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IN SCENA


(a.f.) “Mi chiamo Claudio Misculin (con l’accento sulla seconda “i”: n.d.r.), matto di mestiere, attore di vocazione. Non è una bella situazione essere matti ma è una situazione alla quale sarebbe bene prestare attenzione … tutti quanti. Il nostro sistema produce follia. E noi ci chiamiamo, appunto, Accademia della Follia, perché 16 anni fa abbiamo pensato che da matti che eravamo, tutto sommato anche orgogliosi di essere matti, potevamo cominciare a dire una parola sulla follia nel mondo della sanità. La normalità è una linea teorica … e la tensione verso la normalità porta talvolta a spaccature che conducono alla … follia”. Inizia così, col soliloquio dell’istrionico attore-regista Claudio Misculin la rappresentazione del “Dottor Semmelweiss” andata in scena venerdì scorso al Teatro Centrale di Carbonia a cura dell’Accademia della Follia, compagnia triestina nata dalle ceneri dei muri manicomiali. Possiamo dire che l’equazione tecnica + follia = arte, che Misculin descrive nel suo metodo di lavoro, nella rappresentazione scenica risulta spostata verso la tecnica a tal punto che i “matti” in scena, trasformati in normaloidi (“Io sono matto e lo dico, loro sono normaloidi … e ci guadagnano”) appaiono molto più sani che non nella realtà del “dietro le quinte e giù dal palco” guadagnando in “riabilitazione” ma perdendo in follia, tanto ché l’equazione, così fortemente sbilanciata verso sinistra, rischia di non dare il risultato sperato. Perché se il risultato  doveva essere quello di trasmettere emozioni pur non provandole … beh, io non mi sono emozionato poi così tanto. Tecnica e parole, tecnica a parole, con tanto di polemica antipsichiatrica portata un tantino verso l’eccesso (chissà, forse è proprio questo che voleva il Misculin, nella sua parodia della società dell’eccesso!), modulata campagna pro legge 180, difesa a spada tratta dei fondatori del Movimento di liberazione del matto. Ne risulta che il ruolo che attira lo sguardo e quello di Valentina Sussi quando, con le sue movenze altamente seduttive, impersona la pervasività, l’ineluttabilità e, tutto sommato anche la seduttività, della morte che con fare tentacolare abbraccia i Baroni della medicina (acute, precise e “viscide” quel tanto che ci vuole le interpretazioni di Gabriele Palmano e Darko Kuzma) e le loro Istituzioni scientifiche (dove però “la scienza rema contro l’intuizione”). Vale la pena di ricordare che Dottor Semmerweiss è basato sulla vicenda del medico ungherese che a metà degli anni 800 capì che le morti da febbre puerperale derivavano dalla cattiva igiene dei medici (che in sostanza passavano dalle autopsie ai parti senza soluzione di continuo) e per questo suo capire – e il conseguente tentativo di agire - fu criticato, sbeffeggiato e emarginato, rimanendo alla fine con pochissimi intimi (qui il “normaloide” Giuseppe Denti la fa da padrone mostrando in pieno quella che Misculin afferma essere “la sicurezza di sé dei nati per essere artisti”) a combattere la battaglia contro la rassegnazione: “Io non ho lottato abbastanza …. Ho sognato, amato, sperato … tutti movimenti inutili della buona fede”. Tecnica e parole, ancora tecnica a parole. Poca emozione, anche quando l’immancabile Valentina impersona la puerpera ribelle ed esce perdente,se così si può dire, nonostante le sue “precise e veementi e fin troppo normali parole” dal confronto emotivo con l’altra puerpera, l’attrice “di casa”, made in Albeschida, Daniela Cugurra. “Noi usiamo la follia come cifra magica nell’equazione artistica”, ribatte Misculin, e alla fine viene da dire “Bravi, bravi, bravi, tre volte bravi …. in quanto a tecnica e parole. Tecnica e parole, tecnica a parole. Troppe parole. Mi viene in mente la frase che apre il film-documentario “Il grande Silenzio”, di Philip Groning: “Solo in completo silenzio … si comincia ad ascoltare; solo quando il linguaggio scompare … si comincia a vedere. … Ripetizione, ritmo silenzio”. Ecco, forse nel teatro dell’eccesso dell’Accademia della Follia, è mancato solo un po’ di silenzio, il tanto giusto per permetterci di "sentire”.Nota a margine: il critico eccessivamente critico che ha redatto queste righe era freschissimo reduce, poche ore appena, da un sentito lutto familiare, aveva qualche lacrima agli occhi che forse gli ha impedito di veder bene, e un magone nel cuore che forse gli ha impedito di “sentire”. Pertanto leggete tutto ciò che ha scritto con beneficio di inventario.