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CINEMA PARADISO

Blog di cinema, cultura e comunicazione

 

 

Tutti Pazzi a Tel Aviv

Post n°15110 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Che fare quando il mondo è in fiamme?

Post n°15109 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Titolo originale: What You Gonna Do When the World's on Fire?

Che fare quando il mondo è in fiamme? è un film di genere documentario del 2018, diretto da Roberto Minervini. Uscita al cinema il 09 maggio 2019. Durata 123 minuti. Distribuito da Cineteca di Bologna e Valmyn.

Poster
  • DATA USCITA: 09 maggio 2019
  • GENEREDocumentario
  • ANNO2018
  • REGIARoberto Minervini
  • PAESEItaliaUSAFrancia
  • DURATA123 Min
  • DISTRIBUZIONE: Cineteca di Bologna e Valmyn

Che fare quando il mondo è in fiamme?, il film documentario diretto da Roberto Minervini, è una rilessione sul concetto di razza in America.
Judy cerca di mantenere a galla la propria famiglia allargata, mentre gestisce un bar minacciato dalla gentrificazione. Ronaldo Titus, due giovanissimi fratelli, crescono in un quartiere afflitto dalla violenza, mentre il padre è in prigione. Kevin, Big Chief della tradizione indiana del Mardi Gras, lotta per mantenere vivo il patrimonio culturale della sua gente attraverso i rituali del canto e del cucito. Infine, il gruppo rivoluzionario delle Black Panthers indaga sul linciaggio di due ragazzi nel Mississippi, mentre organizza una protesta contro la brutalità della polizia


Presentato in Concorso al Festival di Venezia 2018.


 
 
 

Il Grande Spirito

Post n°15108 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Il Grande Spirito è un film di genere commedia del 2019, diretto da Sergio Rubini, con Sergio Rubini e Rocco Papaleo. Uscita al cinema il 09 maggio 2019. Durata 113 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

Poster

Il Grande Spirito, il film diretto da Sergio Rubini, è ambientato in un quartiere della periferia di Taranto, quando durante una rapina, uno dei tre complici, un cinquantenne dall'aria malmessa, Tonino (Sergio Rubini) approfittando della distrazione degli altri due, ruba tutto il malloppo e scappa. Il suo è un gesto di riscatto nei confronti di chi non ha più rispetto del suo lungo e onorato curriculum delinquenziale, macchiato da un fatale errore, che gli è valso l'ignominioso appellativo di Barboncino. La corsa di Tonino, inseguito dai suoi complici sempre più infuriati, procede verso l'alto, di tetto in tetto fino a raggiungere la terrazza più elevata, oltre la quale c'è lo strapiombo, che lo costringe a cercare rifugio in un vecchio lavatoio. Lì trova uno strano individuo (Rocco Papaleo) dall'aspetto eccentrico: porta una piuma d'uccello dietro l'orecchio, sostiene di chiamarsi Cervo Nero, di appartenere alla tribù dei Sioux e aggiunge che il Grande Spirito in persona gli aveva preannunciato l'arrivo dell'Uomo del destino!
Tonino si trova sotto assedio: il quartiere è presidiato dai suoi inseguitori e gli angoli delle strade controllate. In una immobilità forzata dovuta ad una caduta da un'impalcatura, con il bottino finito sepolto sotto una montagna di pietrisco in un vicino cantiere, falliscono i suoi tentativi velleitari di recuperare la refurtiva e di organizzare una fuga con l'ex-compagna Milena (Bianca Guaccero). Tonino è completamente solo. Non gli rimane che un'unica disperata alternativa: allearsi con quello squilibrato che si comporta come un pellerossa e che, proprio perché guarda il mondo da un'altra prospettiva, potrà forse fornirgli la chiave per uscire dal vicolo cieco in cui è finito.

 

 

Dal Trailer del Film:

Milena (Bianca Guaccero): Che è successo?
Tonino (Sergio Rubini): Tonino Cipriani è tornato il numero uno!
Milena: Ti stanno cercando dappertutto, Toni'!

Tonino: Io e te non ci siamo visti!
Renato (Rocco Papaleo): Tu non te ne puoi andare, sei l'uomo del destino! Questa è una terra sacra, prima qui era pieno di praterie, stava pieno di bisonti così!

Tonino: Quando una femmina la tieni sotto tiro, fai scivolare la mano piano piano, piano piano, piano piano, bum!

Tonino Il Grande Spirito vuole che aiuti l'uomo del destino!
Renato: Una missione?
Tonino Una missione!

Renato: Tu sei quello che s'è rubato tutti i soldi!

Tonino: Dove l'hai messo il borsone?
Renato: L'ho nascosto! Senza borsone, niente destino!

Renato: Lo sai che cosa ha detto Toro Seduto agli yankee?! Quando i fiumi saranno asciutti e gli animali estinti, capirete che non si può mangiare il denaro!
Tonino: Tu t'ha dice a Toro Seduto ca n'ha capisce nu cazz'!

 


 
 
 

Renato Zero annuncia il nuovo album e il tour: “La Storia l’hanno fatta i folli, mai vergognarsi” da music.fanpage.it

Post n°15107 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Doppia novità per Renato Zero che oggi ha annunciato sia l’uscita del suo nuovo album “Zero il folle” che un tour nei palasport italiani che prenderà il via il prossimo 1 novembre. Il cantante romano torna a stupire i suoi fan con quattro artwork diversi e l’ispirazione ai grandi folli della cultura mondiale.

Doppia novità per Renato Zero che oggi ha annunciato sia l'uscita del suo nuovo album "Zero il folle" che un tour nei palasport italiani che prenderà il via il prossimo 1 novembre. Ogni volta che Zero si muove è un piccolo evento, come dimostrato già con il progetto "ZEROVSKIJ… solo per amore” e, stando almeno agli artwork (sono 4) del suo nuovo album, non mancheranno sorprese e genialità anche questa volta: "Folle è chi sogna, chi è libero, chi provoca, chi cambia. Folle è chi rifiuta le regole e l’autorità, alimentando i desideri nascosti di chi lo giudica e segretamente vorrebbe assomigliargli. Folle è chi non si vergogna mai e osa sempre, per rendere eterna la giovinezza. Folle è RENATO ZERO." si legge nel comunicato stampa che accompagna le notizie, puntando, quindi, proprio sul concetto di follia che evidentemente il cantante declinerà in questo nuovo album.

 

I folli dell'arte

Il cantante lo specifica anche nelle poche parole con cui accompagna l'annuncio di tour e album – che segue l'uscita del live "Alt in tour" – e in cui ricorda alcuni grandi artisti ‘folli', di quelli che hanno fatto la Storia, appunto: "Scommettiamo che il tempo non ci tange? Che la ruga non ci sfiora? Che il sogno ci sostiene e la musica ci adora? Siamo folli Impenitenti. Siamo Alunni e Professori. Siamo Principi e Corsari. Siamo Giovani Maturi. Scommettiamo che non ci fermerà nessuno? Il folle esprime il rifiuto di ogni autorità e si alimenta dei desideri nascosti di chi lo giudica e segretamente vorrebbe assomigliargli. La Storia l’hanno fatta i folli: Gesù, Galileo, Mozart, Martin Luther King, John Lennon, Pasolini, Steve Jobs".

È Zero non ha mai nascosto la sua voglia di stupire e anche la sua follia, che oggi mette in parole: "Non vergognarsi mai e osare tutto, per rendere eterna la giovinezza. L’elogio alla follia 500 anni dopo ha parole nuove e incontra il pentagramma. Perché, 500 anni fa come oggi, nessuna società, nessun legame potrebbe essere gradevole o duraturo se gli uni con gli altri non ci lusingassimo vicendevolmente col miele della follia". L'album, che uscirà a ottobre sarà prodotto da Trevor Horn, che con i The Buggles scrisse la mitica "Video killed the radio stars" e che nella sua carriera ha collaborato con Paul McCartney, Rod Stewart, Robbie Williams, Frankie Goes To Hollywood, Pet Shop Boys, tra gli altri.

