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Se hai una copia de Il Signore degli Anelli hai potenzialmente un tesoro

Post n°15713 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

da drcomtmodore.it

Quanto valgono le copie de “Il Signore Degli Anelli”

Basta fare un giro su Ebay per rendersi conto di un fatto piuttosto strano, ma non del tutto inaspettato. Decine e decine di inserzioni di volumi de Il Signore degli Anelli, venduti a prezzi da capogiro, varie decine di euro, quando non centinaia. E non si tratta di vecchie edizioni, prime stampe rare, o copie autografate da JRR o da Christopher; non solo comunque.

La maggior parte di questi sono comuni volumi di qualche mese fa, stampe recenti, o comunque non più vecchie di una decina di anni.

Una delle più quotate è l’edizione illustrata da Alan Lee, artista premio oscar per la migliore scenografia ne Il Ritorno del Re nel 2004. Un volume sicuramente di pregio, arricchito dalle splendide pagine inchiostrate dall’artista inglese e che risale a meno di 20 anni fa, per un prezzo di copertina di 70€, ma che arriva agilmente ad essere venduto a 250, quando non 400 euro su Ebay in questi giorni.

Il motivo è presto detto: la nuova traduzione pubblicata dalla casa editrice Bompiani, ha fatto sparire dagli scaffali delle librerie le vecchie edizioni.

Il nuovo Signore degli Anelli di Bompiani

Eseguita da Ottavio Fatica per sostituire quella di Vicky Alliata risalente alla fine degli anni ‘60, questa nuova traduzione ha sollevato parecchie critiche da vari esponenti del mondo accademico legato allo studio delle opere del professor Tolkien. Un po’ per nostalgia nei confronti di una versione, quella della Alliata, che aveva accompagnato il pubblico durante gli ultimi 50 anni e che aveva segnato anche l’adattamento italiano della trilogia di Peter Jackson, un po’ per scelte discutibili sulla resa di alcune parole.

L’esempio più idiomatico è forse l’adattamento di ranger, termine riferito ai cacciatori e guerrieri dúnedain delle terre selvagge, di cui Aragorn era signore; nella prima versione italiana era stato infatti tradotto con l’iconico ramingo da Vicky Alliata, ma diventa forestale per Fatica.

La nuova traduzione de Il Signore degli Anelli La Compagnia dell'Anello di Ottavio Fativa

D’altro canto la nuova traduzione sembra prendersi meno libertà, mantenendo più coerenza con il tono originale voluto da Tolkien per la sua opera. Non è un segreto che la Alliata, benché avesse compiuto un’opera incredibile a suo tempo, fosse inesperta e non pronta fino in fondo a quella sfida.

Fatto sta che con la pubblicazione di questa nuova traduzione della casa editrice Bompiani, le vecchie edizioni, che riportavano la traduzione della Alliata, siano sparite dagli scaffali delle librerie e anche dai magazzini della distribuzione: oggi è praticamente impossibile trovare una qualsiasi copia pre-Fatica in un negozio, anche se parliamo dell’ultima edizione che è solo di pochissimi anni fa. 

Le polemiche per la nuova traduzione hanno quindi scatenato una caccia ai volumi più datati, che oggi vengono venduti su Ebay a prezzi parecchio maggiorati. 

Se avete una copia de Il Signore degli Anelli a casa, probabilmente avete un bel gruzzoletto in potenza.

Noi vi consigliamo comunque di conservarla e leggerla, soprattutto.

 
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Il comunicato censurato e la pena del contrappasso dei giornalisti di Repubblica da antidiplomatico

Post n°15712 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

Il comunicato censurato e la pena del contrappasso dei giornalisti di Repubblica
 


Non vinceranno sicuramente i 600 euro e la spilletta “R” promessa dal nuovo direttore, i giornalisti di Repubblica che hanno apertamente criticato con un comunicato lo sfacciato conflitto di interessi nel caso Fiat FCA e aiuti di Stato dal loro giornale.

 
Repubblica, con ben due articoli nella giornata di domenica, ci ha spiegato quanto sia positivo e giusto che lo Stato intervenga, ancora una volta, in sostegno del gruppo, una volta italiano, con sede fiscale in Olanda. Il comitato di redazione ha convocato un’assemblea per discutere il caso e ha prodotto un comunicato contro il nuovo direttore.



 

Maurizio Molinari, nota voce dei “valori democratici” e “liberali”,  ha proibito la pubblicazione.
 

Censura totale.

 
Cari colleghi della redazione di Repubblica guardiamo però il lato positivo della vicenda. Dopo oltre un ventennio di sbornia neoliberista, con il vostro giornale principale sponsor di tutte le bufale confezionate a Berlino, Bruxelles e Francoforte contro lo Stato, male assoluto da abbattere, tutti i castelli di menzogne vengono giù una ad una. E lo Stato è quello che invocano i supplici Elkann padroni dell’informazione.
 

Cari colleghi di Repubblica è una strana pena del contrappasso quello che state vivendo sulla vostra pelle, costretti a subire quello strano concetto di democrazia ideato a Washington, Tel Aviv e Bruxelles che avete diffuso e difeso per anni.
 

Un concetto solo formale, permeato di contraddizioni e una doppia morale vergonosa. Maurizio Molinari, esattamente come Repubblica prima che diventasse lui il direttore, per anni ha giustificato guerre, tentativi di golpe, sanzioni brutali perché si diceva che queste azioni servissero a portare la democrazia.
 

Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina e oggi Venezuela, Iran e Cuba sono stati attaccati economicamente, militarmente e mediaticamente perché si ribellavano o si ribellano alla voce del padrone. Milioni sono morti o profughi per colpa di quelle barbarie che avete difeso e protetto con le vostre menzogne.
 

Cari colleghi di Repubblica, quella che subite oggi è la stessa arroganza, la stessa devastante arroganza del potere che ha censurato il vostro comunicato oggi, come da settimane sta censurando l’ennesimo attacco “mafioso”, come lo ha definito l’ex vice-segretario Onu Pino Arlacchi, contro il Venezuela.  
 

E’ il concetto di democrazia padronale, dove ha cittadinanza solo la voce della proprietà, dove tutto deve essere conforme ed effettuato in funzione di detti interessi, dove chi si ribella non ha diritto di parola. Ed è per questo che il vostro giornale, anche prima della direzione Molinari, ha censurato sempre o travisato la voce di quei paesi che si ribellavano ai diktat padronali.
 

E nel caso delle vicende internazionali la voce del padrone coincide sempre con gli interessi di Washington.  Avveniva anche prima quando nel giornale c’era Gad Lerner. Forse adesso sono più chiare tante cose anche a chi faceva finta di niente.


La Redazione

 
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spazio censura fake media

Post n°15711 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

Obamagate e quello strano silenzio del mainstream da antidiplomatico

Obamagate e quello strano silenzio del mainstream
 

di Antonio Di Siena 
 

L’Obamagate potrebbe essere una bufala colossale. O al contrario la pietra tombale sul mito della presunta superiorità morale dei democratici statunitensi.


 

 

Anche se il silenzio dei media sul caso qualche indicazione di massima ce la fornisce.

Un silenzio imbarazzante che, con la solita spocchia dei “professionisti dell’informazione”, ha rapidamente bollato la vicenda come una teoria del complotto.

Eppure Donald Trump - che nonostante non l’abbiate ancora digerito sarebbe il presidente della prima potenza economica e militare del mondo - domenica scorsa ha fatto un tweet abbastanza emblematico con cui accusa Obama nientedimeno di essere il regista del Russiagate.

Quell’inchiesta che, nonostante abbia avuto un risalto gigantesco su tutti i principali organi di informazione internazionali e ha portato pure all’impeachment nei confronti di Trump, si è rivelata quello che in molti avevano sempre sostenuto essere sin dal principio: una gigantesca bufala.

E non è un caso che alla fine i massimi organi di giustizia Usa hanno dovuto archiviarla.

Ebbene negli ultimi giorni sono successe due cose abbastanza importanti.


La prima è che uno degli ultimi strascichi ancora attivi del Russiagate si è anch’esso concluso nel nulla. Giovedì scorso infatti il Dipartimento di Giustizia ha lasciato cadere tutte le accuse contro Michael Flynn. Il generale primo consigliere per la sicurezza nazionale dell’era Trump che fu dimissionato perché ingiustamente accusato di aver fatto accordi coi russi e di aver mentito all’FBI.


Accuse partite proprio dal Bureau che nel 2016, con l’operazione “Crossfire Hurricane”, aveva pubblicamente ipotizzato (sarebbe più corretto dire affermato con certezza) il legame Putin-Trump.


Un’indagine potenzialmente decisiva per l’esito delle presidenziali che fu sbandierata ai quattro venti in piena campagna elettorale.


Il secondo avvenimento da cerchiare in rosso poi è ancora più emblematico. Negli ultimi giorni infatti la commissione “intelligence” del Campidoglio ha desecretato un bel po’ di documenti interessanti. Fra questi ci sono le trascrizioni delle audizioni con le quali la stessa commissione (che le svolse a porte chiuse) acquisì informazioni dai soggetti coinvolti nel Russiagate.


Ebbene da questa massa enorme di carte (circa 6000 documenti) è venuto fuori che i funzionari dell'amministrazione Obama davanti al Cobgresso hanno escluso ufficialmente di essere stati in possesso di evidenze empiriche che provassero la collusione fra Trump e Putin.


Detto in altre parole non c’era non solo alcuna prova, ma neppure alcun indizio sufficientemente circostanziato, che indicasse come i russi stessero interferendo con la campagna presidenziale Usa.


In pratica quindi amministrazione Obama ed FBI (che teoricamente alla prima rispondeva) pur in assenza di evidenze empiriche tali da motivare un’accusa così grave, ritennero comunque ragionevole far trapelare quelle pesantissime accuse contro Trump (in piena campagna elettorale) che diedero il via al Russiagate (e condizionando anche le MidTerm).


E allora sarebbe lecito domandarsi il perché tutto questo sia avvenuto.


Come mai il Dipartimento di Giustizia, pur in assenza di prove, ha autorizzato FBI a portare avanti una indagine di questo tipo? A sentire Loretta Lynch, ex ministro della Giustizia, non c’erano ragioni per farlo. Si può ragionevolmente desumere quindi che o FBI abbia agito in autonomia, oppure questa rispondesse direttamente all’ex presidente americano.


E se così fosse (e da quel poco che emerge qualcosa lo lascerebbe intendere) perché mai Obama avrebbe avuto interesse a iniziare un’indagine così delicata e dalla enorme risonanza mediatica nonostante l’assenza di “evidenze empiriche”?


L’unica idea maliziosa che viene in mente è che il movente potesse essere politico.


Complottismo? Forse.


L’unica certezza è che col Russiagate i Dem hanno tentato un clamoroso ribaltone.

Montando uno scandalo politico gigantesco sul nulla - col consueto ausilio di quegli stessi media che per anni avevano gettato fango e ombre su Trump- per cercare di eliminare il legittimo presidente degli Usa attraverso un impeachment (la massima accusa nei confronti di un presidente Usa).


Un ribaltone così antidemocratico da puzzare di tentativo di golpe. Che se ove mai fosse dimostrato avrebbe l’effetto deflagrante di una bomba atomica. E la cui onda d’urto arriverebbe pure a Roma, come dimostrano un paio di tweet fin troppo eloquenti firmati stanotte da George Papadopoulos.


E cercare di capire se le cose possono essere andate effettivamente come quanto sta emergendo potrebbe indicare mi pare il minimo sindacale per quella che viene definita “la più solida democrazia del mondo libero”.


Altro che complotti.


A meno che non si voglia sostenere che fosse lecito indagare allora benché sulla base di accuse palesemente inventate. E invece oggi non lo sia, nonostante tutto quanto sta saltando fuori.


Legittimando una volta per tutte quel doppiopesismo politico e morale tipico della sinistra liberale per cui non contano tanto gli atti di per sé, ma esclusivamente i soggetti che li pongono in essere.

Notizia del: 14/05/2020
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"Interferenze russe", La Stampa svela finalmente le sue "fonti" da antidiplomatico
Interferenze russe, La Stampa svela finalmente le sue fonti
 


“Il Cremlino ha tentato di destabilizzare la democrazia in Italia”.
Finalmente Paolo Mastrolilli, fantasioso inviato de La Stampa a Washington, fa nomi e cognomi nel suo ultimo articolo per denunciare la visibilissima interferenza russa nei processi decisionali italiani.

 
Finalmente. Basta “fonti che vogliono restare anonime”. Basta “fonti del GRU secondo quanto riporta una fonte interna al Dipartimento di Stato filtrata dalla Casa Bianca e che vuole restare anonima per ragioni di sicurezza”.  Basta con le “fonti che hanno ascoltato fonti parlare con fonti che hanno visto dossier di hacker russi”.
 

No, finalmente il Mastrolilli svela chi c’è dietro le sue accuse e oggi fa nomi e cognomi dando grande autorevolezza anche ai suoi scritti precedenti su cui vi avevamo già scritto.

 
“I russi sono terribili, quello che fanno con la loro macchina della propaganda. Quando ero ambasciatore passavo un sacco di tempo a correggere le informazioni false che mettevano in giro".
 

Forse non lo ricorderete, ma a parlare oggi a La Stampa è John Phillipps, ex ambasciatore obamiano in Italia. Quando Renzi voleva distruggere la nostra Costituzione con l’endorsment diretto del presidente Obamadichiarò testualmente:

 
“Una vittoria del No al referendum costituzionale sarebbe un “passo indietro” per attrarre gli investimenti stranieri in Italia”.

