CONTROSCENA

Donne nello specchio delle parole


Due donne che parlano fra loro. Ma forse è più esatto dire che si tratta di una donna che parla con se stessa, che si specchia nelle parole che pronuncia: un flusso di parole inarrestabile e onnivoro, che va, poniamo, dalle piramidi alla lozione antiforfora, passando, nientemeno, per il rapporto con Dio. Ma un rapporto anch'esso sviscerato attraverso la supposta lingua di Lui, una «bellissima lingua con parole ben scelte».   Questa, in estrema sintesi, la situazione che s'accampa in «Luisa è pazza», il testo di Leslie Kaplan in scena ancora oggi, al San Ferdinando, nell'ambito della rassegna «Face à Face, parole di Francia per scene d'Italia». E la Luisa del titolo, che ricorre di continuo nel discorso, è pazza perché, si afferma, «non ha alcun contatto con la realtà». Luisa, insomma, si rivela - nello stesso tempo - come la personificazione del tentativo di agganciare le parole a un'entità (e identità) corporea che le giustifichi e come la cartina di tornasole della specularità di cui sopra: giacché son proprio le due donne (o la donna e il suo doppio) in campo che non hanno contatto con la realtà.   È a questo che si riferisce, insieme con precisione e inventiva, la regia di Frédérique Loliée ed Elise Vigier. Basta considerare che a un certo punto la costumista Laure Mahéo attribuisce all'una delle due donne una blusa verde e una gonna nera e all'altra una blusa nera e una gonna verde. Siamo per l'appunto alla simmetria e all'inversione determinate dall'immagine speculare. E perfettamente in linea con un simile quadro concettuale si pone la bella prova d'attrice della stessa Loliée e di Patrizia Romeo.   In conclusione, uno spettacolo complesso e raffinato. E, giusto, molto francese. Poiché vi si possono rintracciare le due principali manifestazioni in cui s'incarna il fatidico «spirito» d'oltralpe: l'«esprit de finesse», il ragionamento per sentimento di Pascal, e l'«esprit de géométrie», il ragionamento per scienza di Voltaire.                                               Enrico Fiore(«Il Mattino», 10 aprile 2011)