Intervista a Beppe Dell'Acqua(continua dal messaggio 142)D: Tu dici, la violenza da cui dobbiamo guardarci è questa, non quella dei matti. Una violenza legittimata dalla scienza e sostenuta dal mercato dei farmaci. È così? R: Questo certamente. È preoccupante l’immagine che questa “scienza” costruisce della sofferenza psichica. La sofferenza, appunto, la follia. In un breve testo del ‘79 che ho rivisto di recente Basaglia[1] scriveva: “Quello che voglio dire è che per noi la follia è vita, tragedia, tensione. E’ una cosa seria. La malattia mentale invece è il vuoto, il ridicolo, la mistificazione di una cosa che non c’è, la costruzione a posteriori per tenere celata, nascosta l’irrazionalità”. Intorno a questo vuoto la malattia mentale alimenta la pericolosità, l'inguaribilità, l’incomprensibilità, l’irresponsabilità, l’improduttività e da qui la necessità di contenere, di allontanare, rinchiudere. Queste culture e queste pratiche alimentate dalle psichiatrie e dagli abbandoni amministrativi generano il pregiudizio, lo stigma, la discriminazione. I governi europei, le società degli psichiatri, di recente la WPA, la World Psychiatric Association, lanciano campagne di comunicazione sociale articolate, molto ben fatte e costose (pagano il più delle volte le industrie del farmaco). Ma quali campagne contro lo stigma possono fare governi e psichiatrie quando poi se uno si ammala viene ricoverato il più delle volte in reparti bunker, rimane legato per giorni e giorni e rischia di morire in quel modo? Le immagini e i messaggi vogliono convincerci che i matti non sono pericolosi, che bisogna accoglierli con comprensione e rispetto, che possono essere produttivi, perfino geniali! Lo sappiamo bene! Ma allora perché gli stessi governi tollerano che quelle psichiatrie continuano a legare, a chiudere, a mortificare? Trentacinque anni di lavoro hanno dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che chi sta male non ha mai bisogno di essere rinchiuso, che deve poter vivere le sue relazioni, che non deve perdere neanche per un attimo la possibilità di vivere la sua vita. Potrei raccontarti tante storie di persone che malgrado la severità della loro malattia mai hanno subito restrizioni e mortificazioni e hanno potuto trovare la loro strada. Curare significa prima di tutto non fare danni. Vedi, il ritorno di questa psichiatria che non vede le storie crea l’immagine dell'inguaribilità. Crea un’identità a una sola dimensione, non c’è altra identità possibile se non quella di malato di mente. Anche le migliori intenzioni delle comunità terapeutiche e delle cooperative sociali vengono indebolite e condizionate da queste psichiatrie. Comunità terapeutiche e cooperative si collocano infatti dentro un modello che vede – adesso uso due parole della medicina e della psichiatria – da una parte la “crisi”, o meglio l’acuzie, dall’altra la “cronicità”, parola che pensavamo di aver cancellato in questi anni di cambiamento dal nostro vocabolario. La crisi si colloca negli SPDC o, come tra l’altro nel Lazio e in Emilia, in cliniche private convenzionate, la cronicità sedimenta nelle comunità terapeutiche e residenziali, negli istituti pubblici e religiosi, nei luoghi della formazione senza fine, dei centri diurni infantilizzanti, nelle cooperative assistite. Alcuni esempi per farmi capire. La miseria scandalosa dell’istituto Giovanni XXIII con più di 300 ricoverati a Serra d’Aiello in Calabria è solo la più drammatica evidenza di un sommerso che fingiamo di non vedere; ma fingiamo di non vedere gli istituti e la pletora delle comunità nel sistema lombardo coi suoi diagnosi e cura chiusi dal Niguarda di Milano, a Bergamo, a Brescia, solo Mantova lavora a porte aperte e dimostra che ovunque è possibile fare diversamente, anche in Lombardia; e le cosiddette comunità riabilitative e terapeutiche in Sicilia con 40 posti letto neanche le immaginiamo, solo a Catania si contano più di 700 posti di questo tipo. Provate a pensare alla quantità di danaro pubblico che gira e alle condizioni in genere tristissime e senza destino di migliaia di persone. Siccome le rette vengono pagati per letti occupati le persone non vengono mai dimesse. Almeno fino a quando si presenti un altro da ricoverare. Voglio dire che tra crisi e cronicità c’è il vuoto, un abisso. Come se la vita delle persone non potesse esistere al di fuori di queste definizioni. È così poco sviluppato il lavoro nei territori, la presa in carico, il centro di salute mentale aperto 24 ore che acuto e cronico finiscono per determinare i percorsi di cura. Ecco perché le comunità rischiano di diventare dei terminali e non più dei percorsi terapeutici. Le cooperative luoghi di intrattenimento. Entrambe luoghi di scarico della medicina psichiatrica. E questo a prescindere da quanto accoglienti o quanto ricche o quanto attrezzate esse siano. A volte quando