 
Interferenze con quel tono minaccioso di chi occupa l'Italia con 113 installazioni militari, decine di bombe atomiche e fa partire droni per bombardare paesi dalle nostre basi, che a La Stampa passano chiaramente inosservate. Quindi chi più di Phillips può parlare di interferenze? E, dopo aver letto l'intervista del Mastrolilli, non riusciamo a smettere di immaginarlo nel suo ufficio a Via Veneto a “passare un sacco di tempo a correggere” per La Stampa (?) articoli che poi sarebbero usciti il giorno dopo puliti, filtrati, senza interferenze chiaramente, nella nostra “libera” stampa.
 
In attesa dell’Obamagate dopo il tracollo tragicomico del Russiagate, ennesima spilletta nella gloriosa collana di fake news del mainstream, Philips e quelle sue “correzioni” potrebbero tornare presto di attualità.
 
Restiamo in trepida attesa.

Intanto, mentre piccoli commercianti italiani, lavoratori, artigiani, partita Iva lottano per una sopravvivenza sempre più utopica, la FCA degli Agnelli, editori de La  Stampa, di Repubblica e ormai monopolisti dell’informazione in Italia, dal loro paradiso fiscale olandese dettano un nuovo ricatto al governo italiano: secondo quanto risulta e scrive oggi Milano Finanza hanno chiesto 6,5 miliardi di euro (altri 6,5 miliardi di euro dei contribuenti italiani loro che le tasse in Italia le eludono) di prestiti a fondo perduto e garantiti per la quasi totalità dalla Sace, quindi con garanzie statali. Soldi, statene certi, che continueranno a essere spesi anche per sponsorizzare “articoli” come questi:



 
E' arrivato il momento di dire basta che dite?

La Redazione
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In fila al Monte dei Pegni in attesa degli aiuti dall'Inps e della ripresa da AnsaPortati gioielli e beni di famiglia anche per piccole somme, serve liquidità immeditata

I prestiti bancari arrivano ma a rilento a causa di un meccanismo piuttosto complicato, gli aiuti erogati dall'Inps segnano spesso il passo e comunque i ricavi di molte attività sono scesi o completamente svaniti. Per questo, alla ripartenza della Fase2 molti italiani si sono messi in fila al Monte dei Pegni portando oro o gioielli e ricevendo immediatamente e senza presentare documenti, della liquidità per arrivare a fine mese ma anche per riavviare la propria piccola azienda, negozio o professione.

I dati forniti da Affide, il leader italiano del comparto (controllato dal gruppo austriaco Dorotheum) certificano un'impennata del 30% delle nuove operazioni rispetto al periodo prima del lockdown. Come spiega all'ANSA il condirettore Rainer Steger "ci sono situazioni di indubbia difficoltà di chi è in attesa magari dei sussidi" e "chiede piccole somme, anche di 50 euro".

"Ma ci sono anche piccoli imprenditori, magari un barista che vuole acquistare il plexiglas di protezione nel proprio bar e dopo due mesi senza ricavi non ha il contante. Noi eroghiamo subito, a vista, senza chiedere documenti, tranne i controlli antiriciclaggio mentre le banche ora fanno fatica a erogare in tempi rapidi. E in caso di mancato pagamento il soggetto non è segnalato in Centrale Rischi". "Va ricordato - sottolinea infine Steger - che di solito chi è in forte difficoltà vende l'oggetto da cui ricava sicuramente una somma più alta, piuttosto che darlo in pegno".

Il 95% dei beni dati in pegno viene riscattato, mentre il 5% finisce all'asta. Il credito su stima permette di ricevere un finanziamento offrendo come unica garanzia un prezioso o un gioiello, che resta di proprietà di chi lo impegna e che viene solo custodito dalla società di credito su stima. Al termine del periodo concordato, il proprietario del bene può scegliere se riscattare il suo bene, prolungare il finanziamento o mandare il bene all'asta.

__________

6 g · 

#Cuba Protestano il presidente ed il ministro degli esteri contro la decisione presa dal governo degli Stati Uniti presa contro Cuba ed il popolo cubano.
Ieri infatti il Dipartimento di Stato statunitense ha deciso di includere Cuba nella lista nera, da loro creata, dei paesi che non collaborano alla lotta contro il terrorismo.

L'isola non era in quella lista, che comprende Iran, Corea del Nord, Siria e Venezuela, dal 2015, quando fu rimossa dall'amministrazione Obama, dopo esservi stata inclusa per 33 anni.

Gli Stati Uniti si avocano il diritto unilaterale di giudicare questi paesi in base alla Sezione 40A della Legge sul Controllo delle Esportazioni delle Armi come "non cooperanti pienamente" con le iniziative antiterrorismo di Washington.

Secondo il documento del Dipartimento di Stato, Cuba è stata inclusa perché i membri dell'Esercito di Liberazione Nazionale colombiano (ELN), che hanno viaggiato nel 2017 per condurre colloqui di pace, sono rimasti sull'isola nel 2019 e si sono rifiutati di estradare 10 membri di quella organizzazione guerrigliera, dopo che fu attribuito l'attacco con un'autobomba alla Scuola Generale dei Cadetti militari di Santander a Bogotá, che causò 22 morti e oltre 60 feriti.

"Il rifiuto di Cuba di impegnarsi in modo produttivo con il governo colombiano dimostra che non sta collaborando con il lavoro degli Stati Uniti per sostenere gli sforzi della Colombia per garantire la pace, sicurezza e opportunità giuste e durature per il suo popolo", afferma il documento.

Sempre ieri, il governo di Cuba ha risposto a questa decisione statunitense denunciando "la lunga storia degli atti di terrorismo commessi dagli Stati Uniti" contro l'isola.

Il direttore generale per gli Stati Uniti del Ministero degli Affari Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío, ha sottolineato in questa lunga tradizione di attacchi, la "complicità" di Washington con "individui e organizzazioni" che hanno attaccato l'isola, tra cui l'ex agente della CIA Luis Posada Carriles, autore intellettuale dell'attentato al volo 455 della Cubana de Aviación nel 1976, in cui morirono oltre 70 persone.

La decisione del Dipartimento degli Stati Uniti di includere il paese caraibico nell'elenco, arriva dopo che Cuba ha denunciato "il complice silenzio" che le autorità statunitensi stanno mantenendo riguardo all'attacco armato commesso il 30 aprile contro la sua ambasciata a Washington.
Finora le autorità statunitensi non hanno rilasciato alcuna dichiarazione di condanna dell'accaduto né rivelato l'identità e le motivazioni dell'individuo presumibilmente arrestato.

https://twitter.com/DiazCanelB/status/1260898498196750336…

http://www.cubadebate.cu/…/gobierno-estadounidense-in…/amp/…

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“"Militari russi a Caracas? Sarebbe legittimo"
"La cooperazione tecnico-militare tra Russia e Venezuela si sta svolgendo legittimamente", così ha risposto il ministro degli Esteri russo Lavrov quando gli è stato chiesto di commentare le informazioni di alcuni media secondo cui i soldati russi sarebbero arrivati ​​in Venezuela con droni per facilitare la ricerca dei mercenari coinvolti nella recente incursione marittima fallita nel paese per provocare un colpo di Stato.

Lavrov ha affermato infatti che i servizi segreti russi e venezuelani mantengono contatti per indagare sul tentativo di invasione fallito contro Caracas.

"I nostri servizi di intelligence sono in contatto e se viene ricevuta una richiesta di assistenza ai sensi degli accordi corrispondenti, ovviamente, è presa in considerazione", ha dichiarato ieri il capo della Diplomazia russa in una conferenza stampa telematica.

Lavrov ha sottolineato che tutti i contatti in corso tra il suo paese e il legittimo governo venezuelano "sono condotti nel quadro giuridico, basato su accordi intergovernativi, ratificati sia dal parlamento venezuelano che da quello russo ed hanno forza di legge. Ciò si riferisce anche alla cooperazione militare tra i due paesi e alla fornitura di servizi alle attrezzature militari fornite al paese bolivariano. Sono i nostri obblighi contrattuali", ha aggiunto.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato l'attacco terroristico contro il Venezuela, spiegando che mirava ad assassinare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro e a promuovere la violenza nel paese.

Il ministro degli Esteri venezuelano ha ringraziato la Russia per aver offerto al suo paese aiuto nelle indagini sulla fallita incursione marittima contro il Venezuela.

Da parte sua il Venezuela ha ringraziato l'offerta di aiuto attraverso il suo munistro degli esteri Jorge Arreaza che su twitter ha pubblicato: "Il ministro degli Esteri Lavrov mostra la sua preoccupazione per la fallita incursione marittima del 3 maggio ed offre la collaborazione del suo servizio di intelligence per sostenere le indagini. La Russia è sempre impegnata nella pace del Venezuela".

Secondo il governo venezuelano, un gruppo di mercenari e terroristi addestrati in Colombia, con il sostegno degli Stati Uniti, ha tentato di entrare nel paese caraibico il 3 maggio, ma l'operazione è fallita grazie all'intervento della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB).

Quest'ultimo attacco al Venezuela arriva circa un anno dopo il tentativo di colpo di Stato del leader dell'opposizione Juan Guaidó e dei suoi alleati a Caracas, anch'esso sostenuto da Washington. In effetti, la Repubblica Bolivariana ha già sventato molti piani e cospirazioni per rovesciare il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, grazie alla lealtà del popolo e dei militari al legittimo governo.

Caracas assicura che presenterà questo nuovo caso al Tribunale Penale Internazionale presso L'Aia, dove mostrerà prove attendibili dell'operazione mercenaria contro il Venezuela”

https://mundo.sputniknews.com/…/202005121091402236-rusia-r…/

https://www.hispantv.com/…/rusia/…/venezuela-atentado-lavrov

https://www.hispantv.com/…/…/rusia-incursion-fallida-arreaza

 
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Fake news e dintorni...

Post n°15710 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

Da oggi, ho deciso che oltre al solito spazio cultura, daremo spazio anche a quelle notizie che sono censurate o raccontate in maniera faziosa o falsa, dai "professionisti dell'informazione". Il titolo del post sarà sempre: spazio censura fake media, così come il tag

 
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Un saluto ad un grande maestro

Post n°15709 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema

"Guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d'orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l'operaio, così è stato detto a mio padre".

Ezio Bosso, figlio della Torino proletaria, ex bassista degli Statuto, musicista di fama internazionale, persona incredibile.

 
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Melzer (ONU): “Su Assange chiari segni di tortura psicologica” daperiodicodaily.com

Post n°15708 pubblicato il 21 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

Il caso Assange, oltre ad essere una vergogna internazionale, sta assumendo finalmente ricevendo un credito anche da parte di organismi importanti come le Nazioni Unite. Il rappresentante dell’Onu, in merito a tutto ciò, ricorda con un tweet la sua ispezione alla cella dell’attivista australiano sita al Belmarsh di Londra. La visita ha fornito a Melzer informazioni fondamentali non solo sulla detenzione, ma anche sul funzionamento delle democrazie occidentali, che tanto si propensano alla libertà di informazioni ma che in realtà operano nella maniera più antidemocratica possibile.

In particolare, Melzer afferma: “Oggi un anno fa, ho visitato Assange in carcere. E ha mostrato chiari segni di tortura psicologica prolungata. Per prima cosa sono rimasto sorpreso che le democrazie mature potrebbero produrre un tale incidente. Poi ho scoperto che non è stato un incidente. Ora ho paura di conoscere le nostre democrazie”

Accompagnato da medici, il rappresentante delle Nazioni Unite vide con i propri occhi i segni evidenti di una tortura psicologica. Ecuador, Svezia, Usa e Inghilterra sono secondo Melzer le responsabili oggettive di questo crimine contro una persona.

Con Assange rischia la democrazia

Nonostante gli appelli di dimostranti, cittadini comuni e addetti ai lavori, gran parte dell’opinione pubblica non conosce la storia dell’hacker. Un coraggioso uomo che ha messo a rischio la sua vita al servizio dell’informazione. Il suo caso, inoltre, rischia di mettere a repentaglio un sistema, quello democratico, che mai come ora sta mostrando segni di cedimento. È inconcepibile il massacro psicologico che il fondatore di Wikileaks ha dovuto subire fin dal suo arresto da parte di Scotland Yard. Un criminale. Un autentico criminale per l’establishment americano che ha avuto il coraggio, o forse la competenza giornalistica (?), di aver mostrato i crimini di Washington in giro per il mondo. Come ha sottolineato il The Guardian, il principale crimine di WikiLeaks è stato quello di dire la verità al potere.

 
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Ezio Bosso: Musica, maestro! (insegnare le note dalla più tenera età) da micromega

Post n°15707 pubblicato il 19 Maggio 2020 da Ladridicinema
 



Ricordiamo il grande direttore d'orchestra ripubblicando questa sua testimonianza nella quale, partendo dalla propria esperienza – quella di chi da bambino ha imparato a leggere prima le note che le parole – spiega perché la musica è un elemento formativo indispensabile e, quindi, da insegnare fin dalla scuola materna: suonare uno strumento è importantissimo per lo sviluppo dei bambini e può essere significativo fattore di inclusione sociale. Fino a una proposta: “Renderei obbligatorio in tutte le scuole lo studio di 'Pierino e il lupo' di Prokof’ev, un testo determinante per la crescita di un bambino”.

di Ezio Bosso, da MicroMega 5/2019

Ho iniziato lo studio della disciplina musicale all’età di quattro anni, ma alla musica mi sono avvicinato anche prima. Praticamente, ho imparato a leggere le note prima delle parole. E questo studio è la base di quello che sono oggi. È la conferma di come quella disciplina, che a volte può essere complessa e faticosa per un bambino, sia stata per me un’esperienza fondante, meravigliosa. La musica è stata di fatto tutta la mia vita. E devo ringraziare quella zia che mi vietava di suonare il pianoforte prima di studiare le note: «Se non impari a leggere la musica», mi diceva, «non lo tocchi». Perché educazione è anche questo: ottenere qualcosa con il lavoro e non per capriccio. E la musica è una forma educativa molto ampia, sempre basata sul merito. Un concetto importante, da non sottovalutare.

