L'Etruria era molto nota, in antichità, per la fertilità del territorio e la produzione cerearicola. Fin dal V secolo a.C. fu proprio questa regione a rifonire Roma durante le varie carestie.
Lo storico Tito Livio riporta il caso del ricco cavaliere Spurio Melio che, nel 440 a.C., di propria iniziativa ed a proprie spese, comperò frumento dagli Etruschi. Dall'Etruria, poi, si sarebbe imporato, con regolarità questo cereale, in grado di cambiare le abitudini alimentari dei romani. Fino ad allora il popolo della ancora piccola cittadina in riva al Tevere si nutriva con pappe e polente (pultes).
Plinio in Vecchio, riportando un'informazione di Verrio Flacco, afferma che i Romani, per trecento anni dalla fondazione della città (per tradizione fissata al 753 a.C.) avrebbero consumato solo farro, cereale ritenuto inferiore e non adatto alla panificazione. Alla fine del IV secolo a.C., il console Fabio Rulliano, a capo di un esercito, si inoltrò nella selva Cimina (attuale Tuscia viterbese) e contemplò dall'alto il paesaggio agricolo di Volsinii (attuale Orvieto).
Fu proprio la fertilità delle terre intorno a Clevsi (Chiusi), coltivate a cereali, viti, olivi e fichi ad attirare l'attenzione dei Celti, nel 380 a.C.. Quando Annibale varcò le Alpi, nel 218 a.C., ricche di cereali erano le campagne tra Fiesole ed Arezzo. Nel 205 a.C. furono Caere (Cerveteri), Roselle, Volterra, Chiusi, Perugia ed Arezzo ad inviare sostanziosi quantitativi di frumento alla flotta di Scipione in procinto di salpare per Cartagine.
Dai cereali come la siligo (tipo di grano tenero prodotto a Chiusi e ad Arezzo), si ricavava farina da pane. Altri cereali, tra ui il Triticum monoccum e l'Hordeum vulgare, erano usati dopo essere stati torrefatti. Con il grano, che veniva macinato a mano o con mole girate da animali, si preparavano le polente, pultes in latino, termine che, probabilmente, derivava dall'etrusco. Da pultes deriva l'epiteto pultiphagi che gli orientali davano ai Romani ed agli Italici in genere. Queste pultes potevano essere allungate con latte e mescolate con ingredienti diversi. Una sorta di pasta-polenta che si utilizzava nei pressi di Pisa, era costituita da semola (alica), vino e miele. Molto apprezzate in tutta l'Italia dell'epoca erano le farratae, farinate di cereali e legumi, soprattutto fave. La mescolanza avveniva nella semina, lo conferma il termine farrago che, secondo Festo, indicava una miscela di cereali coltivati per il bestiame, ma originariamente si riferiva a coltivazioni miste per l'alimentazione umana. I cereali erano utilizzati dalle donne etrusche anche nella cosmesi, come una famosa farina di bellezza che si produceva a Chiusi.
Gli aratri etruschi erano semplici e simmetrici. Essi dissodavano il terreno alzando le zolle senza rivoltarle. I modelli più antichi dovevano essere ricavati da un unico tronco. In seguito si assemblarono più elementi. Dopo l'introduzione del maggese (pratica agricola che consisteva nel lasciare, per un pò di tempo, un terreno incolto affinché fosse più fertile), la coltivazione intensiva fece sì che il terreno fosse sottratto all'invasione della vegetazione spontanea. Dal VII secolo a.C. i confini dei campi furono delimitati da viti maritate a pioppo, acero, olmo, come si narra avesse fatto il mitico Tarconte, eroe fondatore di Tarquinia.
L'istituzione delle proprietà agraria era sotto la giurisdizione di Tinia, lo Zeus etrusco. Terribili maledizioni gravavano su chi spostava i cippi di confine. L'etrusca disciplina era una garanzia per i grandi proprietari terrieri che poterono, servendosi di queste maledizioni e proibizioni, dare una forma geometrica ai loro campi.
