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CINEMA PARADISO

Blog di cinema, cultura e comunicazione

 

Messaggi di Giugno 2019

"Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale". Il libro che mancava, finalmente c'è da antidiplomatico

Post n°15212 pubblicato il 30 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
 


Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di "Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale", edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All'interno troverete molte delle risposte che cercavate.





di Sonia Savioli



Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri "aiuti allo sviluppo". 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags


In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.

Ma cominciamo dall'inizio e cioè proprio dagli "aiuti allo sviluppo". Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un "aiuto allo sviluppo". La Banca Mondiale o/e l'Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell'altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L'ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale "de noantri", mettiamo l'Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html 
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l'Impregilo, o chi per lei, si "sviluppa" al ritmo di una vacca d'allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si "sviluppano", con le terre pagate una cocuzza, l'acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.


Cosa c'entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po' di pazienza e ci arriviamo.


Nell'organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell'universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l'acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre "sviluppo", in questo caso delle multinazionali dell'agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell'ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di "commercio equo"; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/


E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.


Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli "aiuti allo sviluppo" delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.  "Fuggono dalla povertà delle campagne" dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti.

Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i "loro" abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono "fuggiti dalla povertà" che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che "bianco è meglio" dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/

 


Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti "aiuti allo sviluppo", oltre che svilupparsi, hanno rovinato l'industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un'inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri "aiuti alimentari" rovinano i loro agricoltori. Perché gli "aiuti alimentari" che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.


Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall'Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.


Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri "aiuti" di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l'invio. E lì non c'è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c'è nessuna raccolta e nessuna discarica. La "discarica" è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l'ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.


Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un'umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.  


Che fare? Indossare i vestiti "vecchi" finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.

Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d'inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html


Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

Notizia del: 20/09/2018

 
 
 

Pericle il nero

Post n°15211 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

La vita di Pericle Scalzone è nera come il 'titolo' che si è guadagnato sul campo. Assoldato da Don Luigi per fare letteralmente il culo alla gente, Pericle arrotonda l'attività criminale girando film pornografici. Perché Pericle 'maneggia' bene certi argomenti davanti alla macchina da presa come alle spalle dei malcapitati che umilia barbaramente. Durante una spedizione punitiva uccide per sbaglio la sorella di un temibile boss camorrista e ripiega in un rifugio segreto dove viene presto raggiunto da due uomini armati. Tradito da Don Luigi, l'unico a sapere dove si fosse nascosto, Pericle infila l'autostrada e abbandona Bruxelles. Lontano, solo e disperato a Calais incontra Anastasia, impiegata in una boulangerie e madre di due bambini. Per Pericle è subito amore e forse l'inizio di una nuova vita.
È nero il Pericle di Riccardo Scamarcio e contrariamente al suo omonimo ateniese non esercita la democrazia ma l'oppressione, mortificando in nome di un principio barbaro e di un boss che gestisce le pizzerie di Bruxelles. Nondimeno con l'uomo politico celebrato da Tucidide, Pericle Scalzone condivide la capacità di legittimarsi dentro un mondo che gli ha rubato l'infanzia, lo ha iniziato alla sodomia e lo ha sottomesso costringendolo a sottomettere. 
Noir fluido e insieme romanzo di emancipazione, Pericle il nero converte la discesa, motivo ricorrente del noir, in movimento ascensionale (la ricerca di aria, di luce, di sentimento) ed elude lo scacco esistenziale del criminale, accordandogli la fuga. Motore del film un uomo che si ritrova improvvisamente intrappolato, una figura non strutturata all'interno della società, nemmeno quella criminale, che precipita in un incubo a cui scampa prendendo in contropiede le irruzioni dei sicari e del caso. 
Alla maniera di Provincia meccanica, Stefano Mordini svolge l'impasse di un personaggio sgradevole spingendolo a seguire fino in fondo i suoi sogni e le sue ossessioni. Occhi grandi affondati nel buio e affamati di affetto, Pericle è solo sulla faccia della terra e si muove lungo la frattura che si genera spesso fra ciò che siamo, o ciò che sentiamo di essere, e ciò che gli altri vedono in noi. Per Don Luigi e sua figlia Anna, che Pericle ama in segreto e dentro lunghi monologhi interiori, lui non esiste e quando esiste è per adempiere la loro volontà. 
Mordini salta via veloce sugli snodi che risultano troppo ovvi e si concentra sul suo attore, sul suo corpo in fuga, sul suo sguardo vuoto e bisognoso d'amore. A dare autenticità e credibilità al Pericle del titolo provvede Riccardo Scamarcio, spiazzando lo spettatore, operando degli strappi e inserendo delle variabili che evadono la norma e trovano l'essenzialità e il cinetismo emotivo. Trasposizione del noir secco di Giuseppe Ferrandino, traslocato da Napoli a Bruxelles, Pericle il nero aggiunge una fisicità distorta al clima di angoscia che il genere costruisce innanzitutto sul piano psicologico. 
L'interiorizzazione del racconto noir si nutre di questa dissonanza fisica come segno di una distorsione mentale che investe l'intero rapporto col mondo. A sublimare la brutalità del protagonista, alla ricerca della propria identità sulla battigia battuta come lui dai marosi, e a ridurre la deformazione della sua relazione con la realtà, interviene il personaggio di Marina Foïs. È (anche) lei a incarnare la solitudine noir, premessa a un'immagine femminile indipendente, capace di prendere audacemente in mano la situazione, di sfondare imprenditorialmente (aprendo magari una panetteria) e di traghettare oltre il proprio uomo. E a Calais, luogo di sospensione e di passaggio col suo porto e i suoi traghetti per Dover e per l'altrove, Mordini incontra un uomo e una donna a cui concede, in un finale che non chiude evitando la tragedia quanto l'happy end consolatorio, una possibilità ulteriore. Una seconda chance che incrocia gli occhi larghi di Pericle che per un attimo sorridono, sciogliendo l'inquietudine accumulata e aprendo alla speranza. In attesa da qualche parte, al di là del mare.

 
 
 

Il traduttore

Post n°15210 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Andrei è un giovane rumeno venuto in Italia per una specializzazione universitaria grazie a una borsa di studio. Oltre all'università cerca di mantenersi con altri lavori e mandare i soldi alla sua ragazza rimasta in Romania, di sera lavora infatti in una pizzeria e spesso viene chiamato come interprete per delle intercettazioni in questura. Schivo e riservato, Andrei conosce la vedova Anna, una ricca gallerista che lo incarica di tradurre il diario del marito. Tra i due nascerà una focosa relazione. 
Il traduttore è un film che sembra intraprendere diverse direzioni, il melodramma erotico, il noir, mettendo anche in ballo alcune questioni sociali, quello che però ne viene fuori è un lavoro confuso che non scava in nessuno dei generi e delle questioni qui citate. Il personaggio di Andrei (Kamil Kula) combatte una personale battaglia che sembra non avere delle motivazioni ben salde, si vorrebbe affrontare il problema dell'integrazione e della differenza culturale con un inspiegabile finale imposto da una sceneggiatura a dir poco traballante. Tutto è eccessivo, dalle ripetute scene di sesso ansimante messe lì solo per dare quel tono piccante al dramma, all'atteggiamento forzatamente tenebroso di Andrei, fino al momento in cui la Gerini, grazie a un'incomprensibile epifania scopre la verità su suo marito. 
Il secondo film di Massimo Natale si perde in situazioni buttate lì casualmente cercando più aperture e livelli di lettura, ma ottenendo soltanto un gran pasticcio che inizialmente sembra avere una certa ambizione. Tante piccole finestre si aprono senza mai portare a conclusione il discorso e senza creare un'uniformità del lavoro. Anche nel personaggio del capo della polizia (Anna Safroncik) si percepisce una forzatura nel voler creare una donna decisa e caparbia nell'ottenere risultati dal suo lavoro per un riscatto e una rinascita personale, ma lo si fa attraverso imbarazzanti frasi stereotipate, tipiche del doppiaggio poliziottesco. 
Il problema principale di questo film sta infatti proprio nella sceneggiatura che sembra essere ideata secondo modellini predefiniti. La scena del corteggiamento/danza all'interno della galleria rappresenta poi l'apice dell'intollerabile pathos che puntualmente viene esasperato, grazie anche allo scontato uso delle musiche.

 
 
 

Lazzaro felice

Post n°15209 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?

Come saprà risorgere questo Lazzaro per continuare a testimoniare che il bene esiste, e attraversa le vicende umane senza perdere la propria valenza rivoluzionaria?

