Ricorre il 30° anniversario della 180, detta legge Basaglia. Proponiamo i primi stralci della prima di due letture degli effetti della legge, derivanti da prassi sostanzialmente diverse ma che mostrano uno spaccato dell’ assistenza psichiatrica in Italia. Intervista a Giuseppe Dell'Acqua tratta da "Animazione Sociale", mensile edito dal Gruppo Abele di Torino, numero di gennaio 2008. L'intervista è stata curata da Roberto Camarlinghi. Domanda. Il 2008 sarà un anno di ricorrenze. Sono quarant'anni dal '68, trenta dalla legge 180, che per il suo carattere di emancipazione del '68 si può considerare figlia. Per te che in quegli anni eri con Basaglia a Trieste, che cosa rappresenta quella legge oggi? Risposta. Non so quanto quel cambiamento, questa legge sia figlia del ’68. Non so dire. Credo che le idee, gli interrogativi, le pratiche originarie che sostennero il lavoro nell’ospedale psichiatrico di Franco Basaglia a Gorizia, di Carlo Manuali a Perugia, di Sergio Piro a Materdomini, in provincia di Salerno, a partire dai primi anni ’60, abbiano semmai contribuito ad avviare quella stagione. Proprio nel 1968, il governo di centro sinistra sulla spinta di quelle esperienze varò una legge, “la legge Mariotti”, che metteva mano al manicomio, cominciava ad omologarlo all’ospedale civile, introduceva il ricovero volontario, avviava un processo di radicale cambiamento che si concluderà dieci anni dopo. Quando parliamo della chiusura dei manicomi come dell’unica "rivoluzione che sopravvive", va da sé che pensiamo che ha che fare col ’68. Credo invece che la rivoluzione sopravvive perché è sostenuta dalle le pratiche, dalla concretezza delle azioni che si sono messe in atto, con la paziente "lunga marcia" attraverso le istituzioni che quella impensabile rottura aveva tumultuosamente avviato. Vedi, il manicomio, il paradigma manicomiale è stato sempre capace di autoriparazioni, di incorporare e depotenziare qualsiasi idea o proposta innovativa. Quando si fanno, ancora nel XIX secolo, le prime esperienze di comunità agricola aperta si comincia a pensare che luoghi normali, aperti, lavoro retribuito sono passaggi obbligati per la cura. Il lavoro entra in manicomio e subito diventa ergoterapia e così il gioco, l’arte, le relazioni, ogni cosa ritorna nella logica dell’istituzione. Anche la forza sorprendente della prima comunità terapeutica viene annientata tra le mura del manicomio. Diventa una forma più tollerabile e presentabile di gestione e riproduzione dell’istituzione. Basaglia quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, di fronte alla violenza e all’orrore che scopre è costretto a chiedersi angosciato "che cos’è la psichiatria?". Da qui la irreparabile rottura del paradigma. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita il manicomio, le culture e le pratiche della psichiatria vengono colpite alle radici. È un capovolgimento ormai irreversibile: il malato e non la malattia. Credo anch'io che nel 2008 parleremo molto dei trent'anni della riforma. E già mi immagino i politici, i giornalisti, gli esperti di ogni cosa, gli psichiatri che diranno della grande utopia di Franco Basaglia e della legge che “non è stata applicata”, diranno che “bisogna misurarsi con le conseguenze negative della legge 180”, si compiaceranno che la riforma italiana è la più avanzata al mondo ma che tuttora mancano le strutture, che il malato viene abbandonato, che il peso sulle famiglie... I più equilibrati parleranno di “luci e ombre” e diranno che dopo trent’anni si può anche osare pensare che la 180 non è un tabù e che si può migliorare. Trentennali luoghi comuni. Temo che sarà molto difficile entrare nel merito della questione, riattraversare le interrogazioni che quella stagione poneva con urgenza alle istituzioni, alla politica, ai saperi, all’ organizzazione sociale. E che sono oggi ancora attuali. Temo che pochi vorranno ricordare che in quegli anni abbiamo accettato una scommessa straordinaria che oggi in altri luoghi e con altre forme quotidianamente ci impegnano: i malati di mente, gli internati, i senza diritto, i soggetti deboli diventano cittadini! Credo che oggi si possa dire: in Italia niente è più com'era trent’anni fa. E subito bisogna spiegare. Dire che nel campo della salute mentale si sono prodotte, tra l’inizio degli anni ’60 e la fine del ’70, accelerazioni, innovazioni, cambiamenti impensabili e inconfrontabili col resto degli altri paesi europei e occidentali. Cambiamenti che hanno restituito possibilità. Intanto la possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Forse queste affermazioni possono sembrare banali, per chi di malattia mentale non si occupa, tanto da chiedere: “beh, dove sta il problema? Non siamo tutti cittadini con tanto di diritti?”