 

Le date del tour e come acquistare i biglietti

Il tour partirà l'1 novembre al Palazzo dello sport di Roma (dove canterà anche il 3, 4 e 6), per proseguire il 14 e 15 novembre al Mandela Forum di Firenzze 15 novembre, il 18 e 19 novembre al Grana Padano Arena di Mantova, il 23 e 24 novembre alla Vitrifrigo Arena di Pesaro, il 7 e 8 dicembre al Modigliani Forum di Livorno, il 14 e 15 dicembre al Pala Alpitour di Torino, il 21 e 22 dicembre alla Unipol Arena di Bologna, l' 11 e 12 gennaio al Mediolanum Forum di Milano, il 18 e 19 gennaio al Palasele di Eboli e il 23 e 25 gennaio al Palaflorio di Bari. I biglietti saranno disponibili in prevendita dalle ore 11 di domani, giovedì 9 maggio, sul sito ufficiale di Renato Zero, sul sito Vivaticket e nei punti vendita autorizzati Vivaticket.

 

continua su: https://music.fanpage.it/renato-zero-annuncia-il-nuovo-album-e-il-tour-la-storia-lhanno-fatta-i-folli-mai-vergognarsi/

http://music.fanpage.it/

 
 
 

Game of Thrones 8: potrebbero esserci altri draghi? Le teorie da mondofox

Post n°15106 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

 di  - 07/05/2019 16:27 | aggiornato 07/05/2019 16:31

Drogon è l'ultimo della sua specie? Secondo i fan di Game of Thrones, no. In rete circolano diverse suggestive e talvolta folli teorie che sostengono che potrebbero esserci altri draghi...

I draghi di Daenerys all'attacco

 

 

Mancano solo due appuntamenti (!) alla fine di Game of Thrones, ma è praticamente impossibile prevedere dove andrà a parare la serie basata sulle Cronache del ghiaccio e del fuoco. L'episodio 8x03, The Long Night, ha polverizzato gran parte delle teorie dei fan su quello che sarebbe potuto accadere e stordimento e hype vanno a braccetto.

D'altra parte, la piega presa dagli eventi in The Last of the Starks, l'ultimo promo e la presenza dello specialista delle (grandi) battaglie, Miguel Sapochnik, al timone dei prossimi 80 minuti lasciano presagire un nuovo, epico scontro.

Ma Daenerys è attrezzata per il confronto finale con Cersei? L'armata della Khaleesi è stata più che dimezzata dall'esercito del Night King e la Regina di Approdo del Re può contare sulla flotta di Euron Greyjoy e sui 20mila uomini e 2mila cavalli della Compagnia Dorata.

Attenzione! Possibili spoiler!

Voglio leggerlo!

Soprattutto, la Madre dei Draghi è rimasta con uno solo dei suo adorati figli. Drogon è l'ultimo sopravvissuto ed è vulnerabile proprio come Rhaegal. La potenza di fuoco (letteralmente) della giovane Targaryen è ai minimi termini e le sue possibilità di conquistare l'Iron Throne e di vendicarsi di Cersei sembrano davvero poche.

A meno di un clamoroso colpo di scena.

In rete circolano varie teorie sulla eventuale esistenza di altri draghi. Le più interessanti sono state raccolte da Time e Refinery29 e aprono la strada a diversi scenari.

Drogon ha deposto delle uova

Daenerys ha chiamato i suoi draghi Drogon, Rhaegal e Viserion, in omaggio al marito Khal Drogo e ai fratelli Rhaegar e Viserys. Ma i nomi maschili non devono trarre in inganno. Nei romanzi di George R. R. Martin viene spiegato che le possenti creature alate non sono "né maschio, né femmina", bensì sono "mutevoli come la fiamma". Questo significa che Drogon potrebbe avere deposto delle uova. Ma perché proprio lui/lei?

Durante la quinta stagione di Game of Thrones, il figlio prediletto della Khaleesi sparisce per lungo tempo e la sua stessa madre non sa dove sia finito. 

Il mistero viene svelato nell'episodio 5x05, Uccidi il ragazzo. Tyrion e Ser Jorah Mormont stanno navigando su una piccola imbarcazione il fiume che attraversa le rovine della antica Valyria, quando il Folletto vede nel cielo Drogon.

Cosa ci fa il drago nelle terre ancestrali dei Targaryen?

Una ipotesi è che abbia deposto delle uova e accudito dei figli fino allo svezzamento. Ma può anche darsi che abbia trovato altri suoi simili già adulti (eventualità che non esclude la prima, anzi).

Come l'una o l'altra possibilità (o entrambe) possano giocare a vantaggio della Khaleesi è tutto da vedere. Ma vero è che Drogon ha mostrato un atteggiamento protettivo nei confronti di Daenerys in diverse occasioni. La più recente è stata dopo la battaglia con il Night King, quando si è accucciato vicino a sua madre in lacrime sul corpo di Ser Jorah Mormont e ha stretto entrambi in una sorta di abbraccio con il corpo e le ali.

Se diversi draghi attaccassero la Capitale, gli scorpioni di Qyburn potrebbero non bastare.

E circa questa eventualità, chi scrive ha una domanda. Cosa vede Euron Greyjoy quando scruta il cielo alla fine del teaser dell'episodio 8x05? Il Re delle Isole di Ferro cambia espressione e sembra sconvolto (dal minuto 00:28). Considerato che ha già ucciso un drago (quando erano in due), la vista del solo Drogon non dovrebbe turbarlo in quel modo...

Le 3 uova dei draghi di Daenerys non erano le ultime

Le uova di drago da cui nascono Drogon, Rhaegal e Viserion compaiono nell'episodio di Game of Thrones 1x01, L'inverno sta arrivando, quando Magistro Illyrio Mopatis le regala a Daenerys in occasione del suo matrimonio con Khal Drogo:

Uova di drago, Daenerys. Dalla Terra delle Ombre, al di là di Asshai. Il passare delle Ere le ha trasformate in pietra, ma sono sempre meravigliose.

L'alleato di Varys e anfitrione di Daenerys e di suo fratello Viserys a Pentos lascia intendere che si tratti di un dono molto prezioso, perché unico nel suo genere. Ma è davvero così? E se nelle Terre delle Ombre ci fossero altre uova di drago? In fondo, si tratta di luoghi di magia e misteri.

GoT 1x01: le uova di drago regalate a Daenerys

Ma forse potrebbero esistere degli esemplari molto più vicino.

Come ricordava qualche tempo fa un utente della piattaforma Medium, nel libro Il mondo del ghiaccio e del fuoco. La storia ufficiale di Westeros e del Trono di George R. R. Martin, viene raccontata la storia del nano pazzo Mushroom, che sostiene che il drago Vermax abbia deposto delle uova nelle Cripte di Grande Inverno.

Entrambe le teorie sono affascinanti, ma... poco utili. Almeno, dal punto di vista di Daenerys. 

Se la possibile esistenza di uova garantisce un futuro alla stirpe dei draghi, di certo non aiuta la Khaleesi nell'immediato. Anche se la giovane Targaryen trovasse il modo di fare schiudere una covata, i nuovi nati ci metterebbero anni a crescere.

Rhaegal non è davvero morto

Rhaegal è stato trafitto da numerosi giavellotti scagliati dagli Scorpioni montati sulle navi di Euron Greyjoy e si è inabissato nelle profondità del mare perdendo fiotti di sangue. La sua morte sembrerebbe fuori discussione, ma... non tutti i fan sono convinti che sia così.

Secondo una teoria che circola in rete, il drago potrebbe tornare

Oltre alla già menzionata espressione sconvolta di Euron, i sostenitori della (folle, ma affascinante) ipotesi portano come indizio il dialogo tra Cersei e il Re delle Isole di Ferro dopo l'imboscata alla flotta Targaryen. La Regina di Approdo del Re chiede al suo amante se è "certo" della morte di Rhaegal ed Euron risponde che l'ha visto sprofondare tra le onde. Ma quando un personaggio si sincera di una morte e non c'è un corpo... di solito, colpo di scena ci cova.

D'altra parte, il commento degli sceneggiatori all'episodio sembrerebbe escludere la sopravvivenza del drago. D. B. Weiss e David Benioff hanno spiegato che la morte di Rhaegal avrà pesanti ripercussioni su Daenerys. Ma per gli irriducibili, è anche vero che i due sceneggiatori avevano detto e ribadito che Jon Snow non sarebbe tornato.

Insomma, come sempre nell'attesa del nuovo episodio di Game of Thrones, vale tutto e il contrario di tutto.

La verità sarà svelata lunedì 13 maggio, alle 3:00 del mattino, su Sky Atlantic.

 
 
 

La città che cura

Post n°15105 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Titolo originale: La città che cura

La città che cura è un film di genere documentario del 2019, diretto da Erika Rossi. Uscita al cinema il 09 maggio 2019. Durata 89 minuti. Distribuito da Lo Scrittoio.