Alla sua terza regia Alice Rohrwacher fa intraprendere al suo protagonista, e alla comunità che lo circonda, un cammino che è anche il proprio, all'interno di un cinema che deve molto a Olmi e Zavattini ma continua a spingersi oltre lungo un terreno che frana e si modifica continuamente sotto i suoi (e i nostri) piedi. Non è facile tenerle dietro mentre attraversa un'arcadia senza tempo che è anche un microcosmo di sfruttamento, dove il lupo è assai più giusto e buono dell'essere umano che lo teme. Il suo linguaggio parte da atavico e diventa postmoderno, racconta un vento che soffia senza tregua per spazzare via la protervia del potere e uno sputo nel piatto dell'ingiustizia sociale senza per questo negare che il Bene e il Male percorrono il tempo senza cambiarlo, riproponendosi all'infinito.

La fionda che Tancredi, il figlio della Marchesa, regala a Lazzaro è come la cinepresa per Rohrwacher, ben consapevole della sua pericolosità: Alice si piazza sempre in medias res, fra le foglie di tabacco, dentro ai letti disfatti dei contadini, dietro lo sguardo puro del suo protagonista. Lazzaro è un'occasione come lo è il cinema di Alice Rohrwacher, che è tutto finto, nel senso di reinventato e ricreato, ma conserva radici profondamente reali, italiane prima che universali, rurali piuttosto che bucoliche.

 
 
 

Ricchi di fantasia

Post n°15208 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Sergio è un geometra che ora fa il carpentiere. Sabrina è una ex cantante che ora lavora nel ristorante del suo compagno. I due sono amanti ma, a causa dei rispettivi problemi di carattere economico, non possono andare a vivere insieme lasciandosi alle spalle le famiglie. Tutto però sembra poter cambiare quando un collega di Sergio decide di vendicarsi degli scherzi di cui è spesso vittima facendogli credere di aver vinto tre milioni di euro alla lotteria. Ora Sergio, che si crede ricco, prende coraggio e convince Sabrina a fuggire con lui. Entrambi si portano dietro una parte della parentela. La verità però non tarderà ad emergere e i due dovranno elaborare delle strategie per cercare di non deludere chi hanno coinvolto nella loro storia.

Sergio Castellitto e Sabrina Ferilli recitano insieme per la prima volta e sembra che siano, come si diceva una volta, una compagnia di giro, cioè una coppia ormai più che affiatata grazie a un lungo periodo di collaborazione.

Francesco Micciché ha creato una nuova coppia del cinema italiano che, è da sperarlo, troverà nuove occasioni per mostrare la propria affinità. Va detto che anche il contesto in cui i due sono inseriti, cioè gli attori che interpretano i parenti, offrono la sensazione di un affiatamento non così consueto nel cinema italiano. Quanto sopra offre un contributo di pregio a una sceneggiatura, scritta da Micciché con Fabio Bonifacci, che non si limita ad essere un omaggio alla classica 'commedia all'italiana' (ne abbiamo visti tanti non proprio riusciti) ma va oltre proponendo una lettura critica del presente tenendosi alla larga da sterili tentativi di imitazione. 

C'è tutta la rabbia della frustrazione di questi nostri giorni nelle dinamiche che tengono insieme i due nuclei familiari anche quando Sergio e Sabrina si saranno liberati dei reciproci partner. La nonna con un'anca che fa male a comando, la figlia esperta in serie tv piuttosto che l'adolescente aspirante calciatore sono tutti privi di progetti che prevedano una crescita consapevole da affrontare passo dopo passo.

 
 
 

Gli incredibili 2

Post n°15207 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Mr Incredibile, Elastigirl e Siberius ci hanno provato a farsi riamare dalla gente, a dimostrare la propria utilità alle istituzioni, ma non c'è stato niente da fare: fuorilegge erano e fuorilegge rimangono. Non la pensa così, però, il magnate Winston Deavor, da sempre grandissimo fan dei Super, che intende perorare la loro causa e ha scelto Elastigirl come frontwoman per l'impresa. Convinto che il problema sia di percezione, grazie alle invenzioni della sorella Evelyn vuole dotare Helen di una telecamera per mostrare alla gente il suo punto di vista.

Elastigirl sale alla ribalta mentre Mr Incredibile siede in panchina, in attesa di tornare in azione, alle prese con le paturnie adolescenziali di Violetta, la matematica di Flash e i sorprendenti superpoteri del piccolo Jack Jack.

Il più strabiliante superpotere di Gli Incredibili 2 è quello di tenere incollati, far sorridere e far sghignazzare, intenerire e soddisfare, nonostante il primo film avesse già fatto tutto questo quattordici anni fa e lo avesse fatto meglio. La miscela è fatta di grandi réprise e di piccole novità, cui si aggiunge un citazionismo evidente ma non invadente, spesso interno al mondo Pixar. 

L'azione riprende dove si era interrotta: i Super hanno avuto la loro occasione ma la sprecano, lasciando scappare Il Minatore (che fugge letteralmente fuori dal film, perché non se ne ha più traccia), lo spauracchio è ancora una volta quello di una vita normale, con un lavoro normale, ma un altro fan solletica la loro voglia di avventura e il loro desiderio di legittimazione. Un riccone che offre loro una villa à la Toni Stark (registicamente perfetta per le esplosioni di Jack Jack e le sue scorribande notturne oltre la grande vetrata), il cui padre (che assomiglia a Steven Spielberg) ha perso la vita senza mai smettere di "credere" nei supereroi e nella loro bontà. Ci sono cose a cui noi, invece, non crediamo fin dal primo momento, e questo è problema, ma l'originalità non è e non può più essere la priorità del film. C'è anche un nodo, il terrorismo ideologico di chi si oppone all'ipnosi collettiva e alla dittatura dei media, che resta solo abbozzato, ma altrove invece ci sono, a bilanciare il tutto, più sfumature relazionali, più ritmo, qualche ottima battuta e una lotta a quattro zampe in giardino che è spettacolo nello spettacolo.

 
 
 

In darkness

Post n°15206 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Leopold Socha, ispettore fognario nella Leopoli occupata del ’43, ha una moglie e una bambina a cui garantire un piatto caldo e un futuro. Scaltro e intraprendente, ruba nelle case dei ricchi e non ha scrupoli con quelle degli ebrei, costretti nel ghetto e poi falciati dalla follia omicida dei nazisti. Avvicinato da un vecchio compagno di cella, l’ufficiale ucraino Bortnik, gli viene promessa una lauta ricompensa se troverà e denuncerà alla Gestapo gli ebrei sfuggiti ai rastrellamenti. Nascosti undici di loro in un settore angusto delle fognature, in cambio di cibo e silenzio, Leopold ricava profitto e benessere. Un benessere vile come la sua condotta. Ma il tempo della guerra e della sopraffazione, ammorbidisce il suo cuore e lo mette al servizio del prossimo. Tra aguzzini famelici, perlustrazioni, fame, buio, bombardamenti e alluvioni, Leopold riuscirà a salvare uomini, donne e bambine conducendoli fuori dalle tenebre verso la luce.
Con In Darkness il cinema torna a occuparsi della Shoah e della drammatica esperienza dei sopravvissuti, testimoni che si sono misurati con il male assoluto e la cui memoria riempie un vuoto privato e collettivo. Ma più diffusamente, il film di Agnieszka Holland indaga il comportamento umano in situazioni limite, affrontando la più grande tragedia del Novecento e richiamando insieme quelle successive, che si sono consumate nell’oblio e nelle derive della noncuranza. Sprofondando letteralmente personaggi e spettatori nelle tenebre, la regista polacca produce un cinema che mentre rievoca la Storia si pone in lotta contro il torpore del presente. In un buio lungo centoquaranta minuti Leopold Socha è la luce che rischiara, il protagonista di una vicenda eccezionale (e reale) connessa alle scelte di chi si sente parte della Storia avvertendo la necessità di rigettarne gli orrori. Privilegiando la prospettiva sull’individuo, la Holland realizza un racconto esistenziale e una battaglia tenace contro la cecità, descrivendo le tappe e i passaggi di una presa di coscienza individuale dentro un tempo segnato da sentimenti di insicurezza e da uno stato di pericolo permanente. In Darkness, trasposizione del romanzo “Nelle fogne di Lvov” di Robert Marshall, è dedicato a Marek Edelman, vice comandante della rivolta del ghetto di Varsavia e leader del Bund, il movimento operaio ebraico che lottava per l’autonomia culturale. Oscurato e incarnato, il film osserva l’umanità brancolare in un nero profondo dove le energie migliori sono destinate a lottare contro la fame e la miseria. Quella materiale e quella spirituale. 
Ambientato quasi interamente in una città sotterranea, In Darkness trova il suo contrappunto nello spazio urbano emergente e in cui emerge Leopold, traghettatore e corriere sospeso tra il mondo di sotto e quello di sopra, dove giorno dopo giorno la macchina di distruzione perfeziona la sua intenzione. Le fognature di Leopoli esemplificano i percorsi di una ricerca di liberazione, i vicoli ciechi dell’autodistruzione, i bivi della perdizione, un labirinto in cui non è facile fiutare tracce di salvezza. L’underground narrato dalla Holland assume un valore universale e la dimensione di una parabola, per nulla buonista, in cui un uomo si consegna alla propria rinascita affrontando il rischio della morte. L’autrice restituisce con sensibilità e nessun sentimentalismo l’ambivalenza della doppia logica alla quale l’occupazione nazista ha condannato il protagonista, appeso tra una tormentata ribellione e una speranza di redenzione, indeciso se diventare custode di vita o pedina decisiva della mostruosità del potere. Ma Leopold Socha non si sottrae, diventando simbolo di una possibilità, invertendo la direzione degli eventi, facendosi ‘giusto’ tra i giusti. Agnieszka Holland col suo film compie un atto memoriale che non dimentica che la Storia è in primo luogo quello che gli uomini hanno fatto

