(a.f. & a.n.) Va bene, non ci è piaciuto poi così tanto, perché ci aspettavamo di più (cosa vuol dire … di più?), perché non abbiamo trovato quel che cercavamo (ma poi … cos’è che cercavamo?), perché … perché … perché … . Però, questa Accademia della Follia qualcosa deve pur averci lasciato se tre giorni dopo la loro partenza stiamo ancora a parlarne, a scambiarci SMS, a chiederci … perché. Perché questa “cosa”, che non ci è piaciuta poi così tanto, riempie ancora le nostre menti al risveglio dal sonno notturno? Sarà solo la necessità di rimediare ad una critica troppo critica o il tentativo di trovare i punti di contatto più che quelli di distacco? Sarà che, tutto sommato, quei sette matti ci hanno lasciato qualcosa di più della loro sedicente tecnica? Qualcuno ha detto che nello spettacolo andato in scena venerdì scorso al Centrale di Carbonia c’era troppa presunzione, poca cura nelle scelte, troppe sparate per stupire e poche per comunicare. Però, subito dopo, arriva l’aeterna questio? E allora, perché continuiamo a parlarne? Perché, in effetti qualcosa ha lasciato il segno: di sicuro l’umanità del fuori scena, dei tre giorni trascorsi a parlare d noi, e la spinta a continuare la ricerca, la trasformazione – anche fisica – di Valentina e Giuseppe sul palco, la prorompenza sempre presente di Dario alias Darko, la convinzione di Gabriele e la gentilezza di Pino e Marco e poi, è inutile negarlo, l’istrionismo di Claudio, che magari parla male di Vittorio Gasman e fa risalire a lui tutti i guai del teatro italiano, ma in fine dei conti cerca, come il Gasman, di catturare l’attenzione e di mettersi al centro della scena … pur restandone apparentemente in disparte, sul lato destro per chi guarda, quindi maschile, dominatore, ma su quello sinistro, femminile e quindi “avente cura” per chi recita, per dar spazio e tempo ai suoi compagni di … vita. Già, perché di compagni di vita si tratta, e forse è proprio questo il motivo per cui stiamo ancora a parlare dell’Accademia della Follia, qualcosa di tangibile che ci ha lasciato e per questo ci costringe ancora a parlare di Lei. Il cinema ci ha inondato di relazioni fittizie, matrimonio e separazioni miliardarie; il teatro, anche questo teatro, un po’ o molto folle, ci parla di coppie che non scoppiano, di relazioni profonde e inveterate, di lunghi percorsi “insieme”. Sette matti, che con altri ancora, condividono ogni giorno, nella stessa casa, l’avventura della quotidianità. Ecco, forse in questo abbiamo qualcosa da imparare. Soprattutto da un uomo, tale Claudio Misculin, novello padre putativo, né più e né meno come San Giuseppe (ritornano gli aspetti magici, altrochè se ritornano, ma d'altronde siamo o no nel campo della follia?), che ha dedicato la sua vita al teatro dei matti e non solo al “loro e suo teatro”. Vien da chiedersi: che sia innamorato e non lo sa? Al fin della tenzone, ho trovato ciò che dal palco del Centrale non è emerso o almeno io non sono riuscito a vedere …. l’amore. Volevo e volevamo sentir parlare di amore e invece abbiamo visto questa benedetta o maledetta tecnica che ci ha, tanto sbandierata come è stata nell’equazione tecnica + follia = arte, in qualche modo fuorviato. Perché l’amore rimane fuori scena e non è considerato dall’equazione. Che io riscriverei: tecnica + follia + amore = arte. Claudio, se ci senti batti un colpo. A questo punto il tuo contributo è indispensabile.
A proposito di amore
(a.f. & a.n.) Va bene, non ci è piaciuto poi così tanto, perché ci aspettavamo di più (cosa vuol dire … di più?), perché non abbiamo trovato quel che cercavamo (ma poi … cos’è che cercavamo?), perché … perché … perché … . Però, questa Accademia della Follia qualcosa deve pur averci lasciato se tre giorni dopo la loro partenza stiamo ancora a parlarne, a scambiarci SMS, a chiederci … perché. Perché questa “cosa”, che non ci è piaciuta poi così tanto, riempie ancora le nostre menti al risveglio dal sonno notturno? Sarà solo la necessità di rimediare ad una critica troppo critica o il tentativo di trovare i punti di contatto più che quelli di distacco? Sarà che, tutto sommato, quei sette matti ci hanno lasciato qualcosa di più della loro sedicente tecnica? Qualcuno ha detto che nello spettacolo andato in scena venerdì scorso al Centrale di Carbonia c’era troppa presunzione, poca cura nelle scelte, troppe sparate per stupire e poche per comunicare. Però, subito dopo, arriva l’aeterna questio? E allora, perché continuiamo a parlarne? Perché, in effetti qualcosa ha lasciato il segno: di sicuro l’umanità del fuori scena, dei tre giorni trascorsi a parlare d noi, e la spinta a continuare la ricerca, la trasformazione – anche fisica – di Valentina e Giuseppe sul palco, la prorompenza sempre presente di Dario alias Darko, la convinzione di Gabriele e la gentilezza di Pino e Marco e poi, è inutile negarlo, l’istrionismo di Claudio, che magari parla male di Vittorio Gasman e fa risalire a lui tutti i guai del teatro italiano, ma in fine dei conti cerca, come il Gasman, di catturare l’attenzione e di mettersi al centro della scena … pur restandone apparentemente in disparte, sul lato destro per chi guarda, quindi maschile, dominatore, ma su quello sinistro, femminile e quindi “avente cura” per chi recita, per dar spazio e tempo ai suoi compagni di … vita. Già, perché di compagni di vita si tratta, e forse è proprio questo il motivo per cui stiamo ancora a parlare dell’Accademia della Follia, qualcosa di tangibile che ci ha lasciato e per questo ci costringe ancora a parlare di Lei. Il cinema ci ha inondato di relazioni fittizie, matrimonio e separazioni miliardarie; il teatro, anche questo teatro, un po’ o molto folle, ci parla di coppie che non scoppiano, di relazioni profonde e inveterate, di lunghi percorsi “insieme”. Sette matti, che con altri ancora, condividono ogni giorno, nella stessa casa, l’avventura della quotidianità. Ecco, forse in questo abbiamo qualcosa da imparare. Soprattutto da un uomo, tale Claudio Misculin, novello padre putativo, né più e né meno come San Giuseppe (ritornano gli aspetti magici, altrochè se ritornano, ma d'altronde siamo o no nel campo della follia?), che ha dedicato la sua vita al teatro dei matti e non solo al “loro e suo teatro”. Vien da chiedersi: che sia innamorato e non lo sa? Al fin della tenzone, ho trovato ciò che dal palco del Centrale non è emerso o almeno io non sono riuscito a vedere …. l’amore. Volevo e volevamo sentir parlare di amore e invece abbiamo visto questa benedetta o maledetta tecnica che ci ha, tanto sbandierata come è stata nell’equazione tecnica + follia = arte, in qualche modo fuorviato. Perché l’amore rimane fuori scena e non è considerato dall’equazione. Che io riscriverei: tecnica + follia + amore = arte. Claudio, se ci senti batti un colpo. A questo punto il tuo contributo è indispensabile.