Poster
  • DATA USCITA: 09 maggio 2019
  • GENEREDocumentario
  • ANNO2019
  • REGIAErika Rossi
  • PAESEItalia
  • DURATA89 Min
  • DISTRIBUZIONE: Lo Scrittoio

La città che cura, il film documentario diretto da Erika Rossi, racconta una periferia come tante, in cui la solitudine e le difficoltà rendono la vita più difficile: Plinio, un anziano pianista ipocondriaco, non vuole più uscire di casa, Robertoaffronta la fatica di vivere dopo un grave ictus, Maurizio paga lo scotto di una vita di eccessi. Grazie al progetto di salute pubblica presente nel quartiere per Plinio, Roberto e Maurizio si aprono nuove opportunità, nuovi scenari di vita in cui mettersi nuovamente in gioco, perchè “curare” significa creare relazioni, conoscere le persone e i loro bisogni, stare insieme e condividere i problemi di ogni giorno.


 
 
 

Tutti Pazzi a Tel Aviv

Post n°15104 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Titolo originale: Tel Aviv on Fire

Tutti Pazzi a Tel Aviv è un film di genere commedia del 2018, diretto da Sameh Zoabi, con Kais Nashif e Lubna Azabal. Uscita al cinema il 09 maggio 2019. Durata 100 minuti. Distribuito da Academy Two.

Poster

Tutti Pazzi a Tel Aviv, il film diretto da Sameh Zoabi, vede come protagonista Salam, un irresistibile Kais Nashif che lavora per una famosa soap opera palestinese ed è costretto a superare ogni giorno un posto di blocco israeliano. I suoi guai iniziano quando il comandante Assi, per impressionare la moglie, fan accanita della soap, pretende di interferire nella sceneggiatura. Ma i produttori sono in disaccordo sul finale e a Salam servirà un colpo di genio per risolvere i suoi problemi.

 


 
 
 

Film nelle sale dal 6 al 12 maggio

Post n°15103 pubblicato il 08 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

 
 
 

Wikileaks racconta delle condizioni di Julian Assange in carcere da sputnik

Post n°15102 pubblicato il 07 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Il caporedattore del sito Wikileaks Kristinn Hrafnsson dice che Assange è in stato di repressione, ma non distrutto.

“È una persona molto forte. Lotterà. Sa di essere innocente, di non aver fatto niente di male”, dice Hrafnsson.

Secondo il giornalista, Assange ha bisogno del sostegno della società. Inoltre, continua, quello che sta accadendo al fondatore di Wikileaks non si può chiamare giustizia.

“È stato uno choc vedere il mio amico, un intellettuale, un editore, un giornalista e una persona che con il suo lavoro ha cambiato il mondo del giornalismo, in un carcere a regime duro”, racconta Hrafnsson.

Julian Assange dopo l'arresto a Londra
© REUTERS / HENRY NICHOLLS

Nella prigione di Belmarsh, vicino a Londra, Assange ha ricevuto anche la visita dell’attrice Pamela Anderson, sua amica. Pamela ha ammesso che vedere il suo amico dietro le sbarre è stato difficile.

“Non deve stare in un carcere a regime duro, non ha commesso azioni violente, è innocente. Non ha accesso alla biblioteca, al computer, è completamente tagliato fuori dalle informazioni. Non può neanche parlare con i figli”, ha detto. L’attrice ha inoltre chiesto di sostenere Assange in tutti i modi possibili.

Il caso Assange

Julian Assange è diventato famoso grazie alle pubblicazioni che smascheravano le azioni degli Stati Uniti durante le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, tra cui l’uccisione di civili. Inoltre Assange ha pubblicato materiali sulle condizioni di reclusione nel campo di prigionia americano di Guantánamo, a Cuba.

Le proteste davanti alla corte dov'è stato portato Assange.

Nel 2010 in Svezia Assange è stato accusato di molestie e violenze sessuali. Il giornalista ha negato le accuse e detto che le donne che lo hanno denunciato agivano per desiderio di vendetta e sotto l’influenza delle autorità.

Nel 2012 il fondatore di Wikileaks a cominciato a nascondersi presso l’Ambasciata dell’Ecuador a Londra. La mattina dell’11 aprile del 2019 Assange è stato arrestato secondo un ordine emesso nel 2012 a causa della sua assenza in tribunale e su richiesta delle autorità svedesi e statunitensi.

Il 1 maggio in Gran Bretagna, dove è recluso, Assange è stato condannato a 11,5 mesi di prigione per aver violato le condizioni di uscita sotto cauzione.

 
 
 

Giornalismo acquiescente e Ramadan di sangue in Palestina da antidiplomatico

Post n°15101 pubblicato il 07 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Giornalismo acquiescente e Ramadan di sangue in Palestina
 Di Patrizia Cecconi

Giornalismo acquiescente e Ramadan di sangue in Palestina

Domani inizia il Ramadan, il mese sacro di purificazione per i musulmani. I palestinesi sono in maggioranza musulmani e l’augurio festoso che normalmente anticipa il Ramadan, quest’anno, nella Striscia di Gaza, è spento dal sangue dei bombardamenti israeliani. Noi che abbiamo seguito l’evoluzione di questo nuovo bagno di distruzione e di morte  non possiamo accettare in silenzio, né tanto meno schierarci con la lettura parziale e distorta che i media main stream hanno dato di quanto sta avvenendo a Gaza. 
Abbiamo esaminato alcuni organi d’informazione accreditabili come democratici e abbiamo, ancora una volta constatato, che Gaza non è solo sotto le bombe israeliane, ma anche sotto un bombardamento mediatico che ne oscura le ragioni.

“Gaza, Hamas lancia centinaia di razzi. Morti tre israeliani. Nove le vittime palestinesi”. Così titola “La Repubblica” uno dei giornali più autorevoli in Italia. Si ignora completamente il pregresso lasciando intendere che ci sia una criminale follia in Hamas e che, come scritto nel corpo dell’articolo, Israele sta solo provando a difendersi. Addirittura nel titolo sembra che i morti siano tutti dovuti ai razzi di Hamas. E’ un pubblicista di primo pelo a scrivere? No, è un valletto – forse inconsapevole -  del sionismo e quindi usa la manipolazione della verità, che è cosa più seria della bugia tout court, per indirizzare e “formare” l’opinione pubblica.

“Gaza, centinaia di razzi verso Israele. Colpito un ospedale ad Ashkelon”. Questo invece è il titolo di un altro autorevole quotidiano, “Il Sole24ore” che nell’articolo espliciterà che “Durante i duri bombardamenti palestinesi di oggi un razzo sparato da Gaza ha centrato l'ospedale israeliano di Ashkelon” aggiungendo che  “Israele da parte sua ha replicato con raid verso diverse decine di obiettivi di Hamas e della Jihad islamica.” Raid delicati e mirati verrebbe da dire, se non ci fossero foto e video che lasciano senza fiato e senza parole.

“Il fatto quotidiano” la mette su un piano che ricorda un duello impari in cui una parte, cioè Hamas, lancia un’offensiva ingiustificata al povero Stato ebraico, titolando “Medio Oriente. Centinaia di razzi di Hamas  contro Israele.” Per inciso spieghiamo che quando si parla di Gaza spesso si sostituisce il nome della regione sotto assedio con il nome del partito al potere nella regione, riducendo in tal modo Gaza a un dominio di Hamas contro il quale “a noi democratici” tutto è concesso in quanto Hamas è stato iscritto nel ruolo delle formazioni terroriste. E’ una confusione tra resistenza e terrorismo ma non è cosa nuova. In Italia questa “confusione” la facevano già i nazisti chiamando banditi i partigiani. Poi, Il fatto quotidiano, seguendo la stessa velina degli altri media spiega che Israele “risponde” con raid aerei sulla Striscia.