 
 
 

La Mia Vita con John F. Donovan

Post n°15205 pubblicato il 28 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Titolo originale: The Death and Life of John F. Donovan

La Mia Vita con John F. Donovan è un film di genere drammatico del 2018, diretto da Xavier Dolan, con Kit Harington e Natalie Portman. Uscita al cinema il 27 giugno 2019. Durata 123 minuti. Distribuito da Lucky Red.

Poster

 

La Mia Vita con John F. Donovan, il film di Xavier Dolan, vede riportati sul grande schermo tutti i temi che hanno reso famoso nel mondo il giovane regista canadese: la relazione madre/figlio, l'omosessualità, l'infanzia.
Definito dallo stesso regista "un film satirico ma drammatico", il film vede protagonista la star della Tv americana John F. Donovan (Kit Harington).
In un momento di crisi l'attore intraprende un scambio epistolare con un giovanissimo fan inglese, l'aspirante attore di undici anni Rupert Turner (Jacob Teremblay), aprendogli le porte del cuore, svelando i turbamenti di un segreto celato agli occhi di tutti.
Il ragazzino, che non perde nemmeno una delle apparizioni del suo idolo in tv, e tappezza le pareti della sua camera con tantissimi poster che lo ritraggono, porta avanti la corrispondenza all'insaputa di tutti, persino di sua madre Sam (Natalie Portman).
Dieci anni dopo, in una lunga intervista accorata, Turner (Ben Schnetzer) diventato attore ripercorre gli avvenimenti che portarono alla morte, del suo amico e mentore. Ne ripercorre così la vita e la carriera, dall'ascesa al declino, causato da uno scandalo tutto da dimostrare.
Nel cast d'eccezione del film troviamo anche Kathy Bates e Susan Sarandon.


 

Nato nel 1989, a 19 anni già la partecipazione a Cannes, con il suo primo film, J'ai tué ma mère, sezione Quinzaine des realisateurs, con un sacco di premi e lo status così presto acquisito di regista fenomeno, culto di una nuova generazione di millennials. Il titolo del film contiene lo spirito di ribellione dell'adolescente, e la sua ossessione per il rapporto fra madri complicate e figli che lo sono ancora di più, spesso interpretati da lui stesso, come nell'opera prima.

Perché Xavier Dolan non è solo regista o sceneggiatore, ma anche attore, montatore, produttore, costumista, scenografo e doppiatore nel francese così caratteristico del Québec. Non di personaggi di poco conto, se pensate che ha dato la voce a Stan nella serie South Park, a Rupert Grint nei vari film dedicati a Harry Potter e Taylor Lautner nella saga di Twilight.
Xavier è nato a Montréal, in Québec, dall'attore e cantante Manuel Tadros, a sua volta nato al Cairo da una famiglia copta, e dall'insegnante franco-canadese Geneviève Dolan, da cui prende il cognome d'arte. La sua carriera nel mondo dello spettacolo è iniziata da bambino, con molti spot pubblicitari e apparizioni televisive.

La prima occasione di farsi notare arrivò come attore, un anno prima del passaggio alla regia, nell'horror Martyrs di Pascal Laugier. Poi, dopo l'esordio con J'ai tué ma mére, ecco il secondo film l'anno dopo, Les Amours imaginaires, presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes.
Stessa destinazione, dodici mesi dopo, per Laurence Anyways e il desiderio di una donna, suo primo film a uscire in sala anche in Italia. Sono opere che consolidano il suo nome come uno dei più importanti talenti da tenere d’occhio del nuovo cinema. Suzanne Clément, una delle sue muse, vinse il premio come miglior attrice.
Il quarto film, Tom à la ferme, è il primo a esordire lontano dalla Croisette, al Lido di Venezia per la Mostra del Cinema 2013, dove ottenne una buona accoglienza, vincendo il premio Fipresci.
Ma è il successivo, Mommy, il film della consacrazione, con la presentazione per la prima volta in concorso a Cannes e il premio della giuria. Il ribelle è accolto nei saloni nobili, l’anno dopo parteciperà anche alla giuria. Il primo passo falso arriva con l’accoglienza contrastata, con qualche fischio, a Cannes, per È solo la fine del mondo, in cui per la prima volta si affida a grandi nomi come i francesi Vincent Cassel, Marion Cotillard, Gaspard Ulliel, Léa Seydoux e Nathalie Baye. Nonostante questo vince il secondo premio a Cannes, il Grand Prix. Sono momenti complicati per il giovane fenomeno ormai diventato adulto, che mal sopporta le critiche e dice di volersi prendere una pausa, per studiare e laurearsi. Momento chiave è stata l'estate del 2018, con voci che parlavano di problemi nel montaggio della sua prima opera in inglese, La mia vita con John F. Donovan, in cui è stata del tutto tagliata Jessica Chastain, originariamente una delle interpreti principali. Protagonisti sono Jacob Tremblay, Natalie Portman, Kit Harington, Thandie Newton e Susan Sarandon.
Presentato a Toronto con critiche feroci e pronte a fargli pagare il successo dei precedenti film, è rimasto congelato per mesi, mentre veniva presentato a Cannes il suo film successivo, Matthias & Maxime.

 

Il Film segna il debutto hollywoodiano del regista canadese Xavier Dolan.

FRASI CELEBRI:

 

Dal Trailer Italiano del Film:

Voce off: Avevo undici anni, a scuola mi prendevano in giro perché ero quello nuovo. Mi sentivo perso, io e mia madre quasi non ci parlavamo! Tutti abbiamo un idolo da bambini, il mio era John F. Donovan. Lui, al contrario, aveva ogni cosa: fama, amore...

Rupert Turner (Jacob Tremblay): Ho scritto una lettera a John Donovan cinque anni fa, era assurdo pensare che mi rispondesse, ma lo ha fatto! Ora ho solo undici anni, ma poi sarò come lui e faremo dei film insieme!

John F. Donovan (Kit Harington) Sento di aver sbagliato veramente tutto e se il mio posto non fosse questo?! Se avessi rubato il posto di qualcun'altro?!
Narratore (Michael Gambon): La domanda è: come avresti potuto rubare un posto che è stato creato solo per te?

John F. Donovan : Mamma posso restare qui stanotte?
Grace Donovan (Susan Sarandon): Amore, puoi restare anche tutta la vita!

John F. Donovan: Caro Rupert, non mi viene in mente un amico più eccezionale, nessuno potrà capire questa amicizia...finché non gliela racconterai tu!

 


 
 
 

La Mia Vita con John F. Donovan

Post n°15204 pubblicato il 26 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Titolo originale: The Death and Life of John F. Donovan

La Mia Vita con John F. Donovan è un film di genere drammatico del 2018, diretto da Xavier Dolan, con Kit Harington e Natalie Portman. Uscita al cinema il 27 giugno 2019. Durata 123 minuti. Distribuito da Lucky Red.

Poster

 

La Mia Vita con John F. Donovan, il film di Xavier Dolan, vede riportati sul grande schermo tutti i temi che hanno reso famoso nel mondo il giovane regista canadese: la relazione madre/figlio, l'omosessualità, l'infanzia.
Definito dallo stesso regista "un film satirico ma drammatico", il film vede protagonista la star della Tv americana John F. Donovan (Kit Harington).
In un momento di crisi l'attore intraprende un scambio epistolare con un giovanissimo fan inglese, l'aspirante attore di undici anni Rupert Turner (Jacob Teremblay), aprendogli le porte del cuore, svelando i turbamenti di un segreto celato agli occhi di tutti.
Il ragazzino, che non perde nemmeno una delle apparizioni del suo idolo in tv, e tappezza le pareti della sua camera con tantissimi poster che lo ritraggono, porta avanti la corrispondenza all'insaputa di tutti, persino di sua madre Sam (Natalie Portman).
Dieci anni dopo, in una lunga intervista accorata, Turner (Ben Schnetzer) diventato attore ripercorre gli avvenimenti che portarono alla morte, del suo amico e mentore. Ne ripercorre così la vita e la carriera, dall'ascesa al declino, causato da uno scandalo tutto da dimostrare.
Nel cast d'eccezione del film troviamo anche Kathy Bates e Susan Sarandon.

