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L'ispirazione per la "recenzione"


Donne che mimano donne impegnate nella loro quotidianità. Donne che mimano donne sovrastimolate dalla propria quotidianità. Donne che mimano donne in FUGA dalle rispettive quotidianità e che paiono donne PIZZICATE dalla “taranta”. Donne che raccontano storie di donne precipitate, per dirla con Jung, ciascuna nella propria zona d’ombra (MINORE) della personalità. Donne che dalla zona d’ombra, alter ego dell’Io, riemergono proprio grazie alle risorse rimaste fino ad allora … in ombra. Potrebbe essere questa l’estrema sintesi di FUGA IN PIZZICATA MINORE, la rappresentazione teatrale messa in scena venerdì scorso al Centrale di Carbonia dal Gruppo Cagipote / Kazipot, compagnia triestina integrata per l’occasione dagli attori del Gruppo Teatro Albeschida di Carbonia. In attesa di un’ispirazione che stentava ad arrivare, ho lasciato decantare le impressioni ricevute dallo spettacolo, ricco di emozioni difficilmente traducibili in parole. E siccome una recensione è fatta di parole …… . Il Gruppo Cagipote ha raccontato se stesso, lanciando dal palcoscenico brani scelti di vita vissuta, storie di “mal d’essere”, sorprendenti acting out di ordinaria quotidianità (“Io proprio non ho il coraggio di entrare in quella sala, io proprio non ho il coraggio … di entrare in quella sala, io … proprio … non ho il coraggio di entrare in quella sala, io … proprio … non ho … il coraggio … di entrare … IN QUELLA SALA”), momenti di rara, ma ormai non più, introspezione (“… e io che non ho imparato ad ascoltarmi, fuggo … ed accumulo ritardo”) e consapevolezza (“non voglio più piangere mentre tu urli”). Lo spettacolo è un viaggio dentro la dipendenza dall’altro, un viaggio che si allontana dal femminismo vecchio stile, intento a mettersi in competizione col lato maschile dell’esistenza, e pertanto pregno di valenze riduttivistiche nei confronti dell’essenza femminile dell’organismo visto e vissuto nella sua totalità indipendente dal sesso biologico; un viaggio nel dualismo dove io sono io e tu sei altro da me, nel quale, quando vengo “pizzicata” o – perché no - “pizzicato”, all’improvviso mi ritrovo a vivere gli estremi della mia personalità passando dal ciò che vorrei essere al … non sono niente, non riuscendo più a cogliere l’esistenza dell'essenza di me, equilibrata, integrata. Sono quei momenti in cui “il dialogo interno si fa incessante, manca l’aria e … l’amore”, oppure in cui “mi concentro su qualcosa che io amo per noia, assenza, buchi, voglia di fuga e … di nuovo”. Sono storie di sbandamenti, incomprensioni, anche follia, storie di donne che trovano la forza di descriversi ( “età … grinzosa, ma non troppo, occhi … sensibili alla vista, umidi”) e accettarsi, superando le vecchie ingiunzioni e attribuzioni che trasformano la persona nel suo ruolo (la brava bambina, la brava mammina, la brava mogliettina, la brava nonnina, la bella cicciottina), prima di passare alla difficile ricerca di Sé. Di quel Sé fino ad allora negato, represso, incatenato, schiacciato, seppellito in fondo alla coscienza, tanto che quel corpo, nel quale il Sé non si è sviluppato, si affloscia e si accascia al suolo, senza nerbo, non appena spunta la domanda: “ma io chi sono?”. Pertanto si tratta di una ricerca mai facile perché, anche quando cade la maschera, di tanto in tanto emerge, come blocco alla progressione quella “paura di amare che mi fa soffrire”. Perché le emozioni mai provate come quelle rifiutate trasformano il corpo in una macchina e allora è come essere punti dal ragno velenoso: ”Silenzio. Lo sguardo mi paralizza la voce, il corpo è diventato sordo …. EMOZIONI!!!!”. Sì., quanto è difficile ripescare per intero la capacità di vivere emozioni, quando per tanto, troppo tempo, le emozioni sono rimaste “incastrate in piccoli rivoli di brividi”.  Eppure si può e il Gruppo Cagipote / Kazipot è venuto a Carbonia a testimoniarlo.        Nota: Il Tarantismo è un antico rituale terapeutico nato in Puglia intorno al 1100 ed in uso fino agli anni ’70. Questo fenomeno colpiva soprattutto le donne che venivano chiamate Tarantate perché credevano di essere state morse da un ragno: la Taranta. La ragazza colpita, la Tarantata, all’improvviso perdeva conoscenza, si accasciava a terra e si dimenava.