CSMinforma

Dibattito 180


Intervista a Beppe Dell'Acqua(continua dal messaggio 141)D: C'è oggi un clima sociale e culturale che restringe gli spazi per la tutela dei diritti delle persone più fragili. Che cosa ne è di quel senso della possibilità, fonte di mille invenzioni e innovazioni nelle pratiche di lavoro sociale? R: Purtroppo, a 30 anni dalla legge, molte persone che vivono esperienze di sofferenza, di abbandono, di mancanza, di relazioni misere, frustranti e dolorose, come le persone che vivono il disturbo mentale, sono condannate al rischio incombente della marginalizzazione. E questo benché i programmi per l’inclusione siano una priorità per tutti i territori e la legge abbia aperto spiragli di straordinarie possibilità. Possibilità che facciamo fatica a riconoscere e a praticare. Possibilità che malgrado tutto rappresentano il grande vantaggio che i cittadini italiani hanno nel confronto con quelli di tutti gli altri paesi al mondo. Nel nostro paese, più che in qualsiasi regione europea, è possibile “vedere”, dalla posizione privilegiata di chi ha attraversato una riforma radicale, tutto ciò che ci riporta al passato, alla negazione, alla oggettivazione alla manicomialità che quotidianamente si riproduce nella disattenzione, nell’inerzia, nella miseria dei servizi. Un grande vantaggio per tutti i cittadini, matti e normali, perché dove vengono tutelati i diritti, più deboli, più improbabili, più eccentrici, sicuramente cresce più diritto per tutti. Trent’anni dopo, in altri termini in campo di straordinarie potenzialità, il problema rimane: “che cosa facciamo per permettere a queste persone di vivere veramente le possibilità che ora abbiamo riconosciute?”. Oggi le persone rischiano di nuovo di essere rinchiuse dentro mura ancora più spesse di quelle del manicomio. Sono le mura costruite dal ritorno potente e prepotente delle psichiatrie, le mura che separano la malattia dalla vita delle persone, che ricacciano e costringono la vita nelle malattia. Assistiamo al rinascere, di una psichiatria, della psichiatria, che non è mai morta peraltro, che fonda la sua credibilità sulla promessa, quanto mai infondata oggi, della sicurezza e dell’ordine; il suo potere sull’industria del farmaco, sugli interessi privati, sulle lobby, sulle accademie. Penso con preoccupazione alla formazione dei giovani psichiatri, infermieri, riabilitatori, educatori, psicologi che sono ostaggio di queste psichiatrie. Non vorrei essere frainteso. Sono le culture e le pratiche che dai modelli riduttivi derivano che preoccupano. Dai modelli psicologici o biologici, senza sostanziali differenze. Per esempio. I farmaci leniscono il dolore, attenuano i sintomi, aiutano a stare con meno fatica nelle relazioni, sostengono percorsi di ripresa. Ma quando il modello farmacologico pretende di spiegare la malattia, le emozioni, i sentimenti, le passioni, le paure, la creatività diventa prepotente, falsifica la realtà, riduce ogni cosa. I farmaci, voglio dire il modello farmacologico appunto, impediscono allo psichiatra di vedere la persona che gli sta davanti. Mentre parla pensa alla prescrizione. Non riesce a vedere altro. Basaglia cercando di farmi capire queste cose, era l’ottobre del 1979, ricordò Ernst Toller. Il drammaturgo tedesco, morto suicida a 40 anni dopo l'esperienza del manicomio, aveva scritto che “lo psichiatra è un uomo che ha occhi che non vedono e orecchie che non sentono”. E Basaglia aggiungeva, questo non vuol dire che egli non sia capace di vedere e ascoltare gli amici, la moglie, i figli! È quando lo psichiatra ha davanti “ il suo malato” che non è più capace di vedere, di ascoltare. Questa psichiatria è tornata nei luoghi vecchi e nuovi della riforma, nei luoghi dove si era indebolito il suo secolare dominio. È tornata nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC) blindati, nelle affollate e immobili strutture residenziali, in comunità senza tempo che si dicono terapeutiche e che si situano fuori dal mondo ruvido delle tensioni e dei conflitti. Nei centri di salute mentale (CSM) vuoti e ridotti a miseri ambulatori. È tornata, in verità questi luoghi non li aveva mai abbandonati, con la rinnovata chimera del farmaco ( e da qualche parte, poche per fortuna, dell’elettroshok), con la falsa promessa della medicina e della clinica, alleata alle psicologie più svariate, col candore del camice bianco nelle cliniche private. 