PANORAMICA SU LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN:

 

Nato nel 1989, a 19 anni già la partecipazione a Cannes, con il suo primo film, J'ai tué ma mère, sezione Quinzaine des realisateurs, con un sacco di premi e lo status così presto acquisito di regista fenomeno, culto di una nuova generazione di millennials. Il titolo del film contiene lo spirito di ribellione dell'adolescente, e la sua ossessione per il rapporto fra madri complicate e figli che lo sono ancora di più, spesso interpretati da lui stesso, come nell'opera prima.

Perché Xavier Dolan non è solo regista o sceneggiatore, ma anche attore, montatore, produttore, costumista, scenografo e doppiatore nel francese così caratteristico del Québec. Non di personaggi di poco conto, se pensate che ha dato la voce a Stan nella serie South Park, a Rupert Grint nei vari film dedicati a Harry Potter e Taylor Lautner nella saga di Twilight.
Xavier è nato a Montréal, in Québec, dall'attore e cantante Manuel Tadros, a sua volta nato al Cairo da una famiglia copta, e dall'insegnante franco-canadese Geneviève Dolan, da cui prende il cognome d'arte. La sua carriera nel mondo dello spettacolo è iniziata da bambino, con molti spot pubblicitari e apparizioni televisive.

La prima occasione di farsi notare arrivò come attore, un anno prima del passaggio alla regia, nell'horror Martyrs di Pascal Laugier. Poi, dopo l'esordio con J'ai tué ma mére, ecco il secondo film l'anno dopo, Les Amours imaginaires, presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes.
Stessa destinazione, dodici mesi dopo, per Laurence Anyways e il desiderio di una donna, suo primo film a uscire in sala anche in Italia. Sono opere che consolidano il suo nome come uno dei più importanti talenti da tenere d’occhio del nuovo cinema. Suzanne Clément, una delle sue muse, vinse il premio come miglior attrice.
Il quarto film, Tom à la ferme, è il primo a esordire lontano dalla Croisette, al Lido di Venezia per la Mostra del Cinema 2013, dove ottenne una buona accoglienza, vincendo il premio Fipresci.
Ma è il successivo, Mommy, il film della consacrazione, con la presentazione per la prima volta in concorso a Cannes e il premio della giuria. Il ribelle è accolto nei saloni nobili, l’anno dopo parteciperà anche alla giuria. Il primo passo falso arriva con l’accoglienza contrastata, con qualche fischio, a Cannes, per È solo la fine del mondo, in cui per la prima volta si affida a grandi nomi come i francesi Vincent Cassel, Marion Cotillard, Gaspard Ulliel, Léa Seydoux e Nathalie Baye. Nonostante questo vince il secondo premio a Cannes, il Grand Prix. Sono momenti complicati per il giovane fenomeno ormai diventato adulto, che mal sopporta le critiche e dice di volersi prendere una pausa, per studiare e laurearsi. Momento chiave è stata l'estate del 2018, con voci che parlavano di problemi nel montaggio della sua prima opera in inglese, La mia vita con John F. Donovan, in cui è stata del tutto tagliata Jessica Chastain, originariamente una delle interpreti principali. Protagonisti sono Jacob Tremblay, Natalie Portman, Kit Harington, Thandie Newton e Susan Sarandon.
Presentato a Toronto con critiche feroci e pronte a fargli pagare il successo dei precedenti film, è rimasto congelato per mesi, mentre veniva presentato a Cannes il suo film successivo, Matthias & Maxime.

 

Il Film segna il debutto hollywoodiano del regista canadese Xavier Dolan.

FRASI CELEBRI:

 

Dal Trailer Italiano del Film:

Voce off: Avevo undici anni, a scuola mi prendevano in giro perché ero quello nuovo. Mi sentivo perso, io e mia madre quasi non ci parlavamo! Tutti abbiamo un idolo da bambini, il mio era John F. Donovan. Lui, al contrario, aveva ogni cosa: fama, amore...

Rupert Turner (Jacob Tremblay): Ho scritto una lettera a John Donovan cinque anni fa, era assurdo pensare che mi rispondesse, ma lo ha fatto! Ora ho solo undici anni, ma poi sarò come lui e faremo dei film insieme!

John F. Donovan (Kit Harington) Sento di aver sbagliato veramente tutto e se il mio posto non fosse questo?! Se avessi rubato il posto di qualcun'altro?!
Narratore (Michael Gambon): La domanda è: come avresti potuto rubare un posto che è stato creato solo per te?

John F. Donovan : Mamma posso restare qui stanotte?
Grace Donovan (Susan Sarandon): Amore, puoi restare anche tutta la vita!

John F. Donovan: Caro Rupert, non mi viene in mente un amico più eccezionale, nessuno potrà capire questa amicizia...finché non gliela racconterai tu!

 


 
 
 

Toy Story 4

Post n°15203 pubblicato il 26 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Toy Story 4 è un film di genere animazione, avventura, commedia, family, fantasy del 2019, diretto da Josh Cooley, con Angelo Maggi e Massimo Dapporto. Uscita al cinema il 26 giugno 2019. Durata 99 minuti. Distribuito da Walt Disney Pictures.

Poster

 

Toy Story 4, il film d'animazione Disney Pixar diretto da Josh Cooley, vede Woody (Tom Hanks) e Buzz (Tim Allen) alle prese con un viaggio in compagnia di vecchi amici, inaspettati ritorni e nuovi arrivi come Forky, una forchetta trasformata in un riluttante giocattolo.

Woody ha sempre saputo quale fosse il suo posto nel mondo e la sua priorità è sempre stata prendersi cura del suo bambino, che si trattasse di Andy o di Bonnie.
Quando Forky, il nuovo progetto scolastico di Bonnie trasformato in un giocattolo, si autodefinisce "spazzatura" e non giocattolo, Woody decide di mostrargli gli aspetti positivi di questa nuova vita. Ma quando Bonnie porta con sé tutta la banda di giocattoli in un viaggio con la sua famiglia, Woody fa un'inaspettata deviazione, che lo porta a ritrovare la sua amica scomparsa da tempo, Bo Peep.
Dopo aver trascorso anni per conto proprio, lo spirito avventuroso di Bo e la vita "on the road" hanno rovinato la sua porcellana.
Woody e Bo scopriranno che le loro rispettive vite come giocattoli sono ormai agli antipodi, ma presto si renderanno conto che questo è l'ultimo dei loro problemi.


 

La gestazione di questo quarto capitolo di Toy Story, la saga animata che ha praticamente sdoganato il concetto di animazione in CGI nel lontano 1995, è stata piuttosto sofferta. Dopo Toy Story 3 nel 2010 sembrava che la serie fosse terminata definitivamente, ma già nel 2013 John Lasseter e Andrew Stanton, con la collaborazione di Pete Docter e Lee Unkrich, avevano partorito un soggetto e un trattamento per una "grande idea" che poteva legittimare un ulteriore atto della saga di Woody e Buzz.
Il film fu ad ogni modo annunciato ufficialmente solo nel novembre del 2014, e l'idea era che Lasseter avrebbe dovuto dirigerlo, dopo aver saltato Toy Story 3, progetto mandato avanti invece da Unkrich. Subito dopo Inside Out (2015), Lasseter nominò suo coregista Josh Cooley, cosceneggiatore e supervisore degli storyboard sul film di Docter. La trama era già grossomodo quella definitiva, e la sceneggiatura portava la firma di Rashida Jones e Will McCormack.
La produzione si è intrecciata alle vicende che hanno portato John Lasseter a lasciare il suo ruolo alla Pixar a fine 2017, ma va notato che l'autore aveva già consegnato al 100% le redini di Toy Story 4 a Cooley nel luglio del 2017, prima quindi che lo scandalo Weinstein avviasse il movimento #metoo, che avrebbe spazzato via Lasseter di lì a poco. Lo stesso allontanamento della Jones e McCormack, nonostante Rashida non si sia risparmiata in qualche critica alla Pixar per scarsa rappresentanza delle minoranze, avrebbe avuto come causa più che altro divergenze narrative. L'ultima stesura porta la firma di Stephany Folsom, che pare abbia riscritto due terzi del copione, pur rispettando la struttura di base della storia.
A 24 anni di distanza dal primo Toy Story, non è solo Fabrizio Frizzi ad averci lasciato (sostituito nella versione italiana da Angelo Maggi, nostro doppiatore ufficiale dell'originale Tom Hanks). La mascotte Pixar Bud Luckey, animatore recentemente scomparso a 83 anni, non ha potuto più doppiare Chuckles (apparso per la prima volta in Toy Story 3, da noi con la voce di un altro scomparso, Giorgio Faletti). A 90 anni è passato a miglior vita anche l'attore che aveva sempre doppiato Mr. Potato, Don Rickles, ma non è stato sostituito: la famiglia ha chiesto se fosse possibile ricostruire la sua performance utilizzando tutte le battute registrate per il personaggio nel corso di due decenni, tra film, cortometraggi, videogiochi, parchi a tema e giocattoli. Pare che l'acrobazia sia riuscita!