Poi prendiamo “Il Messaggero” il quale, sempre in totale ignoranza del pregresso, cioè delle uccisioni e dei bombardamenti israeliani “pre-lancio razzi” titola “Oltre 200 razzi da Gaza su Israele, nuovi raid di Netanyahu: uccise neonata e donna incinta nella Striscia. Accuse alla Jihad” dove quel “accuse alla Jihad” dopo la notizia di un’uccisione che emotivamente colpisce perché riguarda una neonata e una donna incinta, lascia qualche dubbio circa i responsabili dell’infanticidio e dell’omicidio. L’ha capito molto bene Israele che l’assassinio della piccola e della donna incinta è una cosuccia che può tornargli contro e così stamattina, utilizzando senza vergogna la menzogna, tramite il suo più democratico quotidiano, Haaretz, ha dichiarato: “Pregnant Gazan and Infant Were Killed by Hamas Explosives”, cioè sarebbe stato Hamas ad uccidere la piccola Saba di un anno e sua mamma incinta di sei mesi. Fantastici questi israeliani, compresi i democratici! Teniamo fuori alcuni giornaisti quali Amira Hass o Gideon Levy e pochi altri e andiamo avanti. Haaretz parla di donna incinta e di bambina senza specificare che sono mamma e figlia che – come sa chi della comunicazione conosce qualcosa – avrebbe un impatto ben diverso sul lettore. Anche il Messaggero, per sciatteria o per servilismo, questo non ci è dato saperlo, scrive nel suo articolo che  “hanno perso la vita anche una bambina di 14 mesi e una donna incinta che era con lei.” Non ci è dato sapere neanche  se la “donna incinta” fosse una vicina, una passante, una zia o, per caso, proprio sua madre.
Poi l’articolo prosegue dicendo di “ Nuovi venti di guerra che spezzano un periodo di calma, seppur precaria”. Allora ci chiediamo se si chiama calma ogni aggressione israeliana senza risposta palestinese, oppure se l’articolista del messaggero proprio non sa che “anche” in questi giorni Israele ha sequestrato pescherecci rimangiandosi la promessa di allargare l’area della pesca ed ha ferito e arrestato gli sventurati pescatori. Non sa che Israele due giorni fa ha ucciso una ragazzina di 16 anni che sventolava la sua bandiera nella sua terra sotto assedio. Non sa dei ragazzi ammazzati al border “anche” tre giorni fa mentre a mani nude invocavano la libertà. Non sa che sempre tre giorni fa ha lanciato missili contro ragazzi che stavano confezionando (così ha dichiarato Israele) dei palloncini con la coda accesa, considerando, peraltro,  armi pari il palloncino che tutt’al più dà fuoco alle stoppie, con i missili che hanno ucciso due di questi ragazzi e ferito altri due.

Non sa tante cose l’articolista del Messaggero o, forse, finge di non saperle. Stessa cosa vale per gli altri giornali (fa eccezione il Manifesto, ça va sans dire) e vale per il vergognoso servizio televisivo in cui la RAI ignora completamente quanto sopra, che poi non è neanche tutto ma solo un minuscolo spicchio dei crimini israeliani di questi ultimi tre giorni, cioè quelli che hanno preceduto il lancio di missili da parte della Resistenza palestinese. Rainews-mondo, per esempio,  mentre informa di centinaia di razzi lanciati da Gaza su Israele - cioè, aggiungiamo noi, oltre il confine dell’assedio -  mostra le terribili devastazioni dei missili israeliani senza specificare che quelle devastazioni riguardano Gaza e non Israele! Inoltre si fa severa portavoce del messaggio  dell’Unione Europea che intima a Gaza “Stop subito al lancio dei razzi contro Israele”.

A questa intimazione, che neanche Gesù Cristo accetterebbe in quanto il porgere l’altra guancia ha un limite e il limite Israele lo ha abbondantemente superato, fa eco il nostro fantastico ministro degli esteri Enzo Moavero il quale, con la sua onorevole imponenza, esattamente la stessa che risponde all’immagine stereotipata del maggiordomo di classe “condanna con fermezza il lancio di razzi verso il territorio israeliano, ribadisce che Israele, al pari di ogni Stato, ha diritto all’autodifesa …”.

Ma chi mette in discussione il diritto all’autodifesa di ogni Stato? Non certo noi! Restano però due domande, la prima è: “solo uno Stato riconosciuto come tale ha diritto all’autodifesa mentre le comunità non riconosciute come Stato possono essere regolarmente massacrate?” e la seconda è “ma possibile che nessuno dei giornalisti ‘democratici’ dell’informazione main stream che manifestano per la libertà d’informazione abbia il coraggio di alzare la fronte e dire all’opinione pubblica la verità, e cioè che Israele è uno Stato che naviga nell’illegalità e che conduce da oltre 70 anni una politica criminale contro i palestinesi e, ciò nonostante, riesce a farsi vittima mentre, a partire già da prima dalla sua autoproclamazione di 71 anni fa e continuando negli anni, commetteva e commette stragi paragonabili a quelle naziste di Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema?”

Ci sono stragi peggiori nel mondo lo sappiamo, ma sappiamo anche che l’acquiescenza verso Israele, il suo costante calpestare il Diritto internazionale e il Diritto umanitario universale rende gli operatori dell’informazione complici del disfacimento dei valori democratici che vengono quotidianamente corrotti anche grazie al rovesciamento di ruoli e a narrazioni che rendono Israele intoccabile, mentre quintali di pagine che riguardano l’operato del suo esercito e dei suoi governanti dovrebbero finire presso la Corte penale internazionale.

Forse solo questo, con le conseguenti sanzioni, porterebbe a una pace giusta e di conseguenza a quell’autodifesa, prima di tutto da se stesso, che viene strumentalmente invocata per giustificare i crimini israeliani.
Notizia del: 05/05/2019

 
 
 

Intervista allo storico Franco Cardini da antidiplomatico

Post n°15100 pubblicato il 07 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Intervista allo storico Franco Cardini: «L'Occidente ha dato sostegno a movimenti “fondamentalisti” islamici per scalzare organizzazioni politiche laiche»

Franco Cardini, professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Firenze, professore emerito dell’Istituto italiano di Scienze umane alla Scuola Normale Superiore di Pisa e autore di numerosi libri sull’Islam (“L’islam è una minaccia? Falso!”, “L'ipocrisia dell'Occidente Il Califfo, il terrore e la storia”…). Lo abbiamo incontrato al Festival delle Lezioni di Storia e, considerando il titolo della sua “Lezione” (“Terribile islam: dal Saladino a Bin Laden”) l’intervista non poteva che partire dalle bombe (messe in tre hotel di lusso e in tre chiese) nello Sri Lanka subito addebitate dai media al “fanatismo dell’Islam”.


«I misteri che continuano ad ammantare moltissimi attentati, a partire da quella dell’11 settembre, dovrebbero spingere alla cautela prima di pronunciarsi sui perché e sui veri autori di questo eccidio. Nonostante ciò, a quel che leggo sui giornali, la cosiddetta opinione pubblica, legando la questione terrorismo a quella dell’immigrazione, già si sta schierando su due fronti: il primo che invoca “Il pugno duro contro l’Islam” (arrivando a proporre una limitazione della libertà religiosa dei sempre più numerosi Mussulmani in Europa); il secondo pretende di “reindottrinarli” sbandierando i supposti valori morali dell’Occidente quali 'i diritti dell’Uomo'.»


E, invece?


«Il problema non è culturale o religioso, ma politico. Molti pensano che la contrapposizione tra Islam e Occidente risalga alle Crociate. Ma (finché il termine non fu importato nei libri di Storia imposti dalle potenze coloniali) quasi nessuno nell’Islam dava peso alle Crociate; spedizioni militari che, tra l’altro, non influirono affatto sugli scambi commerciali e sulla osmosi di culture che si si sono protratti per secoli tra Islam e Occidente. No il punto di rottura avviene con la Prima guerra mondiale quando le potenze occidentali, per meglio spartirsi le spoglie dell’Impero Ottomano, impongono – con l’Accordo Sykes-Picot - la creazione di Stati: entità mai esistiti nell’Islam dove, non a caso, neanche si conosceva quel termine utilizzando, invece, il concetto di “umma” e cioè comunità senza alcun significato etnico-linguistico-culturale.

Il passo successivo del colonialismo è stato assimilare culturalmente le elites (che, non a caso, si laureano nelle più prestigiose università occidentali) delle “nazioni” arabe create artificialmente. Si aggiunga a questo il supporto che l’Occidente ha dato a movimenti “fondamentalisti” islamici (soprattutto in Egitto e in Palestina) per scalzare organizzazioni politiche laiche e si capirà il perché, per molti arabi, la rivendicazione ad un Islam “puro” ha finito per soppiantare una genuina lotta anticolonialista e rivendicazioni sociali.»

 


Poi c’è il “divide et impera”: le guerre imposte dall’Occidente tra vari “stati arabi”.