. Il problema è che chi vive l'esperienza del disturbo mentale, nello stesso momento in cui si ammala e incontra lo sguardo della psichiatria, diventa malato di mente finisce di essere un cittadino e rischia il crollo, l’annullamento, la perdita dei suoi diritti, della sua dignità, del senso stesso della sua vita. La legge 180 ha esteso ai matti, alle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, i diritti costituzionali. Articolo 32: “L Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Dunque non più lo stato che obbliga alla cura, che interna, che interdice per salvaguardare l’ordine e la morale; non più il malato di mente “…pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo”, ma una persona bisognosa di cure. Un cittadino cui lo stato deve garantire, e rendere esigibile, un fondamentale diritto costituzionale. A partire da quegli anni siamo stati in grado di vedere le persone che vivono la sofferenza, il dolore della mente in quanto persone e non diagnosi, malattia, oggetti. Persone che faticosamente guadagnano margini, a poco a poco più ampi di libertà. La libertà intesa come possibilità di godere di diritti, di esprimere bisogni, di alimentare desideri, di scoprire i propri sentimenti, in una parola di vivere. Di rientrare nel contratto sociale. Questa libertà è l’impensabile e il singolare prodotto di quella stagione ed è quanto di più salutare si possa immaginare. La libertà è terapeutica, dicevamo allora. La cittadinanza è terapeutica affermò qualche anno fa il cardinale Martini in un convegno milanese. La cittadinanza come imperativo irrinunciabile per affrontare la fatica per attraversarla, la cittadinanza, costruire le infinite minime declinazioni per renderla accessibile. Dunque è terapeutico, prima di tutto, liberare le persone e garantire loro possibilità. Ulrich, il protagonista de L'uomo senza qualità, in un componimento scolastico scrisse: “Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso”. Ne nacque un putiferio, dice Musil, e solo per poco il ragazzo non venne espulso dalla scuola, l’aristocratica Accademia Teresiana di Vienna. Prevedibile del resto, provocazioni del genere erano decisamente pericolose, andavano a scardinare le stesse rigide fondamenta su cui la società di allora poggiava. Una di queste era, come dice un altro scrittore dell’epoca, Stefan Zweig, la “malattia della sicurezza”, che derivava da una concezione assolutamente statica e fissa della realtà. Lo stato delle cose era un dato che non si poteva in alcun modo modellare. Andava accettato e quindi prevalentemente subito. E se qualcuno avesse avuto la malaugurata idea di immaginarlo, un cambiamento, anche soltanto possibile, costui era un “nemico del mondo”. Eppure la scandalosa bravata del giovane Ulrich – dice Musil – era niente meno che una pacifica dichiarazione di guerra. Che Ulrich, una volta maturato, formulò con due luminose, essenziali parole: “senso della possibilità contro la malattia della sicurezza”. È a questo senso della possibilità – e qui uso parole basagliane, “dell’impossibile che diventa possibile”, dell’utopia che si traduce in realtà – che bisogna oggi ritornare se vogliamo parlare di salute, di salute mentale, di prossimità, e immaginare un futuro che sappia di cura, di benessere, insomma di tutto quello che ci sta a cuore. Per poter vedere questa possibilità dobbiamo allora porci oggi in una dimensione critica, di incertezza. Altro che certezze, altro che sicurezze! Ma proviamo a fare il punto della situazione italiana: esistono associazioni di persone che hanno vissuto l'esperienza del disturbo mentale, che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte, le loro conquiste, che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia, associazioni di familiari che fino all'altro ieri erano condannati alla vergogna, all'isolamento, a restare fuori, condannati a sentirsi colpevoli o perché col proprio sangue avevano trasmesso la malattia o perché con relazioni malate l’avevano covata all'interno della famiglia. Nuove figure sono sulla scena e costituiscono impensabili risorse e incredibili opportunità per tessere reti, strategie, alleanze. Il campo del lavoro terapeutico è davvero cambiato. Se penso poi alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale vedo le infinite opportunità che proprio a partire dai manicomi si sono offerte alle persone con disturbo mentale per formarsi, per