 

Con la partecipazione di Riccardo Cocciante, ancora una volta interprete della canzone “Hai un Amico in Me” (“You’ve Got a Friend in Me”) e del nuovissimo brano “Non Permetto” (“I Can’t Let You Throw Yourself Away”).
Benji & Fede interpretano inoltre una cover del brano “Hai un Amico in Me” (“You’ve Got a Friend in Me”) che accompagna i titoli di coda del film.

FRASI CELEBRI:

 

Dal Trailer Italiano del Film:

Forky: Mi usano per la zuppa, l'insalata, magari con il chili, ma non sono un giocattolo! Sono spazzatura! Libertà!

Forky: Perché devo essere un giocattolo?
Woody: Tu non capisci quanto sei fortunato ad appartene a un bambino!
Buzz Lightyear: Perbacco! Come trovo Woody?
Voce off: Onda gravitazionale!
Buzz Lightyear: Grazie voce interiore! Verso l'Infinito e oltre!

Woody: Se c'è una cosa che so, è che un giocattolo non smette mai di lavorare!

 


 
 
 

Film nelle sale da domani

Post n°15202 pubblicato il 26 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Toy Story 4
 
 
 

Watchmen

Post n°15201 pubblicato il 26 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Ottobre 1985. Un uomo precipita dall'alto di un palazzo di New York e una goccia di sangue macchia per sempre un sorriso. Edward Blake, il Comico, è morto, non è più tempo di scherzi. Rorschach era un suo collega ed ora è inquieto. Si è convinto che Blake fosse solo il primo della lista, qualcuno sta complottando contro gli avventurieri in costume e lui si deve affrettare ad avvertire gli ex compagni, ridotti all'inattività dal decreto Keene. Jon Osterman, ovvero dottor Manhattan ovvero il deterrente nucleare in mano agli Stati Uniti, la sua ragazza Laurie Spettro di Seta (II), il fedele amico Dan Gufo Notturno (II), e l'uomo più intelligente del mondo, Adrian - Ozymandias - Veidt, devono sapere e tornare in azione. Ma Jon si è autoesiliato su Marte e Rorschach cade a sua volta in un'imboscata. Sull'orologio dell'apocalisse, la mezzanotte si fa sempre più vicina. 
Opera di carta dei britannici Alan Moore, alla scrittura, e Dave Gibbons, al disegno, il graphic novel Watchmen, al momento della sortita, riscrive le regole dell'universo di appartenenza, quello dei supereroi. I giustizieri che vivono nell'epoca della terza candidatura di Nixon e della vittoria americana in Vietnam non hanno superpoteri - con l'eccezione dell'iperbolico Manhattan - sono sporchi di malefatte, zavorrati dalle nevrosi e corteggiati dal delirio, sia esso di onnipotenza o di indifferenza. Si muovono dentro colori acidi, pagine di letteratura, echi di Shelley, Dylan, Giobbe, Einstein e Jung. 
La trasposizione cinematografica di Zack Snyder, fedelissima là dove il concetto di tradimento non calcola l'omissione (necessaria), vibra di devota passione al modello, sboccia con dei titoli di testa che non possono non dirsi incantevoli e resta in fiore per una buona metà del tempo, senza mai veramente accasciarsi ma appassendo naturalmente verso l'epilogo, luogo della resa dei conti col fumetto. 
Snyder non è regista di sottigliezze e basso profilo e non indossa guanti bianchi. La sua mano è pesante, non conosce astrazione; smargiasso, fa un frullato di alcuni delle migliori canzoni di fine millennio e le usa a commento, letterale didascalia; ringiovanisce, abbellisce, insomma ridisegna, pur conservando le immagini più eloquenti e in buona parte il piacere del testo. L'universo simbolico e l'aspirazione alla rottura evaporano e quel che resta è una buona pellicola superomistica. 
Watchmen film è ciò che Snyder ha visto nelle tavole di Moore, la sua personale interpretazione delle macchie di Rorschach, giusta o ingiusta non è lecito dire; l'ultima parola, l'arma letale - avverte il film - è un telecomando. Certo il test è superato, il dogma dell'infattibilità smentito e gli "uomini straordinari" di leggendaria sfortuna cinematografica risarciti e sostituiti da una corte di ben più appassionati e appassionanti guardiani da guardare.

 
 
 

Daitona

Post n°15200 pubblicato il 26 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Daitona è un film di genere commedia del 2017, diretto da Lorenzo Giovenga, con Lorenzo Lazzarini e Ornella Muti. Uscita al cinema il 27 giugno 2019. Durata 94 minuti. Distribuito da Distribuzione Indipendente.

Poster

Daitona, il film diretto da Lorenzo Giovenga, si immerge per ventiquattr'ore nella vita di Loris Daitona (Lorenzo Lazzarini), scapestrato scrittore romano che, a sedici anni, ha raggiunto la notorietà grazie al best-seller per adolescenti Ti Lovvo. Nell'arco di una giornata, si ritroverà coinvolto in inspiegabili equivoci e sorprendenti incontri con poetesse erotiche, criminali incalliti, attori sopra le righe e viscidi editori. Sullo sfondo di una Capitale popolata da maschere grottesche e caricature endemiche, Daitona dovrà venire a capo di una serie di enigmi: Che gli è successo la notte precedente? Che cos'è il "Passero Rosso"? Cosa vogliono improvvisamente tutti da lui?



 
 
 

BATMAN DI TIM BURTON COMPIE 30 ANNI: IL FILM CHE CAMBIÒ I CINECOMIC da movieplayer

Post n°15199 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 
Tag: news, STORIA

Batman di Tim Burton vide la luce nelle sale per la prima volta 30 anni fa: ricordiamo insieme la nascita di un mito che ha ancora tutto da dire.

APPROFONDIMENTO di  — 23/06/2019

Michael Keaton nei panni dell'eroe mascherato di Gotham City

Incredibile per alcuni, lontano anni luce per altri. Batman, l'uomo pipistrello, icona fumettistica e cinematografica per antonomasia, ancora fa partire flame chilometrici sui social dopo l'annuncio del nuovo interprete: lo scintillante Robert Pattinson. Con questo articolo festeggiamo i 30 anni di Batman, il primo film, quello di Tim Burton. Il primo, sì, perché i precedenti non erano stati mai lungometraggi pensati per la sala cinematografica: negli anni Quaranta - più precisamente nel 1943 e nel 1949 - la Columbia produsse infatti un serial cinematografico in due serie da quindici episodi, in seguito raggruppati in un frammentario lungometraggio, in cui videro la luce le gesta dell'uomo pipistrello contrapposte a quelle di un villain straniero.

Michael Keaton e Jack Nicholson in BatmanMichael Keaton e Jack Nicholson in Batman

Poi arrivarono gli anni Sessanta, e la figura di Batman divenne estremamente mainstream e pop grazie alla gloriosa serie camp nota ai più: centoventi episodi autoconclusivi con Adam West che entrava nella leggenda e il minuto Burt Ward a fargli da spalla. E un cast indimenticabile nei ruoli dei villain: da Cesar Romero nel completo viola del Joker a Burghess Meredith nel frac del Pinguino. Catwoman fu prima Julie Newmar e poi la leggendaria Eartha Kitt. E ancora, Vincent Price era Testa d'Uovo, Anne Baxter Olga, Carolyne Jones Marsha, la Regina dei Diamanti. Dalla serie fu tratto poi un film per la TV, che fu proiettato anche al cinema, senza però riuscire a sbancare i botteghini. Per questa ragione si può quindi affermare che il primo vero lungometraggio pensato direttamente per la sala cinematografica fu il Batman di Tim Burton.