«Vede, c’è un termine arabo che i mass media occidentali, dal 2001 tanto occupati a denunziare i ‘fondamentalisti’, hanno nascosto: fitna. E cioè guerra fratricida, discordia, disordine. Ed è la fitnaalimentata oggi dall’Occidente e dai suoi Emirati arabi, la sorte attuale dei fedeli all’Islam: una sterminata comunità di un miliardo e mezzo di persone che si estende dall’Africa occidentale fino al Sud est asiatico. Perseverare attraverso la fitna per continuare a depredare le ricchezze di questa comunità (prima tra tutte il petrolio) vendendo ad essa la nostra produzione di armi è una follia. Altro che “lotta al terrorismo islamico”. Come se le vittime di attentati terroristici ascritti al “fanatismo islamico” non fossero, nella stragrande maggioranza persone di fede islamica.

 

Francesco Santoianni

 

P.S.

La conferenza tenuta a Napoli, il 27 aprile, dal Professor Cardini sarà visionabile al sito Festival delle Lezioni di Storia

Da una delle poche ricerche (“Deadly Vanguards: A Study Of al-Qaida's Violence Against Muslims”) sul credo religioso delle vittime del terrorismo “islamico” nel mondo risulta che il 98% delle vittime erano di religione mussulmana. Si veda anche questo articolo.

 
 
 

Avengers: Endgame sta facendo la storia, superati i 2 miliardi

Post n°15099 pubblicato il 06 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

E sono due! Miliardi, s'intende. Anzi, per la precisione 2,188 miliardi di dollari. Anche questa settimana il box office nostrano passa forzatamente in secondo piano rispetto all'eccezionale performance internazionale di Avengers: Endgame (guarda la video recensione), che raggiunge una cifra complessiva strabiliante e resta ampiamente in corsa per superare i 3 miliardi di dollari. 
Chiariamo: nonostante quello che leggerete ovunque, Endgame non ha incassato più di Titanic (guarda la video recensione), è una mera semplificazione giornalistica, perché la cifra conteggiata al film di Cameron è in termini assoluti, senza tenere cioé conto dell'inflazione. Se volessimo azzardare un calcolo molto approssimativo, visto che i 600 e passa milioni ottenuti da Titanic negli USA ai tempi della sua uscita originale valgono oltre 1 miliardo di dollari al cambio attuale, il suo totale mondiale di 2,1 miliardi di allora dovrebbe essere ben superiore ai 3 miliardi complessivi, se il film uscisse oggi. Ma, come detto, fare un calcolo esatto è impossibile (idem dicasi per il conteggio dei biglietti staccati). In ogni caso Endgame sta facendo la storia, ma questo weekend non è riuscito a battere il record di secondo miglior weekend di sempre negli USA, che resta quindi appannaggio di Star Wars: Il Risveglio della Forza, che incassò 154 milioni di dollari contro i 145,8 ottenuti da Endgame (30 in più rispetto a Infinity War (guarda la video recensione)). Endgame invece ottiene il record del miglior incasso di sempre dopo 10 giorni di programmazione, con 619,7 milioni contro i 559 ottenuti sempre da Star Wars: Il Risveglio della Forza nello stesso lasso di tempo. Endgame è ora il 42esimo miglior incasso della storia del cinema americano (anche considerando l'inflazione), appena dietro Independence Day. Secondo le stime, salvo crolli, il cinecomic Marvel entro la fine del mese dovrebbe passare i 900 milioni di dollari negli Usa e i 3 miliardi a livello mondiale. Altro record è il raggiungimento dei 2 miliardi in appena 11 giorni: Avatar ne aveva impiegati 47. 

Negli USA le altre tre uscite settimanali hanno deluso: Intruder è stato il migliore con 11 milioni, seguito da Long Shot con 10 e UglyDolls con 8,5. Captain Marvel (guarda la video recensione) ha incassato altri 4,2 milioni e dopo 9 settimane è a quota 420 milioni. La prossima settimana arriva il primo titolo big dell'Estate Americana post Endgame, ossia Pokemon: Detective Pikachu, che dovrebbe aprire con 80/90 milioni e superare Endgame, che dovrebbe chiudere con 60/70. 

In Italia Avengers: Endgame incassa 1,3 milioni la domenica, 3,9 milioni nel weekend, arriva ad un totale di 26 milioni con 3,4 milioni di spettatori e diventa il quarto miglior incasso estero degli ultimi 10 anni dietro ad Avatar (65,6 milioni di euro), Alice nel Paese delle Meraviglie (30,3) e Bohemian Rhapsody (guarda la video recensione) (28,8). Sorpassati questo weekend Inside Out (25,3) e Star Wars: Il Risveglio della Forza (25,5). Da oggi è previsto un notevole ridimensionamento degli incassi del film, che però potrebbe riuscire ad arrivare ai 30 milioni (ma non oltre). 

Bene Stanlio e Ollio (guarda la video recensione), che apre con 845mila euro e Ma Cosa ci dice il cervello che incassa 608mila euro. Incassi medriocri per tutti gli altri film, anche se il weekend si chiude con un soddisfacente +16% rispetto allo stesso dello scorso anno e il saldo dal 1 gennaio diventa positivo, anche se di poco. Questa settimana escono Pokemon Detective PikachuPet SemataryIl Grande Spirito e Ted Bundy - Fascino Criminale

 
 
 

Al via le prevendite esclusive per i biglietti del tour di Renato Zero da novembre: info utili e data ufficiale

Post n°15098 pubblicato il 05 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

da optimaliaArriva la data ufficiale per la prevendita esclusiva dei biglietti del tour di Renato Zero al via dal 1° novembre a Roma.

Sono ufficiali le prevendite esclusive dei biglietti per il tour di Renato Zero e, come di consueto, saranno riservate ai soci di Fonopoli che abbiano regolarizzato l’iscrizione annuale al momento dell’acquisto.

Tutti gli iscritti che possono accedere alla prevendita esclusiva dovranno quindi richiedere il codice di acquisto inviando una mail all’indirizzo tour2019@fonopoli.net, nella quale si indicheranno il proprio nome e cognome con il numero di tessera.

Una volta verificati i dati, L’Associazione culturale Fonopoli fornirà un codice univoco entro le ore 11 del 6 maggio, da utilizzare per l’acquisto dei biglietti in prevendita esclusiva al via dal 7 maggio alle ore 11, da ottenere su ticket.renatozero.com.

Sarà possibile acquistare fino a 6 biglietti per ogni transazione, con la formula 2+4 in caso di acquisto di Platea Gold. I soci che acquisteranno 2 biglietti in Platea Goldpotranno acquistarne 4 per altri settori, mentre il numero rimane di 6 per tutti gli altri settori. Il codice di prelazione è univoco quindi non soggetto a variazioni per i diversi ordini di settore.

I nuovi iscritti che non hanno ancora ricevuto il numero di tessera possono richiederlo all’indirizzo email info@fonopoli.net riportando il proprio nome, cognome e città.

A qualche giorno dalla partenza delle prevendite ufficiali, che ricordiamo essere fissato per il 9 maggio, il tour di Renato Zero si è arricchito di due nuove date, in programma il 18 e il 19 novembre alla Grana Padano Arena di Mantova.

I lavori per il nuovo album di inediti atteso a ottobre stanno invece procedendo in quel di Londra, che Renato Zero ha raggiunto in queste settimane. Com’è noto, la produzione del disco è affidata a Trevor Horn, mentre sulla scrittura è intervenuto anche Phil Palmer.

Zero Il Folle darà un seguito naturale ad Alt, ultimo album di inediti prima di Zerovskij, che ha rilasciato nell’aprile del 2016 e che ha portato all’Arena di Verona e in tutti i maggiori palasport italiani tra l’autunno e l’inverno.