entrare nel mondo del lavoro, per riprendere un ruolo sociale e un posto in famiglia; trovo una quantità di giovani e meno giovani, uomini e donne che stanno lavorando, che hanno la patente, che guidano l'automobile, che hanno figli, che si scommettono quotidianamente nella normalità e nella fatica delle relazioni. Vedo persone che malgrado il disturbo schizofrenico, per esempio, giocano con identità diverse le loro relazioni, con consapevolezza e spesso con gioia. Ecco, questo è straordinario. È accaduto una cosa molto semplice. Le persone con l’esperienza del disturbo mentale, non più i malati di mente, hanno cominciato a porre, concretamente, nella relazione con gli altri la loro presenza, la loro sofferenza, i loro bisogni. È accaduto che finalmente abbiamo potuto guardare e leggere questi bisogni per quello che sono davvero e non più col filtro della psichiatria, della malattia, del sintomo. Non era in discussione la negazione della malattia. “Messa tra parentesi la malattia”, si scopriva la possibilità di vedere la malattia stessa ora in relazione alla storia delle persone e non più come qualche cosa che maschera, sovradetermina, condiziona esperienze, relazioni, sentimenti. Ecco in estrema sintesi quello che, a mio modo di vedere, è accaduto in Italia. Ma oggi una svolta si impone. Abbiamo dimostrato che è possibile cambiare e in tanti luoghi si sono realizzate profonde trasformazioni e tuttavia dobbiamo lavorare ancora molto e molto di più perché la vita delle persone che vivono queste esperienze si apra dovunque alla possibilità. Dobbiamo ricominciare a “scandalizzarci” di fronte alle violenze e agli abbandoni che persistono, a rifiutare il grigiore dei luoghi comuni perché vi sia per tutti la certezza che le violenze, le sottrazioni, gli abusi, gli abbandoni, la violazione dei corpi che continuano malgrado questi percorsi impensabili, vengano banditi. Dobbiamo immaginare una nuova rivoluzione: portare sempre più al centro della scena le persone, sempre più vederle nella loro totalità di affetti, di passioni, di bisogni, di sentimenti. Persone come tutte le altre, la cui dignità e il cui valore devono costituire un limite invalicabile per l’operato (e gli abbandoni) delle organizzazioni, delle tecniche, delle amministrazioni. (1. continua)
Dibattito 180
Ricorre il 30° anniversario della 180, detta legge Basaglia. Proponiamo i primi stralci della prima di due letture degli effetti della legge, derivanti da prassi sostanzialmente diverse ma che mostrano uno spaccato dell’ assistenza psichiatrica in Italia. Intervista a Giuseppe Dell'Acqua tratta da "Animazione Sociale", mensile edito dal Gruppo Abele di Torino, numero di gennaio 2008. L'intervista è stata curata da Roberto Camarlinghi. Domanda. Il 2008 sarà un anno di ricorrenze. Sono quarant'anni dal '68, trenta dalla legge 180, che per il suo carattere di emancipazione del '68 si può considerare figlia. Per te che in quegli anni eri con Basaglia a Trieste, che cosa rappresenta quella legge oggi? Risposta. Non so quanto quel cambiamento, questa legge sia figlia del ’68. Non so dire. Credo che le idee, gli interrogativi, le pratiche originarie che sostennero il lavoro nell’ospedale psichiatrico di Franco Basaglia a Gorizia, di Carlo Manuali a Perugia, di Sergio Piro a Materdomini, in provincia di Salerno, a partire dai primi anni ’60, abbiano semmai contribuito ad avviare quella stagione. Proprio nel 1968, il governo di centro sinistra sulla spinta di quelle esperienze varò una legge, “la legge Mariotti”, che metteva mano al manicomio, cominciava ad omologarlo all’ospedale civile, introduceva il ricovero volontario, avviava un processo di radicale cambiamento che si concluderà dieci anni dopo. Quando parliamo della chiusura dei manicomi come dell’unica "rivoluzione che sopravvive", va da sé che pensiamo che ha che fare col ’68. Credo invece che la rivoluzione sopravvive perché è sostenuta dalle le pratiche, dalla concretezza delle azioni che si sono messe in atto, con la paziente "lunga marcia" attraverso le istituzioni che quella impensabile rottura aveva tumultuosamente avviato. Vedi, il manicomio, il paradigma manicomiale è stato sempre capace di autoriparazioni, di incorporare e depotenziare qualsiasi idea o proposta innovativa. Quando si fanno, ancora nel XIX secolo, le prime esperienze di comunità agricola aperta si comincia a pensare che luoghi normali, aperti, lavoro retribuito sono passaggi obbligati per la cura. Il lavoro entra in manicomio e subito diventa ergoterapia e così il gioco, l’arte, le relazioni, ogni cosa ritorna nella logica dell’istituzione. Anche la forza sorprendente della prima comunità terapeutica viene annientata tra le mura del manicomio. Diventa una forma più tollerabile e presentabile di gestione e riproduzione dell’istituzione. Basaglia quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, di fronte alla violenza e all’orrore che scopre è costretto a chiedersi angosciato "che cos’è la psichiatria?". Da qui la irreparabile rottura del paradigma. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita il manicomio, le culture e le pratiche della psichiatria vengono colpite alle radici. È un capovolgimento ormai irreversibile: il malato e non la malattia. Credo anch'io che nel 2008 parleremo molto dei trent'anni della riforma. E già mi immagino i politici, i giornalisti, gli esperti di ogni cosa, gli psichiatri che diranno della grande utopia di Franco Basaglia e della legge che “non è stata applicata”, diranno che “bisogna misurarsi con le conseguenze negative della legge 180”, si compiaceranno che la riforma italiana è la più avanzata al mondo ma che tuttora mancano le strutture, che il malato viene abbandonato, che il peso sulle famiglie... I più equilibrati parleranno di “luci e ombre” e diranno che dopo trent’anni si può anche osare pensare che la 180 non è un tabù e che si può migliorare. Trentennali luoghi comuni. Temo che sarà molto difficile entrare nel merito della questione, riattraversare le interrogazioni che quella stagione poneva con urgenza alle istituzioni, alla politica, ai saperi, all’ organizzazione sociale. E che sono oggi ancora attuali. Temo che pochi vorranno ricordare che in quegli anni abbiamo accettato una scommessa straordinaria che oggi in altri luoghi e con altre forme quotidianamente ci impegnano: i malati di mente, gli internati, i senza diritto, i soggetti deboli diventano cittadini! Credo che oggi si possa dire: in Italia niente è più com'era trent’anni fa. E subito bisogna spiegare. Dire che nel campo della salute mentale si sono prodotte, tra l’inizio degli anni ’60 e la fine del ’70, accelerazioni, innovazioni, cambiamenti impensabili e inconfrontabili col resto degli altri paesi europei e occidentali. Cambiamenti che hanno restituito possibilità. Intanto la possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Forse queste affermazioni possono sembrare banali, per chi di malattia mentale non si occupa, tanto da chiedere: “beh, dove sta il problema? Non siamo tutti cittadini con tanto di diritti?”. Il problema è che chi vive l'esperienza del disturbo mentale, nello stesso momento in cui si ammala e incontra lo sguardo della psichiatria, diventa malato di mente finisce di essere un cittadino e rischia il crollo, l’annullamento, la perdita dei suoi diritti, della sua dignità, del senso stesso della sua vita. La legge 180 ha esteso ai matti, alle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, i diritti costituzionali. Articolo 32: “L Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Dunque non più lo stato che obbliga alla cura, che interna, che interdice per salvaguardare l’ordine e la morale; non più il malato di mente “…pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo”, ma una persona bisognosa di cure. Un cittadino cui lo stato deve garantire, e rendere esigibile, un fondamentale diritto costituzionale. A partire da quegli anni siamo stati in grado di vedere le persone che vivono la sofferenza, il dolore della mente in quanto persone e non diagnosi, malattia, oggetti. Persone che faticosamente guadagnano margini, a poco a poco più ampi di libertà. La libertà intesa come possibilità di godere di diritti, di esprimere bisogni, di alimentare desideri, di scoprire i propri sentimenti, in una parola di vivere. Di rientrare nel contratto sociale. Questa libertà è l’impensabile e il singolare prodotto di quella stagione ed è quanto di più salutare si possa immaginare. La libertà è terapeutica, dicevamo allora. La cittadinanza è terapeutica affermò qualche anno fa il cardinale Martini in un convegno milanese. La cittadinanza come imperativo irrinunciabile per affrontare la fatica per attraversarla, la cittadinanza, costruire le infinite minime declinazioni per renderla accessibile. Dunque è terapeutico, prima di tutto, liberare le persone e garantire loro possibilità. Ulrich, il protagonista de L'uomo senza qualità, in un componimento scolastico scrisse: “Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso”. Ne nacque un putiferio, dice Musil, e solo per poco il ragazzo non venne espulso dalla scuola, l’aristocratica Accademia Teresiana di Vienna. Prevedibile