CORREVA L'ANNO 1989... IL BATSEGNALE ERA OVUNQUELa locandina di BatmanLa locandina di Batman

Annunciato da un battage pubblicitario su scala mondiale senza precedenti, accompagnato da un merchandising che vedeva ovunque riprodotto il nuovo simbolo, rivisitato secondo l'estetica degli anni Ottanta, Batman uscì nei cinema il 23 giugno 1989. Ben dieci anni dopo l'acquisto dei diritti sul personaggio dalla DC Comics. Il logo che l'Uomo Pipistrello porta sul petto, come ogni eroe dei fumetti che si rispetti, è stato uno dei primi esempi di teaser marketing in Italia: prima ancora che fosse battuto il primo ciak era infatti già su qualunque oggetto di largo consumo. In Italia abbiamo dovuto aspettare il 20 ottobre 1989, e ai tempi i film non si scaricavano da internet: da oltreoceano ci arrivava l'eco del successo pazzesco che stava avendo al botteghino e, quando finalmente uscì da noi, negli USA era ancora in sala. Intanto tutte le radio mandavano la Batdance di Prince almeno una volta al giorno... Noi adolescenti di allora non stavamo nella pelle. Facevamo il conto alla rovescia come non accadeva neppure per gli esami di maturità. E le nostre aspettative non furono tradite, perché per la prima volta nella storia la figura del supereroe al cinema era diversa. Era cinema d'autore, aveva qualcosa da dire. Stava bene nel suo contesto e non era un uomo ridicolo in calzamaglia: fu quella la prima rivincita di noi nerd. E anche se oggi sono diventati tutt'altro, anche se di Batman ne abbiamo avuti molti altri e c'è chi sostiene Christopher Nolan ciecamente sopra ogni cosa, è innegabile che fu il Batman di Tim Burton a gettare le basi per quello che oggi chiamiamo cinecomic.

MICHAEL KEATON E JACK NICHOLSON, DUE STAR TRA CRITICHE E COMPROMESSIJack Nicholson è il Joker in una scena del film Batman di Tim BurtonJack Nicholson è il Joker in una scena del film Batman di Tim Burton

E pensare che Tim Burton nemmeno lo avrebbe voluto girare. Pensare che dovette scendere a un numero eccessivo di compromessi, compreso l'avere il villain tra i più indelebili e con molte più scene del protagonista... Un Jack Nicholsoncosì iconico come forse solo in Shining. E il viola, che per forza di cose richiamava Prince, un'altra star che Burton non avrebbe voluto, in parte artefice di una colonna sonora divisa a metà, fra lui e Danny Elfman. Burton si impose per avere Michael Keaton, criticato aspramente da ogni parte del globo terracqueo. Oggi Michael Keaton è uno degli attori più quotati in assoluto: lui e Burton divennero sodali lavorando a Beetlejuice - Spiritello porcello. E pensare che la produzione lo impose a sua volta al regista, che avrebbe voluto Sammy Davis Jr.nei panni a strisce dello spiritello porcello.

Buon compleanno Jack Nicholson: la Top 10 delle sue migliori performance

Michael Keaton pensieroso in una scena del film Batman (1989)Michael Keaton pensieroso in una scena del film Batman (1989)

Alla sua uscita nelle sale, Batman incassò oltre cento milioni di dollari solo nei primi dieci giorni di programmazione in USA. Con un totale di cinquecento milioni, fu l'incasso più alto dell'anno, nonché il migliore fino ad allora per la Warner. Il cinecomic aveva subito un profondo cambiamento nella percezione del pubblico: da allora tutto sarebbe stato diverso, non solo per la concezione di una trasposizione fumettistica, ma per la realizzazione di un blockbuster in genere. Da allora, i fumetti non furono più solo "roba da nerd". Anni dopo, anche il primo X-Men presentava profondissime influenze dal Batman di Tim Burton: il tormento interiore, lo scarto psicologico tra il supereroe e il suo alter ego nel quotidiano, era al centro della storia. Nel caso di Batman, maschera sociale, quasi pirandelliana, imposta dalla massa informe che non può capire e che comunque va salvata, pubblico generalista per il quale ora l'eroe, ora il suo nemico, mettono in scena le loro performance in una città-palcoscenico: una Gotham City ispirata agli edifici pre-bellici europei. Ci sono alcuni gesti che non assumerebbero alcun valore, se non realizzati per un pubblico, Batman e il Joker si rubano infatti a vicenda l'opinione pubblica. E la partita tra bene e male si gioca in piazza, nei musei, in televisione. Anni e anni prima dei reality, Tim Burton aveva già capito tutto.

 
 
 

Stranger Things 3

Post n°15198 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Aladdin

Post n°15197 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

E' l'epoca dei live action dei film d'animazione Disney, e anche un altro grande classico come Aladdin non poteva non essere rielaborato e narrato in forma filmatografica. Rielaborato, perchè la storia è molto diversa su diversi punti, anche in maniera importante; tanto che ogni tanto sembra che ci si trovi in Jasmine, piuttosto che in Aladdin. Qualcuno dirà che è il segno dei tempi e dell'ipocrisia del "politicamente corretto", e quindi chi meglio della Disney attuale poteva approfittare di questa cosa? Il problema è che lo fa in maniera forzata e non naturale. Altro elemento che viene modificato in maniera importante è la storia del Genio. Molto interessante il fatto che sia lui a raccontare la storia, meno diciamo la sua parte "umana". Jafar invece in questo film è interessato successivamente a diventare sultano, solo dopo che lo stesso non lo appoggia nelle guerre di espansione dell’impero (naturalmente non presenti nel classico). Tornando alla storia, nei punti principali la storia non cambia (da come viene trovata la lampada al destino di Jafar). Inevitabile che ci siano più cose da raccontare e le tante differenze vista la durata del film di due ore rispetto al film d'animazione che durava 91 minuti.
Ma chi è Aladdin... Per chi non avesse mai visto il classico, è un ragazzo poverissimo che campa di espedienti nella città di Agrabah. Durante uno dei tanti furtarelli fatti per vivere, incontra una ragazza che regala il pane a dei bambini affamati, portando l'ira del venditore che pretende i soldi per quel pane. Aladdin riesce a farla scappare scoprendo poi di parlare con l'ancella della principessa Jasmine, Dalia (questa ultima parte è diversa dall'originale). Solo successivamente scoprirà chi è in realtà, ma in quel momento viene catturato da Jafar, il visir del sultano; che lo spedisce nella caverna delle meraviglie a recuperare una lampada che poi dopo un incidente che porterà lo stesso Aladdin a rimanere bloccato nella stessa caverna, si scoprirà essere magica e da cui uscirà un genio potentissimo in grado di esaudire 3 desideri.
I classici Disney sono immortali e questa voglia di riportarli in film spesso e volentieri pessimi o mediocri al meglio, sono semplicemente delle trovate per fare soldi. Per quanto la computer grafica sia evoluta, questi film non ridanno la bellezza e la tenerezza di quei disegni fatti a mano. Spesso poi la scelta della perdita dei colori per dei toni più dark fanno perdere gran parte della magia.
Anche con Aladdin abbiamo questo e in alcune parti, quelle dei balli, sembra di trovarsi di fronte ad un prodotto di Bollywood.
La magia rimane per altri fattori, dal mondo fantasioso e dalla bravura di Jonny Depp in Alice; dalla tenerezza di Dumbo e dallo splendore di Eva Green; dalla sorpresa Lily James in Cenerentola... in questo nuovo film il pezzo da novanta che vale il biglietto e porta il film ad essere passabile (pur se mediocre) e gradevole è la presenza di Will Smith che interpreta il genio.
Scelta rischiosa, perchè si rischiava che con un attore così importante si concentrasse il tutto su di lui.
L'attore americano lo interpreta a suo modo, dimostrando la sua bravura. Un genio meno diciamo potente a livello di magia, ma più umano, sbruffone, interessato a fare feste e pronto ad innamorarsi. Una sorta di fusione tra il principe di Bel-Air di antica conoscenza in chiave magica e il personaggio di Hitch, che aiutava gli uomini a capire le donne e a dirgli come conquistarle.
Mena Massoud e Naomi Scott, all'esordio sono gli attori dei personaggi principali che raccontano la parte romantica del film, che pur appartenendo a mondi diversi si innamorano. Una principessa Jasmine consapevole di se stessa e attenta al benessere del popolo è molto interessante, ma farla diventare addirittura Sultano è la sintesi dei tempi e mi sembra forzato (non che ci sia nulla di male, ma credere che in quell'epoca una donna potesse diventare sultano... anche se pure il classico non era diciamo "tradizionale").
Jafar interpretato da Marwan Kenzari è troppo giovane e troppe debole. Non sembra mai essere un pericolo e soprattutto non si nota la sua magia di stregone se non alla fine quando viene trasformato con l'esaudirsi del desiderio. Questa è probabilmente la pecca più grande.
Altro punto dolente è il pappagallo Iago, consapevole e favoloso nell'originale ma qui limitato; tutto il contrario della scimmietta Abu che invece guadagna in forza e nella solita splendezza del tappeto magico.
La colonna sonora di Alan Menken (La Bella e la Bestia, La Sirenetta) comprende nuove versioni dei brani originali scritti dallo stesso Menken e dai parolieri Howard Ashman e Tim Rice, oltre a due traccie inedite composte in collaborazione con Benj Pasek e Justin Paul (La La Land, Dear Evan Hansen).
Voto finale: 3/5

 

Aladdin

Aladdin è Il Film Disney in live action remake del classico d'animazione degli anni 90. Il film diretto da Guy Ritchie vede Will Smith nei panni del Genio della Lampada, Mena Massoud nel ruolo di Aladdin e Naomi Scott in quello della principessa Jasmine, il cast completo, la trama, la nostra recensione, il trailer, le curiosità e le canzoni del film uscito nei cinema italiani il 22 maggio 2019, tutte le sale dove vederlo al cinema. La duratadel film è di 128 minuti.