 
 
 

The Spacewalker Da NOCTURNO

Post n°15097 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Featured Image
2017
TITOLO ORIGINALE:
Vremya Pervykh
REGIA:
Dmitriy Kiselev
CAST:
Aleksandr Ilin (Vladimir Markelov)
Vladimir Ilin (Sergey Korolev)
Yuriy Itskov (Boris Chertok)

The Spacewalker è un film del 2017, diretto da Dmitriy Kiselev

    Dalla Russia con tanto, tanto (ma proprio tanto) amore, ecco scaturire l’ennesimo roboante – e alquanto dispendioso – esempio di fantascienza storico-biografica, facente parte della nuova ambiziosa politica di rinnovamento dell’industria cinematografica voluto dallo Zar Putin in persona a cavallo del nuovo Millennio, con l’intento d’ingaggiare una rinnovata competizione con i vecchi e mai dimenticati nemici a stelle e strisce, per fondare così un’idealistica Hollywood baltica. The Spacewalker (titolato enfaticamente in originale L’età dei pionieri) si presenta, dunque, come un’autentica epopea kubrickiana – date le ascendenze culturali, in questo caso sarebbe forse meglio parlare più propriamente di epopea tarkowskijana –, capace di rileggere il glorioso mito della corsa allo Spazio in piena Guerra Fredda quale metafora di una rinnovata querelle, combattuta stavolta non con minacce nucleari bensì con cinepresa, pop-corn e una valanga di biglietti staccati. Nei suoi titanici (e obiettivamente eccessivi) centoquaranta minuti di durata, The Spacewalker tenta di ricostruire con forte autenticità – e una leggera punta di benevolente sensazionalismo – le avventurose vicende che portarono alla storica missione Voschod 2 del 18 marzo 1965, durante la quale i cosmonauti sovietici Aleksej Leonov (Evgeniy Mironov) e Pavel Beljaev (Kostantin Khabenskiy) effettuarono la prima passeggiata spaziale extraveicolare della storia, dovendo affrontare numerosi problemi tecnici durante la fase di rientro e sopravvivendo per giorni al freddo siberiano prima di essere tratti in salvo e rimpatriati come eroi nazionali.

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    Con un occhio rivolto al nuovo cinema commerciale di casa propria e l’altro ben piantato ai modelli d’oltre cortina, Dmitriy Kiselev, da buon mestierante qual è, imbastisce una solida ed elaborata produzione degna di un autentico blockbuster con forti venature da dramma epico, strutturando l’esoscheletro narrativo di The Spacewalker attraverso una successione di blocchi che richiamano a gran voce alcuni dei più celebri e battuti modelli del filone sci-fi. Si comincia con un prologo che rispolvera il cameratismo goliardico ad alta quota di Top Gun Uomini veri, proseguendo con la messa in scena del lungo e difficile training di allenamento preparatorio alla missione che fa tornare in mente l’allegra brigata degli Space Cowboys eastwoodiani. Ci si sposta di seguito sulle fasi più salienti e drammaticamente eccitanti del viaggio spaziale – e dei suoi disastrosi inconvenienti – che ricalcano il modello di Apollo 13, per finire con un epilogo da survival movie fra i ghiacci che cita direttamente tanto Everest quanto The Revenant.

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    Osservando poi le elaborate sequenze di volo spaziale – per altro realizzate mediante un’ottima CGI –, non possono non apparire vivide davanti agli occhi le celebri inquadrature pseudosoggettive a filo capsula che abbondano in Interstellar, così come la più che evidente (e a tratti un poco ridondante) metafora ombelicale del cordone di sicurezza che tiene ancorato l’astronauta al velivolo rimanda chiaramente al nuovo feto cosmico che fu la Sandra Bullock di Gravity. Nonostante qualche sbavatura tipica delle pellicole dell’Est Europa, tanto di ieri quanto di oggi – tra cui un eccesso di caratterizzazione degli eroi stakanovisti, un pesante paternalismo della classe dirigente e un fastidioso humor da balalaika –, The Spacewalker dimostra come il cinema post-moderno (e post-sovietico) sappia ancora fare della sana (e occulta) propaganda indiretta attraverso produzioni di alto intrattenimento e d’indubbia qualità formale, pellicole capaci di far rimpiangere un passato glorioso e al contempo di far sperare per un luminoso e prolifico futuro audiovisivo.

     
     
     

    BOB & MARYS - CRIMINALI A DOMICILIO

    Post n°15096 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Roberto e Marisa sono una coppia di cinquantenni con una figlia che sta per sposarsi. Lui insegna in un'autoscuola, lei fa volontariato in parrocchia occupandosi della rieducazione dei detenuti. La loro vita procede su binari prevedibili: l'unica trasgressione che Roberto si concede sono le conversazioni via baracchino CB in cui racconta di trovarsi con il suo camper in varie parti d'Italia, rimanendo parcheggiato nel giardino di casa. Ma Marisa vuole dare una svolta a quella placida esistenza e decide di trasferirsi dalla casa dove Roberto è nato e cresciuto, che lei definisce "un mausoleo", a una villetta alla periferia di Napoli. Peccato che la villetta sia "con vista" sul quartier generale della malavita, e per la coppia comincino i guai: la camorra individua infatti nella loro abitazione il nascondiglio insospettabile per una quantità di merce illegale.

    È l'accùppatura, assai diffusa a Napoli e dintorni, e non promette nulla di buono per gli sfortunati scelti come "custodi" di pacchi dal contenuto misterioso, sotto lo stretto controllo di chi ce li ha piazzati.

    Dopo l'esordio alla regia con il drammatico Nottetempo Francesco Prisco si cimenta con una dark comedy intelligente e una sceneggiatura davvero originale, firmata dallo stesso regista insieme ad Annamaria Morelli e Marco Gianfreda. Bob & Marys illustra una pratica criminale semisconosciuta mantenendo vive sia la tensione per una situazione realmente pericolosa che le dinamiche di relazione della coppia protagonista, dominata dallo spirito di iniziativa e l'indomita impulsività della moglie, molto ben interpretata da Laura Morante. La sceneggiatura offre anche un altro livello di lettura, quello metaforico relativo alla necessità, per questa coppia post sessantottina, di ritrovare lo spirito ribelle della loro giovinezza e smettere di subire le angherie di una società basata sulla sopraffazione. 

    Quello che manca a Bob & Marys è il ritmo comico della regia, che dovrebbe essere più compatto e veloce, e invece sminuisce il grande potenziale comico di una storia che non ha nulla da invidiare a film americani come Dick & Jane Operazione Furto (cui sembra fare omaggio fin dal titolo).

     
     
     

    Tu mi nascondi qualcosa

    Post n°15095 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Valeria aiuta il padre nell'agenzia di investigazioni Occhio Segreto, specializzata in infedeltà: ma un errore dell'agenzia fa sì che un clown, Francesco, scopra che la sua compagna lo tradisce. Valeria si sente responsabile della rottura fra i due e cerca di aiutare Francesco a superare il dolore per l'abbandono della ex compagna. Linda è un'attrice porno di successo con un fidanzato aspirante scrittore, Ezio, che riceve continui rifiuti dalle case editrici. L'insicurezza di Ezio lo porta a credere che Linda abbia una relazione con un suo compagno di set, più bello e dotato di lui. Alberto, imprenditore edile, viene ripescato in mare vicino alla costa tunisina e non ricorda nulla della sua vita precedente: comprese le sue due mogli, l'italiana Irene e la tunisina Jamila, dalle quali Alberto ha avuto un figlio a testa. Finchè non ritrova la memoria l'uomo dovrà trascorrere più tempo possibile con le sue due famiglie vivendo sotto lo stesso tetto, e scoprirà molti segreti dei quali era all'oscuro.

    Che cosa accomuna queste tre storie, tutte e tre ambientate nella cittò di Cuneo? La ricerca della verità, con le conseguenze positive o negative che ne derivano.

    Ognuno dei personaggi infatti nasconde qualcosa, o crede che gli venga nascosto qualcosa: di qui il titolo di questa commedia con la quale Giuseppe Lo Console, attore di cinema e tv (era il mitico Orco Rubio della Melevisione) debutta alla regia. Il tentativo è quello di creare un film corale, una sorta di versione italiana delle romantic comedy dirette da Richard Curtis o Garry Marshall: purtroppo però alla sceneggiatura non ci sono nè Curtis nè le squadre di mestieranti hollywoodiani di cui si serviva Marshall, bensì Gianluca Ansanelli e Tito Buffolini, abituati ad assemblare commedie formulaiche per un pubblico di poche pretese (e dire che Ansanelli è stato anche cosceneggiatore di Omicidio all'italiana di Maccio Capatonda). 

    Nulla in Tu mi nascondi qualcosa si discosta dal canone televisivo e il cast si vede costretto a mimare emozioni che non prova e simulare reazioni esagerate davanti ad ogni minima svolta narrativa. La trama comprende anche la contrapposizione stereotipata fra la moglie italiana, descritta come esigente e rompiscatole, e quella tunisina, infinitamente docile e accondiscendente.