Strumento di benessere

Data anche la mia esperienza personale, ritengo che la musica sia un elemento formativo indispensabile fin dalla scuola materna. E questo perché noi siamo naturalmente composti della materia dei suoni: abbiamo il senso del ritmo fin da quando siamo molto piccoli, fin dall’età di uno o due anni. E l’aspetto ludico del ritmo, per i bambini, è di fondamentale importanza, fa la differenza anche dal punto di vista fisico. Come dimostrano studi scientifici, la capacità di convogliare il ritmo aiuta anche a camminare meglio. Nell’età evolutiva è un aspetto fondamentale per l’equilibrio della crescita. E ugualmente importante è coltivare l’ascolto e lo stupore.

L’associazione Diamo il La di Milano, di cui sostengo l’attività, ha il merito di portare tutto questo nelle periferie urbane. Perché, a differenza delle scuole dei ricchi, che possono contare anche sulla presenza di musicoterapeuti, nelle periferie mancano spesso gli strumenti per realizzare questo lavoro. Tuttavia, che si utilizzi un registratore o uno xilofono, l’accesso al suono, alla produzione del suono associata all’ascolto complesso, è un aspetto fondamentale della formazione e della cultura, lungo tutta la nostra esistenza.

Del resto io sostengo tutti i progetti miranti a promuovere l’accesso alla musica come strumento di benessere sociale, come valore fondante di una società migliore. In particolare, sono il testimonial dell’associazione Mozart 14, fondata da Claudio Abbado, impegnata a portare il canto corale e la musicoterapia nei reparti di terapia intensiva, tra i bambini che hanno problemi di salute, e nelle carceri, tra i detenuti. È la dimostrazione di come la musica possa e debba essere un modo per migliorare la vita, per cambiarla e anche per salvarla.

Il potere della vibrazione, non a caso, è ben noto alle neuroscienze, essendo noi fatti proprio di vibrazioni. E non mi riferisco a teorie come quella della frequenza a 432 Hz 1, ma proprio al fatto che la musica, al di là del benessere consolatorio che produce, svolge una funzione vera e propria nell’attivazione delle cellule neuronali.

A scuola di musica

La prima fase dell’insegnamento della musica nelle scuole dovrebbe consistere nell’accesso all’ascolto e poi nella produzione del suono e del ritmo. È come insegnare una lingua: è per questo che i bambini e i ragazzi devono apprendere come sono le note e come funzionano. Dovrebbe essere più facile insegnare la musica che le parole ed esistono anche alcuni esperimenti in tal senso. E invece mi capita di sentire cose aberranti, tipo l’idea di far cantare al saggio musicale l’ultima canzone di Sanremo. Questa, in realtà, è diseducazione alla musica, perché la musica esige sempre la meritocrazia, la capacità di impegnarsi per sentirsi felici, non per soddisfare le voglie della zia.

Ben venga il flautino, allora – malgrado le polemiche sollevate da grandi musicisti – perché mette tutti sullo stesso piano, annulla le differenze sociali, consentendo anche a chi non ha i soldi di ricevere una prima educazione al suono. Non tutte le famiglie, infatti, possono permettersi di comprare un pianoforte.

L’ho suonato anch’io il flautino, proprio perché avevo bisogno di uno strumento a portata di mano e a basso costo. E penso che il fatto che tutti possano avere nelle proprie mani uno strumento musicale sia meraviglioso. E non impedisce a un bravo maestro di suggerire alla famiglia di un bambino particolarmente dotato di fargli continuare lo studio della musica.

Prima di pontificare sui flautini, peraltro, bisognerebbe riflettere sul ruolo fondamentale che dovrebbe avere la formazione degli insegnanti… Io poi introdurrei per legge l’educazione musicale perlomeno in tutta la scuola dell’obbligo, dunque fino ai 16 anni. Penso che dovrebbe essere vista come una materia che collega in un unico percorso qualunque indirizzo si voglia poi seguire. Una costante che potrebbe anche far sì che non ci si perda di vista nei cambi di istituto.

Del resto, poiché la musica, essendo un grande collante sociale, è associabile a tutto, persino al cibo, potrebbe rappresentare un collegamento tra una materia e l’altra, rendendole meno avulse ed evitando il rischio di cadere in nozionismi privi di senso. Rischio che oggi, peraltro, riguarda l’educazione nel suo complesso perché, nel momento in cui metto una crocetta sulla base del 33,3ˉ per cento di possibilità di indovinare la risposta giusta, l’educazione è morta. Io sono un umanista, continuo a sognare un mondo che guarda alle cose, non che tenta la sorte.

Riscoprire la musica classica

Anche se è solo da un paio d’anni che passo un po’ più di tempo in Italia, sono convinto che, in questo paese, il principale ruolo educativo in materia, a partire dagli anni Cinquanta, lo abbia svolto la televisione. E certo, se per musica si intende soltanto un genere, è evidente che non potremo fare molta strada.

Ritengo invece che, nell’insegnamento musicale, la priorità vada assegnata alla musica classica, che è quella in cui affondano le nostre radici, il fondamento della nostra identità. È soprattutto attraverso di essa che si sviluppa quell’insieme di curiosità e di approfondimento che può valere poi per qualsiasi altro genere, impedendoci di restare schiavi dell’ultima moda o dei gusti di pochi. Ecco, l’educazione non è questione di gusto, ma è sviluppo della curiosità.

Le note le abbiamo inventate in questo paese grazie a un signore che si chiamava Guido d’Arezzo. Ed è da qui che possiamo partire, considerando che da quelle note è nata tutta la musica a cui ci riferiamo. Certo, noi pecchiamo sempre un po’ di egocentrismo, perché in realtà siamo solo una parte del mondo: in India, in Pakistan, per esempio, il sistema di notazione è completamente diverso. Ed è importante che ciò venga detto, perché chi lo sa che poi un bambino non ci si appassioni… Penso che utilizzare la storia insieme alla musica, e la musica insieme alla storia, possa costituire un percorso formativo fondamentale per la formazione di un adolescente. E in questo percorso renderei obbligatorio in tutte le scuole lo studio di Pierino e il lupo di Prokof’ev, un testo determinante per la crescita di un bambino. E anche di un adulto.

Rispetto al metodo di insegnamento, penso sarebbe presuntuoso da parte mia dare indicazioni, non essendo un pedagogista e non occupandomi di educazione musicale in senso stretto. L’Italia, però, vanta una pedagogia musicale avanzatissima. Torino, per esempio, è all’avanguardia in questo campo. In ogni caso, esistono metodi assai efficaci, come il meraviglioso e inclusivo metodo Orff, grazie a cui qualsiasi bambino può imparare le note attraverso una partecipazione attiva, anche solo con un piattino, e condivisa con gli altri. Perché lo stare insieme è di fondamentale importanza. E tutto ciò serve anche a superare le proprie difficoltà, le proprie paure. Ma questo, per quel che mi riguarda, vale a qualsiasi età.


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Ai miei studi aperti vengono anche bambini dai tre-quattro anni ai dieci, che spesso la sanno più lunga dei trentenni, mostrando una maggiore capacità di risolvere i problemi. Alla fine quello che ha luogo è uno scambio tra bambini, adolescenti, professionisti. Si tratta in fondo di una questione di linguaggio, di vocabolario. Io sono attento a non trattare i bambini da deficienti. Sono piccole persone, che imparano anche in fretta, ed è così che mi rapporto con loro.

Continuo a vedere la società come una multiformità di differenti età, di differenti esistenze, di differenti singolarità. È ovvio che a un bambino piccolo non farò ascoltare tutto Wagner. Di musica ce n’è tanta: Bach, Monteverdi, Palestrina… Se io fossi un bambino, per esempio, vorrei che mi raccontassero storie. Una cosa che peraltro mi piace anche oggi.

La musica classica è una forma oggettivamente meritocratica nel senso più alto del termine: se uno non arriva significa che non è ancora arrivato. Spinge alla cooperazione, non all’esclusione, e spesso cura anche il dolore e riappiana le differenze sociali. Più ancora che uno strumento di inclusione, è uno strumento di parificazione. E invece è stata resa qualcosa di elitario. È sbagliato. È una cosa con cui mi scontro ancora oggi. La musica è fondamentale, perché elimina pregiudizi e difetti (persino fisici), cancella le età e lenisce i dolori di qualsiasi forma siano. Lo dico per esperienza personale: malgrado le mie debolezze, fragilità, stranezze non venivo denigrato, ma suscitavo curiosità perché emettevo un suono che affascinava chi mi stava intorno. E di fronte al potere così grande della musica, è evidente che ci voglia una grande responsabilità. La musica non è un linguaggio universale, ma un patrimonio universale. Non un bene comune, ma una necessità comune. E dunque se ne deve garantire l’accesso a tutti.

(testo raccolto da Giacomo Russo Spena e curato da Claudia Fanti)

1) Teorie pseudoscientifiche sostengono che l’accordatura a 432 Hz avrebbe proprietà curative, n.d.r.

(16 maggio 2020)

 
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È morto Michel Piccoli: aveva 94 anni, da Ferreri a Moretti, ha lavorato con tutti i più grandi

Post n°15706 pubblicato il 19 Maggio 2020 da Ladridicinema
 
Tag: news, STORIA

da corriere.itIl grande attore francese è scomparso il 12 maggio, ma la notizia è stata data il 18

È morto Michel Piccoli: aveva 94 anni, da Ferreri a Moretti, ha lavorato con tutti i più grandi

Con un annuncio all’Agenzia France Press fatto dai suoi familiari, il mondo ha saputo della morte di Michel Piccoli. Aveva 94 anni (il prossimo compleanno sarebbe stato il 27 dicembre) e se ne è andato dopo aver interpretato 233 film. Così almeno testimoniano i certosini compilatori dell’International Movie Data Base in un elenco dove brillano alcuni dei più grandi registi della storia del cinema, da Buñuel a Godard, da Ferreri a Hitchcock, da Sautet a Moretti, da Rivette a Manoel de Oliveira.

 

Era nato a Parigi nel 1925 in una colta famiglia borghese di origini italiane, da due genitori entrambi musicisti. Lui invece aveva scelto molto presto la carriera d’attore, riuscendo ad entrare nella compagnia di Jean-Louis Barrault e Madeleine Renaud. Per il suo primo film, Silenziosa minaccia di Christian-Jaque (1945) il suo nome non era neppure citato nei titoli e per molti anni dovette accontentarsi di ruoli di secondo e anche terzo piano. Erano gli anni Cinquanta e al cinema spopolavano attori capaci di «bucare lo schermo» con il fascino o lo charme. Non erano quelle le qualità più evidenti di Piccoli che dovette aspettare che tramontassero quegli ideali maschili (quelli incarnati da Gérard Philippe o da Jean Gabin, per intenderci) perché le sue qualità di interprete, basate su una ironia fredda e distaccata, su un fascino enigmatico e stravagante potessero essere pienamente apprezzate.

 

 

Il primo ad accorgersene fu Luis Buñuel che nel 1956 lo volle nel ruolo di uno missionario anticonvenzionale in La selva dei dannati. Poi sarà la volta dei registi della Nouvelle Vague che vedranno il lui l’attore perfetto per ruoli fuori dalle norme e dalle convenzioni, come lo sceneggiatore di Il disprezzo di Jean-Luc Godard (1963), lo scrittore di Les Créatures di Agnès Varda (1966), il mite Monsieur Dame di Les Demoiselle de Rochefort di Jacques Demy (1967, dove fatica a convincere la bella Daniel Darrieux a sposarlo perché lei non vuole chiamarsi Madame Dame). E mentre continua il sodalizio con Buñuel, cui lo legherà una lunga amicizia (Diario di una cameriera nel 1963, Bella di giorno nel 1967 e poi Il fascino discreto della borghesia nel 19782) Piccoli viene «scoperto» anche dal grande cinema internazionale, chiamato nel kolossal Parigi Brucia? (1966) e poi da Hitchcock per Topaz (1969).

Ma negli anni Settanta è Marco Ferreri a sfruttare meglio la sua arte, affidandogli i ruoli che l’hanno imposto nella memoria dello spettatore, almeno italiano: il borghese annoiato di Dillinger è morto (1969) il sacerdote postconciliare e arrivista di L’udienza (1972) e soprattutto il regista televisivo di La grande abbuffata (1973), tutti ruoli (cui vanno aggiunte parti meno significative in La cagna e L’ultima donna) dove l’attore può dimostrare la sua straordinaria capacità interpretativa, sempre sul filo di un disperato cinismo e una compiaciuta vena di controllata follia. Ormai entrato nel novero dei grandi attori su cui si può «montare» un film, Michel Piccoli è il protagonista di Life size – Grandezza naturale (1973) di Luis García Berlanga (dove è un dentista di successo che si innamora di una bambola gonfiabile).