Poster
  • TRAMA ALADDIN:

 

Aladdin, il film Disney live-action diretto da Guy Ritchie, vede protagonista il personaggio del titolo (Mena Massoud), un amabile ragazzo di strada ansioso di abbandonare la propria vita da furfante poiché convinto di essere destinato a qualcosa di più grande. Dall'altra parte della città di Agrabah, la figlia del Sultano, la Principessa Jasmine (Naomi Scott), coltiva a sua volta i propri sogni. Desidera una vita fuori dalle mura del palazzo e vorrebbe utilizzare il proprio titolo nobiliare per aiutare gli abitanti di Agrabah, ma suo padre è troppo protettivo e la sua dama di compagnia Dalia (Nasim Pedrad) non la perde mai di vista. L'obiettivo del Sultano (Navid Negahbanvoce italiana di Gigi Proietti) è trovare un marito adeguato alla figlia, mentre il suo leale e fidato consigliere, il potente stregone Jafar (Marwan Kenzari), è frustrato dall'atteggiamento passivo del Sultano nei confronti del futuro di Agrabah ed escogita un piano per impadronirsi del trono.

Quando Jasmine visita il mercato travestita da popolana, Aladdin viene in suo soccorso e rimane subito colpito dalla sua bellezza e dal suo spirito impetuoso, pur non avendo alcuna idea della sua vera identità. Dopo averla seguita a palazzo, viene coinvolto nel piano malvagio di Jafar ed entra in possesso della magica lampada a olio di cui lo stregone voleva impadronirsi: accidentalmente, Aladdin evoca il Genio (Will Smith) che vive all'interno della lampada. Il Genio è un essere pittoresco e straordinario ed esaudisce il desiderio di Aladdin, che vuole diventare una persona degna dell'amore di Jasmine e del rispetto del Sultano: il principe Alì. Mentre Aladdin e il Genio diventano amici, anche Jasmine subisce il fascino del ragazzo. Insieme i due si imbarcheranno in una pericolosa ed elettrizzante avventura, che metterà alla prova la loro fiducia in se stessi e l'amore che nutrono l'uno per l'altra.

PANORAMICA SU ALADDIN:

 

L'originale Aladdin (1992, uscito in Italia un anno dopo nel 1993) fu diretto da John Musker & Ron Clements, che avevano tenuto a battesimo il cosiddetto Rinascimento Disney degli anni Novanta. Autori già di Basil l'investigatopo (1986) e La sirenetta (1989), i due avrebbero poi diretto Hercules (1997), Il pianeta del tesoro (2002), La principessa e il ranocchio (2009) e Oceania (2016). Il loro Aladdin rappresentò il penultimo atto dei grandi incassi del Rinascimento Disney, con 504 milioni di dollari, prima del botto col Re Leone (1994) e la successiva discesa inesorabile iniziata da Pocahontas (1995).
Questo remake ha stentato a decollare, nonostante gli ottimi risultati dei recenti rifacimenti dal vivo Disney, per la difficoltà nel trovare gli interpreti dei due giovani Aladdin e Jasmine: alla fine la scelta è caduta su Mena Massoud e Naomi Scott, rispettivamente un egiziano-canadese e un'anglo-indiana. Il castfinale è un melting pot asiatico, con l'olandese-tunisino Marwan Kenzari per JafarRegista del nuovo Aladdin è Guy Ritchie, re della commedia action in salsa britannica, al suo primo film per famiglie: pare abbia accettato per far piacere ai suoi figli, che non hanno ancora potuto vedere il resto della sua produzione (Snatch, Rocknrolla, Sherlock Holmes). Stando a Guy Ritchie, regista ma anche cosceneggiatore del film, non c'è stato mai alcun dubbio nel volere Will Smith nei panni del Genio, realizzato parzialmente in performance capture. Anche se il fantasma della straordinaria performance vocale originaria di Robin Williams aleggiava su chiunque avesse accettato, Smith e Ritchie hanno convenuto che c'era spazio per creare un Genio "alternativo" (e hip-hop), che non s'impelagasse in un'improbabile imitazione di Williams.
La prima canzone registrata da Smith è stata "Un amico come me" ("Friend Like Me"), una di quelle firmate da Alan Menken (musiche), su testi del compianto Howard Ashman, che morì durante le prime fasi della lavorazione dell'Aladdin originale, ancora prima che uscisse il suo capolavoro La bella e la bestia (1991). Per le ulteriori canzoni, Ashman fu sostituito dal paroliere Tim Rice, mentre i due brani aggiuntivi di questa nuova versione sono a cura dello stesso Menken e dei compositori Benj Pasek e Justin Paul (La La Land)

 

CURIOSITÀ SU ALADDIN:

Nella versione italiana del film, è Naomi Rivieccio, finalista a X Factor 2018, ad interpretare le canzoni della Principessa Jasmine sarà offrendo al pubblico una nuova versione degli indimenticabili brani inclusi nella celebre colonna sonora del film originale, tra cui la canzone premiata con l'Oscar "Il Mondo È Mio" ("A Whole New World").

FRASI CELEBRI:

 

Dal Trailer Italiano del Film:

Iago (Alan Tudyk): Hai una grande opportunità: io posso renderti ricco, tanto da far colpo su una principessa!
Aladdin (Mena Massoud): Che dovrei fare?
Iago: Entra nella Caverna delle Meraviglie e portami la lampada!

Genio (Will Smith): Oh, gran Signore che mi evochi, mantengo il mio giuramento di fedeltà a tre desideri! Scherzo! Guarda qui!

Aladdin: Hey, puoi farmi principe?
Genio: C'è un che di vagamente ambiguo in "farmi un principe", potrei solo "farti un principe"!

Genio: Sembri un principe nell'aspetto, ma non ho cambiato niente dentro di te! Su il sipario!
Aladdin: No, il capo sono io! Lo dico io quando è il momento! Davvero?

Aladdin: Credevo che una principessa potesse andare ovunque
Jasmine (Naomi Scott): Non questa principessa
Aladdin: Ti fidi di me?

 

IL CAST DI ALADDIN:

 
 
 

Le olimpiadi invernali 2026 a Milano e Cortina da tuttosport

Post n°15196 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema

 

Le Olimpiadi Invernali 2026 a Milano e Cortina© LAPRESSE

Le Olimpiadi Invernali 2026 a Milano e Cortina

La candidatura italiana prevale su quella svedese di Stoccolma-Aare sul fil di lana. L'annuncio ufficiale arriva dopo lo scrutinio post-votazione degli 82 membri del Cio

lunedì 24 giugno 2019

 

LOSANNA (Svizzera) - Dopo la presentazione tecnica della delegazione, alle 10.50, e la votazione degli 82 membri del Cio dallo SwissTech Convention Center di Losanna, iniziata poco dopo le 16 e terminata alle 17.30 circa, arriva ora l'annuncio ufficiale: Milano Cortina hanno battuto, sul fil di lana, Stoccolma-Aareed ospiteranno le Olimpiadi Invernali del 2026. L'Italia torna ad ospitare i Giochi a 20 anni dall'ultima volta, Torino 2006. La candidatura italiana ha raccolto 47 preferenze rispetto ai 34 voti ottenuti da Stoccolma.

 
 
 

Terminal da www.ilcineocchio.it

Post n°15195 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Debutto alla regia singolare e manierista per Vaughn SteinTerminal sembra l’infelice combinazione tra uno qualsiasi dei titoli diretti da Guy Ritchie e il Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller. Certo, questo singolare film ha le sue virtù, in particolare l’eccentrica e decadente ambientazione tra neon ed edifici brutisti post-industriali, nonché la cura per il dettaglio nella direzione e nel montaggio. Se la forma è accattivante, purtroppo è il copione, sempre scritto Stein, a deludere.

