbe dentro la filosofia e forse teologia e ci allontanerebbe da una prassi sulla salute mentale che dobbiamo esercitare nel campo, confrontandoci anche con incongruenze che ora vado brevemente a esporre. La Regione Sardegna affida la consulenza per la salute mentale al Dipartimento di Trieste, poi però se fai delle cose in linea con la sua filosofia, ecco, ti boccia i piani.Nei piani per l’integrazione sociale dei sofferenti psichici presentati dal comune di Carbonia, come di altri comuni del distretto sanitario congiuntamente con il CSM territoriale competente, la regione ha fatto delle osservazioni negative, una delle quali è quella che dice che gli eventuali inserimenti lavorativi fatti presso il CSM sono autoreferenziali e non prevedono integrazione sociale.A noi era parso, anche in seguito a ripetute visite del dipartimento triestino, di vedere una serie di lavori che si svolgono presso l’ex manicomio di quella città; lavori produttivi e di assistenza alla persona portati avanti da cooperative sociali e soggetti sofferenti psichici inseriti in esse.Quale differenza con quell’impostazione, mi chiedo, se le persone inserite in percorsi abilitativi e lavorativi, così come da noi, si occupano della produzione delle olive (la fattoria gestita da Albeschida possiede 200 ulivi), delle piante da frutta, delle pastorizia, della cura degli animali, della produzione di latte, ecc; ancora della cura alle persone in percorsi diversi in casa famiglia e con assistenza diretta nei loro confronti, della cucina, della pulizia degli ambienti. Se presso la struttura di Villarios invece di inserire altro personale Asl, la conduzione di varie attività è condotta direttamente da quelle persone che in altri contesti vengono chiamati pazienti e che da noi hanno il nome della funzione che svolgono (giardinieri, cuochi, elettricisti ecc.). Sarebbe ingiusto chiamare il luogo di Trieste dove opera il ristorante il “Posto delle Fragole” o dove c’è l’ “Accademia della Follia”, Manicomio. Infatti, pur essendo rimasti gli stessi i luoghi, le modalità di lavoro ne hanno trasformato completamente il contesto sociale in cui ormai la struttura è inserita. E anche se si caratterizza ancora come luogo in cui la follia è presente (quando siamo stati a pranzo nel ristorante gestito dalla cooperativa e all’interno del complesso ex O.P., una ospite (paziente) di uno degli appartamenti della residenzialità è entrata nel ristorante ed ha incominciato a mordere delle persone che pranzavano) però il suo contesto complessivo è diverso.Perché da noi non si può? Noi non possiamo forse trasformare luoghi deputati alla cura del disturbo mentale in luoghi altri, in luoghi dove la società penetra profondamente dentro e trasforma il luogo stesso?Certamente questo non è l’unico nostro modo di operare, nel cosiddetto territorio facciamo anche altre cose. Tentiamo di inserire nel contesto sociale vivo le persone in cura da noi. Cerchiamo, per quanto è possibile di non sradicarle. Attenti però che questa parola, molto di moda, non debba significare, per la persona sofferente e la famiglia, abbandono. I nostri luoghi sono concepiti per dar risposte immediate e non solamente di tipo “medico psichiatrico”. Sono luoghi in cui si entra e si esce liberamente e si è accolti per il bisogno che in quel momento è in evidenza.Spesso le impostazioni dei CSM intendono che il reinserimento della persona con disturbo mentale debba avvenire sempre nel territorio, tracciando un limite netto, appunto, tra territorio e luogo di cura; senza una sufficiente riflessione che essi stessi sono nel territorio e integrati in esso. Sembrerebbe che la persona con disturbo debba subire un’altra scissione: nel CSM si cura in un modo e nella società o ci si inserisce con quelle cure così codificate, altrimenti la colpa è sempre della società che non risponde agli input “buoni” degli psichiatri e operatori dei CSM.Queste solo brevi osservazioni che nascono dalla meraviglia nel constatare che a impostazioni teoriche importate qui in Sardegna da Trieste, perdura una pratica nell’amministrazione regionale che, quando una qualche realtà porta i contenuti culturali simili a quelli di Trieste ma vissuti e trasformati in loco, allora viene non riconosciuta perché forse non ha lo sponsor politico amministrativo che gli possa apporre sopra il marchio – doc origine triestina. Phelipe Barbanera
A proposito di inserimenti lavorativi