del resto, provocazioni del genere erano decisamente pericolose, andavano a scardinare le stesse rigide fondamenta su cui la società di allora poggiava. Una di queste era, come dice un altro scrittore dell’epoca, Stefan Zweig, la “malattia della sicurezza”, che derivava da una concezione assolutamente statica e fissa della realtà. Lo stato delle cose era un dato che non si poteva in alcun modo modellare. Andava accettato e quindi prevalentemente subito. E se qualcuno avesse avuto la malaugurata idea di immaginarlo, un cambiamento, anche soltanto possibile, costui era un “nemico del mondo”. Eppure la scandalosa bravata del giovane Ulrich – dice Musil – era niente meno che una pacifica dichiarazione di guerra. Che Ulrich, una volta maturato, formulò con due luminose, essenziali parole: “senso della possibilità contro la malattia della sicurezza”. È a questo senso della possibilità – e qui uso parole basagliane, “dell’impossibile che diventa possibile”, dell’utopia che si traduce in realtà – che bisogna oggi ritornare se vogliamo parlare di salute, di salute mentale, di prossimità, e immaginare un futuro che sappia di cura, di benessere, insomma di tutto quello che ci sta a cuore. Per poter vedere questa possibilità dobbiamo allora porci oggi in una dimensione critica, di incertezza. Altro che certezze, altro che sicurezze! Ma proviamo a fare il punto della situazione italiana: esistono associazioni di persone che hanno vissuto l'esperienza del disturbo mentale, che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte, le loro conquiste, che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia, associazioni di familiari che fino all'altro ieri erano condannati alla vergogna, all'isolamento, a restare fuori, condannati a sentirsi colpevoli o perché col proprio sangue avevano trasmesso la malattia o perché con relazioni malate l’avevano covata all'interno della famiglia. Nuove figure sono sulla scena e costituiscono impensabili risorse e incredibili opportunità per tessere reti, strategie, alleanze. Il campo del lavoro terapeutico è davvero cambiato. Se penso poi alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale vedo le infinite opportunità che proprio a partire dai manicomi si sono offerte alle persone con disturbo mentale per formarsi, per entrare nel mondo del lavoro, per riprendere un ruolo sociale e un posto in famiglia; trovo una quantità di giovani e meno giovani, uomini e donne che stanno lavorando, che hanno la patente, che guidano l'automobile, che hanno figli, che si scommettono quotidianamente nella normalità e nella fatica delle relazioni. Vedo persone che malgrado il disturbo schizofrenico, per esempio, giocano con identità diverse le loro relazioni, con consapevolezza e spesso con gioia. Ecco, questo è straordinario. È accaduto una cosa molto semplice. Le persone con l’esperienza del disturbo mentale, non più i malati di mente, hanno cominciato a porre, concretamente, nella relazione con gli altri la loro presenza, la loro sofferenza, i loro bisogni. È accaduto che finalmente abbiamo potuto guardare e leggere questi bisogni per quello che sono davvero e non più col filtro della psichiatria, della malattia, del sintomo. Non era in discussione la negazione della malattia. “Messa tra parentesi la malattia”, si scopriva la possibilità di vedere la malattia stessa ora in relazione alla storia delle persone e non più come qualche cosa che maschera, sovradetermina, condiziona esperienze, relazioni, sentimenti. Ecco in estrema sintesi quello che, a mio modo di vedere, è accaduto in Italia. Ma oggi una svolta si impone. Abbiamo dimostrato che è possibile cambiare e in tanti luoghi si sono realizzate profonde trasformazioni e tuttavia dobbiamo lavorare ancora molto e molto di più perché la vita delle persone che vivono queste esperienze si apra dovunque alla possibilità. Dobbiamo ricominciare a “scandalizzarci” di fronte alle violenze e agli abbandoni che persistono, a rifiutare il grigiore dei luoghi comuni perché vi sia per tutti la certezza che le violenze, le sottrazioni, gli abusi, gli abbandoni, la violazione dei corpi che continuano malgrado questi percorsi impensabili, vengano banditi. Dobbiamo immaginare una nuova rivoluzione: portare sempre più al centro della scena le persone, sempre più vederle nella loro totalità di affetti, di passioni, di bisogni, di sentimenti. Persone come tutte le altre, la cui dignità e il cui valore devono costituire un limite invalicabile per l’operato (e gli abbandoni) delle organizzazioni, delle tecniche, delle amministrazioni. (1. continua)