4500 letto nella cliniche private. Luoghi separati dove si parla soltanto di “malattia”. In Italia sono attivi presso gli ospedali civili 285 SPDC. Forse non tutti sanno che ancora oggi, 7 servizi di diagnosi e cura su 10 dichiarano di attuare la contenzione meccanica (legare al letto le persone) e di usare un camerino di isolamento ( rinchiudere in una piccola stanza le persone, con tutte le garanzie di sicurezza beninteso!). Bisognerebbe chiedersi come mai in 3 SPDC su 10 non si ricorre a questi trattamenti. Luoghi di cura e di accoglienza dove le persone ricoverate rischiano questi inutili maltrattamenti. Dai dati della recente ricerca (2003) che abbiamo condotto con l’Istituto Superiore di Sanità risulta che nell’unità di tempo, nei 3 giorni fissati per la rilevazione sul campo, in 3 su 10 degli SPDC visitati, c’era almeno una persona legata. Fino a 4 contemporaneamente in alcuni. Gli uomini molto di più che le donne. E chi sa perché gli immigrati più dei locali. In uno poi ad essere legata era una ragazzina di 14 anni. Tutto questo sta nelle cose, soprusi quotidiani, crimini di pace, che svaniscono nel grigiore dei luoghi comuni. Che nessuno vede. Polvere da nascondere sotto il tappeto. Ma c’è di peggio. Non si dice che nei reparti di neuropsichiatria infantile, credo anche a Torino, bambini tra i 9 e 14 anni vengono legati al letto e trattati con dosi eroiche di psicofarmaci. Soltanto nel corso degli ultimi 2 anni almeno 3 persone a causa delle dosi massicce di psicofarmaci, dell’immobilità dovuta alla contenzione sono morte legate ai letti. In ricche, civili e insospettabili città, nel sud come nel nord del nostro paese. Quando ho raccontato questo agli studenti di psicologia del mio corso una ragazza, poco più che ventenne, mi ha chiesto perché se le persone vengono così pesantemente sedate sono contemporaneamente contenute. Bella domanda! Quando si parla di contenzione c’è sempre qualcuno, non solo i medici e infermieri ma purtroppo anche pochi familiari e talora qualche paziente che loro malgrado sono stati costretti a incorporare quella violenza che dicono :“Beh! ma quello era violento, quell’altro era pericoloso, bisognava proteggere gli altri..” e ancora “..lo hanno fatto per il mio bene, e poi mancava il personale..”. No, no non è così, non è assolutamente così. Ma ammettiamo pure che la contenzione sia una necessità conseguente alle carenze organizzative, alla povertà delle risorse. Resta la questione dell’inviolabilità del corpo, della dignità della persona, del diritto. Come se la mancanza reiterata di un maestro o una scuola pericolante abolisse di colpo il diritto all’istruzione. Si grida alla malasanità, in maniera gratuità per altro, quando un esame radiologico, il più delle volte inutile, viene rinviato. Dei diagnosi e cura nessuno parla. Come se un gesto così lesivo e inutile si giustificasse come normale pratica, come necessario atto medico. Ma dove finisce la dignità delle persone, l’eticità dell’atto medico quando vediamo morire una persona legata a un letto? Senza dire poi che la validazione psichiatrica e medica della contenzione conferma pratiche spaventose negli istituti per anziani dove colpisce nel silenzio più totale i nostri padri, i nostri nonni. Nei luoghi benevoli, si immagina, dell’accoglienza, chi ha vissuto una vita di lavoro, di sfide, di affetti, viene zittito e legato al letto. Il più delle volte in lenzuola sporche, con la faccia rivolta al muro. Tutto questo genera la medicina quando rifiuta di scommettersi con le persone. Non nego, la necessità della medicina, della clinica psichiatrica, ma la salute, la salute mentale è un’altra cosa, le persone sono un’altra cosa. Vedi, io non ti sto parlando della violenza nelle strade, dell’incertezza della nostra vita quotidiana, di psicopatici violenti e minacciosi, ti sto parlando della nostra violenza, della violenza delle istituzioni che teniamo in piedi, dei modelli, dei saperi che si riproducono lontano dalla gente, dal loro bisogno, dalla loro vita. (2. continua)