CONTROSCENA

Albertazzi-Picasso, un giovane senza età


ROMA. «La donna? È più importante dell'uomo. Si espande, ha un corpo che esce fuori di sé, mentre l'uomo resta sempre chiuso nell'angusto spazio fra le proprie ossa. Il mondo sarebbe delle donne, se solo riuscissero a guarire dall'unico difetto che hanno rispetto ai mille degli uomini: non sono capaci di collaborare fra loro, si fanno immancabilmente la guerra».   Giorgio Albertazzi, 87 anni, ha incontrato domenica il pubblico di un teatro Quirino gremito in ogni ordine di posti. Lo ha fatto al termine di uno spettacolo complesso e faticosissimo: «Cercando Picasso», presentato dal Rossetti di Trieste per la regia di Antonio Calenda. Ma lui era fresco come la proverbiale rosa e (basterebbe a dimostrarlo l'osservazione citata) lucido, acuto e spiritoso al pari dell'inesausto reinventore della pittura che impersona, circondato dalle splendide ballerine della Martha Graham Dance Company incaricate, per loro conto, di evocare le tante donne del genio di «Guernica».   Il cuore dello spettacolo è costituito da «Il desiderio preso per la coda», la sofisticata commediola surrealista scritta da Picasso nel '41. E nei sei mini-atti di cui si compone le parole - a cominciare dai nomi di quasi tutti i personaggi, Piede Grosso, Cipolla, La Torta, Il Puntale Rotondo, Le Tende - si determinano essenzialmente per la loro «fisicità» e, dunque, per l'estrema riconoscibilità sotto il profilo visivo: tendono, in altri termini, a confondersi con le cose e, meglio, a diventare esse stesse cose, ciò che attiene, ovviamente, alla circostanza che Picasso era, per l'appunto, un pittore. Sicché verifichiamo una perfetta identificazione fra l'autore e il testo.   Ebbene, è la stessa identificazione che si verifica fra Albertazzi e lo spettacolo, nel solco delle precedenti identificazioni con l'imperatore Adriano per la regia di Scaparro e, per quella di Latella, con il capitano Achab e Re Lear. E si denuda, Albertazzi, tra i corpi femminili danzanti che lo circondano fantasmatici e pure carnalissimi. Di modo che spontanea è venuta la domanda di una ragazza: se, nel rapporto con le donne che ha amato, ha più sofferto o più fatto soffrire.   Albertazzi non ha avuto esitazioni: «Hanno sofferto di più le donne che mi hanno amato, proprio come avvenne per le compagne di Picasso. Due di loro, pensate, arrivarono addirittura ad uccidersi. E io ho fatto soffrire le mie donne giusto per l'incapacità di uscire da me di cui ho detto a proposito degli uomini in generale». Viene in mente che nel '91, alla fine del suo monumentale «Faust», anche Strehler compariva nudo, e si abbandonava sotto il manto della misericordia divina: in posizione fetale e, perciò, pronto a rinascere.   È la stessa determinazione che oggi possiede Albertazzi: quando parla del duende di Lorca e dei toreri nelle arene, quando stabilisce - e ancora una volta con lucidità straordinaria - la differenza sostanziale che esiste fra il guardare semplicemente e il ben più decisivo vedere. Se ci pensiamo, proprio su questo confine si colloca l'imperatore Adriano. Il grande esteta, convinto che solo la bellezza salverà il mondo, non può che concludere: «Cerchiamo d'entrare nella morte ad occhi aperti».   Così Giorgio Albertazzi, percorre il cammino lungo della saggezza. Fuori testo, a un certo punto dice: «La giovinezza non ha età».                                            Enrico Fiore(«Il Mattino», 26 marzo 2011)