Claude Sautet lo vuole per L’amante(1970) poi Il commissario Pellissier (1971) e Tre amici, le mogli e, affettuosamente, le altre (1974), Marco Bellocchio lo sceglie per Salto nel vuoto (1980, con cui vince la Palma d’Oro a Cannes per la miglior interpretazione) e poi Gli occhi, la bocca (1982), Liliana Cavani per Oltre la porta (1982), Léos Carax per Rosso sangue (1982). L’età non sembra fermare la sua carriera: Louis Malle lo vuole per Milou a maggio (1990), Jacques Rivette per La bella scontrosa (1991), Peter Del Monte per Compagna di viaggio (1996), Manoel de Oliveira per lo straordinario Ritorno a casa (2001) dove sa rendere con struggente intensità il ruolo di un vecchio attore alle prese con l’inevitabile distacco dalle cose terrene, Raul Ruiz per Ce jour-là (2003). Fino al suo ultimo trionfo, Habermus Papam (2011) di Nanni Moretti, dove è il cardinale francese che eletto al soglio pontificio non ha il coraggio di presentarsi sul balcone di San Pietro.

 
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I menestrelli di Walt Disney

Post n°15705 pubblicato il 19 Maggio 2020 da Ladridicinema
 

da cinefiliaritrovata.it

I menestrelli di Walt Disney

Walt Disney è sempre stato catturato dal fascino misterioso degli elementi che caratterizzano il Medioevo. Lo ha visto e inquadrato come il perfetto periodo storico su cui creare alcune mitologie che accompagnano ancora oggi le fiabe Disney. Ecco quindi che l’ambientazione medievale nei cortometraggi di animazione, nei film di animazione e non solo, viene costruita su un immaginario che si struttura sulle parole della sua Cenerentola, “i sogni son desideri”. Disney scelse infatti come suo marchio, probabilmente da amatore di musica sinfonica, il castello di Neuschwanstein, che fece costruire anche all’interno del suo parco di divertimenti a Orlando. Tutti i castelli dei suoi film sono una riproposizione di Neuschwanstein, dalla versione più cupa e spaventosa a quella più brillante e aperta. Principesse, principi, streghe cattive, maghi e fate buone sono i personaggi probabilmente rimasti più impressi dell’immaginario neo-medievale Disney. Tuttavia c’è un soggetto che, nonostante sia difficile da inquadrare, ritorna spesso e attraverso le sue rare e brevi apparizioni all’interno di questi sogni si rende indimenticabile: il menestrello.

Nel 1933 Topolino, l’eroe Disney per eccellenza, canta e suona canzoni come farebbe un trovatore per la sua nuova amata Minni nel cortometraggio Laggiù nel medioevo, anche chiamato Topolino menestrello (alcuni dei titoli di cui si parla nell'articolo sono visibili sulla piattaforma Disney+). Topolino indossa un cappello con la piuma e si sposta per i villaggi medievali insieme al suo mandolino a dorso di un vecchio mulo. È coraggioso e beffardo nei confronti del suo rivale il tiranno Principe (Pippo) per la contesa dell’amata e, alla fine, le sue prodi gesta vengono premiate come rifondazione di un mito medievale fondato sul sentimentalismo.

La seconda apparizione di un menestrello all’interno di una delle fiabe Disney è in La bella addormentata nel bosco del 1959. Re Stefano, il padre di Aurora, nel corso della preparazione della festa per il compleanno della figlia ne festeggia il ritorno con re Umberto, padre del principe Filippo. Il regno è in festa per il ritorno dell’amata principessina e il menestrello invece di cantare per intrattenere i festeggiamenti e quindi adempiere al suo compito primario, si ubriaca. Il menestrello, un omino dal volto lungo e dal fare sgraziato, beve e si rallegra. La sua funzione di intrattenimento giullaresco viene soddisfatta, non per re Stefano, ma per il suo vero sovrano: il pubblico. Dalla sua entrata in scena, senza pronunciare parola, porta scompiglio e dopo aver accompagnato con il suo mandolino il canto di re Umberto e di re Stefano finisce per usarlo come un boccale qualunque. Non c’è spazio per lui all’interno di quei festeggiamenti, tant’è che i due regnanti si accorgono della sua presenza solo quando il menestrello è ormai letteralmente sprofondato, con la testa all’interno del mandolino, nel sonno. Anche le fate, quando addormentano tutti gli abitanti del regno, si accorgono solo all’ultimo della sua presenza. Il menestrello è questo: una figura dimenticata ma sempre presente sullo sfondo di un’accurata ricostruzione medievale. È un personaggio imprevedibile, il suo canto è profano e temuto dai regnanti perché libero di vagare di regno in regno.

Una terza apparizione della figura del menestrello è il Cantagallo di Robin Hood, 1973, realizzato dopo la morte di Walt Disney. Il Cantagallo si dice menestrello della storia, anche se forse sarebbe più corretto identificarlo nella figura del bardo. Ha la funzione di narratore ed è un viandante che di paese in paese racconta, senza temere la propria sorte, le gesta di Robin Hood, eroe di Nottingham. Infatti canta anche le cattive gesta di re Giovanni, l’usurpatore di re Riccardo. Non ha un suo re perché sta al di sopra della legge e delle regole e quando viene incarcerato continua a cantare dell’orrore che lo circonda. Intrattiene così il suo pubblico fuori e dentro lo schermo. La sua figura è portatrice di sole all’interno della cupezza della narrazione e il suo canto è conduttore di resurrezione del regno e di re Riccardo. Infatti, fin dall’inizio, nel vedere il Cantagallo attraverso la sua simbologia, possiamo avere la certezza che se egli può cantare è perché gli è concesso di farlo: non deve temere più nulla perché tutto quel che racconta è già passato.

Sospirello di Taron e la pentola magica è un altro menestrello importante all’interno della storia dei film Disney. La pellicola ebbe innumerevoli problemi provocati dalla violenza della trama. Nella cerchia di amicizie del giovane Taron, guardiano di porci, spicca Sospirello, un menestrello che si vanta di aver cantato per corti e regnanti illustri, ma sbeffeggiato dalla sua stessa arpa. Incarcerato dalle guardie di re Cornelius e poi liberato dai nuovi amici, li accompagna per il loro viaggio aiutandoli, con i suoi consigli, a trovare la giusta via per arrivare al finale della fiaba.

Questi sono solo alcuni dei più celebri menestrelli Disney, da cui si può notare una crescita del ruolo di questa figura all’interno dell'immaginario neo-medievale della celebre compagnia. In Taron e la pentola magica il menestrello diventa essenziale per la forma narrativa della fiaba. Così come il ruolo, che passa quasi inosservato, del menestrello ubriacone è sostanziale all’interno del banchetto di La bella addormentata nel bosco. Il menestrello può godere di una libertà che gli permette di essere ebbro, promiscuo, e di rivelare verità scomode poiché alla sua figura non è abbinato un giudizio condiviso dalla maggioranza. Si può quindi sospettare che menta sempre, come nel caso di Sospirello, e nonostante le sporadiche apparizioni è indispensabile per l’immaginario neo-medievale Disney proprio perché il menestrello è libero dai canoni che un eroe, per essere tale, deve rispecchiare. Il menestrello può comunque rientrare all’interno di quel sogno sconvolgendo un sistema che si distingue per il suo candore.

 
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Le nuove linee guida da oggi...

Post n°15704 pubblicato il 19 Maggio 2020 da Ladridicinema


 

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RIPARTIRE SICURI: ORDINANZA E LINEE GUIDA

Tutte le informazioni per ripartire sicuri dal 18 maggio

A decorrere dal 18 maggio 2020 sono consentite le seguenti attività economiche, commerciali e artigianali:

a. commercio al dettaglio in sede fissa, compresi centri commerciali e outlet;

b. commercio su aree pubbliche (mercati, posteggi fuori mercato e chioschi);

c. attività artigianali;

d. servizi di somministrazione di alimenti e bevande;

e. attività di servizi della persona (a titolo esemplificativo barbieri, parrucchieri centri estetici, centri tatuatori e piercing), con l’esclusione delle attività di gestione di bagni turchi, saune e bagni di vapore;

f. agenzie di viaggio.

2. Le attività di cui al punto 1 devono svolgersi nel rispetto dei contenuti delle Linee di indirizzo per la riapertura delle Attività Economiche e Produttive elaborate dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni ed allegate alla presente ordinanza.

3. A decorrere da 18 maggio 2020 sono inoltre consentiti:

a. lo svolgimento di attività sportive individuali, anche presso strutture e centri sportivi, nel rispetto delle misure di sanificazione e distanziamento fisico tra gli atleti, nonché tra atleti, addetti e istruttori, con esclusione di utilizzo degli spogliatoi, piscine, palestre, luoghi di socializzazione;

b. l’attività nautica di diporto;

c. il pilotaggio di aerei ultraleggeri;

d. l’attività di pesca nelle acque interne (fiumi, laghi naturali e artificiali) e in mare (sia da imbarcazione che da terra che subacquea);

e. l’attività di allenamento e di addestramento di animali in zone ed aree specificamente attrezzate, in forma individuale da parte dei proprietari o degli allevatori e addestratori;

f. l’apicultura;

g. la caccia selettiva delle specie di fauna selvatica allo scopo di prevenire ed eliminare gravi problemi per l’incolumità pubblica.

4. A decorrere dal 18 maggio 2020 è inoltre consentito, per le attività ancora sospese, l’accesso alle strutture e agli spazi aziendali esclusivamente al personale impegnato in attività di allestimento, manutenzione, ristrutturazione, montaggio, pulizia e sanificazione, nonché a operatori economici ai quali sono commissionate tali attività finalizzate alla predisposizione delle misure di prevenzione e contenimento del contagio propedeutiche a successive disposizioni di apertura. Le attività consentite ai sensi del presente punto riguardano anche i parchi divertimento e i parchi tematici.

5. Le attività di cui è consentita la riapertura adottano tutte le generali misure di sicurezza relative, a titolo esemplificativo e non esaustivo, all’igiene personale e degli ambienti e del distanziamento fisico, nonché quelle specificamente definite per ciascuna tipologia nelle Linee di indirizzo per la riapertura allegate alla presente ordinanza. Le attività per le quali non sono definite specifiche disposizioni ricorrono ai principi generali di igiene e contenimento del contagio contenute:

a. nel "Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro" sottoscritto il 14 marzo 2020 fra il Governo e le parti sociali, successivamente integrati in data 24 aprile 2020.

b. nelle linee guida nazionali in materia di sanificazione.

6. Allo scopo di assicurare la massima compatibilità tra gli obiettivi di ripresa delle attività economiche e sociali e quelli di sicurezza dei servizi di trasporto pubblico, i soggetti interessati dalla presente ordinanza si conformano alla disciplina degli orari di apertura delle attività commerciali, artigianali e produttive eventualmente stabilite con provvedimento del Sindaco del comune di riferimento. Tali discipline prevedono in ogni caso la chiusura delle attività commerciali non oltre le ore 21:30, fatta esclusione delle farmacie, parafarmacie, aree di servizio, servizi di somministrazione di alimenti e bevande sul suolo o da asporto: https://bit.ly/3dSuK06

 
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Riaperture cinema - le regole dal 15 giugno da movieplayer

Post n°15703 pubblicato il 19 Maggio 2020 da Ladridicinema
 
Tag: news

 
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Partigiani sovietici nella Resistenza italiana, ridare vita a una storia dimenticata

Post n°15702 pubblicato il 26 Aprile 2020 da Ladridicinema

Oltre ad aver sconfitto il nazifascismo i sovietici diedero un contributo diretto alla Resistenza italiana.

Sono circa cinque mila i partigiani sovietici che hanno combattuto fianco a fianco con i partigiani italiani, ma delle loro storie e delle loro imprese si conosce ben poco in Italia. Ricordarli oggi, scoprire le loro identità è fondamentale per ridare vita alla memoria e alla verità storica.

In Occidente, Italia compresa, si tende a sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria contro la Germania hitleriana e a finire nel dimenticatoio è anche l’impresa dei partigiani sovietici che si sono uniti alla Resistenza italiana. Un capitolo della storia di cui in Italia non si parla.

“Dal recupero dei corpi al recupero della memoria” è il saggio di Anna Roberti, un libro ricostruzione dei nomi e delle storie dei partigiani sovietici caduti in Italia nella lotta al fianco della Resistenza. Ridare un nome e un volto a chi ha combattuto in quegli anni è il modo migliore per trasmettere oggi alle generazioni più giovani l’importanza del ruolo dell’Unione sovietica nella II Guerra mondiale e l’importanza della lotta contro il nazifascismo.

Saggio di Anna Roberti “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria”
FORNITA DA ANNA ROBERTI
Saggio di Anna Roberti “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria”

Nell’ambito del ciclo dedicato al 75-o anniversario della fine della II Guerra Mondiale Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Anna Roberti, presidente onorario dell’Associazione RusskijMir, autrice del saggio “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria”.

– Anna Roberti, di che cosa parla il suo libro?

– Il messaggio è quello di mantenere viva la memoria dei partigiani sovietici che hanno combattuto in Italia. Di questo argomento se ne sa pochissimo, la maggior parte della gente non ne sa niente. Da 15 anni mi occupo di questo argomento e mi fa sempre piacere parlarne il più possibile in modo che la gente lo sappia. Il libro è la ricostruzione della vita di una novantina di sovietici i cui nomi si trovano al Sacrario della Resistenza al Cimitero Monumentale di Torino. Ho ricostruito la loro storia e la storia di Nicola Grosa, un personaggio di cui si è persa la memoria.

– Chi era Nicola Grosa? Ci parli della sua impresa.

