Laboratori ScientificiNegli ultimi decenni dell’Ottocento il manicomio non era più solo un istituto per la custodia e la cura dei malati di mente, ma anche un luogo di osservazione e di ricerca scientifica, il luogo del “sapere psichiatrico”.Per tentare di spiegare il mistero della follia, la psichiatria attribuiva sempre maggiore importanza alle indagini anatomopatologiche e alle ricerche neurologiche: il disturbo psichico veniva considerato il sintomo di una alterazione o di una lesione organica.Si spiega così l’istituzione dei Laboratori di istologia, batteriologia e chimica, la presenza di una sala anatomica per le autopsie o quella di due sale per esperimenti di vivisezione sugli animali.Ma anche l’antropologia, con lo studio dell’evoluzione umana, doveva in qualche modo interessare la psichiatria: le dimensioni e la forma della scatola cranica, la statura e la lunghezza degli arti potevano segnalare un incompleto sviluppo fisico, un ritorno al passato che portava inevitabilmente con sé anche un regresso psichico, appunto la follia.La psichiatria diviene dunque “scienza” delle malattie mentali entrando, per così dire, nei laboratori di ricerca, crescendo su una base eterogenea che ha continuato ad arricchirsi nel nostro secolo, garantendo una pluralità di prospettive in grado di restituire la complessità della mente umana.Tra gli inizi dell’Ottocento e la metà del secolo in quasi tutti gli istituti psichiatrici d’Europa viene predisposto un nuovo, fondamentale, strumento: la cartella clinica.Nascono, correlativamente, gli archivi sanitari, destinati a raccogliere, in veri e propri dossiers individuali, i materiali relativi ai singoli ricoverati.A partire dalle primitive registrazioni dei dati anagrafici ed anamnestici più elementari, dalle module mediche che cominciano ad accompagnare l’ingresso dei malati in manicomio, le cartelle cliniche si perfezionano progressivamente lungo l’arco di un secolo, fino a diventare complesse raccolte di dati, comprensive di informazioni di carattere economico-sociale, antropologico, fisico, comportamentale.Queste raccolte di dati varieranno col modificarsi dei paradigmi clinico-nosografici ed ezio-patologici fondamentali, e come tali essi costituiscono per lo storico, oggi, delle fonti insostituibili – ed ancora insufficientemente indagate – per l’opera di ricostruzione del concreto operare dei medici all’interno delle istituzioni psichiatriche.Attraverso tali materiali è possibile ricostruire il lento processo di formazione dello “sguardo medico” così come si specifica sia in relazione ai grandi quadri clinici e concettuali – con le correlative entità semeiotiche, diagnostiche e nosografiche che lì vengono predisposte – sia in rapporto ad una serie di sollecitazioni eterogenee (famiglie, poteri pubblici, istituzioni) in funzione delle quali sempre più la psichiatria sarà chiamata ad operare. (1. continua)
Storia 1
Laboratori ScientificiNegli ultimi decenni dell’Ottocento il manicomio non era più solo un istituto per la custodia e la cura dei malati di mente, ma anche un luogo di osservazione e di ricerca scientifica, il luogo del “sapere psichiatrico”.Per tentare di spiegare il mistero della follia, la psichiatria attribuiva sempre maggiore importanza alle indagini anatomopatologiche e alle ricerche neurologiche: il disturbo psichico veniva considerato il sintomo di una alterazione o di una lesione organica.Si spiega così l’istituzione dei Laboratori di istologia, batteriologia e chimica, la presenza di una sala anatomica per le autopsie o quella di due sale per esperimenti di vivisezione sugli animali.Ma anche l’antropologia, con lo studio dell’evoluzione umana, doveva in qualche modo interessare la psichiatria: le dimensioni e la forma della scatola cranica, la statura e la lunghezza degli arti potevano segnalare un incompleto sviluppo fisico, un ritorno al passato che portava inevitabilmente con sé anche un regresso psichico, appunto la follia.La psichiatria diviene dunque “scienza” delle malattie mentali entrando, per così dire, nei laboratori di ricerca, crescendo su una base eterogenea che ha continuato ad arricchirsi nel nostro secolo, garantendo una pluralità di prospettive in grado di restituire la complessità della mente umana.Tra gli inizi dell’Ottocento e la metà del secolo in quasi tutti gli istituti psichiatrici d’Europa viene predisposto un nuovo, fondamentale, strumento: la cartella clinica.Nascono, correlativamente, gli archivi sanitari, destinati a raccogliere, in veri e propri dossiers individuali, i materiali relativi ai singoli ricoverati.A partire dalle primitive registrazioni dei dati anagrafici ed anamnestici più elementari, dalle module mediche che cominciano ad accompagnare l’ingresso dei malati in manicomio, le cartelle cliniche si perfezionano progressivamente lungo l’arco di un secolo, fino a diventare complesse raccolte di dati, comprensive di informazioni di carattere economico-sociale, antropologico, fisico, comportamentale.Queste raccolte di dati varieranno col modificarsi dei paradigmi clinico-nosografici ed ezio-patologici fondamentali, e come tali essi costituiscono per lo storico, oggi, delle fonti insostituibili – ed ancora insufficientemente indagate – per l’opera di ricostruzione del concreto operare dei medici all’interno delle istituzioni psichiatriche.Attraverso tali materiali è possibile ricostruire il lento processo di formazione dello “sguardo medico” così come si specifica sia in relazione ai grandi quadri clinici e concettuali – con le correlative entità semeiotiche, diagnostiche e nosografiche che lì vengono predisposte – sia in rapporto ad una serie di sollecitazioni eterogenee (famiglie, poteri pubblici, istituzioni) in funzione delle quali sempre più la psichiatria sarà chiamata ad operare. (1. continua)