Nella tradizione romana, di derivazione greca attraverso il notevole apporto etrusco (come fa pensare la parola latina groma, strumento per misurare i campi, derivata da gnomon greco attraverso l'etrusco cruma), la dimensione standard del campo era l'actus, corrispondente - ci dice Plinio - alla lunghezza del solco che i buoi e l'aratore erano in grado di tracciare in un solo tratto, tra un intervallo di riposo e l'altro (durante il quale si inverte la posizione dei buoi e la direzione di tracciamento del solco). All'actus romano, di 35,52 metri circa, corrisponde il versus osco-umbro, lo schoinos greco ed il naper etrusco. La parola naper, che indica l'unità di misura, si incontra nel Cippo di Perugia (III-II secolo a.C.), che riporta un tratto terriero tra le famiglie etrusche degli Afuna e dei Velthina.
Fenestella e Plinio il Vecchio sostengono che la coltura dell'olivo sia stata introdotta da Tarquinio Prisco, un etrusco di padre greco. Fino a tutto il VII secolo a.C. l'olio veniva importato dalla Grecia. Esso serviva per scopo alimentare, ginnico, estetico e per far luce e veniva conservato in anfore, ad eccezione dell'olio per i profumi, per il quale esistevano specifici contenitore: aryballoi, alabastra, askoi. Verso la fine del VII secolo a.C. l'Etruria cominciò a produrre anfore da olio che, inizialmente, si rifecero a modelli fenici ed imitarono il bucchero dei vasi da profumi. Anche qui i termini latini, mutuati dal greco attraverso l'etrusco, sono notevolmente indicativi: la parola latina amurca, che designa la morchia, testimonia il passaggio dal greco amorgon attraverso, appunto, l'etrusco. L'iscrizione etrusca "aska mi eleivana", su un aryballos di bucchero della fine del VII secolo a.C., indica la derivazione dal greco sia nel nome del vaso (aska da askòs) che ne contenuto (eleivana da elaion, olio in greco). Da Pyrgi, l'antico porto di Caere, provengono rametti di Olea europae, rinvenuti in pozzi colmati verso il 270 a.C..
La vite si diffuse nell'Italia meridionale dopo la fondazione delle prime colonie greche in Occidente (VIII secolo a.C.). Contemporaneamente gli Etruschi scoprirono il vino che, in un primo tempo, venne importato e successivamente prodotto, entrando in concorrenza con i Greci. Fino al VII secolo a.C. si trovano anfore vinarie solo nelle sepolture nobiliari etrusche. Anfore prodotte in regioni greche, comunque. Anche il vasellame per consumare il vino durante il simposio provieniva dalla Grecia, in particolare dall'Eubea e da Corinto. Alla fine del VII secolo a.C. cominciò, invece, forse per iniziativa dei nobili che erano anche grandi proprietari terrieri, la produzione di anfore vinarie che imitarono, inzialmente, i modelli greci. La ceramica etrusca per la consumazione del vino, il famoso bucchero, comparve proprio in questo periodo. Sono stati ritrovati relitti di navi del VI secolo a.C. lungo le coste francesi che trasportavano anfore di vino e vasi di bucchero per il mercato celtico e spagnolo. Sulle fasce scritte della famosa Mummia di Zagabria (III-II secolo a.C.) è stata decifrata la parola etrusca per designare la bevanda tratta dalla vite: vinum. Il termine, secondo alcuni recenti studi, deriverebbe autonomamente dal vocabolo greco òinos. La Tabula Cortonensis, una tavola in bronzo con un testo giuridico, risalente al III-II secolo a.C., fa cenno ad una transazione di terreni e riporta il termine indicante la vigna: vina.
Per tutto il VII ed il VI secolo a.C. il vino, importato o prodotto in loco che fosse, fu una bevanda esclusiva dei ceti aristocratici. Successivamente, con l'aumento della produzione locale, il vino si diffuse tra le classi inferiori. Dal momento che il termine vinum ricorre più volte sulla Mummia di Zagabria, si è pensato che il vino fosse parte integrante di numerose cerimonie religiose.
Inviato da: chiaracarboni90
il 06/06/2011 alle 11:10