– Era un partigiano italiano che durante la Resistenza aveva già 40 anni e si sentiva un po’ il padre dei giovani partigiani con cui lui combatteva. Nel momento in cui è finita la guerra e tanti di questi giovani erano morti, lui ha deciso di andare in giro per il Piemonte a raccogliere i loro resti, perché tante volte erano stati sepolti sotto una betulla o un castagno. A mani nude ha raccolto circa 900 corpi.Ad un certo punto lui era stato visto come un folle, perché si era messo in testa di raccogliere tutti questi corpi a scopo gratuito. Lui era consigliere comunale a Torino ed era anche presidente dell’ANPI. Il comune di Torino gli dava una macchina e delle cassette, lui partiva e su indicazioni che raccoglieva dai compagni di brigata andava a cercare i resti.

 

Il suo lavoro è particolarmente importante per quanto riguarda i partigiani sovietici perché quando lui ha fatto questo lavoro per tutti gli anni ’50 e ’60, l’ha fatto in maniera molto seria, per cui abbiamo tutti i documenti dei posti dove si è recato. Laddove ci sono dei nomi dei sovietici i cui corpi sono stati raccolti da Grosa siamo sicuri che ci sono anche i loro resti. Dopo la sua morte negli anni ’80 è subentrato il Ministero della Difesa italiano che ha fatto un po’ di casino.

 

– Qual è stato il ruolo dei partigiani sovietici nella Resistenza?

– È stato fondamentale perché sono stati circa 4 mila in tutta Italia. Innanzitutto quando scappavano dai tedeschi scappavano con le armi, poi erano stati addestrati dall’Armata Rossa, quindi erano combattenti che sapevano cosa facevano. Tanti partigiani giovani italiani non se ne intendevano assolutamente. I sovietici sono rimasti fino alla fine con i nostri partigiani, gli altri stranieri invece quando era possibile tornare a casa se ne andavano. Molto preparati, molto coraggiosi, i partigiani sovietici infondevano molto coraggio ai nostri partigiani.

– Il suo libro dà un’identità ai partigiani sovietici in Italia, quale storia vorrebbe citare fra tutte? Che cosa l’ha emozionata di più?

– Sono tante le storie…Diciamo che la cosa più emozionante per me è che partendo da dei nomi segnati in maniera storpiata riesco a risalire all’identità. Unendo tutti i pezzetti, usando documenti russi e italiani, facendo un lavoro certosino sono riuscita a ricostruire la storia di quasi tutti. Alcuni sono ignoti e lì è difficile risalire al nome e alla loro storia.

Ultimamente mi hanno contattato dei nipoti dei partigiani sovietici; sono riusciti a venire in Italia e siamo andati insieme al Sacrario dove ho mostrato loro il posto dove è segnato il nome del nonno. Siamo anche andati in giro per le montagne a Torino dove hanno combattuto. Questa è una cosa che mi fa molto piacere. Si tratta già di 5-6 nipoti.

Vorrei citare il caso dell’unica donna partigiana sovietica il cui nome è indicato a Torino. Si tratta di Tamara Firsova, è morta nelle Marche. Si era sposata con un partigiano italiano ed è morta di setticemia mentre era incinta. Il suo nome era a Torino, ma io ci ho messo tantissimo tempo per capire chi fosse, non risultava che avesse combattuto in Piemonte. Tramite delle persone nelle Marche sono riuscita ad avere anche la sua fotografia. Quando dopo tanti mesi ti occupi di una persona la vedi in fotografia…è un’emozione molto forte. Ridai l’identità, ma anche il volto ad una persona.

Con l’associazione RusskijMir, di cui io sono presidente onoraria, ogni anno organizziamo un piccolo Reggimento Immortale a Torino. Abbiamo stampato le foto proprio di quei partigiani sovietici i cui nomi si trovano a Torino. È stata una grande emozione: vedere un volto, oltre che saperne la storia fa molto a livello emotivo.

– Quanto è importante oggi parlare dei partigiani sovietici della Resistenza?

– È molto importante perché si tende sempre a dimenticare soprattutto del ruolo del popolo russo-sovietico nella II Guerra Mondiale. Possiamo immaginare i motivi anche se sono assurdi. Alcuni storici l’hanno spiegato bene: dopo la fine della II Guerra mondiale il paradigma non è più l’antifascismo, ma l’anticomunismo in Italia. A quel punto si tende a sopravalutare l’aiuto degli alleati angloamericani e non parlare più del contributo sovietico. Questo si vede anche adesso.

 

L’anno scorso hanno coniato una medaglia commemorativa in America sulla vittoria e non hanno messo la bandiera dell’Unione Sovietica! Così come quando hanno commemorato lo sbarco in Normandia: c’era la signora Merkel, ma non c’era Putin. Qualcosa di senza senso.

 

Il contributo del popolo russo-sovietico è stato fondamentale, perché senza la vittoria della battaglia di Stalingrado e senza la resistenza a Leningrado, senza tutto quello che ha sopportato e fatto il popolo russo-sovietico l’Europa non avrebbe vinto contro Hitler. Questa cosa purtroppo non viene ricordata. Bisogna parlarne, sottolineare le verità storica. I 30 milioni di morti vogliono dire qualcosa.

 
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Olimpiadi di Tokyo rinviate all’estate 2021: è ufficiale! Accordo tra CIO e Governo giapponese

Post n°15701 pubblicato il 26 Aprile 2020 da Ladridicinema

da oasport

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Il coronavirus ha vinto ancora: anche le Olimpiadi di Tokyo 2020, l’evento sportivo planetario più atteso del quadriennio, sono state rinviate all’estate 2021 (le date esatte verranno comunicate in seguito). Decisiva si è rivelata una conference call tra il Presidente del CIO Thomas Bach ed il Premier giapponese Shinzo Abe.

Nel corso della conversazione il Primo Ministro del Sol Levante ha rivelato al n.1 del Comitato Olimpico Internazionale come abbia ricevuto decine di richieste da tutto il mondo che lo invitavano a rinviare i Giochi a causa del proliferare della pandemia del Covid-19. Anche ipotizzando un rinvio all’autunno 2020, le Olimpiadi non si sarebbero svolte nella totale completezza. Il Giappone desidera invece che ciò avvenga, anche come segnale di vittoria del mondo sulla grave tragedia che sta ormai divampando in tutti i Continenti. Per questo sarà necessario un anno di tempo in più.

Bach ha accolto le richieste di Abe, ufficializzando di fatto il rinvio dei Giochi al 2021. Notevoli i problemi logistici da andare a risolvere, a partire dalle abitazioni del villaggio olimpico che, da novembre, sarebbero dovute venir messe a disposizione dei proprietari che le hanno acquistate. Che ne sarà poi dei biglietti già venduti, delle prenotazioni alberghiere e dei viaggi aerei? Il problema non riguarda solo gli spettatori, bensì ciascun Comitato Olimpico nazionale, che da tempo aveva pianificato ed investito milioni sull’edizione a cinque cerchi giapponese. Tokyo 2021 andrà inoltre a sovrapporsi con tanti eventi già pianificati per il prossimo anno, anche se la Federazione Mondiale di atletica ha già fatto sapere di essere disposta a spostare i Mondiali che dovrebbero svolgersi ad agosto in America, ad Eugene.

Il CIO dovrà fare chiarezza al più presto anche sulle qualificazioni olimpiche: chi ha già strappato il pass lo manterrà anche per il 2021 o tutto verrà rimesso in gioco? Andranno inoltre riscritte le regole per tutte quelle discipline che non avevano ancora completato l’iter di qualificazione ai Giochi. Insomma, un vero e proprio caos.

Lo spostamento delle Olimpiadi al 2021 va inoltre a penalizzare atleti già avanti negli anni. Solo per rimanere alla realtà italiana, pensiamo a Federica Pellegrini, Elisa Di Francisca, Tania Cagnotto, Vincenzo Nibali ed Aldo Montano. L’ultimo dei problemi, verrebbe da dire. Il mondo, ancora una volta, ha chinato il capo di fronte al coronavirus. Ma, c’è da scommetterci, il 2021 rappresenterà una vera e propria festa dello sport, un ritorno alla vita normale dopo aver debellato il male del secolo.

federico.militello@oasport.it

 
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Sinceri e senza doppi fini gli aiuti russi all'Italia per contrastare il coronavirus - Ambasciatore da sputnik

Post n°15700 pubblicato il 26 Aprile 2020 da Ladridicinema

Ad affermarlo è l'ambasciatore della Federazione Russa in Italia Sergey Razov, che in un'intervista esclusiva all'agenzia Agi ha proprio parlato dell'assistenza fornita da Mosca per fronteggiare e contenere la diffusione del Covid-19, che ha stravolto la vita di tutto il Paese e messo in seria difficoltà in particolare il Nord.

Nell'intervista esclusiva all'agenzia Agi il capo della missione diplomatica russa in Italia Sergey Razov ha precisato in cosa consiste l'assistenza russa all'Italia per fronteggiare l'emergenza di coronavirus.

"In concreto si tratta dell’arrivo in Italia di 122 medici militari, virologi ed epidemiologi, 8 equipe mediche composte da un terapeuta, epidemiologi, anestesista, infermiera e interprete; 30 unita' di mezzi speciali-unita' mobili (ciascuna composta da due veicoli) e moduli di elaborazione dati installati su veicoli 'Kamaz'. Inoltre, i velivoli russi hanno portato in Italia presidi di protezione, unita' mobili per la disinfezione dei mezzi di trasporto e del territorio, in grado di sanificare anche condutture idriche, attrezzature medicali tra cui alcune decine di ventilatori polmonari, macchine di analisi biologica e patogena, 100 mila sistemi di test, mascherine sanitarie di alta classe di protezione, guanti, mille completi di protezione, 700 completi medico-infettivologo e altre attrezzature varie".

"In particolare, e' arrivato in Italia un nuovissimo laboratorio, uno dei 15 di cui dispongono in totale le Forze di Difesa NBC. Tutto questo, attraverso il ministero della Difesa della Federazione russa a titolo gratuito", ha sottolineato l'ambasciatore.

Relativamente alle zone di attività del personale medico russo, l'ambasciatore Sergey Razov ha riferito che a seguito delle consultazioni svoltesi ieri a Roma è stato deciso di inviare gli specialisti russi "in una delle città del Nord maggiormente colpite, Bergamo," aggiungendo che il lavoro non consiste nelle consultazioni, ma nello "svolgere un lavoro pratico direttamente negli ospedali, fianco a fianco con i colleghi italiani" e per adempiere al meglio i tecnici russi saranno aiutati "da un gruppo di interpreti militari."

Per quanto riguarda la permanenza in Italia del personale russo, l'ambasciatore ha evidenziato che verrà deciso congiuntamente da entrambe le parti.

Sergey Razov ha poi escluso nella maniera più categorica che l'assistenza russa abbia fini propagandistico-politici, ricordando tra l'altro che in passato "la Russia ha già prestato più di una volta il proprio aiuto al popolo italiano. Nel 1908, durante il devastante terremoto di Messina, i marinai russi salvarono gli abitanti dalle macerie della città e sulle proprie navi li trasportarono negli ospedali."

"Posso solo dire che nel nostro Paese c'è un detto: ‘Non esiste il dolore degli altri’. La Russia non poteva rimanere indifferente davanti a una situazione così difficile per l’Italia... Ma di quale propaganda si può parlare? La Russia ha risposto alla richiesta dei vertici italiani ed è disponibile a fornire imponenti aiuti a titolo gratuito", ha detto aggiungendo che Mosca si astiene rigorosamente dal rilasciare giudizi e commentare le azioni dell'Europa con l'Italia, che fanno parte "esclusivamente nell'ambito delle relazioni dell’Italia con i suoi partner".

Infine l'ambasciatore ha chiarito il concetto di solidarietà.

"Alcuni in Europa concepiscono la solidarietà come adesione generale alle sanzioni e disciplina di blocco. A nostro avviso, la solidarietà dovrebbe essere altro. I popoli che hanno una plurisecolare storia di amicizia, in situazioni difficili dovrebbero tendersi la mano. Il presidente Putin ha ripetutamente parlato della necessità che i Paesi uniscano le loro forze per combattere nuove sfide e minacce globali. E cosa potrebbe esserci di più pericoloso della diffusione dell'epidemia a cui stiamo assistendo? Come ho già detto, per noi non esiste il  ‘dolore altrui’." 

 
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La task force della verità da intellettualedissidente

Post n°15699 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema
 

Buoni e competenti a caccia di menzogne che disorientino l’opinione pubblica o gettino discredito sulle istituzioni. Quello lo fanno già troppo bene da sole.
di Dario Macrì - 5 Aprile 2020 

Affinché la popolazione accetti senza troppe obiezioni le restrizioni della libertà disposte dal Governo per arginare la diffusione del Coronavirus occorre che le percepisca come necessarie. A tale scopo, sembra che in Italia sia scattata una specie di ossessione contro ogni dubbio o insinuazione che riguardi la narrazione omogenea di ciò che sta accadendo. E se “l’Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network”, annunciata da Andrea Martella (Sottosegretario Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Informazione e all’Editoria), servisse proprio a blindare ancora di più questa narrazione? Il sospetto c’è, suffragato, da un lato, dalla “mission” della task force, dall’altro, dalla composizione stessa del gruppo di lavoro. Le fake news, sostiene il Sottosegretario, “sono pericolose in tempi normali, tanto più in una situazione di emergenza possono determinare disorientamento dell’opinione pubblica, discredito delle istituzioni e del sistema scientifico”. Perciò la task force “si occuperà di monitorare e classificare i contenuti falsi, di studiare e promuovere campagne istituzionali di comunicazione, di promuovere partnership con soggetti specializzati e con i principali motori di ricerca, di coinvolgere i cittadini e gli utenti”. Si tratterà di un organismo che servirà per ”smascherare queste notizie false che possono determinare un danno alla nostra società, alla coesione sociale e alla qualità stessa della nostra democrazia”.