     
     
     

    Morto Stalin se ne fa un altro

    Post n°15094 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    La sera del 28 febbraio del 1953, Radio Mosca diffonde in diretta il "Concerto per pianoforte e orchestra n.23" di Mozart. Toccato dall'esecuzione che ascolta nella sua dacia di Kountsevo, Joseph Stalin domanda una registrazione. Ma nessuna registrazione era prevista per quella sera. Paralizzati dalla paura, direttore e orchestra decidono di ripetere il concerto. Tutti tranne Maria Yudina, la pianista che ha perso famiglia e amici per mano del tiranno. Convinta a suon di rubli, cede, suona e accompagna il disco con un biglietto insurrezionale. L'orchestra si vede già condannata al gulag. Ma l'indomani Stalin è moribondo. Colpito da ictus, muore il 2 marzo scatenando un conflitto feroce per la successione tra i membri del Comitato Centrale del PCUS.

    La morte, annunciata tre giorni dopo, sgomenta il Paese che si riversa in piazza 'agevolando' tradimenti, abili manovre e un colpo di stato, concluso con la morte di Beria e aperto all'avvento di Krusciov (e alla cospirazione di Brežnev).

    Alla teoria (romanzesca) dell'avvelenamento o all'ipotesi ricorrente e inaccertabile dell'assassinio di Stalin per mano di Beria, Fabien Nury preferisce quella di una logica paranoia. Indecisi tra la paura (di essere purgati) e la speranza (di succedergli), i suoi compagni lo lasciarono crepare. Centrato sull'agonia del tiranno e basato sulla graphic novel di Fabien Nury (sceneggiatura) e Thierry Robin (disegno), Morto Stalin, se ne fa un altro evoca in filigrana la destalinizzazione e si consacra alla feroce guerra di successione aperta con la dipartita di Joseph Stalin. Scritto e diretto da Armando Iannucci, rodato specialista della satira politica (The Thick of It, Veep, In The Loop), Morto Stalin, se ne fa un altro è fedele al precetto hitchcockiano che associa la riuscita di un film alla qualità del cattivo.

    E in questa farsa crepuscolare, vero-falso racconto storico, di cattivi ce ne sono tanti e tutti di grande fattura. Niente eroi, soltanto una gerarchia violenta e dannata, guidata da una sete di potere annegata nella vodka. In quell'areopago di farabutti che è il Politburo, Beria è il peggiore di tutti. Interpretato con disinvolta dissolutezza da Simon Russell Beale, alterna alla contrizione ufficiale la soddisfazione intima. Bramoso di potere, ruba i dossier segreti di Stalin per ricattare i suoi compagni-avversari. Il sorriso sardonico, dietro le lenti opache, fa il paio col sadismo ostentato (Beria fu predatore sessuale seriale), producendo un personaggio decisamente mostruoso.

     
     
     

    Ippocrate

    Post n°15093 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Benjamin Barois ha ventitré anni e il sogno di diventare un grande medico. Ma per ora di grande ha solo il camice, offerto dall'ospedale e 'decorato' con macchie pulite. Per sei mesi dovrà occuparsi di dieci stanze e diciotto pazienti. Ad osservarlo il padre, primario autoritario nello stesso ospedale, ad affiancarlo Abdel Rezzak, medico algerino competente e umano "facente funzioni d'interno". Di guardia, una notte è chiamato a occuparsi di un paziente che accusa forti dolori addominali. Benjmain si limita a somministrargli un analgesico ma l'indomani l'uomo è morto. Padre e superiori coprono l'errore, la vedova chiede spiegazioni, Abdel pone domande, Benjamin è confuso. Deluso da se stesso, cerca la maniera di rimediare e di diventare un medico migliore.

    Tra un film e l'altro, Thomas Lilti cura i pazienti. L'autore francese sa bene di cosa parla e pratica quello di cui parla.

    Figlio dei Lumière e di Ippocrate, Lilti passa in rassegna al cinema le disfunzioni strutturali dell'istituzione ospedaliera francese coi suoi macchinari obsoleti, la mancanza di personale e di mezzi, la sorte dei medici stranieri relegati ai ruoli secondari, la ricerca del profitto a spese dei pazienti. Girato interamente in ospedale, Ippocrate è un racconto di formazione in corsia che segue l'apprendistato tormentato di un giovane internista al servizio di suo padre. Ma la pratica si rivela presto più dura della teoria. La responsabilità è schiacciante e il protagonista dovrà confrontarsi brutalmente coi suoi limiti, le sue paure e quelle dei suoi pazienti. 

    La sua iniziazione comincia e con quella un film sincero nutrito dell'esperienza del regista, degli aneddoti e delle testimonianze raccolte sul campo. Muovendosi tra un caso di coscienza, un alcolizzato che muore e avrebbe forse potuto essere salvato, un dilemma etico, una vecchia paziente giunta alla fine della vita, un conflitto sociale sordo ma permanente, alimentato dalle condizioni di lavoro estreme, le rivalità e i piccoli accomodamenti al centro di tutti i microcosmi professionali, l'autore disegna prevedibilmente ma con appropriatezza un universo ambivalente. Un universo con le sue gerarchie, i giochi di potere, il peso delle responsabilità, l'impunità, gli errori e le loro conseguenze. Il passo falso del protagonista di Vincent Lacoste, che trova in Ippocrate materia per affinare il suo eterno personaggio di loser lunare, costituisce il primo filo drammatico del film.

     
     
     

    Benvenuti a casa mia: se l’integrazione non è una cosa seria

    Post n°15092 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

     

    da movieplayer

    Dopo il gigantesco successo di Non sposate le mie figlie!, il regista Philippe de Chauveron e l'attore Christian Clavier tornano ad affrontare con ironia i temi dell'integrazione e del razzismo in Francia con la commedia Benvenuti a casa mia; ma il risultato, stavolta, lascia parecchio a desiderare.

     

    Nella primavera del 2014 un autentico ciclone sconvolgeva i cinema francesi, imponendosi come uno dei maggiori fenomeni commerciali del decennio: Non sposate le mie figlie!, commedia incentrata sul razzismo e i pregiudizi a partire da un tipico canovaccio alla Indovina chi viene a cena? (ovvero, una famiglia bianca e borghese sconvolta al cospetto del fidanzato nero della figlia). Dopo aver registrato un record di dodici milioni di spettatori in Francia (cifra purtroppo inconcepibile nell'attuale mercato cinematografico italiano), Non sposate le mie figlie!avrebbe riportato eccellenti risultati in tutta Europa, oltrepassando il traguardo dei venti milioni di spettatori complessivi.

    A due anni di distanza il regista di quel film, Philippe de Chauveron, ha ritentato l'impresa con Débarquement immédiat (inedito da noi), pellicola che al confronto si è rivelata però un sostanziale fiasco. È andata assai meglio al successivo À bras ouverts, che un anno dopo aver raccolto un milione di spettatori in patria approda anche in Italia con il titolo Benvenuti a casa mia, forte di una formula molto simile a quella del campione d'incassi di de Chauveron: mettere in scena con umorismo le difficoltà d'integrazione per le minoranze all'interno della società francese.

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del film

    Christian Clavier, già mattatore di Non sposate le mie figlie!, è di nuovo protagonista, ma stavolta nei panni di un personaggio appartenente allo spettro politico opposto: se infatti il più noto film del regista prendeva a bersaglio la borghesia conservatrice di estrema destra, Benvenuti a casa mia esplora invece le contraddizioni in seno all'altro ramo del ceto borghese: quello della sinistra progressista ed intellettuale. Clavier presta infatti il volto ad Etienne Fougerole, docente universitario autore di un libro in favore dell'integrazione intitolato A braccia aperte: e per spingere le vendite del libro, nonché per evitare di perdere la faccia nel corso di un dibattito televisivo con un politico destrorso, Fougerole offre ospitalità in casa propria a qualunque rom abbia bisogno di accoglienza.

    Benvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del film

    L'avventato Etienne, tuttavia, non si aspetta di essere preso in parola; pertanto, è con un certo stupore che quella sera stessa si trova ad aprire i cancelli della propria villa alla famiglia di Babik (Ary Abittan). L'eccentrico clan di rom, che si stabilisce nel giardino dei Fougerole con armi e bagagli (ovvero, con roulotte e perfino un maiale al seguito), turberà non poco la tranquillità di Etienne e di sua moglie Daphné (Elsa Zylberstein), eccentrica artista, suscitando in compenso l'entusiasmo - politico e ormonale - di loro figlio Lionel(Oscar Berthe). A partire da questo spunto, gli sceneggiatori Marc de Chauveron (fratello del regista) e Guy Laurent imbastiscono un prevedibile meccanismo di gag imperniate sulla consueta dicotomia fra "ricchi e poveri", contrapponendo la raffinatezza borghese dei Fougerole con la rozza e 'rumorosa' spontaneità di Babik e dei suoi parenti.

