Creato da: je_est_un_autre il 04/11/2008
Date la colpa alla mia insonnia

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Nelle case

Post n°328 pubblicato il 20 Maggio 2018 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Ormai lo abbiamo fatto dappertutto e non solo, appunto "nelle case": lo abbiamo fatto in una fabbrica di materassi, in diversi salotti borghesi, nell'aia di una casa di campagna, in un circolo per anziani, in un piccolo cortile all'aperto stretto tra gli alti palazzi del centro. Manca giusto la sala d'aspetto dell'aeroporto di Fiumicino. Ieri, per dire, l'abbiamo fatto in un'azienda vitivinicola, precisamente nella sala degustazione. Il paradosso è che io nella pièce faccio quello astemio, e vabbè.
E' curioso come cambi la percezione da parte del pubblico, quando il teatro esce dai teatri ed entra nelle case: l'atmosfera svagata e leggera, un po' da gita scolastica che precede lo spettacolo, si risolve in una attenzione acuta e forse timorosa (con gli attori così vicini che li puoi quasi toccare) durante la recita. Alla fine, ci sono domande od osservazioni ricorrenti che ci fanno sorridere, come ad esempio le annotazioni sulla forte espressività (ma anche lì, noi sappiamo che eliminare tutta la distanza che separa spettatore e palcoscenico mette in evidenza quello che di solito sparisce alla vista, rughe e sudore e respiri); oppure la domanda curiosa "Ma siete sposati per davvero?"; e noi due che ci conosciamo da un sacco di tempo (il primo spettacolo insieme lo mettemmo in scena quasi vent'anni fa e insomma siamo diventati quasi come due fratellini) non possiamo fare altro che sorridere, appunto.
Poi c'è quel momento fondamentale, in cui si gustano tutte le prelibaglie che i padroni di casa preparano per ospiti e attori (solitamente assai affamati) alla fine dello spettacolo.
E insomma concludere la serata tra tigelle e salami e formaggi, seduti nel cortile dell'azienda agricola con vista sui colli e sul vigneto che si arrampica fino alle pendici di una rocca medievale, e pensare che tutto questo è il mio lavoro mi fa dire che sì, tutto sommato ci sono certi giorni che ne vale davvero la pena.

 
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Reazioni

Post n°327 pubblicato il 05 Maggio 2018 da je_est_un_autre

Quando la mia fisioterapista (calma, piano, non è che io abbia una "mia" fisioterapista, quella è una roba da campioni dello sport o chissà che altro, no: è solo che soffro di schiena e ho deciso di non fare più ricorso a punture e cortisoni - che, è vero, ti danno sollievo immediato - ma è anche vero che non risolvono un bel nulla se nel giro di un paio di settimane basta uno sforzino in più per ricascare dentro quel gorgo di fitte e dolori lancinanti col prevedibile corollario di madonne e cristi; insomma, ho provato ad affrontare il problema alla radice con qualcuno che se ne intende, cercando di sconfiggere la mia pigrizia e anche il mio scetticismo), dicevo, quando la mia fisioterapista mi fa sdraiare a faccia in giù e mi pianta i pollici nella schiena (pollici inopinatamente potenti se si pensa a quanto lei è minuta, ma insomma è anche un'atleta, una schermidrice di buon livello, pare, e lo dimostra) ecco, io lì sento un male cane ma rido, rido a crepapelle, è una reazione involontaria, non  posso farci niente, rido che non mi tengo proprio.
Sento male e rido. Io stesso non me ne capacito.
Le ho detto: immagino di essere l'unico che reagisce così. Ha ammesso che in effetti di solito urlano. Ecco, devo dire che li capisco. Quando ti conficcano nelle carni due pollici seriamente allenati, l'urlo di dolore è una reazione pienamente comprensibile.
E invece niente, io rido come un matto.
Non si è mai finito di conoscersi.

 
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29 aprile

Post n°326 pubblicato il 29 Aprile 2018 da je_est_un_autre

C'è un'immagine struggente che accompagna oggi il ricordo di mio padre, una cosa che pur mi pare di avergli sentito raccontare e che poi avevo rimosso, e ridestata finalmente dall'oblio da una chiacchierata casuale con mia sorella.
C'è lui, bambino, alla fine della guerra. Mio nonno soldato è lontano, probabilmente in Russia (a casa non si sa con precisione, lo si spera vivo e sulla via del ritorno ma le notizie sono frammentarie e contraddittorie) a pagar caro l'infatuazione giovanile per il fascismo.
Quel bambino che era mio padre faceva un gioco ogni giorno, ispirato da sua mamma, ovvero mia nonna. Verso il tramonto usciva di casa e sul prato, verso la strada, chiamava "Papà!...Papà!..." con mia nonna a suggerire "Vedrai che così torna". Chissà quante volte ha fatto quel gioco. Finchè una sera, uscito di casa e chiamato papà come al solito, da lontano, una figura non ancora visibile rispondeva con voce allegra "Oooohhh!..." (e qui pare anche a me di sentirla, io che di mio nonno ho un ricordo così nitido). Mio padre, spaventato e sorpreso, rientrava in casa a nascondersi. Nulla è dato sapere di quelli che devono essere stati pianti e poi risate e poi abbracci, solo mio padre ripeteva "Io non l'avevo visto che da piccolissimo, quell'uomo grande e grosso per me era uno sconosciuto, c'è voluto un po'".
E' strano che oggi, tanti anni dopo che non c'è più nemmeno lui, ripensi a mio padre come un bambino. Ma forse è l'immagine più giusta.
La mitezza e l'ingenuità lo hanno contraddistinto fino alla fine. Era così poco moderno, in questo. E se ne sentirebbe tanto il bisogno, di qualità così poco alla moda.
Oggi ho avuto un pensiero buono. E glielo devo.

 
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A casa!

Post n°325 pubblicato il 24 Aprile 2018 da je_est_un_autre
Foto di je_est_un_autre

Eccolo qui. Incazzato, stizzoso, affamatissimo, è sempre lui.
Seguirà un Dialogo Impossibile su gabbie foderate di carta di giornale, odori di ambulatori veterinari, minestrucce insipide e così via.

 
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Oggi

Post n°324 pubblicato il 21 Aprile 2018 da je_est_un_autre

Questo post è solo una speranza. Un soffio.

Oggi operano Arturo. Quella che doveva essere poco di più che una visita di controllo per il suo solito problema si è rivelato quasi una sentenza.
Chi mi segue qui sa bene quanto sia affezionato a questo gatto. Si può volere così bene a un gatto tignoso se mai ce n'è uno, incapace di prendere due carezze in fila senza piantarti gli artigli addosso? Sì, si può.

Oggi, non mi resta che sperare.

 
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