Il rischio che si corre creando un organo di questo tipo è lapalissiano: se ogni notizia che provochi “disorientamento dell’opinione pubblica” o “discredito delle istituzioni” sarà classificata come fake news, e quindi bandita, c’è la possibilità che possa essere scalfita la libertà di espressione? Questa task force, di fatto, deciderà cosa è o non è fake news nell’ambito di tutto ciò che attiene l’emergenza sanitaria in atto e le misure che la caratterizzano. Per combattere “l’insidia della disinformazione che indebolisce lo sforzo di contenimento del contagio”. A deciderlo sarà un gruppo di persone (di cui singolarmente non è nostro compito stabilire valore e professionalità) che, presi nell’insieme, non possono che sollevare alcune perplessità. C’è il Sottosegretario Martella, che in tempi non sospetti era stato promotore della creazione di un gruppo di lavoro sul fenomeno dell’odio online. Poi Riccardo Luna (giornalista di Repubblica, da sempre nel mainstream), Francesco Piccinini (direttore di Fan Page), David Puente (che si definisce blogger e debunker ma, su Open, il suo fact checking è andato, a volte, ben oltre la definizione stessa), Ruben Razzante (Professore universitario di Diritto ed editorialista su Il Giorno), Luisa Verdoliva (docente di Telecomunicazioni), Roberta Villa (giornalista, laureata in medicina e chirurgia), Giovanni Zagni (direttore di Pagella Politica) e Fabiana Zollo (ricercatrice)Quest’ultima è stata responsabile scientifica del progetto di ricerca europeo QUEST (Quality and Effectiveness in Science and Technology communication). Pare che il suo gruppo di lavoro abbia (addirittura) elaborato un algoritmo che è in grado di prevedere con grande accuratezza (77%) quali temi, sui social network, nel giro di 24, ore possano divenire oggetto di fake news.

La preoccupazione, che può pericolosamente sbandare nell’inquietudine, di stare assistendo alla nascita di una specie di censura preventiva, cessa di essere un’ipotesi così surreale dal momento che la stessa componente, Roberta Villa, si è espressa così sui social: “Da parte mia mi opporrò con forza (ed è principalmente per questo che sono contenta di essere seduta a questo tavolo virtuale) a ogni forma di censura o di etichettatura governativa di vero/falso”. Cè anche da tenere in considerazione il paradosso che proprio l’informazione governativa, dall’inizio dell’emergenza, è stata quanto mai lacunosa e contraddittoria: non solo sulla famigerata questione delle mascherine, prima inutili ora salvifiche, ma anche sull’interpretazione stessa delle misure di prevenzione alla diffusione del contagio. Per non parlare dell’approccio iniziale all’influenza, poi epidemia, poi pandemia. Inoltre, se persino ricercatori e virologi appaiono spesso in contrasto (sopratutto in televisione) nel merito dell’infezione, del contagio e delle misure preventive, come possono un gruppo di persone, la maggior parte senza competenze scientifiche, determinare cosa è vero e cosa no? In una fase storica in cui tante libertà costituzionali sono state sospese, era proprio necessario mettere in discussione anche l’art. 21? È vero, le fake news rappresentano un “cancro” nell’informazione del nostro tempo, ma è anche attraverso una coerente comunicazione istituzionale che vanno combattute, non a suon di tweet e dirette facebook.

 
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Era meglio un oceano di silenzio

Post n°15698 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema
 

Michela Murgia, insultando con senso di rozza superiorità i testi di Franco Battiato, ha mostrato, ancora una volta, la distanza che si è creata tra la cultura popolare e il classismo delle ”élite”.
di Andrea Scaraglino - 6 Aprile 2020 

Le colonne di questo giornale sono sempre state coraggiose, travalicando il culto del politicamente corretto sono riuscite a raccontare, con professionalità e onestà intellettuale, le mille storture del mondo globalizzato e dei suoi adepti. Ed è grazie a questo coraggio che, anche questa volta, siamo riusciti a non voltarci dall’altra parte e ad affondare le mani nel più cencioso e mefistofelico olezzo, quello dell’accademia fine a se stessa. Chi scrive, in spregio delle più naturali leggi di autoconservazione, si è sciroppato ben diciassette minuti di Michela Murgia a briglia sciolta, diciassette minuti di prosopopea autoreferenziale e distruttiva che, in questo periodo così particolare, assumono le sembianze plastiche del masochismo. In altre occasioni avremmo lasciato correre, avremmo lasciato fare al tempo e alla sua notte d’oblio ma, in questo caso, ravvisando una pericolosità intrinseca all’accaduto ben maggiore del fatto stesso, abbiamo deciso di rispondere. L’attacco della scrittrice sarda, gratuito e infondato, alla persona e ai testi di Franco Battiato, definiti quest’ultimi delle “minchiate assolute”, secondo noi nasconde un pericolosissimo significato latente di stampo classista, sottolineante la deriva umana che una certa classe ha intrapreso. Ovvero: solo l’accademia, con i suoi tecnicismi e le sue odierne chiavi interpretative, può essere cultura.

Un salto indietro di un secolo all’interno del dibattito culturale, un balzo negante la profondità della cultura popolare e del suo significato sociale. Un balzo che rimarca, ancora una volta, la distanza siderale che si è creata, soprattutto nell’ultimo decennio, tra il popolo e l’élite culturale di questa Nazione. Ora, accettando il fatto che la soggettività in questi specifici campi non può non essere presa in considerazione, è riprovevole il tentativo contrario. Oggettivare il pensiero personale dall’alto della propria cultura più “sviluppata”, deridere e squalificare quello dell’ “avversario” che, nel caso specifico, è giusto ricordarlo, non è nelle condizioni fisiche di rispondere, è da vili. Slegare i testi di Battiato dalla sua musica è impossibile, scimmiottare il “Cuccurucucu paloma”, analizzandolo come semplice locuzione, è stupido, oltre che inutile. Battiato e la sua arte parlano per immagini e rimandi storici, tramite sentimenti comuni declinabili diversamente da ognuno di noi. Ci dipingono un immaginario onirico che ha i contorni del nostro reale, una base comune per interpretare la quotidianità. Spiegano, rappresentandola al meglio, la nostra dimensione di animale sociale, dove pubblico e privato della nostra esistenza devono coincidere per permetterci di vivere appieno: “emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’Uno al di sopra del bene e del male, essere un’immagine divina di questa realtà”.

È in questi versi che sta la grandezza di Franco Battiato, e si capisce perchè il materialismo progressista, impersonificato dalla Murgia, cerchi di ridicolizzarla. Colpire scientemente chi ancora tenta di rendere l’uomo intero nel suo profondo e nella società, questo il deplorevole fine. Del resto, troppe volte deve aver provato un moto di fastidio, un certo tipo umano, ascoltando il proseguo di “E ti vengo a cercare”, troppo netto il contrasto con se stesso: “E ti vengo a cercare, con la scusa di doverti parlare, perché mi piace ciò che pensi e che dici, perché in te vedo le mie radici. Questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità mi spinge solo ad essere migliore, con più volontà”. Chi scrive, con un padre nato a Tunisi e il cuore lasciato ad Ognina, non può far altro che aspettare il ritorno dell’ “era del cinghiale bianco”, sperando di aver azzittito, anche solo per un momento, “La voce del padrone”.

 
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Il libro dell’inquietudine ai tempi del coronavirus

Post n°15697 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema
 

In questo momento il nostro mondo, come quello del Bernardo Soares di Pessoa, sembra essersi ridotto ad una modesta finestra. Eppure, come Soares a suo tempo, ci stiamo rendendo conto di quanto coscienza e vita umana siano infinitamente più potenti di ogni futile sovrastruttura, spazzata via dal virus.
di Massimiliano Vino - 6 Aprile 2020 

Mai come in questo momento la vita e i sentimenti dell’uomo moderno sono stati messi così tanto alla prova. Un nuovo mondo si prospetta, alla fine della più grande emergenza dal secondo dopoguerra; e intanto pensieri ossessivi, malinconia mista ad angoscia e a paura, cominciano a ripercuotersi su una popolazione privata dei suoi abitudinari ritmi di lavoro, consumo e tempo libero. Una società come quella occidentale si ritrova oggi rivoltata nella sua più intima essenza: si ritrova cioè a dover fare i conti con sé stessa. Ognuno si ritrova da solo. Chi in famiglia, chi in qualche alloggio studentesco, chi bloccato fuori, chi completamente solo in qualche appartamento nelle vie, ormai sgombre e silenziose, di Roma o Milano. L’unica compagnia, che non siano la rete sociale, il cellulare, le voci – divenute tragicamente familiari – dei rapporti della protezione civile, della televisione, dei telegiornali, diviene per molti la finestra; quella finestra a cui, in fondo, raramente si faceva caso quando la vita era normale.

Raramente si guardava oltre. Raramente ci si perdeva, non tanto nel panorama, quanto nella propria coscienza tramite quella piccola apertura verso il mondo esterno. La casa stessa era un luogo di passaggio. Si potevano scorgere persone di cui non ci importava nulla passeggiare nel marciapiede sottostante, notare dei panni appesi, senza che nulla dei colori e del tessuto potesse colpirci; si poteva scorgere una televisione accesa, o udire le grida o le risate provenienti da qualche altra abitazione. Tutto si risolveva come parte millesimale del nostro tempo. Tempo perso, presumibilmente. Tempo che sarebbe stato meglio dedicare ad altro, a qualcosa di produttivo. Ma il produttivo in questo momento non esiste più per molti di noi. Certo, esistono gli impegni che pur ci auto infliggiamo, nella speranza di non dover fare i conti con quella marea di tempo libero di cui ora, improvvisamente, disponiamo e che dobbiamo pur tuttavia adattare ad uno spazio che è estremamente limitato. D’un tratto quella finestra è divenuta il confine visibile tra noi e quanto sta succedendo, nonché il teatro delle nostre emozioni e dei nostri pensieri.

 

Chissà cosa avrebbe pensato quel Bernardo Soares inventato da Fernando Pessoa, qualora una simile pandemia lo avesse costretto a rimanere in casa, solo con la propria coscienza? Quel Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, a cura di Antonio Tabucchi, rappresenta oggi un capolavoro letterario vivo e pulsante, un viaggio nell’interiorità dell’umano tremendo e sincero, il luogo in cui maggiormente si trovano dispiegate le paure e i pensieri di qualsiasi uomo sospeso oggi tra la propria realtà e quella esistente, tra la tragedia del mondo della frenesia e della produzione messo in ginocchio e la propria, effimera eppure mai così potente, capacità di immaginazione e di auto-introspezione. Ciò che prevale, nell’uomo in quarantena e in Soares, è certo inizialmente pura nostalgia:

Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.

Quanta nostalgia ci pervade in questo momento? La luce in fondo al tunnel sembra così lontana, così inavvicinabile. Dopo questa esperienza non saremo più gli stessi. Il nostro mondo non tornerà mai come prima. Questo è quanto ci dicono. Questo è quanto, masticando e rimasticando il concetto, non sappiamo se interpretare in senso positivo o negativo. Intanto i giorni scorrono. Il piccolo viaggio interiore di Soares procede di pari passo, disilluso e per nulla speranzoso:

Sperare? Cosa devo sperare? Il giorno non mi promette altro che il giorno e io so che esso ha un decorso e una fine. La luce mi anima ma non mi migliora, perché uscirò da qui come sono arrivato qui: più vecchio di ore, più allegro di una sensazione, più triste di un pensiero. In ciò che nasce possiamo sentire ciò che in esso nasce o pensare ciò che in esso dovrà morire. Ora, sotto la luce ampia e alta, il paesaggio della città è come quello di un campo di case: è naturale, è esteso, è strutturato. Ma anche nel vedere tutto ciò, potrò forse dimenticarmi che esisto? La mia consapevolezza della città è, dal di dentro, la consapevolezza di me stesso.

Come sottolineato da Tabucchi, l’esistenza stessa di Soares pare ricomporsi e liquefarsi continuamente. Un ciclo continuo in cui la coscienza, anziché negarsi continuamente per rinascere in forme nuove, si nega e basta, viaggiando ad un ritmo lento ed incalzante al tempo stesso fino ad avvicinarsi al suo completo annullamento. Soares è la negazione costante della massima di Cartesio: è il pensare che non presuppone l’esistenza. Perché esistere è ben altra cosa. Quanti non riescono oggi a dare un senso a quanto sta avvenendo? Oltre a ciò che faremo dopo questa esperienza, oltre le videochiamate, oltre ai sondaggi o alle celeberrime challenge sui Social Network, chi o che cosa siamo noi in questo momento? Esistiamo senza essere in funzione di qualcos’altro?

Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, e non mi appartengo. In fondo la vita è in se stessa una grande insonnia e c’è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo.

