da Gabriel Marcel (Etre et Avoir)commentato da Emmanuel Mounier ….. Il carattere dell’essere umano è di essere all’opposto di ciò che è chiuso in sé, racchiuso come una scatola, “incapsulato”. Gabriel Marcel (nella foto, n.d.r.) ha diretto una critica singolarmente acuta contro l’idea di autonomia. Essa suppone un io rigorosamente circoscritto che gestisco in piena indipendenza, o nel quale io fungo da legislatore, ciò che è solo una forma astratta della gestione. Ma al contrario di questo presupposto, “io non mi appartengo”. Il rapporto da me a me non è un rapporto di avere. Solo l’uomo indisponibile si mantiene nell’avere. Suicidarsi è disporre di sé in massimo grado e in questo senso si può dire che c’è opposizione diretta tra il suicidio e il martirio. Il sé dell’indisponibilità è un ispessimento, una sclerosi, una sorta di espressione sottilizzata, non del “mio corpo”, che è un aspetto della mia esistenza, ma di “questo” corpo che “si” dice mio, preso come oggetto, come cosa che io ho. Certo, la conquista della vita personale esige una condotta permanente di raccoglimento. Ma Gabriel Marcel è molto duro riguardo alla nozione di vita interiore: L’interiorità richiama una costante componente dialettica d’esteriorità. Vivere intensamente, è essere esposti, nel duplice senso in cui la parola indica la disponibilità alle influenze esterne e l’affrontamento caratteristico della persona, il coraggio di esporsi. Vivere personalmente, è assumere una situazione e delle responsabilità sempre nuove e superare incessantemente la situazione acquisita.Esistere è dunque prendere tutt’altra direzione da quella verso la quale il moto geloso del desiderio mi trascina, è tutt’altra cosa che vivere soltanto la vita, la mia vita. “C’è una cosa che si chiama vivere, e c’è una cosa che si chiama esistere: io ho scelto di esistere”. Il mio essere non si confonde con la mia vita, io sono anteriore alla mia vita, non sono coperto del tutto da essa, sono al di là di essa. La persona è un movimento per superare la vita in ciò che essa è, in ciò che non è. “ il suo motto non è sum, ma sursum”. L’interiorità è, come una serietà, una nozione dialettica. La spiritualità, in un certo senso, è interamente moto verso un intimius intimo meo come è anche moto verso un al di fuori e un al di là di me stesso. Ora, il raccoglimento afferra nel corso della sua tensione una sorta di adesione di me a me stesso; esso può sviluppare sul suo cammino una specie di autosoffocamento che è il rischio proprio di una vita spirituale troppo attenta a se stessa. Un buon soldato o un buon sportivo sono uomini dei quali l’abilità e l’attenzione sono state massimamente sviluppate; e benché siano stati formati così per la massima perfezione, nondimeno sono stati nello stesso preparati anche all’oblio totale di sé in seno al gruppo o nella lotta. Così è della vita personale. Perché restino sane l’interiorità della vita personale e l’amore del prossimo, bisogna che noi sappiamo anche coltivare la distanza, e che con Nitzsche, non temiamo di disinfettare spesso il gusto di ciò che è più vicino con l’amore del remoto.
Contro l'autonomia
da Gabriel Marcel (Etre et Avoir)commentato da Emmanuel Mounier ….. Il carattere dell’essere umano è di essere all’opposto di ciò che è chiuso in sé, racchiuso come una scatola, “incapsulato”. Gabriel Marcel (nella foto, n.d.r.) ha diretto una critica singolarmente acuta contro l’idea di autonomia. Essa suppone un io rigorosamente circoscritto che gestisco in piena indipendenza, o nel quale io fungo da legislatore, ciò che è solo una forma astratta della gestione. Ma al contrario di questo presupposto, “io non mi appartengo”. Il rapporto da me a me non è un rapporto di avere. Solo l’uomo indisponibile si mantiene nell’avere. Suicidarsi è disporre di sé in massimo grado e in questo senso si può dire che c’è opposizione diretta tra il suicidio e il martirio. Il sé dell’indisponibilità è un ispessimento, una sclerosi, una sorta di espressione sottilizzata, non del “mio corpo”, che è un aspetto della mia esistenza, ma di “questo” corpo che “si” dice mio, preso come oggetto, come cosa che io ho. Certo, la conquista della vita personale esige una condotta permanente di raccoglimento. Ma Gabriel Marcel è molto duro riguardo alla nozione di vita interiore: L’interiorità richiama una costante componente dialettica d’esteriorità. Vivere intensamente, è essere esposti, nel duplice senso in cui la parola indica la disponibilità alle influenze esterne e l’affrontamento caratteristico della persona, il coraggio di esporsi. Vivere personalmente, è assumere una situazione e delle responsabilità sempre nuove e superare incessantemente la situazione acquisita.Esistere è dunque prendere tutt’altra direzione da quella verso la quale il moto geloso del desiderio mi trascina, è tutt’altra cosa che vivere soltanto la vita, la mia vita. “C’è una cosa che si chiama vivere, e c’è una cosa che si chiama esistere: io ho scelto di esistere”. Il mio essere non si confonde con la mia vita, io sono anteriore alla mia vita, non sono coperto del tutto da essa, sono al di là di essa. La persona è un movimento per superare la vita in ciò che essa è, in ciò che non è. “ il suo motto non è sum, ma sursum”. L’interiorità è, come una serietà, una nozione dialettica. La spiritualità, in un certo senso, è interamente moto verso un intimius intimo meo come è anche moto verso un al di fuori e un al di là di me stesso. Ora, il raccoglimento afferra nel corso della sua tensione una sorta di adesione di me a me stesso; esso può sviluppare sul suo cammino una specie di autosoffocamento che è il rischio proprio di una vita spirituale troppo attenta a se stessa. Un buon soldato o un buon sportivo sono uomini dei quali l’abilità e l’attenzione sono state massimamente sviluppate; e benché siano stati formati così per la massima perfezione, nondimeno sono stati nello stesso preparati anche all’oblio totale di sé in seno al gruppo o nella lotta. Così è della vita personale. Perché restino sane l’interiorità della vita personale e l’amore del prossimo, bisogna che noi sappiamo anche coltivare la distanza, e che con Nitzsche, non temiamo di disinfettare spesso il gusto di ciò che è più vicino con l’amore del remoto.