    Brutti, sporchi e cattivi... anzi, no!Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del film

    L'operazione elaborata da de Chauveron per Benvenuti a casa mia si proponeva dunque, perlomeno in partenza, più sofisticata e complessa rispetto a Non sposate le mie figlie!: perché non si trattava più di mettere in ridicolo i pregiudizi razzisti e la chiusura mentale di un conservatorismo bigotto, ma di esplorare le sottili incrinature e le piccole ipocrisie capaci di minare un sistema di pensiero, al contrario, aperto e progressista. In sostanza, e con i dovuti distinguo, un procedimento analogo a quello messo in atto in contemporanea, nel cinema americano, da Jordan Peele con il fenomeno horror Scappa - Get Out. Il grande limite, in tal senso, è che la commedia di Philippe de Chauveron non colpisce mai davvero a fondo: l'intrinseca bontà di tutti (o quasi) i personaggi non tarda a prendere il sopravvento su qualunque elemento di critica sociale, a dispetto di una rappresentazione della comunità rom non solo stereotipata (in un film di questo genere, in fondo, non sarebbe un problema così grave), ma esasperatamente forzata e grottesca. Difficile, insomma, che con presupposti simili possa scattare una benché minima forma di empatia.

    Leggi anche: Scappa - Get Out: perché il nuovo fenomeno horror oggi è il più importante film sul razzismo

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del film

    Ma anche prendendo atto della superficialità e dello scarso mordente di Benvenuti a casa mia(e della banalità di una riflessione politica appena abbozzata), teoricamente la pellicola avrebbe comunque potuto mantenere un valore in qualità di puro meccanismo comico. Peccato che, anche e soprattutto su questo versante, il film si abbandoni a una sequela di gag e situazioni scontatissime, con personaggi ridotti a insulse macchiette: dalla scappatella fra l'adolescente Lionel e una delle figlie di Babik, che porterà a esplosioni di rabbia e a un happy ending senza capo né coda, alle tentazioni extraconiugali di Etienne e ai desideri di rivalsa di Daphné, passando per alcuni momenti (per fortuna non molti) in cui il livello d'imbarazzo rasenta quello dei cinepanettoni nostrani. Per esempio, lo stanco sforzo di suscitare qualche risata mostrando un maiale che scorazza per la cucina o, peggio ancora, con una scenetta sugli ospiti rom intenti a defecare nel bagno dei padroni di casa.

     
     
     

    Benvenuti a casa mia: se l’integrazione non è una cosa seria

    Post n°15091 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    da movieplayer

    Dopo il gigantesco successo di Non sposate le mie figlie!, il regista Philippe de Chauveron e l'attore Christian Clavier tornano ad affrontare con ironia i temi dell'integrazione e del razzismo in Francia con la commedia Benvenuti a casa mia; ma il risultato, stavolta, lascia parecchio a desiderare.

    Nella primavera del 2014 un autentico ciclone sconvolgeva i cinema francesi, imponendosi come uno dei maggiori fenomeni commerciali del decennio: Non sposate le mie figlie!, commedia incentrata sul razzismo e i pregiudizi a partire da un tipico canovaccio alla Indovina chi viene a cena? (ovvero, una famiglia bianca e borghese sconvolta al cospetto del fidanzato nero della figlia). Dopo aver registrato un record di dodici milioni di spettatori in Francia (cifra purtroppo inconcepibile nell'attuale mercato cinematografico italiano), Non sposate le mie figlie!avrebbe riportato eccellenti risultati in tutta Europa, oltrepassando il traguardo dei venti milioni di spettatori complessivi.

    A due anni di distanza il regista di quel film, Philippe de Chauveron, ha ritentato l'impresa con Débarquement immédiat (inedito da noi), pellicola che al confronto si è rivelata però un sostanziale fiasco. È andata assai meglio al successivo À bras ouverts, che un anno dopo aver raccolto un milione di spettatori in patria approda anche in Italia con il titolo Benvenuti a casa mia, forte di una formula molto simile a quella del campione d'incassi di de Chauveron: mettere in scena con umorismo le difficoltà d'integrazione per le minoranze all'interno della società francese.

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del film

    Christian Clavier, già mattatore di Non sposate le mie figlie!, è di nuovo protagonista, ma stavolta nei panni di un personaggio appartenente allo spettro politico opposto: se infatti il più noto film del regista prendeva a bersaglio la borghesia conservatrice di estrema destra, Benvenuti a casa mia esplora invece le contraddizioni in seno all'altro ramo del ceto borghese: quello della sinistra progressista ed intellettuale. Clavier presta infatti il volto ad Etienne Fougerole, docente universitario autore di un libro in favore dell'integrazione intitolato A braccia aperte: e per spingere le vendite del libro, nonché per evitare di perdere la faccia nel corso di un dibattito televisivo con un politico destrorso, Fougerole offre ospitalità in casa propria a qualunque rom abbia bisogno di accoglienza.

    Benvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del film

    L'avventato Etienne, tuttavia, non si aspetta di essere preso in parola; pertanto, è con un certo stupore che quella sera stessa si trova ad aprire i cancelli della propria villa alla famiglia di Babik (Ary Abittan). L'eccentrico clan di rom, che si stabilisce nel giardino dei Fougerole con armi e bagagli (ovvero, con roulotte e perfino un maiale al seguito), turberà non poco la tranquillità di Etienne e di sua moglie Daphné (Elsa Zylberstein), eccentrica artista, suscitando in compenso l'entusiasmo - politico e ormonale - di loro figlio Lionel(Oscar Berthe). A partire da questo spunto, gli sceneggiatori Marc de Chauveron (fratello del regista) e Guy Laurent imbastiscono un prevedibile meccanismo di gag imperniate sulla consueta dicotomia fra "ricchi e poveri", contrapponendo la raffinatezza borghese dei Fougerole con la rozza e 'rumorosa' spontaneità di Babik e dei suoi parenti.

    Brutti, sporchi e cattivi... anzi, no!Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del film

    L'operazione elaborata da de Chauveron per Benvenuti a casa mia si proponeva dunque, perlomeno in partenza, più sofisticata e complessa rispetto a Non sposate le mie figlie!: perché non si trattava più di mettere in ridicolo i pregiudizi razzisti e la chiusura mentale di un conservatorismo bigotto, ma di esplorare le sottili incrinature e le piccole ipocrisie capaci di minare un sistema di pensiero, al contrario, aperto e progressista. In sostanza, e con i dovuti distinguo, un procedimento analogo a quello messo in atto in contemporanea, nel cinema americano, da Jordan Peele con il fenomeno horror Scappa - Get Out. Il grande limite, in tal senso, è che la commedia di Philippe de Chauveron non colpisce mai davvero a fondo: l'intrinseca bontà di tutti (o quasi) i personaggi non tarda a prendere il sopravvento su qualunque elemento di critica sociale, a dispetto di una rappresentazione della comunità rom non solo stereotipata (in un film di questo genere, in fondo, non sarebbe un problema così grave), ma esasperatamente forzata e grottesca. Difficile, insomma, che con presupposti simili possa scattare una benché minima forma di empatia.

    Leggi anche: Scappa - Get Out: perché il nuovo fenomeno horror oggi è il più importante film sul razzismo

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del film

    Ma anche prendendo atto della superficialità e dello scarso mordente di Benvenuti a casa mia(e della banalità di una riflessione politica appena abbozzata), teoricamente la pellicola avrebbe comunque potuto mantenere un valore in qualità di puro meccanismo comico. Peccato che, anche e soprattutto su questo versante, il film si abbandoni a una sequela di gag e situazioni scontatissime, con personaggi ridotti a insulse macchiette: dalla scappatella fra l'adolescente Lionel e una delle figlie di Babik, che porterà a esplosioni di rabbia e a un happy ending senza capo né coda, alle tentazioni extraconiugali di Etienne e ai desideri di rivalsa di Daphné, passando per alcuni momenti (per fortuna non molti) in cui il livello d'imbarazzo rasenta quello dei cinepanettoni nostrani. Per esempio, lo stanco sforzo di suscitare qualche risata mostrando un maiale che scorazza per la cucina o, peggio ancora, con una scenetta sugli ospiti rom intenti a defecare nel bagno dei padroni di casa.

     
     
     

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