La storia ruota intorno a una femme fatale, la bella e spietata Annie (una fascinosa Margot Robbie – qui produttrice – dagli outfit conturbanti), cameriera e spogliarellista, che conduce una pericolosa doppia vita e trama un oscuro disegno. Il piano della donna si interseca con la missione di una coppia di killer, Vince (Dexter Fletcher) e Alfred (Max Irons), la tetra esistenza di Bill (Simon Pegg), insegnante affetto da una letale patologia, e i progetti di un misterioso boss del crimine, Mr. Franklyn (Mike Myers), di cui occulta è l’identità. Tra omicidi, tradimenti e manipolazione riuscirà Annie a portare a termine i suoi foschi progetti?

Ambientato nel bar di una desolata stazione (da qui il titolo), sempre di notte, Terminal mira palesemente a costruire un intricato racconto in cui si alternano repentine digressioni a inaspettati colpi di scena. Volutamente minimale per gli scenari urbani, comunque assai curata in ogni scabro dettaglio, la pellicola è al contrario assai barocca in termini verbali. Il problema principale sta proprio in ciò: se l’obiettivo è probabilmente di mettere in scena un vorticoso e ipnotico susseguirsi di eventi concatenati, con una finale e sconvolgente agnizione, il fatto è che invero non accade pressoché nulla. I protagonisti trascorrono infatti gran parte del minutaggio intenti in estenuanti scambi di battute, che dovrebbero essere sagaci, ma perlopiù sono ermetici, e quando si tratta di agire … niente! Tutto rimane fuori campo. Immaginatevi un film di Guy Ritchie alla Snatch – Lo strappo, in cui però al posto di fughe, sparatorie e incontri di boxe ci sono lunghe, interminabili conversazioni. Non solo. I flashback e i capitoli in cui è diviso lo svolgimento sono in gran parte tagliati al minimo, così che i pochi momenti in cui dovrebbe succedere qualcosa (la Robbie che tortura uno sventurato e un qualche pestaggio) è troncato malamente dopo pochi secondi. A ciò si aggiunge peraltro che gran parte della logorrea vigente è scombinata e confusionaria, lasciando il povero spettatore ancora più dubbioso se continuare o meno la visione. Indubbio è comunque che non ci sia il giusto ritmo e così si finisce per avere la percezione che si stia assistendo a un bizzarro accumulo senza capo né coda. Infine manca pure un qualche tipo di appagante dark humor, che avrebbe sicuramente reso più digeribile l’insieme. 

Poi c’è Margot Robbie che, appesi i pattini al chiodo dopo l’ottimo Tonya (I, Tonya) di Craig Gillespie, qui è assai meno in palla. L’attrice, che ha dimostrato di essere in grado di recitare più che discretamente, in Terminal è portata a un fastidiosissimo overacting al limite del caricaturale. E’ vero, deve interpretare un sanguinario sicario in gonnella con un palese squilibrio mentale, ma nella mimica come nel proferire le sue battute, non solo non appare affatto naturale (cosa comprensibilissima), ma risulta addirittura grottesca. Qui allora emerge il tono fumettistico alla Sin Sity, ma senza la medesima carica esplosiva, anzi le scene risultano noiose e senza grande continuità l’una con l’altra. Tuttavia, se il vostro sogno nel cassetto è quello di vedere la Robbie in molteplici diverse e fantasiose mise, all’altezza di Jennifer Garner nella serie Alias per capirsi, allora forse la pellicola di Vaughn Stein potrebbe regalarvi felici scoperte: da camerierina retrò a prostituta con parrucca nera e frangetta con velleità di torturatrice, da coniglietta in uno strip club a infermiera, i costumi di scena potrebbero solleticare la fantasia del pubblico maschile … Il resto del cast d’altro canto arranca, messo in difficoltà dall’improbabile sceneggiatura, che rende assai difficile dare credibilità ai personaggi e che non riesce neppure a renderli bizzarri fino in fondo.

Eccessivamente pretenzioso e poco coinvolgente, Terminal è quindi mirabile per gli alti traguardi che si pone, ma non è altrettanto apprezzabile nella resa, anzi. Forse, se Stein avesse lasciato ad altri l’arduo compito della stesura dello script il risultato sarebbe stato assai migliore, ma è difficile a dirsi. Sta di fatto che il suo film è nell’insieme un ostico guazzabuglio intellettualoide che fallisce una delle primarie finalità: intrattenere lo spettatore.

 
 
 

The equalizer 2

Post n°15194 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Come è noto, la serie degli anni Ottanta Il giustiziere di New York stava alla base del film del 2014 che aveva ottenuto un interessante risultato al box office. Da ciò è nata probabilmente la tentazione in Fuqua e in Washington di tornare sul tema.

Probabilmente in anni di trumpismo l'immagine del bravo cittadino che vorrebbe solo poter continuare a vivere immerso in una usuale quotidianità e che invece viene 'costretto' dagli eventi ad esercitare violenza ha una sua valenza socio-simbolica. Se poi costui ha l'occhio comprensivo e partecipe (vedi i dettagli) di Denzel Washington che è anche afroamericano, come peraltro il regista, il gioco è fatto e l'integrazione magnificata. 

Quando si parla di 'tentazione' lo si fa a ragion veduta perché nella sua ormai quarantennale attività di attore Denzel Washington non aveva mai ceduto al richiamo del 'numero 2' anche se alcuni finali dei film a cui aveva partecipato lo avrebbero consentito. Lo fa in questa occasione offrendo la propria professionalità a un ruolo che si allontana di fatto da quelli che aveva incarnato nella sua carriera. Perché può essere comprensibile fare il 'giustiziere' una volta ma perseverare non è il massimo. 

Anche perché la sua non è una maschera di pietra alla Charles Bronson ma ha tratti di dolcezza che gli consentono di calarsi perfettamente nei panni dell'altruista sempre pronto ad aiutare chi si trova in difficoltà. Ne nasce quindi una morale ancora più ambigua che si sostanzia in un film a due velocità. Nel prologo Fuqua ci invita a non temere: l'azione non mancherà. Poi ci propone lunghe pause di ordinaria amministrazione che improvvisamente vengono accese da scene decisamente violente per poi tornare a conversazioni davanti ad un murales. Il rischio di scontentare più di un estimatore degli action o degli spy movies c'è anche se Denzel fa del suo meglio per tenere desta l'attenzione.

 
 
 

Youtopia

Post n°15193 pubblicato il 25 Giugno 2019 da Ladridicinema
 

Roma. Matilde ha 18 anni, una madre alcolizzata e una nonna che avverte ovunque la minaccia incombente di uno stormo di piccioni. La ragazza si è diplomata da sei mesi ma non trova un lavoro e rischia di perdere la casa in cui le tre generazioni di donne sopravvivono, perché sua madre non è in grado di fare fronte al mutuo. Per guadagnare qualche soldo Matilde si mostra nuda al computer offrendosi allo sguardo di un'umanità maschile di cui sembrano fare parte proprio tutti, dai bambini ai vecchi fino quel prete che dovrebbe benedire la casa pignorata. Pescara. Ernesto è un settantenne che alterna l'attività nella farmacia della moglie agli incontri con giovani prostitute disposte a realizzare le sue fantasie perverse. Lo assiste un ambizioso smanettone che ha capito che la (unica) via per un'assunzione a tempo indeterminato in farmacia consiste nel permettere ad Ernesto di accedere al deep web, il profondo abisso tecnologico in cui nuotano squali di ogni genere.

Ci vorrà un'ora di racconto per far incontrare preda e predatore, ma anche esca e pesce pronto ad abboccare.

E se il motivo per cui Matilde ed Ernesto incroceranno le loro strade non è narrativamente nuovo - basti pensare a Pretty Baby o al documentario australiano Virgins Wanted - Youtopia è la versione 2.0, e non si limita a rappresentare il web come mero tramite per scambi sessuali, ma ne evidenzia anche il potenziale salvifico. Matilde infatti vive un'esistenza parallela attraverso il suo avatar nel mondo virtuale di Landing, ove atterra insieme ad un avatar maschile, Hiro, ogni volta che la quotidianità rischia di avere la meglio sul suo istinto di sopravvivenza.

Berardo Carboni mescola regia iperrealista e grafica computerizzata (l'animazione è dello studio Light & Color) per raccontare una favola (post)moderna che, nel personaggio di Laura, la madre di Matilde (interpretata con pathos volutamente caricato da Donatella Finocchiaro) è un melodramma tout court, del quale però - ed è questa la cifra più originale del racconto - il regista non manca di evidenziare la componente satirica e grottesca. Si ride, davanti a questa storia dell'orrore contemporaneo, sapendo che la risata è prevista dalla narrazione, anche se Youtopia non abbandona mai la consapevolezza (e la responsabilità) di raccontare derive dolorosamente reali.

 
 
 

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