vedo la piattezza che generano alcuni di questi luoghi che avevamo pensato come luoghi di possibilità viene voglia di chiuderli tutti, questi luoghi. Io dico sempre, permettimi di scherzare, che se diventassi ministro della salute, chiederei aiuto al ministro della difesa per bombardare, dopo averle evacuate beninteso, e con bombe intelligentissime tutte le comunità che ci sono in Italia. È una battuta per dire con preoccupazione che le comunità oggi sono diventate i contenitori dell’impossibilità, della cronicità, della malattia riprodotta da quelle “certezze” scientifiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la dimensione della critica, della dialettica! Gli attacchi alla legge 180 che abbiamo dovuto sopportare ci hanno costretto ad abbassare lo sguardo critico. Credo che proprio quanto di straordinario è accaduto in questi anni deve spingerci a ricominciare. Basaglia ha cominciato interrogando. Com'è possibile che questa psichiatria, fondandosi su una scientificità così rarefatta, su strumenti così incerti, possa produrre certezze che annientano le persone? Come accade che questa scienza possa violentare nel corpo e nell’anima le persone? Sono queste le domande che devono ritornare ad alimentare le nostre pratiche. Mancate risposte, discontinuità, assenze, contenzioni e silenziamento costringono progressivamente le persone, giorno dopo giorno, verso le periferie delle nostre città, del nostro sguardo e della nostra anima. E una volta messe al margine attraverso passaggi che sono evidenti e ricostruibili fanno fatica a rimontare. Così dal diagnosi e cura, all’associazione, al carcere, alla cooperativa sociale, all’ambulatorio, alla comunità si costruisce un circuito senza fine. Questi passaggi cominciano da un punto qualsiasi del circuito, incontrano fragili attenzioni, frammentarie prese in carico, rotture e ricoveri, isolamento e trasgressioni, stazioni ferroviarie e stazioni di polizia, servizi ambulatoriali territoriali trasparenti, incapaci di trattenere, servizi sociali burocratizzati. Ogni servizio, ogni stazione di questo circuito, offre una risposta relativa alla sua competenza, una risposta parziale. Tutti rispondono per un pezzo. Il problema, il bisogno complessivo della persona resta inascoltato. Tutti hanno assolto al loro compito, nessuno ha mancato. La persona con la sua domanda continua a girare sempre più muovendo verso la periferia. (3. continua)
Dibattito 180
Intervista a Beppe Dell'Acqua(continua dal messaggio 142)D: Tu dici, la violenza da cui dobbiamo guardarci è questa, non quella dei matti. Una violenza legittimata dalla scienza e sostenuta dal mercato dei farmaci. È così? R: Questo certamente. È preoccupante l’immagine che questa “scienza” costruisce della sofferenza psichica. La sofferenza, appunto, la follia. In un breve testo del ‘79 che ho rivisto di recente Basaglia[1] scriveva: “Quello che voglio dire è che per noi la follia è vita, tragedia, tensione. E’ una cosa seria. La malattia mentale invece è il vuoto, il ridicolo, la mistificazione di una cosa che non c’è, la costruzione a posteriori per tenere celata, nascosta l’irrazionalità”. Intorno a questo vuoto la malattia mentale alimenta la pericolosità, l'inguaribilità, l’incomprensibilità, l’irresponsabilità, l’improduttività e da qui la necessità di contenere, di allontanare, rinchiudere. Queste culture e queste pratiche alimentate dalle psichiatrie e dagli abbandoni amministrativi generano il pregiudizio, lo stigma, la discriminazione. I governi europei, le società degli psichiatri, di recente la WPA, la World Psychiatric Association, lanciano campagne di comunicazione sociale articolate, molto ben fatte e costose (pagano il più delle volte le industrie del farmaco). Ma quali campagne contro lo stigma possono fare governi e psichiatrie quando poi se uno si ammala viene ricoverato il più delle volte in reparti bunker, rimane legato per giorni e giorni e rischia di morire in quel modo? Le immagini e i messaggi vogliono convincerci che i matti non sono pericolosi, che bisogna accoglierli con comprensione e rispetto, che possono essere produttivi, perfino geniali! Lo sappiamo bene! Ma allora perché gli stessi governi tollerano che quelle psichiatrie continuano a legare, a chiudere, a mortificare? Trentacinque anni di lavoro hanno dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che chi sta male non ha mai bisogno di essere rinchiuso, che deve poter vivere le sue relazioni, che non deve perdere neanche per un attimo la possibilità di vivere la sua vita. Potrei raccontarti tante storie di persone che malgrado la severità della loro malattia mai hanno subito restrizioni e mortificazioni e hanno potuto trovare la loro strada. Curare significa prima di tutto non fare danni. Vedi, il ritorno di questa psichiatria che non vede le storie crea l’immagine dell'inguaribilità. Crea