Ci sdoppiamo e ci triplichiamo, come Pessoa e come il suo Soares (che è già un doppio o un triplo del poeta portoghese). La nostra coscienza fa i conti con sé stessa per un tempo che sembra non dover avere mai fine. Fuori si studiano soluzioni per uscire da questo stallo, mentre l’attesa per la rinascita sembra non dover finire mai. Intanto, come piccoli sovrani, presidenti o ministri del regno della nostra coscienza, individualmente cerchiamo una soluzione alla nostra personale crisi economica, che è crisi di sicurezze, che è desiderio di ricostruirci:

Il governo del mondo comincia in noi stessi. Non sono le persone sincere che governano il mondo, ma neppure le persone insincere. Sono coloro che fabbricano in se stessi una sincerità reale con mezzi artificiali e automatici; quella sincerità costituisce la loro forza ed essa brilla nei confronti della sincerità meno falsa degli altri.

Da qui sorge la critica di Soares al desiderio di veder cambiare il mondo (che oggi è il desiderio di molti, specie di quanti hanno scorto da anni le storture del nostro attuale sistema economico e sociale), senza prima voler cambiare se stessi:

Rivoluzionario o riformatore: l’errore è lo stesso. Incapace di dominare e di modificare il suo atteggiamento verso la vita, che è tutto, o verso se stesso, che è quasi tutto, l’uomo fugge volendo modificare gli altri e il mondo esterno. Ogni rivoluzionario, ogni riformatore, sono degli evasi. Combattere è non essere capace di combattere se stesso. Riformare significa essere incapace di correggersi.

Il viaggio nella coscienza di Soares, nella coscienza di un recluso, sfiora dunque le possibilità di un riscatto. Un riscatto senza illusioni, giacché «quando si è giocato a domino, che si sia vinto o che si sia perso, dobbiamo capovolgere le pedine, e il gioco finito è nero», ma pur con un’idea di sopravvivenza nel pieno delle facoltà e delle possibilità umane, libere finalmente dalle catene dell’utile che ora sono venute meno. Ci si scopre in grado di sopperire a sé stessi, nell’isolamento. Ci si scopre in grado di non dover dipendere da nessuno:

La libertà è la possibilità dell’isolamento. Sei libero se puoi allontanarti dagli uomini senza che ti obblighi a cercarli il bisogno di denaro, o il bisogno gregario, o l’amore, o la gloria, o la curiosità, che non si addicono al silenzio e alla solitudine. Se è impossibile per te vivere da solo, sei nato schiavo. Puoi avere ogni grandezza, ogni nobiltà d’animo: sei uno schiavo nobile, o un servo intelligente. Non sei libero.

Fu previdente Pessoa – pardon, Soares – nell’immaginare le reazioni di chi, giustamente, avrebbe avuto da ridire sul suo modo di interpretare la vita umana, e sui suggerimenti impliciti per poter sopravvivere a se stessi. Non si illude, infatti, Soares, della condizione spesso privilegiata che accompagna i grandi sognatori e i grandi malinconici:

Le grandi malinconie, le tristezze piene di tedio non possono esistere se non in ambienti confortevoli e di sobrio lusso. Per questo Egeus di Edgar Allan Poe può restare ore ed ore in languida concentrazione in un antico castello avito ove, al di là della grande porta della sala in cui la vita languisce, invisibili maggiordomi amministrano la casa e il cibo. I grandi sogni necessitano di certe condizioni sociali.

Vorremmo aggiungere: necessitano della sicurezza di non ritrovarsi, improvvisamente, senza lavoro, in cassa integrazione, con appena 600 euro mensili con i quali sostenersi a livello di beni essenziali. Non c’è nulla di poetico, nulla di costruttivo o di desiderabile in una condizione del genere per chi, già in questo momento, sta provando sulla propria pelle il disastro economico che si accompagna alla pandemia, su chi è consapevole degli enormi sacrifici che dovrà sopportare per sé e per la propria famiglia. Infine, non vi è apparentemente nulla di poetico in chi è ora in trappola in un appartamento squallido e minuscolo. Ma nella povertà, pur qualcosa si muove. Soares non è certo Poe o un visconte, o un barone. La sua condizione è quella del piccolo impiegato (come Pessoa, ndr), che vive al quarto piano di un anonimo edificio in Rua dos Douradores a Lisbona:

Ma perfino da questo quarto piano sulla città si può pensare all’Infinito. Un infinito con magazzini sottostanti, è vero, ma con le stelle all’orizzonte… È quanto mi viene alla mente in questo pomeriggio ultimo, presso questa alta finestra, nell’insoddisfazione del borghese che non sono e nella tristezza del poeta che non potrò mai essere.

L’infinito che immaginiamo può essere anche un infinito in carne ed ossa. Mai le persone ci sono sembrate così vive come in questo momento. Spettri dinanzi alla nostra indifferenza quando le strade erano piene, la vita fremeva, il lavoro ci occupava il tempo e la mente, ora li riscopriamo in quanto anime, in quanto coscienze. Ognuna con i propri problemi e con le proprie sofferenze:

Il disprezzo che sembra esistere fra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini, o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime.

Il cammino di Pessoa/Soares attraverso la quarantena si potrebbe pertanto concludere qui. Tra le espressioni sempre più rade dei volti familiari che si vedono per strada o in diretta video, di cui si ascolta la voce, con i quali si comunica e si cerca il contatto entro i limiti concessi dalle attuali restrizioni, nella ricerca mai così spasmodica e sentita di una umanità che si riscopre per ciò che è, in tutta la sua mortale e condivisa fragilità. Il mondo che sta crollando è solo esteriore. Stanno venendo meno soltanto le sovrastrutture di un pensiero e di un modo di vivere che aveva poco a che fare con la condizione umana. Liberi per la prima volta di esistere, ci riscopriamo in grado di sopperire alle mancanze che la società e il mondo sembravano essere in grado di sostenere con la sola forza artificiale del tempo che ci sottraevano. Diamo ascolto a noi stessi, giacché solo su noi stessi e su una società che si sarà riscoperta più umana di quanto non sia mai stata, su una social catena di leopardiana memoria presto potremo fare affidamento. Rimaniamo solidi e vigili, e vivi come nelle parole- forse le più belle – di Bernardo Soares:

Anche se intorno a noi crollerà ciò che fingiamo di essere, perché coesistiamo, dobbiamo rimanere impavidi: non perché siamo retti, ma perché siamo noi; ed essere noi significa non avere niente a che vedere con le cose esterne che crollano, anche se crollano su ciò che noi siamo per essere.

 
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Avati: "Dalla Rai ok al film su Dante" da cinecittà news

Post n°15696 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema
 
Tag: news

"Tre ore fa, dopo 18 anni - era il 2002 e ora siamo nel 2020 - attraverso una conference call con Paolo Del Brocco e tutto il board di Rai Cinema, hanno finalmente dato il via a questo film su Dante che stiamo preparando per i 700 anni dalla morte, che cadranno il 14 settembre del 2021. Non lo sa ancora nessuno". Lo rivela a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio 1, il regista Pupi Avati, intervenuto alla trasmissione condotta da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro. Ha già scritto il film? "L'ho già scritto e lo abbiamo anche già tradotto in inglese". Quando sarà pronto? "Il 13 settembre del 2021", ha scherzato Avati.

 
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L’IMPORTANZA DELLA TEORIA DELLO STATO LENINISTA ALL’EPOCA DELLA CRISI DEL COVID-19 da ordinenuovo

Post n°15695 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema

L’IMPORTANZA DELLA TEORIA DELLO STATO LENINISTA ALL’EPOCA DELLA CRISI DEL COVID-19

 

Lenin teorico della politica marxista

Lenin è stato il più grande teorico marxista del XX secolo e la sua opera rappresenta un classico, essendo un punto di riferimento imprescindibile per la teoria e la politica rivoluzionaria del XXI secolo. Il contributo di Lenin parte direttamente dallo studio di Marx ed Engels, ma ha una sua originalità, perché la sua elaborazione è sempre creativa e capace di adattare e sviluppare i principi dei due fondatori del socialismo in base alle condizioni e al mutare della storia. La teoria leninista è la teoria della rivoluzione per come questa si prospettava tra la fine dell’XIX e l’inizio del XX secolo e rappresenta un corpus unitario, con le varie parti – lo studio delle condizioni economiche della Russia, la teoria dell’imperialismo, la teoria dello Stato e del partito – che si incastrano perfettamente, realizzando la visione d’insieme e intimamente coerente di un progetto rivoluzionario.

Tuttavia, se ci si permette una valutazione, la parte più originale e importante, da cui trarre indicazioni preziose per il presente, è quella della teoria politica. Infatti, Lenin ha il merito enorme di aver realizzato qualcosa che prima non esisteva se non in spunti sparsi: l’elaborazione e la sistematizzazione di una teoria marxista della politica.

Lenin è sia il leader pratico della Rivoluzione d’Ottobre sia il teorico principale della politica in senso marxista. Non che Marx e Engels non avessero una teoria politica, tutt’altro. Entrambi svolsero un decisivo ruolo politico pratico nella I internazionale, e in tutte le loro opere fanno riferimento a elementi di teoria politica, soprattutto allo Stato, da cui Lenin trae spunto e attinge a piene mani, ma nessuna delle loro opere tratta in modo sistematico ed esclusivo dell’argomento. Si può dire che la teoria politica marxista si è definita con Lenin quando si sono generate le condizioni storiche per la rivoluzione politica. Questo è vero, ma in realtà il problema della mancanza di una teoria politica marxista rappresenta un grave limite anche in periodi non rivoluzionari.

Fu proprio Lenin a denunciare come la mancanza di una teoria dello Stato fosse alla base della degenerazione opportunistica della II Internazionale e dell’allinearsi dei partiti socialisti, che ne facevano parte, ai rispettivi imperialismi al momento dello scoppio della I Guerra mondiale. Ma anche dopo l’Ottobre sovietico, quando si cercò di diffondere la rivoluzione in Europa occidentale, è sempre alla mancanza o ai limiti di comprensione della teoria politica marxista che da Lenin viene attribuita l’incapacità di una parte dei partiti comunisti occidentali di sviluppare una vera pratica politica di massa, liberandosi delle tendenze estremiste .

La Teoria politica di Lenin si compone essenzialmente di due parti: la teoria dello Stato e la teoria del partito, la quale contiene anche un’altra parte importante, la teoria della coscienza di classe. Sebbene usualmente abbia riscosso maggiore attenzione la teoria del partito, la parte più importante è costituita dalla teoria dello Stato, cui Lenin, subito prima della rivoluzione d’Ottobre dedica l’opera più importante: Stato e rivoluzione (pubblicato nel maggio 1918), le cui tematiche verranno riprese, in parte, da La Rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (novembre 1918). Lenin, in Stato e rivoluzione, ci rivela come avesse dovuto svolgere un vero e proprio lavoro di scavo archeologico per riportare alla luce, dopo cinquanta anni, i principi di teoria dello Stato di Marx e Engels, tanto profondamente erano stati espunti dalla ideologia ufficiale dalla socialdemocrazia dell’epoca. Anche oggi si rende necessario un simile lavoro di scavo archeologico, solo che si dovrebbe andare ancora più nel profondo e confrontarsi con illusioni sulla democrazia e sullo Stato, che sono molto più radicate che all’epoca in cui Lenin scriveva.

La non neutralità di classe dello Stato

Proprio oggi, nell’epoca della crisi del covid-19, definire correttamente la natura dello Stato e il modo di rapportarsi ad esso è di importanza ancora maggiore, perché siamo in una fase in cui il ruolo dello Stato sembra riacquistare una nuova importanza. Per decenni, nel corso di quella che è stata definita globalizzazione, erano stati in molti a sostenere l’obsolescenza se non l’inutilità dello Stato. Oggi, a fronte della crisi più grave dal ’29 si assiste invece ad un revival dello Stato.

Il vecchio Stato nazionale dimostra di poter bloccare le frontiere a persone e merci, impone la segregazione in casa a miliardi persone, soprattutto, è chiamato a sostenere le imprese dinanzi al fallimento del principio che aveva guidato il mondo per quaranta anni, il mercato autoregolato. Lo Stato è persino sollecitato da antichi alfieri della disciplina di bilancio, come Draghi, a indebitarsi senza freni pur di salvare il sistema capitalistico dal suo disfacimento. Persino nella neoliberista Ue, attraverso la commissaria alla concorrenza Vestager, viene dato il via libera agli aiuti di stato alle imprese e alle nazionalizzazioni, per impedire che imprese strategiche vengano a cadere nelle mani di Stati stranieri. A muoversi in questo senso non sono solo l’Italia, dove lo Stato ha rafforzato la normativa sul golden power , e la Francia, ma anche la Germania.

Allo stesso tempo la globalizzazione subisce duri colpi dall’aumento delle misure protezionistiche implementate dai vari Stati, non solo gli Usa e la Cina, ma anche la Ue. Intanto le lunghe catene del valore, ossia l’articolatissima divisione internazionale della produzione delle merci, subiscono un accorciamento mediante la reinternalizzazioni di intere parti della produzione nei Paesi sedi delle imprese. Insomma, siamo di fronte all’emergere di un nuovo paradigma di accumulazione capitalistica, già emerso da qualche tempo ma accelerato dalla pandemia, al centro del quale si riposiziona lo Stato. Di conseguenza, si ripropone come centrale anche la questione della natura dello Stato, anche perché molti cadono nell’equivoco che questo nuovo interventismo dello Stato sia sempre positivo in sé stesso, accogliendo con sollievo quella che sembrerebbe essere la fine del libero mercato autoregolato. Anzi, per alcuni il nuovo ruolo dello Stato sarebbe quasi prodromico alla riproposizione del socialismo come opzione storica.

Questo modo di vedere presuppone un grave limite, ossia la concezione dello Stato come di una macchina essenzialmente neutrale sia dal punto di vista degli interessi di classe che rappresenta, sia dal punto di vista della sua forma e struttura di funzionamento interna. È precisamente questa concezione che viene criticata dalla teoria leninista dello Stato, secondo la quale lo Stato non è mai neutrale dal punto di vista di classe.

