CONTROSCENA

Santanelli, un thriller allo specchio


È un vero e proprio thriller psicologico (o, più esattamente, psicanalitico) quest'atto unico di Manlio Santanelli, «Disturbi di memoria», che Libera Scena Ensemble presenta nel Ridotto del Mercadante. E la spia d'allarme all'interno di una situazione apparentemente comune e banale - il ritrovarsi dopo molti anni di due amici di scuola: Igino Venturi, penalista serio e posato, e Severo De Angelis, trafficante vanesio e sboccato - è costituita dal seguente scambio di battute: Severo: «La vita è una vecchia mignotta» - Igino: «La vita è imprevedibile» - Severo: «La vita è una vecchia mignotta imprevedibile».   Severo, in breve, realizza la sintesi di due frasi fatte scontatissime, che si fronteggiano come riflesse in uno specchio. E appare ovvio, allora, che Igino e Severo non sono due persone distinte, ma le due facce di una sola persona. E quando Igino sembra prima scosso dai particolari spiacevoli del suo passato che Severo riporta a galla e poi prende lui stesso a snocciolarli fin nei minimi dettagli, non si tratta, in realtà, che di un sussulto della coscienza di Igino che si sveglia, sollecitata proprio dall'accumularsi ossessivo dell'ordinarietà. Non per caso, alla fine Igino si ritroverà ad azionare lo stesso aspiratore che all'inzio aveva azionato Severo.   Per l'appunto nella forma di una seduta psicanalitica, torna, insomma, il tema del rito che da sempre ho individuato come un pilastro fondamentale del teatro di Santanelli. E direi che in tal senso non potrebbero essere più espliciti i segni (e i segnali) disseminati dalla regia di Renato Carpentieri: a cominciare da quelle fotografie di cui inizialmente vediamo solo il retro e che poi vengono l'una dopo l'altra girate verso il pubblico. Sono proprio il corrispettivo dell'emergere progressivo dal subcosciente di tutto quanto Igino/Severo aveva rimosso. Finché - quando il penalista rievocherà le molestie che subì da padre Nicola ai tempi dell'Azione Cattolica - li vedremo, appunto, nella proverbiale posa del paziente e dello psicanalista, Igino a dilaniarsi in piena luce e Severo ad ascoltarlo silenzioso, immerso nella penombra.   Per di più, lo spettacolo propone, come doveva, la giusta miscela di risvolti inquietanti e di spunti d'acre umorismo che costituisce il pregio del testo di Santanelli. E si capisce, su questo piano gran parte del merito va attribuita alla prova dei due interpreti in campo: un Lello Serao che presta a Igino l'intero spettro dell'ipocrisia moralistica e un Mario Porfito che fa di Severo un autentico campione della paura di vivere mascherata con il disimpegno.                                                 Enrico Fiore(«Il Mattino», 28 marzo 2011)