un’identità a una sola dimensione, non c’è altra identità possibile se non quella di malato di mente. Anche le migliori intenzioni delle comunità terapeutiche e delle cooperative sociali vengono indebolite e condizionate da queste psichiatrie. Comunità terapeutiche e cooperative si collocano infatti dentro un modello che vede – adesso uso due parole della medicina e della psichiatria – da una parte la “crisi”, o meglio l’acuzie, dall’altra la “cronicità”, parola che pensavamo di aver cancellato in questi anni di cambiamento dal nostro vocabolario. La crisi si colloca negli SPDC o, come tra l’altro nel Lazio e in Emilia, in cliniche private convenzionate, la cronicità sedimenta nelle comunità terapeutiche e residenziali, negli istituti pubblici e religiosi, nei luoghi della formazione senza fine, dei centri diurni infantilizzanti, nelle cooperative assistite. Alcuni esempi per farmi capire. La miseria scandalosa dell’istituto Giovanni XXIII con più di 300 ricoverati a Serra d’Aiello in Calabria è solo la più drammatica evidenza di un sommerso che fingiamo di non vedere; ma fingiamo di non vedere gli istituti e la pletora delle comunità nel sistema lombardo coi suoi diagnosi e cura chiusi dal Niguarda di Milano, a Bergamo, a Brescia, solo Mantova lavora a porte aperte e dimostra che ovunque è possibile fare diversamente, anche in Lombardia; e le cosiddette comunità riabilitative e terapeutiche in Sicilia con 40 posti letto neanche le immaginiamo, solo a Catania si contano più di 700 posti di questo tipo. Provate a pensare alla quantità di danaro pubblico che gira e alle condizioni in genere tristissime e senza destino di migliaia di persone. Siccome le rette vengono pagati per letti occupati le persone non vengono mai dimesse. Almeno fino a quando si presenti un altro da ricoverare. Voglio dire che tra crisi e cronicità c’è il vuoto, un abisso. Come se la vita delle persone non potesse esistere al di fuori di queste definizioni. È così poco sviluppato il lavoro nei territori, la presa in carico, il centro di salute mentale aperto 24 ore che acuto e cronico finiscono per determinare i percorsi di cura. Ecco perché le comunità rischiano di diventare dei terminali e non più dei percorsi terapeutici. Le cooperative luoghi di intrattenimento. Entrambe luoghi di scarico della medicina psichiatrica. E questo a prescindere da quanto accoglienti o quanto ricche o quanto attrezzate esse siano. A volte quando vedo la piattezza che generano alcuni di questi luoghi che avevamo pensato come luoghi di possibilità viene voglia di chiuderli tutti, questi luoghi. Io dico sempre, permettimi di scherzare, che se diventassi ministro della salute, chiederei aiuto al ministro della difesa per bombardare, dopo averle evacuate beninteso, e con bombe intelligentissime tutte le comunità che ci sono in Italia. È una battuta per dire con preoccupazione che le comunità oggi sono diventate i contenitori dell’impossibilità, della cronicità, della malattia riprodotta da quelle “certezze” scientifiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la dimensione della critica, della dialettica! Gli attacchi alla legge 180 che abbiamo dovuto sopportare ci hanno costretto ad abbassare lo sguardo critico. Credo che proprio quanto di straordinario è accaduto in questi anni deve spingerci a ricominciare. Basaglia ha cominciato interrogando. Com'è possibile che questa psichiatria, fondandosi su una scientificità così rarefatta, su strumenti così incerti, possa produrre certezze che annientano le persone? Come accade che questa scienza possa violentare nel corpo e nell’anima le persone? Sono queste le domande che devono ritornare ad alimentare le nostre pratiche. Mancate risposte, discontinuità, assenze, contenzioni e silenziamento costringono progressivamente le persone, giorno dopo giorno, verso le periferie delle nostre città, del nostro sguardo e della nostra anima. E una volta messe al margine attraverso passaggi che sono evidenti e ricostruibili fanno fatica a rimontare. Così dal diagnosi e cura, all’associazione, al carcere, alla cooperativa sociale, all’ambulatorio, alla comunità si costruisce un circuito senza fine. Questi passaggi cominciano da un punto qualsiasi del circuito, incontrano fragili attenzioni, frammentarie prese in carico, rotture e ricoveri, isolamento e trasgressioni, stazioni ferroviarie e stazioni di polizia, servizi ambulatoriali territoriali trasparenti, incapaci di trattenere, servizi sociali burocratizzati. Ogni servizio, ogni stazione di questo circuito, offre una risposta relativa alla sua competenza, una risposta parziale. Tutti rispondono per un pezzo. Il problema, il bisogno complessivo della persona resta inascoltato. Tutti hanno assolto al loro compito, nessuno ha mancato. La persona con la sua domanda continua a girare sempre più muovendo verso la periferia. (3. continua)