Lo Stato nasce dalla divisione in classi della società

La verità è che non è la prima volta che lo Stato interviene direttamente nel processo di accumulazione, anzi la storia del capitalismo è un continuo alternarsi di maggiore e minore presenza dello Stato a seconda delle condizioni che attraversa il modo di produzione capitalistico. Una di queste epoche è proprio quella in cui Lenin elabora la sua teoria dello Stato, quando si affermano il capitalismo monopolistico di Stato e l’imperialismo. Il primo punto da cui parte Lenin è l’origine dello Stato.

La nascita stessa nella storia dello Stato è legata alla divisione della società in classi sociali contrapposte“Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere conciliati. E per converso l’esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili. (…) Lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra. È la creazione di un ordine che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi” .

Gli apparati del dominio di classe dello Stato

Il secondo punto riguarda il modo in cui lo Stato esercita tale dominio di classe, cioè quale ne sia la funzione principale. Lo Stato è un apparato, una macchina che ha come caratteristica principale il monopolio dell’esercizio della forza o della violenza entro un certo territorio. Fin qui anche i teorici borghesi sarebbero d’accordo ed è esattamente questa la definizione che l’antimarxista Max Weber dà dello Stato Ma, per il marxismo, il punto è che questo monopolio dell’esercizio della forza viene esercitato dalla classe economicamente dominante contro la classe economicamente subalterna. La forza stessa non è esercitata dai cittadini come comunità in armi, come poteva accadere nelle comunità primitive. Al contrario, “la società civile è divisa in classi sociali ostili, inconciliabilmente ostili, il cui armamento <<autonomo>> determinerebbe una lotta armata fra di esse” Per questo si forma lo Stato e si creano distaccamenti speciali di uomini armati, separati dal resto della popolazione, di cui sono espressione la polizia e gli eserciti permanenti con le loro appendici materiali, carceri, tribunali e caserme. Infatti, quando una classe ne soppianta un’altra si sforza subito di ricostruire nuovi distaccamenti armati che la servano.

La natura di classe è propria di qualunque tipo di Stato, attraverso il quale la classe economicamente dominante diventa anche la classe politicamente dominante. Questo dato di fatto è riscontrabile anche nello Stato moderno, nella repubblica democratica. Anzi è proprio qui che lo Stato ricopre in modo più efficace la sua funzione.

Secondo Lenin, “L’onnipotenza della <<ricchezza>> è in una repubblica democratica tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo; per questo il capitale dopo essersi impadronito di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.”  La repubblica democratica ha rafforzato il suo carattere di classe, oltre che grazie al potere di imporre imposte e al debito pubblico, soprattutto attraverso due istituzioni: la crescita di un enorme apparato burocratico, costituito da una classe di funzionari, “che appaiono come organi al di sopra della società” , e il militarismo, basato sull’esercito permanente. La critica di Lenin è estesa anche al parlamentarismo. Lenin non è contro le istituzioni rappresentative, ma contro il parlamentarismo, perché il Parlamento “mai nella democrazia borghese decide delle questioni più importanti: esse vengono decise dalla Borsa e dalle Banche.”

La necessità di spezzare la vecchia macchina dello Stato

Il terzo punto riguarda il rapporto tra la classe lavoratrice e lo Stato. La critica di Lenin è duplice. Da una parte è rivolta agli anarchici che si disinteressano dello Stato e la cui unica preoccupazione è abbatterlo, senza porsi il problema di con che cosa e come sostituirlo. Dall’altra parte, la critica è rivolta ai partiti socialdemocratici che ritengono la burocrazia ineliminabile e sempre necessaria. Come ben sintetizzato da Kautsky, il maggiore teorico della socialdemocrazia tedesca, “l’obiettivo della nostra lotta politica rimane la conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo” . Inoltre, sempre per Kautsky, il compito della lotta dei lavoratori nel capitalismo “non può essere di distruggere il potere statale”, ma soltanto di “indurre il governo a fare delle concessioni o di sostituire un governo ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro” mediante “un certo spostamento nel rapporto delle forze all’interno del potere statale” La teoria marxista dello Stato ritiene, invece, che il potere non può essere preso con il semplice suffragio universale e che la classe lavoratrice, una volta conquistato il potere, non può limitarsi a prendere la vecchia macchina dello Stato e a usarla a così com’è a proprio favore.

Così scrive Lenin: “La questione essenziale è di sapere se la vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di spirito burocratico e conservatore) sarà mantenuta oppure distrutta e sostituita con una nuova. La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi attraverso una macchina nuova: è questa l’idea fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito.”

Un nuovo tipo di Stato

Il quarto punto è inerente alle caratteristiche del nuovo Stato della classe lavoratrice, ossia la questione della democrazia e della dittatura del proletariato, definita da Marx come la forma dello Stato socialista. La parola dittatura già all’epoca di Lenin suscitava delle perplessità, ad esempio in Kautsky stesso. La risposta di Lenin è che ogni Stato è una dittatura esercitata dalla classe dominante sulla classe dominata. Ora, si da il caso che, una volta preso il potere dalla classe operaia, le classi non si eliminano immediatamente da sé stesse, ma che continuino a esistere per un certo lasso di tempo. Per queste ragioni, la dittatura del proletariato è esattamente la forma del dominio della classe lavoratrice sui residui delle classi superiori nel periodo di transizione (altrimenti definito socialismo) dal capitalismo al comunismo. Così scrive Lenin sulla questione: “Riguardo alla democrazia un marxista non dimenticherà mai di porre la domanda: <<per quale classe?>> (…) dittatura non significa obbligatoriamente la soppressione della democrazia per la classe che esercita questa dittatura contro le altre, ma significa obbligatoriamente soppressione o importantissima restrizione (restrizione che è essa pure un aspetto della soppressione) della democrazia per quella classe su cui o contro la dittatura è esercitata.”

Se il significato di democrazia è il dominio della maggioranza sulla minoranza, la democrazia si realizzerebbe nel modo più compiuto proprio nella dittatura del proletariato, che è appunto il dominio della maggioranza degli sfruttati sulla minoranza degli sfruttatori.

Un dominio che deve essere fondato, oltre che sul potere armato della classe lavoratrice, su organismi statuali che, come abbozzava Lenin a ridosso della conquista del potere in Russia, non possono che essere sempre meno burocratici, cioè sempre meno istituzioni separate dalla massa del popolo, e sempre più organismi di partecipazione e controllo delle masse sulla gestione della cosa pubblica.

 

La teoria leninista dello Stato e l’oggi

La teoria dello Stato leninista è molto più articolata e complessa di quanto in queste poche righe abbiamo cercato di abbozzare ed è stata ulteriormente sviluppata, in alcuni aspetti, dallo stesso Lenin durante il suo breve periodo di capo del governo sovietico, specialmente sul ruolo di mediazione dello Stato operaio tra le classi popolari e sugli strumenti di controllo della classe operaia sulla produzione e sullo Stato. Altri teorici hanno cercato di sviluppare ulteriormente la teoria politica, partendo da Lenin, come Gramsci e Poulantzas hanno fatto con esiti importanti.

Ma da ormai molto tempo c’è necessità di proseguire e aggiornare l’elaborazione della teoria politica marxista e in particolare quella dello Stato. Il compito è particolarmente necessario oggi non solo perché in Occidente lo Stato sta riprendendo una centralità, che solo in parte aveva lasciato, e in Europa l’euro e la Ue hanno modificato le modalità con cui il capitale ha esercitato il suo dominio sulla classe lavoratrice, ma anche perché abbiamo sotto gli occhi numerose esperienze di tentativi socialisti da cui trarre spunto, sia quelli storici dell’Urss, dei Paesi dell’Est e della Cina, sia quelli contemporanei degli Stati latino americani che hanno provato a costruire un loro percorso di socialismo del XXI secolo. Nonostante lo Stato abbia apparentemente perso potere, in realtà con la Ue e l’euro, se intendiamo – insieme con Lenin – con il termine di Stato l’apparato del dominio della classe capitalistica sulla classe lavoratrice, lo Stato si è molto rafforzato. Fra l’altro proprio per due fattori che Lenin descrive come tipici della saldezza del dominio di classe nella forma democratico-borghese. In primo luogo, la proliferazione di un apparato burocratico – nel nostro caso anche europeo – e la delega, attraverso di esso, di alcune importanti funzioni dello Stato, in particolare il controllo dei bilanci pubblici e della moneta.

La critica al parlamentarismo di Lenin trova nuove conferme nella sostanziale estromissione dei Parlamenti nazionali (e del Palamento europeo) dalle decisioni non solo da parte della burocrazia europea – a partire dalla Bce – ma anche dalla Borsa e dalle banche, ossia da parte dei mercati finanziari: uno spread che sale ha un potere di condizionamento delle scelte politiche molto maggiore di un qualsiasi parlamento nazionale, che molto spesso è confinato in discussioni su fenomeni di importanza secondaria. Ma anche all’interno dello Stato tradizionalmente inteso il dominio del capitale si è rafforzato insieme al rafforzamento del potere degli esecutivi sui parlamenti e al rafforzamento dei distaccamenti armati, compreso il passaggio di quasi tutti gli stati europei al modello di esercito professionale, sempre più impiegato all’estero in operazioni spesso di vera e propria guerra e all’interno in funzioni di ordine pubblico. Il ricorso, sempre più frequente, all’emergenza, sia essa economica, di finanza pubblica o sanitaria, rafforza la tendenza al dominio statuale e alla concentrazione del potere non certo quella alla democrazia.

Inoltre, nei cento anni da Stato e rivoluzione abbiamo visto riemergere a più riprese, anche recentemente, quelle stesse concezioni opportuniste che Lenin criticava in Kautsky come le illusioni sul “sostituire un governo ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro” e sulla “conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento”. Quindi, l’aspetto più attuale della teoria dello Stato leninista sta nella conferma della centralità del concetto di non neutralità dello Stato e nella impossibilità di usare così com’è la macchina statale ereditata dalla borghesia.

Un intervento rinnovato dello Stato nell’economia avrà, come si sta già dimostrando, un segno di classe preciso, cioè a favore del capitale. La non neutralità dello Stato è, però, un concetto centrale anche nel caso di eventuale conquista del potere politico, come Lenin non si stancava di sottolineare. Hanno fatto esperienza concreta di questa verità molti stati latino americani, dove la conquista del governo da parte di forze di sinistra ha lasciato intatta la macchina dello Stato e i suoi legami con la classe dominante, a partire dagli apparati polizieschi, militari e giudiziari, che, infatti, non hanno mancato, come ad esempio nel passato in Cile e più recentemente in Brasile, di incidere sugli esiti successivi del processo politico a danno dei partiti dei lavoratori. Se il Venezuela ha potuto resistere, almeno fino ad ora, è stato proprio perché l’apparato militare è sempre stato legato al governo.

Sono passati più di cento anni da Stato e Rivoluzione e dal Rinnegato Kautsky, e vanno sempre evitate letture dogmatiche che applichino in modo troppo meccanico qualunque teoria, anche la migliore, ma credo che, letta criticamente, la teoria leninista dello Stato possa fornirci dei fondamentali da cui partire che sono ancora oggi pienamente validi. L’insegnamento principale è la centralità della lotta contro lo Stato, anche per la formazione della coscienza di classe. Infatti, come sostiene Lenin nel Che fare? “Il campo dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza di classe è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo” .

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 Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Editori riuniti, Roma, 1974.

 Il golden power attribuisce al governo poteri di interdizione, indirizzo e orientamento nelle transazioni in settori e ambiti strategici (difesa, sicurezza nazionale, energia, trasporti, telecomunicazioni, ecc.)

 Lenin, Stato e rivoluzione, Editori riuniti, Roma 1981, pp.61-62.

 Max Weber, Economia e società, IV Sociologia politica, Edizioni di Comunità, Milano 1995, pp. 4-10.

 Lenin, Stato e rivoluzione, p.65.

 Ibidem, p.69.

 Engels, cit. in Ibidem, p.67.

 Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Newton Compton Editori, Roma 1978, p.50.

 Kautsky, cit. in Lenin, Stato e rivoluzione, pp.199-200.

 Ibidem.

 Ibidem, p.196.

 Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, p. 35.

 Lenin, Che fare? In Trockij, Luxemburg, “Rivoluzione e polemica sul partito, Newton Compton editori, Roma, 1976, p.113.

 
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da The hobbit

Post n°15694 pubblicato il 25 Aprile 2020 da Ladridicinema
 

Sul letto di morte, Thorin si riappacifica con Bilbo

«Thorin: Addio, buon ladro. Io vado ora nelle sale di attesa a sedermi accanto ai miei padri, finché il mondo non sia rinnovato. Poiché ora l'oro e l'argento abbandono, e mi reco là dove essi non hanno valore, desidero separarmi da te in amicizia, e ritrattare quello che ho detto e fatto alla Porta.
Bilbo: Addio, Re sotto la Montagna! Amara è stata la nostra avventura, se doveva finire così; e nemmeno una montagna d'oro può essere un adeguato compenso. Tuttavia sono felice di avere condiviso i tuoi pericoli: questo è stato più di quanto un Baggins possa meritare.
Thorin: No! In te c'è più di quanto tu non sappia, figlio dell'Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d'oro, questo sarebbe un mondo più lieto. Ma triste o lieto, ora debbo lasciarlo. Addio!»

Lo Hobbit

 
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