Il personaggio principale de «La casa di Bernarda Alba», l'ultimo dramma di García Lorca, non è la madre dura e intransigente del titolo, che, rimasta vedova per la seconda volta, pretende d'imporre alle sue cinque figlie l'isolamento assoluto durante gli otto anni del lutto; è, invece, Pepe il Romano, il giovane che viene a minare l'equilibrio instabile e pretestuoso voluto dalla sessantenne Bernarda. E davvero non a caso, nonostante lo sconquasso che provoca (per lui, addirittura, Adela s'impiccherà), Pepe - del quale, pure, le donne della casa parlano in continuazione - non compare mai in scena. In altri termini, questo personaggio è una pura «idea» a metà fra la «bellezza che uccide» di Rilke e l'«angelo necessario» di Cacciari, un antesignano del pasoliniano Ospite di «Teorema» e del Ferdinando di Ruccello. Insomma, costituisce il portavoce, un «doppio» dell'autore. E possiamo, al riguardo, considerare una semplice coincidenza il fatto che García Lorca venne ucciso, nell'agosto del '36, appena dopo che aveva letto «La casa di Bernarda Alba» ad amici quali Jorge Guillén, Dámaso Alonso e Guillermo de Torre? Appare legittimo, quindi, scorgere nel dramma in questione una metafora del franchismo alle porte. E ne pare convinto anche Lluís Pasqual, regista dell'allestimento de «La casa di Bernarda Alba» presentato al Mercadante nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia: vedi il fatto che l'azione si svolge in una «terra di nessuno» fra la platea e il palcoscenico, con gli spettatori seduti a specchio sui due lati opposti, come in un'assemblea civile. E stabiliscono una distanza dalla «lettera» del testo anche la sorta di nebbia determinata dai velatini (l'irriconoscibilità della Spagna offesa) e i canti rituali che scandiscono la rappresentazione (l'immobilità della vita collettiva messa fra parentesi). Ma, poi, s'accampa nel recitare - in contrasto con la definizione dell'opera («un documentario fotografico») posta in epigrafe da Lorca - un naturalismo spicciolo che talvolta sfocia persino nel melodrammatico. E non resta, quindi, che appigliarsi a Lina Sastri, la cui Bernarda - non so trovare un elogio migliore - è l'incarnazione perfetta della sua battuta decisiva: «In questa casa non c'è né un sì né un no. Ci sono io, con la mia vigilanza, che arriva a tutto». Da citare, infine, La Ponzia di Maria Grazia Mandruzzato e, soprattutto, la Maria Josefa di Anna Malvica: quella follia ch'è l'unica voce vera della «casa» lorchiana. Enrico Fiore(«Il Mattino», 1 ottobre 2011)
Assemblea civile in casa di Bernarda
Il personaggio principale de «La casa di Bernarda Alba», l'ultimo dramma di García Lorca, non è la madre dura e intransigente del titolo, che, rimasta vedova per la seconda volta, pretende d'imporre alle sue cinque figlie l'isolamento assoluto durante gli otto anni del lutto; è, invece, Pepe il Romano, il giovane che viene a minare l'equilibrio instabile e pretestuoso voluto dalla sessantenne Bernarda. E davvero non a caso, nonostante lo sconquasso che provoca (per lui, addirittura, Adela s'impiccherà), Pepe - del quale, pure, le donne della casa parlano in continuazione - non compare mai in scena. In altri termini, questo personaggio è una pura «idea» a metà fra la «bellezza che uccide» di Rilke e l'«angelo necessario» di Cacciari, un antesignano del pasoliniano Ospite di «Teorema» e del Ferdinando di Ruccello. Insomma, costituisce il portavoce, un «doppio» dell'autore. E possiamo, al riguardo, considerare una semplice coincidenza il fatto che García Lorca venne ucciso, nell'agosto del '36, appena dopo che aveva letto «La casa di Bernarda Alba» ad amici quali Jorge Guillén, Dámaso Alonso e Guillermo de Torre? Appare legittimo, quindi, scorgere nel dramma in questione una metafora del franchismo alle porte. E ne pare convinto anche Lluís Pasqual, regista dell'allestimento de «La casa di Bernarda Alba» presentato al Mercadante nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia: vedi il fatto che l'azione si svolge in una «terra di nessuno» fra la platea e il palcoscenico, con gli spettatori seduti a specchio sui due lati opposti, come in un'assemblea civile. E stabiliscono una distanza dalla «lettera» del testo anche la sorta di nebbia determinata dai velatini (l'irriconoscibilità della Spagna offesa) e i canti rituali che scandiscono la rappresentazione (l'immobilità della vita collettiva messa fra parentesi). Ma, poi, s'accampa nel recitare - in contrasto con la definizione dell'opera («un documentario fotografico») posta in epigrafe da Lorca - un naturalismo spicciolo che talvolta sfocia persino nel melodrammatico. E non resta, quindi, che appigliarsi a Lina Sastri, la cui Bernarda - non so trovare un elogio migliore - è l'incarnazione perfetta della sua battuta decisiva: «In questa casa non c'è né un sì né un no. Ci sono io, con la mia vigilanza, che arriva a tutto». Da citare, infine, La Ponzia di Maria Grazia Mandruzzato e, soprattutto, la Maria Josefa di Anna Malvica: quella follia ch'è l'unica voce vera della «casa» lorchiana. Enrico Fiore(«Il Mattino», 1 ottobre 2011)