Caro Alechi ci capisce è bravo.Se in campo di salute mentale non ti adegui all’impostazione regionale importata da Trieste sei bastonato, se ti adegui sei bastonato lo stesso, forse di più.E allora che fare? Chi ha l’età, andare in pensione e guardare il mondo della sofferenza mentale da altra prospettiva, magari attraverso una più composta riflessione sulla soggettività della persona; sul significato e il rapporto tra oggettività e soggettività.Però questo ci porterebbe dentro la filosofia e forse teologia e ci allontanerebbe da una prassi sulla salute mentale che dobbiamo esercitare nel campo, confrontandoci anche con incongruenze che ora vado brevemente a esporre. La Regione Sardegna affida la consulenza per la salute mentale al Dipartimento di Trieste, poi però se fai delle cose in linea con la sua filosofia, ecco, ti boccia i piani.Nei piani per l’integrazione sociale dei sofferenti psichici presentati dal comune di Carbonia, come di altri comuni del distretto sanitario congiuntamente con il CSM territoriale competente, la regione ha fatto delle osservazioni negative, una delle quali è quella che dice che gli eventuali inserimenti lavorativi fatti presso il CSM sono autoreferenziali e non prevedono integrazione sociale.A noi era parso, anche in seguito a ripetute visite del dipartimento triestino, di vedere una serie di lavori che si svolgono presso l’ex manicomio di quella città; lavori produttivi e di assistenza alla persona portati avanti da cooperative sociali e soggetti sofferenti psichici inseriti in esse.Quale differenza con quell’impostazione, mi chiedo, se le persone inserite in percorsi abilitativi e lavorativi, così come da noi, si occupano della produzione delle olive (la fattoria gestita da Albeschida possiede 200 ulivi), delle piante da frutta, delle pastorizia, della cura degli animali, della produzione di latte, ecc; ancora della cura alle persone in percorsi diversi in casa famiglia e con assistenza diretta nei loro confronti, della cucina, della pulizia degli ambienti. Se presso la struttura di Villarios invece di inserire altro personale Asl, la conduzione di varie attività è condotta direttamente da quelle persone che in altri contesti vengono chiamati pazienti e che da noi hanno il nome della funzione che svolgono (giardinieri, cuochi, elettricisti ecc.). Sarebbe ingiusto chiamare il luogo di Trieste dove opera il ristorante il “Posto delle Fragole” o dove c’è l’ “Accademia della Follia”, Manicomio. Infatti, pur essendo rimasti gli stessi i luoghi, le modalità di lavoro ne hanno trasformato completamente il contesto sociale in cui ormai la struttura è inserita. E anche se si caratterizza ancora come luogo in cui la follia è presente (quando siamo stati a pranzo nel ristorante gestito dalla cooperativa e all’interno del complesso ex O.P., una ospite (paziente) di uno degli appartamenti della residenzialità è entrata nel ristorante ed ha incominciato a mordere delle persone che pranzavano) però il suo contesto complessivo è diverso.Perché da noi non si può? Noi non possiamo forse trasformare luoghi deputati alla cura del disturbo mentale in luoghi altri, in luoghi dove la società penetra profondamente dentro e trasforma il luogo stesso?Certamente questo non è l’unico nostro modo di operare, nel cosiddetto territorio facciamo anche altre cose. Tentiamo di inserire nel contesto sociale vivo le persone in cura da noi. Cerchiamo, per quanto è possibile di non sradicarle. Attenti però che questa parola, molto di moda, non debba significare, per la persona sofferente e la famiglia, abbandono. I nostri luoghi sono concepiti per dar risposte immediate e non solamente di tipo “medico psichiatrico”. Sono luoghi in cui si entra e si esce liberamente e si è accolti per il bisogno che in quel momento è in evidenza.Spesso le impostazioni dei CSM intendono che il reinserimento della persona con disturbo mentale debba avvenire sempre nel territorio, tracciando un limite netto, appunto, tra territorio e luogo di cura; senza una sufficiente riflessione che essi stessi sono nel territorio e integrati in esso. Sembrerebbe che la persona con disturbo debba subire un’altra scissione: nel CSM si cura in un modo e nella società o ci si inserisce con quelle cure così codificate, altrimenti la colpa è sempre della società che non risponde agli input “buoni” degli psichiatri e operatori dei CSM.Queste solo brevi osservazioni che nascono dalla meraviglia nel constatare che a impostazioni teoriche importate qui in Sardegna da Trieste, perdura una pratica nell’amministrazione regionale che, quando una qualche realtà porta i contenuti culturali simili a quelli di Trieste ma vissuti e trasformati in loco, allora viene non riconosciuta perché forse non ha lo sponsor politico amministrativo che gli possa apporre sopra il marchio – doc origine triestina. Phelipe Barbanera